FMI la Cina e i sussidi all'industria
INTERNAZIONALE
🇨🇳 Il FMI ha chiesto alla Cina di tagliare i sussidi all'industria

Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto a Pechino di dimezzare i sussidi statali all'industria.
Il motivo? L'enorme sostegno pubblico alle imprese cinesi sta creando un eccesso di capacità produttiva che genera tensioni commerciali con il resto del mondo.
Ma quanto spende la Cina per sostenere la sua industria?
Secondo le stime dell'FMI, la Cina destina circa il 4% del PIL in sussidi alle imprese in settori strategici (auto, tech e energie rinnovabili in particolar modo), una cifra enorme che il Fondo chiede ora di ridurre di 2 punti percentuali nel medio termine.
Il problema è che queste politiche industriali, se da un lato hanno favorito l'innovazione tecnologica in alcuni settori, dall'altro hanno prodotto effetti negativi sull'economia nel suo complesso, tra cui:
📦 Un'allocazione inefficiente delle risorse e una spesa eccessiva
🚢 Una crescente dipendenza dalle esportazioni manifatturiere come motore di crescita
⚡ Un aumento delle tensioni internazionali, soprattutto dopo il boom delle esportazioni di prodotti ad alto valore aggiunto come i veicoli elettrici
I numeri spaventano il resto del mondo
Queste politiche industriali, combinate con una domanda interna debole, hanno reso la Cina sempre più dipendente dalle esportazioni manifatturiere come motore di crescita.
Il surplus commerciale cinese sui beni ha superato i $1.000 miliardi l'anno scorso, alimentato dall'export di prodotti ad alto valore aggiunto come i veicoli elettrici.

Una situazione che ha generato forti tensioni con l'Occidente, tanto che il presidente francese Macron ha parlato di “squilibri commerciali insostenibili”.
E non è l’unico problema…
Oltre alle pressioni internazionali, Pechino deve fare i conti con diverse sfide interne:
📉 La deflazione, che continua a pesare sull'economia
🛒 La debole fiducia dei consumatori
🧑🎓 L'elevata disoccupazione giovanile
🏗️ Il persistente rallentamento del settore immobiliare
Proprio su quest'ultimo punto, il FMI ha proposto un intervento pari al 5% del PIL in tre anni da parte del governo centrale, per completare i progetti residenziali incompiuti e favorire l'uscita dal mercato dei gruppi costruttori vicini al collasso.
Come ha spiegato il vice direttore dell'FMI per l'Asia-Pacifico, gli immobili incompiuti e le ricadute sulla fiducia degli investitori restano "l'elefante nella stanza" dell'economia cinese.
La Cina però non ci sta
Le autorità cinesi hanno risposto al FMI, sostenendo che l'entità e l'impatto dei sussidi industriali sarebbero "significativamente sovrastimati" .
Il FMI, dal canto suo, ha anche suggerito alla Cina di cambiare rotta e puntare su un modello di crescita trainato dai consumi interni, raccomandando misure come l'allentamento delle restrizioni sull'accesso al welfare per i migranti interni, un sistema fiscale più progressivo e un rafforzamento delle pensioni.

Insomma, il messaggio del FMI è chiaro: la Cina deve cambiare modello economico. Ma convincere Pechino a farlo… è tutta un'altra storia.
La Cina riuscirà a cambiare il suo modello economico? |
USA
La Cina sta facendo quello che tutte le potenze occidentali stanno facendo: sostenere i settori strategici (e non solo). La differenza sta solo nel fatto che Usa, Europa ecc finanaziano il settore privato in varie forme ma sulla base delle pressioni dei beneficiari, mentre la Cina finanzia il settore privato e quello misto sulla base di un piano politico che ha per interesse primario il bene pubblico
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ChatGPT
Ecco un possibile articolo di commento che integra la notizia e la tua riflessione, mantenendo un taglio analitico coerente con i temi che ti interessano (politica industriale, governance, conflitto geo-economico).
FMI contro Pechino: squilibri reali o conflitto di modelli?
Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto alla Cina di dimezzare i sussidi pubblici all’industria, oggi stimati intorno al 4% del PIL. Secondo il Fondo, l’ampio sostegno statale ai settori strategici — dall’auto elettrica al tech fino alle rinnovabili — alimenterebbe un eccesso di capacità produttiva che si scarica sui mercati globali, generando tensioni commerciali e un surplus record superiore ai mille miliardi di dollari.
La diagnosi è nota: allocazione inefficiente delle risorse, dipendenza dall’export manifatturiero, domanda interna debole, deflazione, crisi immobiliare e fiducia dei consumatori in calo. A ciò si aggiungono le pressioni internazionali: il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato apertamente di “squilibri commerciali insostenibili”.
Ma il punto centrale non è solo economico. È sistemico.
Politica industriale: chi la fa e come
La Cina, secondo il FMI, dovrebbe ridurre l’intervento statale e riequilibrare la crescita verso i consumi interni, ampliando welfare e redistribuzione. Pechino ha replicato che l’entità dei sussidi è sovrastimata e che il loro impatto positivo sull’innovazione è sottovalutato.
Qui emerge la questione decisiva: la Cina sta davvero facendo qualcosa di radicalmente diverso rispetto all’Occidente?
Negli ultimi anni anche Stati Uniti ed Europa hanno rilanciato massicce politiche industriali. Il CHIPS and Science Act negli Stati Uniti, così come il Green Deal nell’Unione Europea, mobilitano ingenti risorse pubbliche per sostenere semiconduttori, transizione energetica e filiere strategiche. In altre parole, il ritorno dello Stato nell’economia è una tendenza globale.
La differenza, semmai, non è nell’esistenza dei sussidi, ma nella loro governance.
Nel modello occidentale, il sostegno pubblico al settore privato si articola attraverso incentivi, crediti d’imposta, appalti, salvataggi, spesso influenzati dalla pressione dei gruppi industriali e finanziari. Nel modello cinese, invece, il finanziamento — che coinvolge imprese pubbliche, private e miste — è incardinato in una pianificazione politico-strategica di lungo periodo, nella quale l’interesse collettivo dichiarato precede quello dei singoli operatori.
Questo non significa che il modello cinese sia privo di inefficienze o distorsioni. L’eccesso di capacità produttiva e la fragilità del settore immobiliare sono problemi reali. Ma la richiesta del FMI appare anche come una presa di posizione in un conflitto tra modelli di capitalismo.
Eccesso di capacità o vantaggio competitivo?
Quando la Cina esportava beni a basso valore aggiunto, l’Occidente parlava di “fabbrica del mondo”. Ora che esporta veicoli elettrici, batterie e tecnologie verdi, si parla di “sovracapacità” e di concorrenza sleale.
Il nodo è geopolitico: la competizione si è spostata sui segmenti ad alta tecnologia, dove si gioca la leadership del XXI secolo. Ridurre i sussidi significherebbe, per Pechino, rallentare la propria traiettoria di upgrading industriale proprio nel momento in cui consolida un vantaggio.
Cambiare modello?
Il FMI suggerisce una transizione verso un’economia più trainata dai consumi interni, con maggiore welfare e redistribuzione. Paradossalmente, questa indicazione non è del tutto distante da alcune linee di dibattito interno cinese, che mirano a rafforzare il mercato domestico e la “circolazione interna”.
La vera domanda, tuttavia, non è se la Cina cambierà modello, ma chi definirà i parametri del cambiamento.
Il confronto in atto non riguarda soltanto percentuali di PIL destinate ai sussidi. Riguarda la legittimità di uno Stato di orientare strategicamente lo sviluppo industriale in un mondo che ha ormai archiviato il mito del libero mercato puro.
In questo senso, la richiesta del FMI appare meno come una semplice raccomandazione tecnica e più come un episodio del più ampio scontro geo-economico tra potenze, dove la questione industriale è diventata il terreno centrale della competizione globale.
Se vuoi, posso:
renderlo più polemico e politico
oppure più accademico con riferimenti teorici (Hamilton, List, Marx, Gerschenkron, teoria dello Stato sviluppista, ecc.)
oppure trasformarlo in un pezzo da 3.000–4.000 battute pronto per pubblicazione.
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Ecco il testo rielaborato con le tre integrazioni richieste, mantenendo un taglio analitico ma con maggiore densità geo-economica.
FMI contro Pechino: squilibri reali o conflitto di modelli?
Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto alla Cina di dimezzare i sussidi pubblici all’industria, oggi stimati intorno al 4% del PIL. Secondo il Fondo, l’ampio sostegno statale ai settori strategici — dall’auto elettrica al tech fino alle rinnovabili — alimenterebbe un eccesso di capacità produttiva che si riversa sui mercati globali, generando tensioni commerciali e un surplus record superiore ai mille miliardi di dollari.
La diagnosi è nota: allocazione inefficiente delle risorse, dipendenza dall’export manifatturiero, domanda interna debole, deflazione, crisi immobiliare e fiducia dei consumatori in calo. Sul piano politico, il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di “squilibri commerciali insostenibili”.
Ma la questione è più profonda: non riguarda solo numeri e percentuali di PIL. Riguarda il conflitto tra modelli di capitalismo.
Politica industriale: chi la fa davvero?
L’idea che la Cina sia un’eccezione nel ricorso alla politica industriale è, nei fatti, discutibile. Negli ultimi anni anche gli Stati Uniti hanno mobilitato risorse ingenti per sostenere settori strategici, come dimostra il CHIPS and Science Act, così come l’Unione Europea con il Green Deal.
Ma il punto non è solo normativo. È strutturale.
L’industria bellica statunitense costituisce da decenni un pilastro della supremazia tecnologica americana: le gigantesche commesse pubbliche del Pentagono hanno alimentato un ecosistema di imprese private la cui leadership globale è stata costruita in stretta simbiosi con lo Stato federale. Lo stesso vale per il settore digitale. Colossi come Amazon e Microsoft hanno beneficiato — e beneficiano tuttora — di contratti governativi miliardari (cloud, difesa, cybersecurity), che fungono da moltiplicatore di scala, garantendo flussi di domanda stabile e consolidando una posizione dominante a livello mondiale.
In altre parole, anche negli Stati Uniti lo Stato seleziona, finanzia e protegge settori strategici. La differenza non è nell’esistenza del sostegno pubblico, ma nella sua forma politica: nel modello occidentale esso si articola attraverso incentivi, commesse e pressione lobbistica; nel modello cinese è inserito in una pianificazione esplicita, dichiaratamente orientata a obiettivi di lungo periodo.
Il nodo del “privilegio esorbitante”
C’è poi una variabile spesso rimossa dal dibattito: la posizione monetaria internazionale degli Stati Uniti.
Già negli anni Sessanta il presidente francese Valéry Giscard d'Estaing parlava del “privilegio esorbitante” del dollaro. La capacità di emettere la principale valuta di riserva globale consente agli Stati Uniti di finanziare deficit pubblici e commerciali a costi contenuti, sostenendo indirettamente il proprio apparato produttivo, militare e tecnologico.
La Cina, al contrario, non dispone di una valuta con pari status internazionale. Il suo surplus commerciale non è un semplice effetto collaterale: è anche uno strumento di accumulazione di riserve e di stabilizzazione finanziaria in un sistema monetario ancora centrato sul dollaro.
In questo quadro, chiedere a Pechino di ridurre drasticamente il proprio modello export-led senza considerare l’asimmetria monetaria globale rischia di apparire come una richiesta di disarmo unilaterale.
Sovrapproduzione: inflazione o deflazione?
Un ulteriore punto merita chiarimento. L’eventuale sovracapacità produttiva non genera, in sé, inflazione. Al contrario: un eccesso di offerta rispetto alla domanda tende a comprimere i prezzi, producendo pressioni deflazionistiche.
Se la Cina esporta beni a prezzi competitivi, ciò può comprimere l’inflazione nei paesi importatori — non alimentarla. Il problema, dunque, non è macroeconomico in senso stretto, ma distributivo e geopolitico: chi perde quote di mercato e chi le guadagna.
Conflitto di modelli
Il FMI suggerisce alla Cina di riequilibrare la crescita verso i consumi interni, rafforzando welfare e redistribuzione. È una linea che intercetta anche discussioni presenti nel dibattito cinese. Ma la richiesta di ridurre i sussidi industriali tocca il cuore della strategia di upgrading tecnologico di Pechino.
Quando la Cina esportava beni a basso valore aggiunto, era la “fabbrica del mondo”. Ora che compete su veicoli elettrici, batterie e tecnologie verdi, diventa un problema di “sovracapacità”.
Il confronto in corso non è soltanto tecnico. È una disputa sulla legittimità dello Stato di orientare lo sviluppo industriale in un’epoca in cui il libero mercato puro è già stato archiviato dai fatti — anche in Occidente.
La domanda finale, allora, non è se la Cina cambierà modello.
È se l’ordine economico globale sia disposto ad accettare che esistano più modelli di capitalismo in competizione, ciascuno sostenuto — apertamente o implicitamente — dal proprio Stato.
Se vuoi, possiamo ora:
accentuare il taglio polemico (più netto contro l’ipocrisia occidentale),
oppure trasformarlo in un pezzo più teorico con riferimenti a Hamilton, List, Gerschenkron o alla teoria dell’imperialismo monetario,
oppure ridurlo a una versione più breve e giornalistica.
Ecco una versione più netta, con un taglio esplicitamente polemico.
FMI contro la Cina: libero mercato per gli altri, Stato stratega per l’Occidente
Il Fondo Monetario Internazionale chiede alla Cina di dimezzare i sussidi industriali, stimati intorno al 4% del PIL. La motivazione è sempre la stessa: eccesso di capacità produttiva, squilibri commerciali, tensioni globali.
Ma la questione reale non è tecnica. È politica. E riguarda una vistosa asimmetria.
Perché la Cina viene ammonita per una politica industriale che l’Occidente pratica da sempre — semplicemente con strumenti meno dichiarati?
L’ipocrisia della politica industriale “invisibile”
Gli Stati Uniti hanno costruito la propria supremazia tecnologica e militare su un rapporto organico tra Stato e grande impresa. L’industria bellica americana non è il prodotto del libero mercato: è il risultato di decenni di commesse pubbliche, ricerca finanziata dal Pentagono, trasferimenti tecnologici dal settore militare a quello civile.
Lo stesso vale per l’economia digitale. Colossi come Amazon e Microsoft non sono cresciuti nel vuoto concorrenziale. Le commesse federali — dal cloud governativo alla cybersecurity fino ai contratti con la difesa — hanno garantito loro domanda stabile, economie di scala e consolidamento globale.
Quando Washington finanzia i semiconduttori con il CHIPS and Science Act si parla di “sicurezza nazionale”.
Quando Pechino sostiene batterie e veicoli elettrici, diventa “distorsione del mercato”.
La differenza non è nella sostanza. È nel potere di definire la narrativa.
Il “privilegio esorbitante” e la memoria corta
C’è poi un dettaglio spesso rimosso: la posizione monetaria degli Stati Uniti. Negli anni Sessanta, Valéry Giscard d'Estaing parlò del “privilegio esorbitante” del dollaro. La possibilità di emettere la valuta di riserva mondiale consente a Washington di finanziare deficit strutturali, sostenere il proprio apparato militare-industriale e assorbire squilibri senza crisi valutarie.
La Cina non dispone di questo scudo monetario. Il suo surplus commerciale è anche una forma di autodifesa sistemica in un ordine finanziario ancora centrato sul dollaro.
Chiedere a Pechino di ridurre drasticamente il proprio modello export-led senza toccare l’architettura monetaria globale equivale a chiedere un disarmo unilaterale.
Sovracapacità o concorrenza che fa paura?
Si parla molto di “sovrapproduzione”. Ma un eccesso di offerta non genera inflazione: genera pressione al ribasso sui prezzi. Se la Cina esporta veicoli elettrici a costi competitivi, l’effetto nei paesi importatori è disinflazionistico.
Il problema, dunque, non è macroeconomico. È strategico.
Il punto è che la Cina non esporta più solo beni a basso costo, ma tecnologie avanzate che insidiano le filiere occidentali.
Quando produceva magliette era la “fabbrica del mondo”.
Quando produce batterie e auto elettriche diventa una minaccia sistemica.
Il vero conflitto
Il FMI invita la Cina a riequilibrare la crescita verso i consumi interni, rafforzando welfare e redistribuzione. È una proposta che, paradossalmente, potrebbe rafforzare la coesione sociale cinese. Ma l’insistenza sulla riduzione dei sussidi industriali colpisce il cuore della strategia di upgrading tecnologico di Pechino.
Il nodo non è l’efficienza. È la competizione tra capitalismi.
L’Occidente ha praticato per decenni una politica industriale mascherata, sostenuta da potere militare, supremazia monetaria e controllo delle istituzioni multilaterali. Ora che un altro grande attore utilizza apertamente lo Stato per orientare lo sviluppo, si invoca il ritorno alla purezza del mercato.
Non è una questione di principi.
È una questione di egemonia.
La domanda finale non è se la Cina cambierà modello.
È se l’Occidente sia disposto ad accettare che il proprio modello non sia più l’unico legittimo.
Se vuoi, possiamo fare un ulteriore passo:
radicalizzare ancora l’analisi inserendo un riferimento esplicito all’imperialismo monetario e alla teoria dei monopoli;
oppure costruire una versione più compatta e “da giornale” di 3.000 battute molto tagliente.
Ecco una possibile nota in appendice, con taglio critico-analitico coerente con l’impostazione polemica dell’articolo.
Appendice – Le “sfide interne” della Cina: criticità reali o narrazione selettiva?
Nel rapporto del Fondo Monetario Internazionale vengono evidenziate quattro grandi fragilità dell’economia cinese: deflazione, debole fiducia dei consumatori, disoccupazione giovanile elevata e crisi del settore immobiliare. Sono problemi reali, ma la loro interpretazione merita alcune precisazioni.
📉 Deflazione
È vero che la Cina ha attraversato fasi di pressione deflazionistica, legate a domanda interna debole e a un eccesso di capacità produttiva in alcuni comparti. Tuttavia, a differenza delle economie occidentali vincolate da mercati finanziari e da debiti pubblici esposti alla speculazione, Pechino dispone di strumenti di intervento diretto molto più ampi:
controllo del sistema bancario;
leva fiscale e creditizia centralizzata;
coordinamento tra governo centrale e autorità locali;
pianificazione industriale anticiclica.
In altre parole, la deflazione in Cina non equivale automaticamente a una spirale recessiva fuori controllo. È una variabile gestibile in un sistema dove lo Stato mantiene un ruolo predominante nell’allocazione del credito.
Paradossalmente, in un contesto globale segnato da shock inflazionistici post-pandemia, la pressione al ribasso dei prezzi cinesi ha contribuito a contenere l’inflazione importata in Occidente.
🛒 Debole fiducia dei consumatori
Si parla di “debole fiducia dei consumatori” come di un dato strutturale. Ma su cosa si fonda questa valutazione?
Gli indicatori utilizzati (indici di sentiment, propensione marginale al consumo, tasso di risparmio) mostrano effettivamente una cautela delle famiglie cinesi. Tuttavia:
la Cina ha storicamente un alto tasso di risparmio precauzionale;
l’assenza di un welfare universalistico comparabile a quello europeo incentiva l’accumulo;
l’incertezza legata al settore immobiliare ha rafforzato comportamenti prudenti.
Non si tratta necessariamente di “sfiducia sistemica”, ma di una transizione in corso tra un modello trainato dagli investimenti e uno orientato ai consumi. Il rafforzamento di pensioni, sanità e protezione sociale — già discusso internamente — potrebbe modificare progressivamente questa dinamica.
🧑🎓 Disoccupazione giovanile
Il tema è politicamente sensibile. Nel 2023 il tasso ufficiale di disoccupazione giovanile urbana (16–24 anni) aveva superato il 20%, prima che le autorità sospendessero temporaneamente la pubblicazione dei dati e ne modificassero la metodologia.
Due osservazioni sono necessarie:
Il dato riguarda prevalentemente giovani urbani diplomati o laureati in cerca di occupazioni qualificate, non l’insieme della popolazione giovanile.
La trasformazione strutturale dell’economia — con la stretta regolatoria su alcuni settori digitali e immobiliari — ha temporaneamente ridotto opportunità in comparti che negli anni precedenti avevano assorbito molti laureati.
È un problema reale di mismatch tra formazione e domanda produttiva, tipico delle economie in fase di upgrading tecnologico. Non è un fenomeno esclusivamente cinese, come dimostrano i tassi di precarietà giovanile in diverse economie europee.
🏗️ Rallentamento del settore immobiliare
Il settore immobiliare cinese ha vissuto per anni una crescita fortemente finanziarizzata, con dinamiche speculative e leva eccessiva, non troppo diverse da quelle che portarono alla crisi dei subprime negli Stati Uniti.
Il rallentamento attuale può essere letto in due modi:
come segnale di fragilità sistemica;
oppure come tentativo deliberato di disinnescare una bolla eccessiva prima che esploda in modo incontrollato.
L’intervento statale per completare i progetti incompiuti e gestire l’uscita ordinata dei gruppi più indebitati indica una volontà di stabilizzazione, non di deregolamentazione. È una gestione amministrata di una correzione, non un collasso di mercato puro.
Conclusione dell’appendice
Le criticità interne dell’economia cinese esistono e non vanno negate. Ma la loro rappresentazione come segnali di imminente crisi sistemica appare spesso amplificata.
Molte delle fragilità evidenziate dal FMI — deflazione, transizione dei consumi, ristrutturazione immobiliare — sono anche il risultato di scelte politiche volte a riequilibrare un modello di crescita che Pechino stessa considera da aggiornare.
La vera questione, dunque, non è se la Cina abbia problemi interni.
Tutte le grandi economie li hanno.
La questione è se tali problemi vengano analizzati come normali fasi di trasformazione strutturale o come argomenti funzionali a delegittimare un modello di sviluppo concorrente.
Se vuoi, possiamo:
rendere l’appendice ancora più tecnica con riferimenti a dati ufficiali e comparazioni OCSE;
oppure collegarla esplicitamente alla teoria marxiana della sovrapproduzione e alla questione della realizzazione del valore;
oppure costruire una chiusura più geopolitica che saldi definitivamente FMI, dollaro e conflitto sistemico.
Ecco il nuovo capitoletto da inserire tra “Il privilegio esorbitante…” e “Sovracapacità o concorrenza che fa paura?”, riformulato in chiave più argomentativa e coerente con il tono polemico dell’articolo.
Transizione energetica: mercato miope o Stato stratega?
C’è un aspetto che raramente entra nel dibattito sui “sussidi distorsivi”: la natura dei settori finanziati.
La Cina ha utilizzato massicci finanziamenti pubblici per accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili, delle batterie e della mobilità elettrica. Si può discutere sull’efficienza allocativa, ma è difficile negare che tali investimenti abbiano prodotto un abbattimento dei costi globali del solare, dell’eolico e degli accumulatori, con ricadute ambientali che travalicano i confini nazionali.
Qui emerge una contraddizione strutturale del capitalismo occidentale contemporaneo: la transizione ecologica richiede investimenti di lungo periodo e rendimenti differiti, mentre le grandi imprese private sono vincolate alla logica trimestrale dei mercati finanziari. L’orizzonte temporale è quello del bilancio e del valore azionario, non quello della sostenibilità sistemica.
Il settore automotive è emblematico. Per anni, molte imprese occidentali hanno ritardato la riconversione verso l’elettrico, continuando a estrarre profitti dalle tecnologie tradizionali. Nessun grande gruppo abbandona spontaneamente una filiera redditizia prima di averla sfruttata fino in fondo. La razionalità microeconomica dell’impresa coincide spesso con l’irrazionalità macroeconomica del sistema.
Quando istituzioni come l’Unione Europea hanno varato piani di decarbonizzazione ambiziosi, la traiettoria si è rapidamente scontrata con la pressione delle lobby dei combustibili fossili e con resistenze politiche interne ed esterne. Anche negli Stati Uniti, la politica energetica è costantemente attraversata dal peso dell’industria fossile e dalle sue reti di influenza.
Il risultato è stato un andamento oscillante: annunci di svolta verde seguiti da rinvii, deroghe e compromessi. In questo quadro, l’intervento statale cinese appare meno come una “distorsione” e più come una scelta coerente con un obiettivo strategico di lungo periodo.
Il paradosso è evidente: si critica Pechino per aver sostenuto con decisione la transizione energetica proprio mentre molte economie occidentali faticano a emanciparsi dalle proprie inerzie industriali e finanziarie.
Se vuoi, possiamo ora armonizzare completamente il testo integrando questo capitolo nella struttura finale, così da avere una versione unica pronta per pubblicazione.
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TESTO FINALE DRAFT
Perfetto. Qui trovi la versione integrale armonizzata, con il nuovo capitolo inserito nella posizione richiesta e con una chiusura coerente e compatta, pronta per pubblicazione.
FMI contro la Cina: libero mercato per gli altri, Stato stratega per l’Occidente
Il Fondo Monetario Internazionale chiede alla Cina di dimezzare i sussidi industriali, stimati intorno al 4% del PIL. La motivazione è sempre la stessa: eccesso di capacità produttiva, squilibri commerciali, tensioni globali.
Ma la questione reale non è tecnica. È politica. E riguarda una vistosa asimmetria.
Perché la Cina viene ammonita per una politica industriale che l’Occidente pratica da sempre — semplicemente con strumenti meno dichiarati?
L’ipocrisia della politica industriale “invisibile”
Gli Stati Uniti hanno costruito la propria supremazia tecnologica e militare su un rapporto organico tra Stato e grande impresa. L’industria bellica americana non è il prodotto del libero mercato: è il risultato di decenni di commesse pubbliche, ricerca finanziata dal Pentagono, trasferimenti tecnologici dal settore militare a quello civile.
Lo stesso vale per l’economia digitale. Colossi come Amazon e Microsoft non sono cresciuti in un vuoto concorrenziale. Le commesse federali — dal cloud governativo alla cybersecurity fino ai contratti con la difesa — hanno garantito loro domanda stabile, economie di scala e consolidamento globale.
Quando Washington finanzia i semiconduttori con il CHIPS and Science Act si parla di “sicurezza nazionale”.
Quando Pechino sostiene batterie e veicoli elettrici, diventa “distorsione del mercato”.
La differenza non è nella sostanza. È nel potere di definire la narrativa.
Il “privilegio esorbitante” e la memoria corta
Negli anni Sessanta, Valéry Giscard d'Estaing parlò del “privilegio esorbitante” del dollaro. La possibilità per gli Stati Uniti di emettere la valuta di riserva mondiale consente di finanziare deficit strutturali, sostenere il proprio apparato militare-industriale e assorbire squilibri senza crisi valutarie sistemiche.
La Cina non dispone di questo scudo monetario. Il suo surplus commerciale è anche una forma di autodifesa in un ordine finanziario ancora centrato sul dollaro.
Chiedere a Pechino di ridurre drasticamente il proprio modello export-led senza mettere in discussione l’architettura monetaria globale significa ignorare un’asimmetria strutturale. O, più semplicemente, accettarla come dato naturale.
Transizione energetica: mercato miope o Stato stratega?
C’è un aspetto quasi rimosso nel dibattito sui “sussidi distorsivi”: la natura dei settori finanziati.
La Cina ha investito massicciamente in energie rinnovabili, batterie e mobilità elettrica. Questi investimenti pubblici hanno contribuito a ridurre drasticamente i costi globali del solare e degli accumulatori, con benefici ambientali che travalicano i confini nazionali.
Qui emerge una contraddizione strutturale delle economie occidentali: la transizione ecologica richiede orizzonti lunghi e rendimenti differiti, mentre le grandi imprese private rispondono alla logica trimestrale dei mercati azionari. L’orizzonte temporale è quello del valore per l’azionista, non quello della sostenibilità sistemica.
Il caso dell’automotive è emblematico. Molti gruppi occidentali hanno ritardato la riconversione verso l’elettrico, continuando a estrarre profitti dalle tecnologie tradizionali. Nessuna impresa abbandona spontaneamente una filiera redditizia prima di averla sfruttata fino in fondo. La razionalità microeconomica coincide spesso con l’irrazionalità macroeconomica.
Quando istituzioni come l’Unione Europea hanno varato piani di decarbonizzazione ambiziosi, si sono scontrate con la pressione delle lobby dei combustibili fossili e con resistenze politiche interne ed esterne. Anche negli Stati Uniti il peso dell’industria fossile continua a influenzare in modo significativo le scelte energetiche.
Il risultato è stato un andamento oscillante: annunci di svolta verde seguiti da rinvii, deroghe e compromessi. In questo quadro, l’intervento statale cinese appare meno come una “distorsione” e più come una scelta coerente con una strategia di lungo periodo.
Sovracapacità o concorrenza che fa paura?
Si parla molto di “sovrapproduzione”. Ma un eccesso di offerta non genera inflazione: genera pressione al ribasso sui prezzi. Se la Cina esporta veicoli elettrici a costi competitivi, l’effetto nei paesi importatori è disinflazionistico.
Il problema, dunque, non è macroeconomico. È strategico.
Quando la Cina produceva beni a basso valore aggiunto era la “fabbrica del mondo”. Ora che compete su batterie, semiconduttori e tecnologie verdi, diventa una minaccia sistemica.
Le sfide interne: criticità reali o narrazione selettiva?
Il Fondo Monetario Internazionale richiama quattro fragilità interne: deflazione, debole fiducia dei consumatori, disoccupazione giovanile elevata e crisi immobiliare.
La deflazione esiste, ma in un sistema dove lo Stato controlla leve creditizie e bancarie essa non equivale automaticamente a spirale recessiva. È una variabile gestibile.
La “debole fiducia dei consumatori” va contestualizzata: l’alto tasso di risparmio cinese è storico e legato anche alla struttura del welfare. Rafforzare protezioni sociali potrebbe modificare gradualmente questo comportamento.
La disoccupazione giovanile urbana ha toccato livelli elevati negli ultimi anni, ma riguarda in larga misura laureati in cerca di occupazioni qualificate in un’economia in trasformazione. È un problema di mismatch, non necessariamente di stagnazione sistemica.
Quanto al settore immobiliare, il rallentamento può essere letto anche come tentativo di disinnescare una bolla eccessiva prima che esploda in modo incontrollato — una lezione che l’Occidente ha imparato nel 2008 a caro prezzo.
Il vero nodo
Il confronto in corso non è soltanto economico. È una disputa sulla legittimità dello Stato di orientare strategicamente lo sviluppo in un’epoca in cui il mito del libero mercato puro è già stato smentito dai fatti.
L’Occidente ha praticato per decenni una politica industriale implicita, sostenuta da potere militare, supremazia monetaria e controllo delle istituzioni multilaterali. Ora che un altro grande attore utilizza apertamente lo Stato come leva strategica, si invoca il ritorno all’ortodossia.
Non è una questione di principi.
È una questione di egemonia.
La domanda finale non è se la Cina cambierà modello.
È se l’ordine economico globale sia disposto ad accettare che esistano più modelli di capitalismo in competizione.
Se vuoi, nel passo successivo possiamo:
rafforzare ulteriormente la chiusura in chiave teorica (imperialismo monetario, teoria dei monopoli, geopolitica del valore),
oppure preparare una versione leggermente più breve e ritmata per pubblicazione su rivista o blog.
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