Elogio dell’utopia di Ugo Morelli SIR 27-2-26
Ugo Morelli: Elogio dell’utopia
Elogio dell’utopia
di Ugo Morelli
Perché non abbiamo capito Illich? E, soprattutto, perché non lo abbiamo ascoltato? Forse perché quando si pensa a un progetto capace di rivoluzionare un ordine costituito si tende a immaginare un processo verticale, gerarchico, direttivo. Un percorso orizzontale, incerto, basato su errori e svolte, ma non per questo non incisivo e duraturo, sembra meno efficace e attendibile. Eppure l’errore e la rivisitazione delle idee, l’apprendimento dall’esperienza e le svolte inattese, magari carsiche, sono parte costitutiva di ogni cambiamento anche profondo. Gli errori di un modello di sviluppo autodistruttivo sono stati uno dei temi più esplorati da Ivan Illich. Non si può certo dire che egli non si sia impegnato con la vita e con il pensiero a segnalarli. È diventato persino un fenomeno, come si dice, mediatico. Ma ha prevalso l’ancoraggio rassicurante alla consuetudine di un modello di sviluppo fondato sulla distruzione dell’ecosistema di cui siamo parte, sulla disuguaglianza, sullo sfruttamento, sull’ingiustizia e sulla stessa messa in discussione della sopravvivenza della nostra specie. Una delle distorsioni cognitive più solide e documentate è il cosiddetto “effetto ancoraggio”. L’ancoraggio è un meccanismo semplice e potente. In condizioni di incertezza e in assenza di dati affidabili, le persone tendono a formulare i giudizi e a prendere decisioni sulla base di riferimenti che trovano nell’ambiente, riferimenti che spesso sono del tutto arbitrari. In uno studio classico degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman, ai partecipanti veniva chiesto di stimare la percentuale dei Paesi africani rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prima, però, ognuno di loro avrebbe dovuto far girare una ruota della fortuna che poteva fermarsi solo sul 10 o sul 65. Coloro che avevano ottenuto un 10 stimarono in media il 25%, quelli che avevano ottenuto il 65 stimarono invece in media il 45%. Il numero della ruota della fortuna estratto a caso e totalmente arbitrario influenzava in maniera significativa le stime dei partecipanti. Il numero non informava, ma spostava il riferimento mentale. Ridefiniva ciò che appariva plausibile
. Dal punto di vista del nostro rapporto con la crisi ecosistemica, siamo messi in una condizione simile. Posta l’ancora cognitiva della nostra autodistruzione di specie, tendiamo a trattare come accettabili i progressivi effetti della crisi ambientale climatica ed economica in quanto ciò che accade nel quotidiano appare più ragionevole per semplice contrasto. Mostriamo insomma di non essere in grado di apprendere dai nostri stessi errori. Ascoltando Herbie Hancock alla prima delle sue Norton Lecture il 3 febbraio 2014, presso la Harvard University, se ne ha una prova: “Era una di quelle rare serate di perfezione musicale e di totale sintonia con il pubblico; dopo uno straordinario assolo di Miles Davis, in una pausa chiave, inciampai su una corda, stonando clamorosamente. Mi resi subito conto dell’errore. Ma il vero shock arrivò subito dopo, quando mi accorsi che Davis aveva risposto al mio errore con un’improvvisazione musicale che lo incorporava nel fraseggio rendendolo plausibile. Invece di giudicare la mia stonatura come brutta e sbagliata, Miles la accolse come un input inatteso, trasformandola in qualcosa di bello e virtuoso. Fu una grande lezione d’arte e di vita. Come il buddhismo, anche il jazz è collaborazione, dialogo, tolleranza, altruismo e libertà.” La sensibilità, la spiritualità, l’attenzione, la cura, la convivialità cooperativa si fanno protagoniste, lungi dall’essere accessorie, in questa straordinaria esperienza artistica. Una prospettiva simile sembrerebbe il segno di un antimanuale o di una inattuale dinamica relazionale, nel tempo dell’indifferenza, dell’ossessione e del controllo. Eppure confrontandosi ancora una volta con il pensiero e le opere di Ivan Illich, come accade con questo volume, il secondo della pubblicazione della prima edizione mondiale delle sue Opere complete [Volume II – Tomo I, a cura di Fabio Milana, Neri Pozza, Vicenza 2025] ci si trova di fronte ad un autore la cui inattualità categorica e utopica non cessa di illuminare il presente e di inquietarlo.
Che Illich abbia toccato la mente, il cuore e l’immaginazione di un numero elevato di persone, in lungo e in largo, in molte discipline diverse; che egli sia riuscito a contribuire in buona misura alla profonda trasformazione della consapevolezza umana, che era la sua aspirazione originaria, non possiamo purtroppo sostenerlo. Quella trasformazione profonda e l’apprendimento necessario per perseguirla, al fine di abitare in modo conviviale le nostre comunità, di creare forme di vita conviviali, non solo non si è realizzata, ma assistiamo ad una rimozione di quelle aspirazioni e all’affermazione di prospettive che in molti ambiti mostrano di andare in direzione opposta. Uno degli intenti principali di Illich, quello di favorire e facilitare la capacità di mettere in discussione la sistematica reificazione cognitiva, individuale e collettiva, con cui noi esseri umani tendiamo non solo ad adattarci alle situazioni ma ad assumerle come immodificabili, è ben lungi dall’essere realizzato. Rispetto a questa questione è importante rilevare lo spessore del contributo che Illich ha dato, in molti ambiti, non solo all’esplorazione di questioni umane e sociali centrali, ma anche all’analisi critica degli stili di pensiero tendenti alla reificazione, cercando di favorire un risveglio filosofico e pratico per creare una scienza che fosse anche contemplativa e interculturale. A maggior ragione appare meritorio pubblicare l’intera sua opera in un’edizione accurata e organica. Anche per fare chiarezza sulle interpretazioni ideologiche e celebrative, nonché sulle attribuzioni improprie e sulle appropriazioni inopportune che non hanno certo favorito una comprensione critica e articolata di un contributo così importante e complesso come l’opera di Ivan Illich.
Si propongono così, in questo volume, articolato in due tomi, gli scritti degli anni 1971-1977, apparsi al culmine di una “vita attiva” iniziata tra le file del clero cattolico e proseguita, dopo il 1969, nella libera comunità di ricerca, o “contro-ricerca”, del CIDOC di Cuernavaca. Si tratta di scritti – come Descolarizzare la società e Nemesi medica – che hanno fatto rapidamente il giro del mondo e che sono tuttora di ispirazione per gruppi di lavoro e intervento sociale nei più diversi Paesi. Illich mette in discussione alla radice gli assunti della civiltà industriale e del suo cosiddetto progresso, mostrando quale devastazione umana vada provocando, insieme al lavoro alienato, il consumo coatto di beni e soprattutto di servizi. Miti indiscussi delle società contemporanee (scolarizzazione obbligatoria, motorizzazione di massa, universalismo sanitario) vengono acutamente dissacrati alla luce della polarizzazione sociale da essi risultante e del radicale impoverimento di autonomia individuale e creatività comunitaria che essi provocano. Mentre una opposta antropologia – della libertà, dell’equità e del limite – trova qui difesa e promozione, nella prospettiva di una società conviviale, sottratta agli imperativi economici e tecnologici dominanti.
“In questo libro mostrerò che l’affidamento dei valori a istituzioni conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degenerazione complessiva e di miseria modernizzata. Spiegherò come questo processo degenerativo si acceleri quando dei bisogni immateriali si trasformano in domanda di merci, quando la salute, l’istruzione, la mobilità personale, il benessere o l’equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di servizi o di «trattamenti»”. Così Illich. Per il suo punto di vista la convivialità designa il contrario della produttività organizzata e si riferisce a interazioni autonome e creative tra le persone, e tra le persone e il loro ambiente, in quanto antitetiche alle risposte condizionanti che altri, o l’ambiente, sollecitano da esse con la loro pressione. “È convivialità, per me,” scrive Illich, “la libertà individuale realizzata nella mutua interdipendenza delle persone tra loro, ed è per questo che la considero un valore etico intrinseco. Io credo che senza convivialità la vita diventi priva di significato e le persone appassiscano. Credo che quando, in una società, la familiarità viene costretta sotto certi livelli, non c’è poi livello di produttività industriale che possa realmente soddisfare i bisogni dei membri di quella società”. Con una sensibilità anticipatrice Illich combina le sue analisi con una costante attenzione all’impatto ambientale di un modello di sviluppo dominante e pervasivo. Il vincolo più grande che Illich vede ed evidenzia è che l’essere umano possa sopravvivere al degrado progressivo degli ambienti di vita, adattandosi, ma perdendo via via gran parte della propria umanità. Il livello di sviluppo raggiunto da una società tende a essere misurato e organizzato in modo da prosciugare le condizioni e il ruolo della convivialità. Le società in cui la maggioranza dipende, per la più parte dei beni e servizi, dal capriccio, dalla gentilezza o dall’abilità di un altro, sono dette “sottosviluppate”, mentre quelle in cui lo stile di vita si è trasformato in una sequela di ordinazioni da un catalogo di merce onnicomprensivo sono dette “avanzate”.
È probabile che una delle chiavi di lettura dell’intero percorso di Illich possa essere ricondotto a una critica radicale delle istituzioni. La forma vernacolare della convivenza tra gli esseri umani è stata sempre una delle fonti dell’orientamento utopistico dell’autore. La riconduzione dei bisogni fondamentali alle istituzioni create per soddisfarli è stata oggetto di una costante critica, sistematica e particolarmente acuta e articolata. Questo volume contiene, ad esempio, suddiviso come è in tre parti più una postfazione e un’appendice, sia quello che è stato uno dei libri di maggiore successo di Ivan Illich, Descolarizzare la società, appunto, sia La società conviviale, che Energia ed equità. Vi sono poi saggi di altri studiosi e dello stesso Illich, che riguardano in particolare l’esperienza singolare e straordinaria del CIDOC (Centro Intercultural de Documentación) di Cuernavaca, dove vi era un “pellegrinaggio da un moderno profeta”, come scrive Philip Toynbee, e si realizzavano incontri di studio e seminari molto frequentati.
La questione istituzionale rimane un nodo irrisolto che accompagna tutta la ricerca di Ivan Illich, e c’è da chiedersi se non ne costituisca una delle questioni critiche e irrisolte. Se ci si chiede cosa sono le istituzioni per noi esseri umani, emerge immediatamente la questione che mette in tensione l’istituente e l’istituito. Questo tema così originalmente posto da uno studioso come Cornelis Castoriadis, mostra l’elevata varietà delle possibili interpretazioni della questione istituzionale. Come tenere viva e attiva la tensione tra la propensione alla chiusura e all’implosione totalitaria delle istituzioni, e la loro apertura, la loro possibilità di essere a legame debole, per dirla con Karl Weick, è forse il problema principale del rapporto fra libertà individuale e appartenenza istituzionale. Tra le due polarità, istituente e istituito, Illich è stato decisamente proteso alla dimensione istituente. Una costante tensione, non solo a cercare, ma a mettere sistematicamente in discussione l’esistente ha caratterizzato il suo percorso intellettuale ed esistenziale.
Un uomo sull’orlo di sé stesso, che ha ritenuto possibili un pensiero e una pratica volti a rivoluzionare l’ordine del mondo così come si presentava ai suoi occhi, da dove ha tratto le sue interlocuzioni e le sue ispirazioni? Da dove proviene la singolarità di Illich, che non si limita alla critica della società dei consumi, ma enfatizza fino al limite la difesa dell’autonoma capacità del singolo essere umano di bastare a sé stesso e di dare forma al proprio ambiente? Le sue posizioni non possono certo essere ricondotte a una critica che spesso gli è stata mossa, ben semplificata dalle parole di un giovane Wolfgang Sachs, a sua volta sbarcato a Cuernavaca, che definisce l’Illich’s paradigm come il Robinson Crusoe dell’età eroica della borghesia, “l’individuo autosufficiente che usa il mondo per il perseguimento dei suoi scopi” e che adesso si ribella alla società da lui stesso promossa. Lo stesso Illich è stato capace di guardarsi con altri occhi, come accade nelle conversazioni con David Cayley, quando dice: “se avessi avuto un figlio della mia stessa carne, avrei dovuto unirmi alla danza della pioggia” [D. Cayley, Ivan Illich Conversations, House of Anansi Press, Toronto 1992; p. 282].
La protezione della non dipendenza e dell’autoappartenenza dell’essere umano in quanto essere personale è ciò che inerisce, probabilmente, più di altri aspetti al percorso tendenzialmente unico con cui Illich ha tracciato la propria parabola personale e intellettuale. È all’orizzonte della cibernetica di secondo ordine di Heinz von Foerster che Illich decide di fare riferimento pur, come sempre, criticandone alcune caratteristiche. L’autonomia della persona è da lui riscritta nei termini biologici e cibernetici di una macchina autopoietica. Quella macchina biologica specifica e produce continuamente la propria organizzazione mediante la produzione dei propri componenti sotto condizione di continue perturbazione e compensazione di queste perturbazioni. La non subordinazione o finalizzazione nient’altro è che quel che garantisce al sistema l’autonomia, l’unità e l’identità individuale. “Se un tale sistema è autopoietico nello spazio fisico, è un sistema vivente”, scrive Illich, introducendo una riedizione tedesca della Convivialità. Secondo Illich è possibile immaginare una società costruita intenzionalmente dai suoi componenti come un sistema allopoietico, ossia produttore di qualcos’altro che non sé stesso o la propria organizzazione, che nega attivamente qualsiasi sistematica scala gerarchica ed è concepita per soddisfare i bisogni materiali, intellettuali ed estetici, fornendo un ambiente interessante nel quale esistere come sistemi dinamici e mutevoli. L’attenzione all’evoluzione della ricerca nei campi della biologia della conoscenza ha portato Illich a dialogare con studiosi come Humberto Maturana e Francisco Varela [Macchine ed esseri viventi. L’autopoiesi e l’organizzazione biologica, Astrolabio, Roma 1992]. Secondo Illich il mondo non è portatore di nessun messaggio, di nessuna informazione. Il mondo è quello che è. Ogni messaggio concernente il mondo è prodotto da un organismo vivente che agisce su di esso. Quando si parla di informazioni accumulate al di fuori del corpo umano si cade in una trappola semantica. Sia i libri che i calcolatori fanno parte del mondo, forniscono dati quando vi è un occhio che li legge. Questi orientamenti, come sottolinea Fabio Milana nell’importante introduzione al secondo tomo, hanno certamente alle spalle von Foerster, “così come, alle spalle di questi”, scrive Milana, “il suo ‘Onkel Ludwig’ Wittgenstein” (Heinz von Foerster era figlio di una delle sorelle di Wittgenstein). “Confondendo il medium con il messaggio, l’informazione col veicolo di potenziale informazione, i dati per una potenziale decisione con la decisione stessa, noi releghiamo disinvoltamente il problema del sapere e della conoscenza nel punto cieco della nostra visione intellettuale”, così Illich nel capitolo quattro, paragrafo ‘La demitizzazione della scienza”, nel secondo tomo del primo volume delle sue opere. Lo sguardo di Illich, vivo più che mai, come ancora una volta si coglie leggendo i suoi testi decisamente attuali, è stato impegnato soprattutto nel tentativo di svelare quel punto cieco della nostra visione. Di quello sguardo si dovrebbe allora sostenere lo scandalo e anche accoglierne le rivelazioni. Ad esempio, come egli scrive in Pellegrini dell’ovvio, in appendice, la scoperta sorprendente occorsa a lui, che “beati sono i poveri”, perché di loro è la politica.
Gemini
CIAO, puoi fare una analisi critica di questo saggio?
Elogio dell’utopia
di Ugo Morelli
Questa analisi di Ugo Morelli non è solo una recensione accademica, ma un vero e proprio manifesto per la riscoperta di Ivan Illich. Morelli cerca di rispondere a una domanda bruciante: perché, pur avendo Illich previsto con decenni di anticipo il collasso del nostro modello di sviluppo, abbiamo continuato a ignorarlo?
Ecco un'analisi critica del saggio articolata per punti chiave.
1. La Trappola Cognitiva: L'Effetto Ancoraggio
Morelli introduce un concetto brillante attinto dalla psicologia cognitiva (Tversky e Kahneman) per spiegare la nostra cecità collettiva.
L'ancoraggio alla consuetudine: Siamo talmente "ancorati" a un modello di sviluppo autodistruttivo che ogni alternativa ci appare inverosimile o utopica.
La percezione della crisi: Accettiamo il degrado ambientale come "ragionevole" semplicemente perché il contrasto con la nostra quotidianità è lento, mostrandoci incapaci di apprendere dai nostri errori.
2. L'Errore come Input: La Metafora del Jazz
Uno dei passaggi più suggestivi è l'aneddoto su Miles Davis e Herbie Hancock.
La lezione di Miles: Davis non giudica la "stonatura" di Hancock, ma la integra nel flusso musicale trasformandola in una nuova possibilità.
La visione di Illich: Morelli suggerisce che Illich proponesse esattamente questo: un sistema sociale capace di accogliere l'imprevisto, la vulnerabilità e l'errore, contrapposto alla rigidità del controllo istituzionale e tecnologico.
3. La Denuncia della "Miseria Modernizzata"
Morelli mette in luce il cuore della critica di Illich alle istituzioni (scuola, medicina, trasporti):
Reificazione dei bisogni: Trasformiamo bisogni umani immateriali (salute, apprendimento) in domanda di merci e servizi.
Dipendenza paralizzante: Più le istituzioni diventano potenti, più l'individuo perde la sua autonomia vernacolare (la capacità di fare da sé e con gli altri). È quella che Illich chiama "miseria modernizzata": essere ricchi di servizi ma poveri di capacità vitale.
4. Convivialità vs. Produttività
Il saggio chiarisce bene il concetto cardine di Convivialità:
Non è "stare bene insieme" in senso banale, ma è un valore etico e tecnico.
È la libertà individuale realizzata nella mutua interdipendenza, l'opposto della produttività industriale che schiaccia l'uomo sotto il peso delle "ordinazioni da catalogo".
5. La Svolta Cibernetica: L'Autopoiesi
Morelli tocca un punto meno noto ma fondamentale: il dialogo tra Illich e scienziati come von Foerster, Maturana e Varela.
L'uomo come sistema vivente autonomo: Illich vede l'essere umano come una "macchina autopoietica" che produce se stessa.
Il punto cieco della scienza: Morelli evidenzia come abbiamo confuso i dati con le decisioni e l'informazione con la conoscenza, delegando la nostra capacità di giudizio a calcolatori e libri, perdendo di vista la realtà fisica del mondo.
Considerazioni Critiche Finali
Il saggio di Morelli è un'operazione di "svelamento". La sua critica non è rivolta solo al sistema, ma al nostro modo di pensare.
Il paradosso di Illich: Morelli ammette che Illich è "inattuale", ma proprio in questa inattualità risiede la sua forza. Egli non voleva "riformare" le istituzioni, ma risvegliare la capacità umana di vivere al di fuori di esse.
Tuttavia, Morelli solleva un dubbio fondamentale (citando Castoriadis): come si può mantenere viva la tensione tra l'energia creativa (istituente) e la necessità di avere strutture stabili (istituito)? Illich è rimasto quasi esclusivamente sul lato dell'istituente, lasciando aperto il problema di come costruire comunità che non implodano nel caos o nella nuova burocrazia.
In sintesi
Questo saggio ci dice che leggere Illich oggi non è un esercizio di nostalgia per il passato, ma uno strumento per "disancorarci" da un presente che ci sta portando al collasso. È un elogio dell'utopia intesa non come sogno impossibile, ma come bussola per ritrovare l'umanità perduta nel consumo coatto.
Ti piacerebbe che approfondissimo la metafora della "macchina autopoietica" applicata alla società, o preferiresti analizzare meglio la critica di Illich alla "scolarizzazione obbligatoria"?
Sviluppa il concetto di macchina autopietica
Il concetto di macchina autopoietica, coniato dai biologi cileni Humberto Maturana e Francisco Varela negli anni '70, è una delle idee più rivoluzionarie della biologia e della cibernetica del Novecento.
In estrema sintesi: una macchina autopoietica è un sistema che produce continuamente se stesso.
Ecco i punti fondamentali per capire cosa significa e perché Ivan Illich ne era così affascinato:
1. L'Etimologia: Creare se stessi
Il termine deriva dal greco:
Autòs (αὐτός): se stesso.
Poiesis (ποίησις): creazione, produzione (la stessa radice di "poesia").
A differenza di una macchina tradizionale (come un'auto), che è costruita da qualcun altro per produrre uno spostamento, una "macchina" vivente lavora incessantemente per mantenere la propria struttura e rigenerare i propri componenti.
2. Autopoiesi vs Allopoiesi
Per capire l'autopoiesi, bisogna guardare il suo opposto, l'allopoiesi (dal greco allos, altro):
Macchina Allopoietica (es. una fabbrica): Produce qualcosa di diverso da sé. Se una fabbrica di bulloni smette di funzionare, non può "ripararsi" da sola usando i bulloni che produce. Il suo scopo è esterno.
Macchina Autopoietica (es. una cellula): Il suo "prodotto" è la cellula stessa. Le reazioni chimiche all'interno di una cellula producono molecole che a loro volta sostengono le reazioni chimiche. La funzione e la struttura coincidono.
3. Le caratteristiche chiave
Autonomia: Il sistema non riceve "istruzioni" dall'esterno su come essere se stesso; segue le proprie regole interne.
Chiusura operativa: Le operazioni del sistema avvengono in un ciclo chiuso. Ogni componente è necessario per produrre gli altri.
Identità: Grazie a questo ciclo, il sistema mantiene la propria identità nonostante il continuo ricambio di materia (le tue cellule cambiano, ma tu resti "tu").
4. Perché è importante per la filosofia (e per Illich)?
Ivan Illich ha preso questo concetto biologico e lo ha applicato alla società e all'autonomia umana:
L'uomo come essere autopoietico: Per Illich, l'essere umano è per natura autonomo, capace di imparare, guarire e relazionarsi senza bisogno di "istruzioni" industriali.
La minaccia istituzionale: Quando la scuola "produce" istruzione o l'ospedale "produce" salute, trasformano l'uomo da sistema autopoietico (che genera la propria vita) a sistema allopoietico (un consumatore dipendente da prodotti esterni).
La "macchina" sociale: Illich sognava una società "conviviale" composta da strumenti che non distruggessero l'autopoiesi umana, ma la potenziassero.
In conclusione
Dire che l'essere umano è una macchina autopoietica significa affermare che non siamo "computer" da programmare o "contenitori" da riempire, ma sistemi viventi che creano il proprio mondo attraverso l'interazione. Lo "scandalo" di Illich consisteva nel ricordarci che, ogni volta che deleghiamo un nostro bisogno vitale a un'istituzione, rinunciamo a un pezzo della nostra natura autopoietica.
Ti interessa approfondire come questo concetto si colleghi alla critica che Illich fa alla tecnologia e agli "strumenti conviviali"?
mi chiedo come Ilich abbia affrontato il paradosso dell'autopoiesi applicato all'individuo nella società/consorzio umano o politico
È un quesito affascinante perché tocca il "punto di rottura" tra la biologia e la politica nel pensiero dell'ultimo Illich. Il paradosso che Illich affronta è questo: se l'essere umano è un sistema autopoietico (chiuso, autonomo e capace di produrre se stesso), come può vivere in una società senza trasformarsi in un ingranaggio di una macchina allopoietica (eterodiretta e funzionale a scopi esterni)?
Illich risolve questo paradosso attraverso tre passaggi chiave:
1. La distinzione tra Strumento e Sistema
Per Illich, l'autopoiesi dell'individuo è minacciata dalla natura degli strumenti che usa.
Lo Strumento Conviviale: È quello che rispetta l'autopoiesi. Una bicicletta o un martello non "dettano" cosa devi fare; potenziano la tua capacità di muoverti o costruire, lasciando a te il controllo del senso dell'azione.
Il Sistema Industriale: Quando lo strumento diventa "sistema" (la rete autostradale, il sistema scolastico, il protocollo medico), l'individuo smette di essere autopoietico. Non è più lui a generare la propria salute o istruzione; diventa un "input" che il sistema deve processare. Qui l'autopoiesi biologica viene schiacciata dall'allopoiesi sociale.
2. Il "Regno del Male" e la Perdita del Senso
Illich arriva a una conclusione radicale: la società moderna è un sistema allopoietico che simula la vita.
Nel dialogo con i cibernetici, egli avverte che se trattiamo la società come un "organismo" (un super-sistema autopoietico), finiamo per sacrificare l'individuo. Se la società deve "mantenere se stessa" a ogni costo, l'uomo diventa una cellula sostituibile.
Il paradosso si scioglie così: l'individuo deve restare autopoietico, ma la società non deve esserlo. La società deve rimanere un insieme di "protesi" e strumenti (un consorzio), non un organismo vivente con fini propri.
3. La "Soglia della Proporzionalità"
Illich introduce il concetto di soglia. L'autopoiesi individuale ha bisogno di limiti fisici e biologici:
Se corriamo troppo veloci (motore), perdiamo la percezione del corpo.
Se deleghiamo la memoria ai computer, perdiamo la capacità di generare pensiero.
Il paradosso si gestisce quindi attraverso l'ascesi tecnica: l'uomo sceglie deliberatamente di limitare la potenza degli strumenti per preservare lo spazio della propria autonomia. Solo entro una certa scala (la scala umana) l'autopoiesi dell'individuo può coesistere con il consorzio umano senza esserne assorbita.
4. La dimensione politica: L'Amicizia e la Convivialità
Politicamente, Illich sostituisce l'idea di "contratto sociale" (astratto e sistemico) con quella di amicizia.
L'amicizia è l'unica forma di relazione politica che non distrugge l'autopoiesi:
Non è un servizio erogato.
Non è un dovere istituzionale.
È un'interazione creativa e gratuita tra due autonomie.
In sintesi
Per Illich, l'uomo è una "macchina vivente" che deve difendere la propria capacità di soffrire, guarire e imparare dal tentativo della società di trasformare queste attività in "servizi". Il paradosso si risolve non "integrando" l'uomo nella società, ma garantendo che la società rimanga un insieme di mezzi e non diventi mai un fine.
Ti sembra che questa distinzione tra "società come strumento" e "società come organismo" chiarisca il modo in cui Illich protegge l'autonomia del singolo?
mi chiedo come collocare il pensiero di Ilich: da una parte la autopoiesi dell'individuo mi sembra collocarlo nella tradizione del pensiero anarchico, e come si concilia allora con la sua militanza cattolica?
Collocare Ivan Illich è un’operazione affascinante perché lui stesso amava definirsi un "pellegrino dell'ovvio", muovendosi in territori che sfidano le etichette politiche e religiose tradizionali.
Il paradosso che sollevi è il cuore del suo mistero: come può un prete cattolico essere, nei fatti, uno dei più radicali pensatori anarchici del Novecento?
La risposta sta nel modo in cui Illich interpreta il Cristianesimo non come un'istituzione, ma come un evento di libertà che, una volta istituzionalizzato, diventa il peggiore dei mali.
1. L'Anarchismo di Illich: L'autonomia contro il Sistema
L'accostamento al pensiero anarchico è corretto se intendiamo l'anarchismo come difesa dell'autonomia vernacolare contro l'eteronomia dei sistemi.
Contro lo Stato-Mamma: Illich critica lo Stato non solo perché esercita potere, ma perché "disabilita" il cittadino fornendo servizi (scuola, salute, trasporti) che sostituiscono la capacità dell'uomo di fare da sé.
L'Elogio del Limite: A differenza di certi anarchismi individualisti basati sull'espansione infinita dell'io, quello di Illich è un anarchismo della soglia. La libertà esiste solo se accettiamo il limite biologico (la sofferenza, la morte, la fatica).
2. La Militanza Cattolica: Corruptio Optimi Pessima
Per Illich, la sua analisi sociale è profondamente teologica. Egli usa un adagio latino: Corruptio optimi pessima (La corruzione del meglio è il peggio).
L'Incarnazione come Libertà: Il Cristianesimo introduce l'idea che Dio si fa uomo, rendendo ogni singola persona sacra e libera. Questa è l'estrema "autopoiesi" spirituale: l'uomo non è più schiavo della Legge, ma vive nella Grazia (relazione libera).
La Chiesa come prima Istituzione: Il dramma nasce quando la Chiesa trasforma la carità (libera e personale) in assistenza organizzata (servizio istituzionale). Per Illich, la Chiesa moderna è la madre di tutte le burocrazie.
La militanza come "Sentinella": La sua fedeltà al sacerdozio (pur in conflitto con le gerarchie) era il modo per ricordare che l'istituzione è solo una "protesi" che ha senso finché serve la libertà dello spirito, ma diventa demoniaca quando pretende di sostituirla.
3. La sintesi: L'Anarchismo Cristiano
Illich si colloca in quella scia di "anarchismo cristiano" che va da Lev Tolstoj a Dorothy Day.
Il Buon Samaritano: Per Illich, questa parabola è il manifesto dell'anarchia cristiana. Il Samaritano non segue una legge, non chiama un'ambulanza statale, non agisce per dovere istituzionale. Crea una relazione fuori da ogni schema.
Politica dell'Amicizia: Se l'individuo è autopoietico, la politica non può essere "gestione delle masse", ma deve essere "coltivazione dell'amicizia". L'amicizia è l'unica struttura sociale che non può essere pianificata o burocratizzata.
Il punto di congiunzione
L'autopoiesi dell'individuo e la militanza cattolica si conciliano in un'idea radicale: la salvezza non è un servizio erogato da un'istituzione, ma un atto di libertà personale.
Illich è un anarchico perché crede che l'uomo sia stato creato "capace di Dio" (autonomo nel suo rapporto con l'assoluto) e che ogni sistema che cerchi di gestire questa capacità — sia esso lo Stato sociale o la Chiesa burocratica — stia commettendo un peccato di idolatria: sostituire la vita con il "trattamento" della vita.
In questo senso, il suo anarchismo non è una ribellione contro l'ordine, ma una difesa dell'ordine naturale e divino (la convivialità) contro l'ordine artificiale della tecnica.
Ti sembra che questa chiave di lettura — la "corruzione del meglio" — aiuti a vedere la coerenza tra il suo abito talare e le sue idee rivoluzionarie?
Commenti
Posta un commento