VENEZUELA DOMANI E MANIFESTO 4-1-2026

 



Senza regole e senza diritto, gli Usa padroni del mondo

Mariano Croce

filosofo

DOMANI 03 gennaio 2026 • 13:21

Aggiornato, 04 gennaio 2026 • 10:19

Nel 1904, Theodore Roosevelt conferì alla dottrina Monroe una forma più assertiva, sostenendo che fosse compito degli Stati Uniti intervenire negli affari dei paesi dell’America latina. Un secolo dopo, Donald Trump spinge questa logica al suo punto di massima estensione

Se la mattina del 3 gennaio il presidente degli Stati Uniti ha rivendicato l’intervento militare contro il Venezuela di Nicolás Maduro, poche ore dopo ha fatto qualcosa di persino più imprevisto e sfacciato: senza alcuna titubanza o remora, si è auto-intronato governatore ad interim. Ha dichiarato infatti che gli Usa governeranno il paese sudamericano fino a quando non saranno «in grado di propiziare una transizione sicura, appropriata e ponderata», dunque, con tutta probabilità, sino a quando non avranno esaurito tutte le risorse energetiche di cui il Venezuela è ricco.


Con questa sconcertante radicalizzazione della sbandierata dottrina Monroe, il governo Usa rende manifesta una strategia capillare e deliberata, ben distante da quello che a tutta prima poteva sembrare un ripiegamento sugli affari di politica interna. Il protocollo Trump costituisce infatti una riattualizzazione ipertrofica e smodata del corollario Roosevelt, applicato però all’intero pianeta, al netto delle contraddizioni che caratterizzano l’odierna presidenza. Nel 1823, James Monroe rivendicava per gli Stati Uniti, contro le potenze europee, una sfera di influenza esclusiva sull’intero continente americano. Nel 1904, Theodore Roosevelt conferì alla dottrina Monroe una forma più assertiva, sostenendo che fosse compito degli Stati Uniti intervenire negli affari dei paesi dell’America latina non solo in caso di conflitto tra Stati, ma anche a fronte di disordini interni ritenuti destabilizzanti.


Un secolo dopo, Donald Trump spinge questa logica al suo punto di massima estensione, articolandola lungo tre assi strategici: la creazione di condizioni favorevoli ai governi alleati sparsi per il globo; la pressione politica e psicologica esercitata sui governi ostili; e il rafforzamento della presenza militare statunitense nelle aree considerate cruciali per prevenire o favorire cambiamenti di regime.

A differenza di altri momenti storici, nei quali pure gli Stati Uniti amavano rappresentarsi come garanti della pace (e dunque della guerra), il protocollo Trump introduce un elemento inedito: il nesso diretto e immediato tra strategia geopolitica e conformazione ideologica della politica interna degli Stati coinvolti.

I governi alleati, infatti, non sono chiamati soltanto a tutelare gli interessi strategici statunitensi, ma anche ad abbracciare un credo politico, fondato sulla lotta alla migrazione di massa, sull’ossessione per il narcotraffico, sulla difesa muscolare di valori dichiarati “tradizionali”, su un’ostilità sistematica verso ogni forma di pensiero riconducibile al socialismo, sulla delegittimazione del potere giudiziario, sul principio carismatico del rapporto diretto tra leader e volontà popolare e su una visione messianica della “redenzione politica” delle nazioni. In questo modo, gli Usa mirano alla costruzione di un ramificato frattale politico, in cui il modello trumpiano si riproduce in scala, generando configurazioni analoghe all’originale in contesti diversi.


È fuori discussione che il regime di Maduro si sia alimentato di pratiche sistematiche di repressione, censura e violenza. Eppure, con l’uso della forza in uno Stato indipendente, il protocollo Trump fa propria una logica di intervento unilateralista al di fuori di qualsiasi legalità internazionale, giustificando la violazione delle norme in nome di ragioni di ordine superiore, definite però caso per caso: la corruzione in un contesto, la repressione dei manifestanti in un altro, la violazione della libertà di parola altrove. In tal modo, la strategia del governo Usa si propone di riscrivere per intero le regole della politica internazionale – una politica in cui le sanzioni, le pressioni diplomatiche e i contenziosi giudiziari non sono che dispensabili ornamenti.

La sassaiola di interventi, colpi di mano, cambi di regime “assistiti”, si sta rivelando efficace nella costruzione del pachidermico frattale, nel quale il diritto è scritto dalla forza e il destino politico di intere regioni viene deciso attraverso negoziazioni tra blocchi di potere al loro interno relativamente omogenei, come Stati Uniti, Russia e Cina, non distanti, in fondo, nel loro modo di concepire la legalità internazionale.

E con l’intervento militare che torna a essere percepito come un’opzione normale, se non naturale, il confine tra eccezione e regola si assottiglia pericolosamente, sino a determinare quella pericolosa commistione tra modi d’intervento in cui il ricorso alle armi non è che una forma della diplomazia – alfine la più rapida ed efficace.



Oltre le provocazioni di Trump, riflessioni sul «declino» dell’Europa

Raffaele Simone

DOMANI 03 gennaio 2026 • 19:11

Che l’Europa sia «in declino» è un’idea fissa del presidente e dei suoi, che la ripetono senza stancarsi. Ma oltre a lui, anche da questa parte dell’oceano, sono in molti a domandarsi che ne è del continente. C’è chi ritiene che questa crisi potrà essere utile, perché lo costringerà a reinventarsi. Ma per il momento non si vede in giro nessuno capace di impegnarsi in questa impresa e disposto a farlo

Che l’Europa sia «in declino» è un’idea fissa di Donald Trump e dei suoi, che la ripetono senza stancarsi. Nel documento ufficiale Strategia per la Sicurezza Nazionale (National Security Strategy) diffuso il 5 dicembre, questo concetto è ripetuto con insistenza, con pochi argomenti, ma con l’aggiunta di un monito minaccioso: essendo «in decadenza» (decaying), l’Europa deve cambiare direzione, soprattutto quanto all’immigrazione, altrimenti rischia la cancellazione della sua civiltà (a civilizational erasure).

In realtà, non è solo l’immigrazione che preoccupa Trump, ma l’esistenza stessa dell’Europa (Unita), soprattutto la sua tenacia nell’imporre ai Big Tech restrizioni e multe, che possono «danneggiare o discriminare la tecnologia americana».

Dietro questa preoccupazione si intravvede l’ideologia iperliberista di Peter Thiel, il miliardario padrone di Palantir (azienda che produce software per il controllo, l’identificazione e l’eliminazione di qualunque obiettivo, animato o inanimato), ma anche autore di svariati libri (come Il momento straussiano, appena uscito in italiano) in cui, mischiando l’Ia con l’ultrareazionario René Girard, con Leo Strauss e il nazi-giurista Carl Schmitt, si propone un distopico ma non impossibile mondo nazistoide fondato su pochi concetti ultrareazionari: democrazia e concorrenza sono ferrivecchi fatti solo per limitare la libertà del capitalista, la disuguaglianza domina il mondo e contrastarla è inutile e impossibile, l’intelligenza dei neri (e delle donne) è inferiore a quella dei bianchi, le tecnologie del controllo prenderanno il potere.


Thiel a parte, oltre a Trump anche da questa parte dell’oceano sono in molti, in verità, a domandarsi che ne è dell’Europa. Il calo del Pil consolidato e della competitività dell’Ue, l’indebolimento interno dell’Unione, la mancata creazione di una Silicon Valley europea, i fiacchi progressi nell’implementare una rete satellitare diversa da Starlink, l’impegno a investire somme enorme per “riarmarsi” (comprando quasi solo armamenti di produzione Usa), la recentissima decisione di Volkswagen di chiudere, per la prima volta nella sua storia, uno stabilimento aperto da poco, sono indizi di un continente in grave affanno.

Per giunta, l’irrilevanza dell’Ue nei negoziati russo-ucraini ha mostrato che il processo di «provincializzare l’Europa», previsto dallo storico indiano-statunitense Dipesh Chakrabarty (nel libro del 2000 che porta questo titolo, in italiano da Meltemi), è arrivato a un punto avanzato.

Di certo Trump e i suoi spin doctor ignorano che la decadenza dell’Occidente (cioè dell’Europa occidentale) è un tema assillante in questa parte del mondo. È un tema che ha i suoi “classici”, alcuni noti (come il monumentale Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler, uscito dopo la Prima guerra mondiale), altri meno noti, come gli acutissimi saggi che Paul Valéry scrisse tra il 1919 e il 1930.

Il declino dell’Occidente

In un breve scritto del 1919 (La crisi dello spirito), Valéry osservava per esempio che «nessuna parte del mondo [come l’Europa] ha posseduto questa singolare proprietà fisica: la più intensa potenza di emissione, unita alla più intensa potenza assorbente». Ciò aveva fatto sì che diventasse «la parte preziosa dell’universo terrestre, la perla della sfera, il cervello di un vasto corpo», cosa che le aveva permesso di dominare il mondo «malgrado la modestia della sua estensione».

La guerra, però, suggerisce a Valéry un dubbio cruciale: fino a quando la qualità degli uomini e delle forze europee potrà bilanciare l’esiguità del territorio? La «straordinaria rottura di equilibrio» rappresentata dalla Grande Guerra preannunciava straordinarie conseguenze, come un «cambiamento progressivo [dell’equilibrio] in senso inverso», cioè a vantaggio degli Stati Uniti.

Valéry torna su questo tema nel 1938 in un saggio dal suggestivo titolo L’America, proiezione dello spirito europeo, in cui l’America è descritta come «una nazione dedotta e quasi sviluppata dall’Europa», ma dominata dal «bisogno sempre crescente di energia fisica – e quindi delle materie la cui trasformazione la produce (carbone, petrolio)» e caratterizzata da un «rapido e fantastico accrescimento dei mezzi di comunicazione e di trasmissione». Una situazione così sbilanciata lo spinge a pensare che «le probabilità di conflitto sono terribilmente moltiplicate» e che «è estrema l’instabilità dell’equilibrio mondiale» fin allora definito dall’Europa.

Il suo timore, già espresso con una potente immagine nell’articolo del 1919, era che l’Europa potesse tornare a essere «quel che è in realtà: un piccolo promontorio del continente asiatico».

Europa

Gli Usa sono una potenza ostile. L’Europa e le tre mosse per emanciparsi

Francesco Saraceno

economista

I nostri interrogativi

È singolare che gli interrogativi di Valéry siano ancora i nostri. A fare apparire in piena luce il “declino” è stato il lampo che la coincidenza tra l’avvento di Trump e la guerra di Ucraina ha fatto scoccare. Per aiutarci a capire c’è una folta serie di volumi recenti, che, concentrati come sono su vari aspetti di questa crisi, potrebbero anche esser letti in successione.

Qualche mese fa sono usciti La deriva dell’Occidente di Franco Cardini (il Mulino) e La sconfitta dell’Occidente del francese Emmanuel Todd (in italiano da Fazi). Più di recente, sono apparsi Occidente senza pensiero di Aldo Schiavone (il Mulino), Il porcospino di acciaio di Luciano Canfora (Laterza), con l’espressivo sottotitolo Occidente ultimo atto, e Post-Occidente di Raffaele Romanelli (Laterza). In altri paesi prossimi, va detto, la pubblicistica su questo tema è ugualmente intensa. È interessante che, salvo Todd (che è un demografo originale, che usa le statistiche economiche e di altro genere per scrivere di storia), gli autori di tutti questi lavori siano storici, persone quindi abituate a cercare nel passato le radici del momento attuale.


Siccome non posso render conto di questi libri singolarmente, estraggo dai più vibranti di essi alcuni temi, che fanno risonare in modo sensibile le preoccupazioni che Paul Valéry avanzava un secolo fa.

In un’ottantina di vivissime pagine, fitte di plongées dalla storia d’oggi al conflitto tra greci e persiani, da Erodoto a Lenin, da Mark Twain a Bisanzio, il libro di Canfora demolisce «il falso mito dell’Occidente», presentato come l’«aggressore capitale dei tempi moderni», e addita negli Usa («l’estremo Occidente») l’esponente attuale di questo atteggiamento. Tra cortocircuiti illuminanti e tesi avventurose, si arriva alla conclusione che la risposta «diretta e violenta» che il resto del mondo darà a secoli di aggressione occidentale sarà «l’ondata migratoria». Questo fatto è sotto gli occhi di tutti, anche se ci sarà forse dell’altro, sicuramente di peggio.

Il libro di Schiavone non riguarda la dimensione materiale (economica, commerciale, militare) dell’egemonia occidentale, ma quella intellettuale. L’ipotesi che sviluppa è che l’Europa abbia perduto la capacità di proporre pensiero in grande, come accadde nell’epoca in cui, dall’interazione delle idee «di Kelsen, di Keynes, del socialismo riformatore tedesco, francese, inglese e poi del progressismo democratico americano», poterono nascere le democrazie sociali del secolo XX, il welfare e tutto il resto.

I «ceti intellettuali e politici dell’Occidente» hanno abdicato alla funzione di guida ideale, cedendola senza accorgersene agli ideologi del Big Tech (come il menzionato Peter Thiel), titolari di immense «Compagnie-Stato», che ripetono su scala enormemente maggiore il piano di saccheggio delle seicentesche Compagnie delle Indie (occidentali e orientali) puntando alla «privatizzazione integrale del pianeta».

C’è chi ritiene che questa crisi potrà essere utile all’Europa, perché la costringerà a reinventarsi, elaborando una nuova «politica del declino» (la formula è del grande storico Eric Hobsbawm), che la salvi dal rischio di tornare a essere il piccolo promontorio dell’Asia che tanto preoccupava Valéry. Ma per il momento non si vede in giro nessuno (think tank, partito, istituzione, paese) capace di impegnarsi in questa impresa e disposto a farlo.



Il culto del capitale, per questo l’Europa non può liberarsi da Trump

Sergio Labate

filosofo

DOMANI 14 dicembre 2025 • 16:19

Una delle più lucide analisi della crisi attuale sta in un verso di una canzone degli Zen Circus: «Possiedi tutto quello che mi serve. Tu sei il capitale, io l’occidente». Questa idea di civiltà non è un’invenzione di Trump, è ciò che l’Europa porta avanti da decenni. L’Europa non può autonomizzarsi dal tycoon se non è disposta a mettere in discussione innanzitutto questo culto che l’ha portata a rinnegare sé stessa

Spesso la via più semplice è distogliere lo sguardo da noi stessi. Ridurre la fatica della storia a una semplice faccenda personale e credere che quando Donald Trump non ci sarà più, tutto tornerà come prima. E in effetti chi meglio di lui sembra essere l’alibi perfetto per permettere all’Europa di fare la vittima. Beninteso, non ho alcuna volontà di minimizzare il ciclone Trump, la sua tracotanza e la sua discontinuità rispetto a ciò che lo precedeva. Che però non era affatto idilliaco e forse conviene non dimenticarcelo.

Certo che Stati Uniti ed Europa sono stati amici per decenni, ma le cose in comune sono radicalmente cambiate nel corso del tempo. Cosa negli ultimi anni sia stato messo in comune a me pare chiaro, così come quel che è stato sacrificato.

Quel che è stato messo in comune è una stessa idea di civiltà, che ha tradito i valori da cui sorgeva l’integrazione europea e che è fondata essenzialmente sulla privatizzazione del mondo e sulla fiducia nel fatto che finanziarizzare la società sia il modo migliore per renderla efficiente. Dove abbia portato questa cieca fiducia lo vediamo tutti: negli Stati Uniti alla rielezione di Trump, in Europa all’avanzare delle destre radicali.


Basta, tra tanti, leggere i libri di Alessandro Volpi per capire con spietata chiarezza che questo culto del capitalismo finanziario è il motivo per cui l’Europa oggi è impossibilitata a fare l’unica cosa che dovrebbe fare, cioè rendersi autonoma dagli Stati Uniti.

Non può farlo non perché c’è Trump, ma perché ha scelto di non farlo tanto tempo fa, quando – per far solo un esempio – ha deciso che i fondi pensione dei propri cittadini dovessero essere privatizzati e, in questo modo, ha finito con l’affidarsi ai titoli delle grandi imprese monopolistiche della Silicon Valley. Poche società americane sui cui titoli sono investiti tutti i risparmi europei. Possiamo autoconsolarci dicendoci che possiamo farcela da soli, ma la verità è che siamo in trappola. E se Trump è certamente colui che la fa scattare, in trappola ci siamo finiti da noi stessi. La corda ce la siamo legata da soli e adesso Trump ha deciso di stringerla forte. Lo fa congedandosi definitivamente persino dal lessico della politica, per interpretare in mondo con le parole del capitalismo predatorio che rappresenta.

Italia

Trump vuole «allontanare l’Italia» dall’Ue. Armi per Kiev, Meloni azzoppata dalla Lega

Giulia Merlo

Forti vs deboli

Per lui non esistono più amici e nemici – categorie della politica – ma solo forti e deboli: siamo tutti in regime di concorrenza (contraddizione estrema per un capitalismo che ha estinto il mercato e la sua concorrenza in nome del primato di imprese monopolistiche) e solo chi regge all’urto ha il diritto di restare. Così è l’Europa: un “esubero” geopolitico, precisamente come una “risorsa umana” va dismessa dal ciclo produttivo.

Eppure Trump è ben consapevole di ciò che forse noi tendiamo a rimuovere. Sia l’Europa sia gli Stati Uniti si sono illusi, in questi decenni di globalizzazione, che la forza economica fosse prevalentemente finanziaria. Che bastasse affidare i nostri soldi alla grande finanza piuttosto che pianificare politiche economiche e industriali.

Da questo punto di vista gli Stati Uniti non sono messi meglio dell’Europa. Hanno un debito pubblico spaventoso che nessuno vuole più finanziare, hanno ampiamente deindustrializzato la loro economia, tanto la nuova frontiera del profitto stava altrove. E invece non era vero. Non è solo il capitalismo globale a essere in crisi, ma anche quello finanziario.

Così a Trump e alla Silicon Valley che lo dirige non resta che il gesto disperato del capitalismo predatorio: procurarsi la forza che è venuta a mancare attraverso l’accumulazione originaria: ricattando gli ex amici, costringendoli a investire in armi solo per finanziare le proprie imprese, spartendosi con Vladimir Putin le risorse energetiche mondiali.


La perdita di noi stessi

A noi invece non resta più nulla da offrire: abbiamo dismesso la nostra idea di civiltà. Le classi dirigenti europee hanno ancora la stessa megalomania di chi appartiene a una setta, quella che crede in un capitalismo senza più controllo e senza più politica. Abbiamo perduto noi stessi e così abbiamo perso tutto.

Una delle più lucide analisi della crisi attuale sta in un verso di una canzone degli Zen Circus: «Possiedi tutto quello che mi serve. Tu sei il capitale, io l’occidente». Questa idea di civiltà non è un’invenzione di Trump, è ciò che l’Europa porta avanti da decenni. Credere che il capitale possieda tutto ciò che ci serve, questo è diventato l’occidente. L’Europa non potrà autonomizzarsi da Trump se non è disposta a mettere in discussione innanzitutto questo culto che l’ha portata a rinnegare se stessa. Serve ammettere che ci siamo sbagliati, che il capitale non possiede in sé tutto e che questa eccedenza culturale e politica delle società umane può tornare ad essere il segreto intimo dell’identità europea.


Il regno della forza che spazza via quello della legge

La svolta Il cambiamento di regime con la forza a Caracas si colloca certo nella lunga storia della violenza contro i paesi sfortunatamente collocati a sud del Rio Grande

CommentiUsaVenezuela

Leggi anche L’America latina ora si sente nel mirino: «Golpe coloniale»

Donald Trump – foto Ap

MANIFESTO Edizione 04/01/2026


Fabrizio Tonello

No, non è solo il petrolio. E neppure la dottrina di Monroe che è stata usata per due secoli dai governi degli Stati Uniti per giustificare le loro malefatte in America Latina.

Non è (ovviamente) la droga. E’ qualcosa di più semplice: Donald Trump è debole e aggressivo (ha detto ieri che gli Stati Uniti “governeranno”il Venezuela) mentre i suoi consiglieri sono senza scrupoli. I nazistelli di cui si è circondato sentono istintivamente che il regime non può durare per sempre (John Bolton, il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, ha detto: Trump non ha la stoffa del dittatore) e si affannano a usare la potenza militare in tre continenti per mascherare il loro totale fallimento sul piano interno.

Partiamo dal petrolio: il più grande produttore del mondo oggi sono gli Stati Uniti, che estraggono tanto greggio quanto Russia e Arabia saudita insieme. Il Venezuela ha grandi riserve ma sta circa al ventesimo posto fra i produttori, estraendo meno di un milione di barili al giorno. L’industria petrolifera di Caracas fu nazionalizzata non da Hugo Chavez o da Maduro ma da Carlos Andres Perez, il miglior amico degli Stati Uniti, nel 1975.

Il cambiamento di regime con la forza a Caracas si colloca certo nella lunga storia della violenza contro i paesi sfortunatamente collocati a sud del Rio Grande: un proverbio latinoamericano dice: “Perché non ci sono colpi di stato a Washington? Perché è l’unico posto dove non c’è un’ambasciata americana”. Il solo sostegno alle giunte militari del Guatemala durante la guerra civile tra il 1960 e il 1996 ha causato 200.000 vittime, l’86% delle quali tra la popolazione indigena. D’altro canto, è un fatto storicamente accertato l’instaurazione di regimi autoritari in Perú (1962), Argentina (1962 e 1966), Guatemala, Ecuador e Honduras (1963), Brasile (1964), Repubblica Dominicana (1965), Cile e Uruguay (1973), oltre al rafforzamento di dittature come quella di Alfredo Stroessner in Paraguay (1954-1989) e di Anastasio Somoza in Nicaragua (1936-1979).

Quindi l’installazione di un regime amico a Caracas, con vantaggiose concessioni petrolifere per gli amici (Drill, baby drill! era uno slogan di Trump) è senz’altro parte dello scenario preparato alla Casa Bianca ma è una ragione minore. Il centro della questione è l’esibizione senza remore della forza militare, un’espansione su scala globale della violenza interna. Così come la personale Gestapo di Trump, l’Immigration and Customs Enforcement, arresta i presunti clandestini senza mandato, mette in carcere cittadini americani e deporta le sue vittime in altri continenti in violazione della Costituzione e delle decisioni dei giudici, così in politica estera si bombardano l’Iran, la Nigeria, il Venezuela e, domani, qualche altro paese che permetta al ducetto della Casa Bianca di mostrare quanto è macho.

Del resto, il pretesto di processare Maduro in quanto protettore del narcotraffico è particolarmente risibile: il primo dicembre scorso Trump ha graziato Juan Orlando Hernandez, un ex presidente dell’Honduras che era davvero un protettore dei cartelli della cocaina, era stato arrestato nel suo paese, estradato negli Stati Uniti e condannato a decine di anni di galera. Questo avveniva mentre la marina americana bombardava i battelli di presunti trafficanti nel golfo del Messico, assassinando anche i superstiti che chiedevano aiuto.

In realtà la “guerra” alla droga avviata dall’amministrazione Nixon nel 1973 era un pretesto per criminalizzare le opposizioni e le minoranze etniche allora, com’è un pretesto per le esibizioni di forza su scala planetaria oggi. Nel 1970, negli Stati Uniti gli arresti legati agli stupefacenti erano stati 322.300, nel 2000 erano diventati 1.375.600 e nel 2019 toccavano il picco di 1.560.000. La vera ragione, fin dall’inizio era prendere di mira le minoranze etniche: su questo abbiamo la testimonianza del consigliere di Nixon John Ehrlichman (sì, quello che organizzò il Watergate). In un’intervista del 1994 confessò tranquillamente che l’obiettivo era colpire la sinistra contraria alla guerra nel Vietnam e gli afroamericani facendo in modo che l’opinione pubblica associasse gli studenti alla marijuana e i neri all’eroina, e criminalizzando pesantemente entrambi: «Potevamo arrestare i loro leader, fare irruzione nelle loro case, interrompere le loro riunioni e diffamarli sera dopo sera al telegiornale. Sapevamo di mentire sulla droga? Certo che lo sapevamo» disse Ehrlichman al giornalista Dan Baum di Harper’s.

Oggi le menzogne non hanno bisogno di essere sofisticate: Trump ha accusato il Canada di esportare l’oppiaceo fentanyl negli Stati Uniti, dove è stato ed è prodotto da Johnson & Johnson e da Purdue Pharma. Quest’ultima azienda è finita in bancarotta dopo aver ammesso le proprie responsabilità nella crisi degli oppiacei e pagato 6 miliardi di dollari per alimentare fondi di risarcimento a stati, enti locali e vittime.

Aggiornamenti

03/01/2026, 21:20 articolo aggiornato

____________________


L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla

Geopolitica capitalista Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura

IL MANIFESTO

Edizione 04/01/2026


Emiliano Brancaccio

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, come fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi.

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazione che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera?

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone.

O pazzi che odono voci, come la vulgata insinua. Ma che in ogni caso mandano i popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire: terra, etnia, sicurezza, gloria. E per tali scopi discettano con preti e militari, non certo con affaristi e speculatori.

La geopolitica che innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque si fa ideologia, e in quanto tale pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica. Deriva vecchia e funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine.

Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la pone al servizio dell’analisi critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro dei padroni per i quali masse di giovani innocenti muoiono e ancora morranno.

Eppure, dinanzi a parole così scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo complicato intrico di interessi di classe, che fine hanno fatto i nomi dei condottieri? Dei Luigi Bonaparte? Degli Stalin? Dei Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei complicati oggetti chiamati “nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come fossero algide donne destinate a nobili missioni?

Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei loro vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale agente di pace. La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”.

Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato.

Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria.

In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la giustizia e la pace. Oggi questa comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e attrezzati. Soprattutto, più smaliziati verso l’ideologia capitalista dominante.

Aggiornamenti

03/01/2026, 20:36 articolo aggiornato

---------------------


L’imperatore d’Occidente colpisce ancora

Imperialismo Il messaggio di Trump sul dominio dell’emisfero occidentale arriva chiaro ai leader latinoamericani. Con l’ambizione di controllare il mercato globale del petrolio

CommentiUsaVenezuela

Leggi ancheDietro il blitz il pretesto di un presunto traffico di droga mai provato

Donald Trump – foto AP

IL MANIFESTO Edizione 04/01/2026


Francesco Strazzari

«Trump si prende il Venezuela e la Russia riprende l’Ucraina» – affermò nel 2020 il leader fascista russo Zirinovskij. Il 3 gennaio dello stesso anno il presidente Usa chiudeva il suo primo mandato facendo uccidere il generale iraniano Suleimani.

Sei anni dopo, ancora un 3 gennaio, eccoci con la Delta force a Caracas. In un solo anno, Trump ha bombardato in modo unilaterale – e pressoché ignorando il Congresso – Iran, Yemen, Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Nigeria e ora il Venezuela. Alla faccia della sicumera di chi prevedeva, a beneficio europeo, meno guerre grazie a un presidente isolazionista.

Come i nazionalismi, le pulsioni imperialiste si rafforzano l’una con l’altra. Davanti a queste azioni militari, e al prelievo e detenzione del presidente venezuelano e signora, diventa molto arduo capire perché altre potenze e aspiranti tali, a cominciare da Cina e Russia, non dovrebbero esibirsi in frequenti “operazioni speciali” nel proprio vicinato. Poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, arrivava a Caracas l’inviato speciale di Pechino, che metteva sul tavolo di Maduro 600 accordi bilaterali.

Impegnata con la propria marina al largo di Taiwan («l’irreversibile riunificazione nazionale») la Cina aveva intercettato un cargo carico di Himar made in Usa, annunciando l’intensificarsi delle intercettazioni sulle armi dirette a Taipei. Con i diplomatici cinesi ancora in loco, il messaggio a chi mostra interesse ad espandere i propri interessi nel “cortile di casa” americano non potrebbe essere più esplicito: l’appoggio esterno non protegge dalla nuova dottrina Monroe e dalla ‘guerra alla droga’ che gli Usa perseguono dal 1971 con esemplare doppiopesismo ed esiti nefasti. Come già in Siria, il Venezuela evidenzia come, quando la situazione diventa critica, Russia e Cina non possono salvare il regime amico.

IL MESSAGGIO SUL DOMINIO statunitense sull’emisfero occidentale arriva chiaro ai leader latinoamericani. Destra e sinistra non sono categorie irrilevanti per comprendere. La Colombia guidata da Gustavo Petro ha schierato l’esercito alla frontiera: appena entrata a far parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ne ha chiesto la convocazione urgente. Stessa enfasi nella reazione della presidente del Messico, Claudia Sheinbaum Pardo, che ha condannato «con fermezza» e ha richiamato l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite: «I membri dell’Organizzazione si astengono, nelle loro relazioni internazionali, dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato».

Una dura condanna arriva dal Brasile, che, sin dai tempi della prima presidenza di Lula, con Chávez ancora a capo del paese, ha cercato di attirare il movimentismo venezuelano verso un ancoraggio istituzionale più pragmatico. Oggi Lula ha twittato che «i bombardamenti sul territorio venezuelano e la cattura del suo presidente superano ogni limite accettabile», aggiungendo che l’azione «ricorda i momenti peggiori dell’ingerenza nella politica dell’America Latina e dei Caraibi, e minaccia la conservazione della regione come zona di pace». L’obiettivo ultimo della nuova dottrina Monroe è l’imposizione di un ordine ideologico conforme alla visione e agli interessi di Donald Trump in tutta l’America Latina. Proprio il gigante brasiliano può essere allora visto come il vero ostacolo: il Fmi prevede che dal 2028 Brasilia guiderà un paese ricco, con il 57% del Pil dell’America Latina, corrispondente al 7,3% del Pil mondiale e a una forza crescente all’interno dei Brics.

AMPLIANDO IL QUADRO, un blando riferimento alla Carta dell’Onu si trova nella dichiarazione di Kaja Kallas, la quale però si premura innanzitutto di sottolineare l’illegittimità del governo Maduro. Mentre il governo Meloni considera «legittimo» l’intervento, più destra esultano: il neo-eletto cileno Kast parla di «una grande notizia», mentre dall’Argentina il miracolato Javier Milei si produce in un «viva la libertà!».

Per far fronte a livelli di consenso sempre più bassi, Nicolas Maduro, gran fustigatore della «democrazia liberale occidentale in declino terminale», «manipolata dai social media, e al servizio di miliardari e corporazioni» ha rubato l’esito delle elezioni, abbarbicandosi al potere e dispiegando forme sempre più brutali di repressione – oltre a favorire reti di narcotraffico, incorporandole in ruoli formali così da assicurarsene l’appoggio.

Non sappiamo, al momento, quale sarà l’evoluzione in Venezuela. Il fatto che siano state bombardate solo alcune installazioni militari, verosimilmente controllate dai settori lealisti, sembra accreditare l’ipotesi di un’intesa dietro le quinte, un braccio di ferro fra fazioni per trattare con un’opposizione anch’essa assai divisa. Vedremo quali rese dei conti emergeranno e chi verrà accreditato dagli Usa (non la Nobel Machado, significativamente già depennata). Soprattutto nel momento in cui Trump, con il piglio imperiale di chi doma una provincia esponendo sui social la foto-scalpo del capo ribelle, annuncia di essere pronto a un secondo attacco, e a prendere le redini del governo della provincia stessa.

LA STORIA dell’interventismo statunitense in America Latina è una storia di violazioni dei diritti umani, rapina economica, povertà e persino genocidio, non certo di emancipazione. È evidente che a Washington non importano il pedigree democratico, i diritti fondamentali e nemmeno il narcotraffico. Prova ne è la grazia concessa un mese fa all’ex presidente dell’Honduras (condannato al carcere negli Usa per narcotraffico), accompagnata dall’appoggio a un suo epigono a guidare da destra il paese centroamericano.

In Venezuela, come in molti altri paesi bersagliati nel 2025, c’è ricchezza di risorse: minerali, acqua (il controllo del bacino dell’Orinoco), ed enormi giacimenti di petrolio, dove da sempre operano le compagnie Usa. Qui si manifesta l’ambizione di Trump al controllo del mercato globale del petrolio, che al momento offre una finestra di opportunità, mostrandosi relativamente capace di assorbire colpi senza sbalzi nei prezzi. Intanto, ancora una volta emerge l’ambizione americana a colonizzare tramite regime change: non occorre andare lontano nel tempo per avere un’idea di come possa andare a finire.

Aggiornamenti

03/01/2026, 21:53 articolo aggiornato


=====================================

===================================================


Perfetto. Di seguito trovi una RASSEGNA INFORMATIVA di presentazione unitaria, dal taglio descrittivo e non interpretativo, con schede sintetiche omogenee per ciascun articolo.


Rassegna informativa – Politica internazionale, Europa, imperialismo

(DOMANI / il manifesto – dicembre 2025 – gennaio 2026)

1. Senza regole e senza diritto, gli Usa padroni del mondo

Mariano Croce – DOMANI, 3 gennaio 2026

L’articolo analizza il ruolo degli Stati Uniti come potenza globale che agisce sempre più al di fuori di un quadro giuridico internazionale condiviso. Croce descrive una progressiva erosione del diritto internazionale e delle istituzioni multilaterali, sostituite da rapporti di forza e decisioni unilaterali. Il testo insiste sul passaggio da un ordine formalmente “liberale” a una gestione apertamente discrezionale del potere, in cui la legalità viene subordinata all’interesse strategico americano.


2. Oltre le provocazioni di Trump, riflessioni sul «declino» dell’Europa

Raffaele Simone – DOMANI, 3 gennaio 2026

Simone propone una riflessione di lungo periodo sulla condizione europea, andando oltre la contingenza delle provocazioni trumpiane. L’Europa viene descritta come un’area in difficoltà strutturale: politicamente frammentata, culturalmente indecisa, strategicamente dipendente. Il tema del “declino” non è affrontato in chiave polemica, ma come questione storica e sistemica, legata alla perdita di capacità decisionale autonoma.


3. Il culto del capitale, per questo l’Europa non può liberarsi da Trump

Sergio Labate – DOMANI, 14 dicembre 2025

Labate concentra l’analisi sul legame ideologico ed economico che vincola l’Europa al modello statunitense. Secondo l’autore, il problema non è solo Trump come figura politica, ma il culto del capitale e del mercato che struttura le élite europee. Questo assetto rende impossibile una vera emancipazione dall’egemonia americana, anche quando essa assume forme aggressive o apertamente destabilizzanti.


4. Il regno della forza che spazza via quello della legge

IL MANIFESTO, 4 gennaio 2026

Il testo prende spunto dagli eventi in America Latina, con particolare riferimento al Venezuela, per ricostruire una lunga storia di interventi, pressioni e cambi di regime imposti con la forza. L’articolo mette in evidenza il ricorso sistematico alla violenza politica e alla destabilizzazione come strumenti ordinari della politica internazionale verso il “Sud globale”, a scapito di ogni principio di legalità e autodeterminazione.


5. L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla

Emiliano Brancaccio – IL MANIFESTO, 4 gennaio 2026

Brancaccio affronta il tema della guerra come fenomeno strutturale del capitalismo globale. L’articolo sostiene che la difficoltà – o il rifiuto – di comprendere le cause economiche e sistemiche dei conflitti contribuisce alla loro perpetuazione e diffusione geografica. La guerra viene presentata non come eccezione, ma come esito ricorrente delle dinamiche di competizione e accumulazione.


6. L’imperatore d’Occidente colpisce ancora

Francesco Strazzari – IL MANIFESTO, 4 gennaio 2026

Strazzari analizza il messaggio politico e geopolitico dell’amministrazione Trump rivolto all’America Latina. Il riferimento all’“imperatore d’Occidente” segnala una rinnovata dottrina di controllo dell’emisfero occidentale, con particolare attenzione alle risorse energetiche e al mercato globale del petrolio. L’articolo inquadra queste mosse in una continuità storica dell’imperialismo statunitense.


Quadro complessivo

Nel loro insieme, gli articoli offrono una panoramica informativa su:

  • la crisi del diritto internazionale,

  • il ruolo imperiale degli Stati Uniti,

  • la fragilità strutturale dell’Europa,

  • la persistenza della guerra e della forza come strumenti ordinari della politica globale.

Se vuoi, nel prossimo passo posso:

  • ridurla ulteriormente in rassegna telegrafica (una riga per articolo),

  • oppure adattarla a impaginato redazionale (newsletter, sito, dossier).

Commenti

Post popolari in questo blog

SACHS ALLA UE

CAPITALISMI GLOBALI

"La pelle", di Maurizio Ferraris