Quando le Big Tech vanno in guerra di Giulio De Petra SiR
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12-3-26
Quando le Big Tech vanno in guerra
di Giulio De Petra
Note a partire dal libro “Imperialismo digitale” (Laterza) di Dario Guarascio. Articolo pubblicato sul Menabò n. 254/2026 di “eticaeconomia”
La crescente compenetrazione tra apparato militare e sistema industriale digitale descrive la forma attuale della ‘rivoluzione digitale’. E consente, a partire da questo esito, di rileggere all’indietro l’intero percorso della trasformazione digitale. Svelando l’impronta militare delle grandi piattaforme che oggi strutturano la vita di miliardi di persone.
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Quando, a inizio del 2025, alla cerimonia di inaugurazione della presidenza Trump, comparvero, schierati disciplinatamente nelle prime file, i proprietari delle più grandi imprese digitali, quella immagine segnò simbolicamente la fine di una illusione. A essere cancellata era l’idea che le grandi imprese digitali, per le loro dimensioni, per le caratteristiche della loro produzione e per la natura globale dei mercati a cui si rivolgevano, fossero interpreti di un sistema produttivo che non aveva alcun bisogno di allinearsi così platealmente al potere politico. E che anzi aveva esplicitamente difeso la propria autonomia dall’ingerenza dei poteri dello stato.
Questa narrazione non corrispondeva alla realtà già da decenni. Ma tuttavia faceva parte dell’aura di indipendenza che aveva caratterizzato la nascita delle grandi imprese digitali americane e ancora persisteva, a dispetto di una crescente compromissione con i poteri dello stato, e a difesa della necessità di non imbrigliare la benefica forza propulsiva delle imprese digitali con dannose regolamentazioni.
Ma quella della autonomia delle grandi imprese digitali dal potere politico non era la sola falsa credenza a essere contraddetta così clamorosamente.
Nei mesi precedenti, una inchiesta della rivista israeliana +972 aveva svelato l’utilizzo di sistemi predittivi basati su intelligenza artificiale nei bombardamenti su Gaza, la cui disponibilità e utilizzo era consentito da una stretta collaborazione con alcune delle più grandi piattaforme digitali degli USA e con imprese digitali, come Palantir, esplicitamente orientate a produrre per l’apparato militare. E dalle cronache della guerra tra Russia e Ucraina emergeva l’utilizzo cruciale di infrastrutture digitali, come la rete Starlink, o come i servizi cloud di Amazon, indispensabili per consentire il funzionamento di armamenti sempre più dipendenti dalle tecnologie digitali. Agli occhi di tutti veniva svelato che l’industria digitale era direttamente coinvolta nelle guerre in corso. Ne era parte attiva, addirittura indispensabile.
Un’altra illusione dunque cadeva, quella che vedeva la crescita dell’industria digitale legata al miglioramento della società, alla comunicazione tra le persone di tutto mondo, alla pacifica circolazione delle idee. Mentre ora contribuiva direttamente a distruggere vite e cose.
Anche in questo caso era da molto prima di Trump che le grandi industrie digitali statunitensi collaboravano con il Dipartimento della Difesa americano e con le agenzie da esso controllate. Ma continuava a essere utile far credere che così non fosse e giovarsi della reputazione della prima ora, così utile a inglobare senza resistenze tra i propri utilizzatori fasce sempre crescenti di popolazione.
Stretto rapporto con il potere politico e diretto coinvolgimento nei teatri di guerra sono quindi realtà rivelate ed esplicitamente rivendicate come le cronache più recenti clamorosamente dimostrano.
Si tratta di una torsione, di un cambio di direzione nella traiettoria della rivoluzione digitale, finora raccontata anche dalla cultura ‘di sinistra’ come una benefica forma di progresso? O si tratta invece della accelerazione di processi in atto già da tempo, di fenomeni che è stato possibile riconoscere e analizzare criticamente già da molti anni, come peraltro hanno provato a fare movimenti, associazioni, studiosi e anche alcuni tra i principali protagonisti dello sviluppo iniziale della rivoluzione digitale?
È per rispondere a queste domande che è illuminante leggere il libro “Imperialismo digitale” di Dario Guarascio (Laterza, 2026).
Iniziamo dal rapporto delle grandi imprese digitali con lo Stato.
Il libro fornisce una prima risposta ‘tradizionale’, che riprende le analisi classiche del rapporto ‘inevitabile’ tra grandi monopoli e stato e le riporta alla breve ma intensa storia della nascita e della veloce crescita delle grandi imprese digitali negli USA, che, pur nella specificità della loro natura, non possono non ripercorrere la stessa strada già percorsa dai grandi monopoli operanti in settori diversi dal digitale.
Eppure, spiega Guarascio, questa risposta non riesce a dare conto di tutto. In particolare, della natura del rapporto peculiare che lega il potere politico alle grandi piattaforme digitali, dell’intensità di questa relazione e della rapidità con cui si manifesta.
Qual è la caratteristica specifica che spiega l’importanza per Trump (e prima per Biden, Obama, Bush e Clinton) del sostegno non solo economico dei grandi monopolisti digitali? E, reciprocamente, l’importanza per le Big Tech di avere il potere politico dalla propria parte?
La risposta al primo interrogativo è lo specifico, enorme potere di condizionamento delle opinioni pubbliche che le piattaforme detengono, potere di vita e di morte per ogni attore politico: il “platform power”.
La risposta al secondo è la necessità, che solo il potere politico può garantire, che il potere delle piattaforme venga protetto da qualsiasi tentativo di regolamentazione economica o amministrativa.
Le piattaforme digitali sono dispositivi direttamente politici, detengono ed esercitano esse stesse potere politico. E hanno bisogno del potere dello Stato per conservare e aumentare questa forza. È questo che spiega la convergenza tra il suprematismo bianco di Trump e Vance e l’ideologia futurista della cultura politica dell’anarco-capitalismo della Silicon Valley, la narrazione apologetica dell’intelligenza artificiale come destino irreversibile rispetto al quale non ci si chiede quali regole siano più giuste, ma solo quanto siano dannose le poche regole esistenti.
Ma c’è di più. Già da alcuni anni il modello di business tradizionale delle grandi piattaforme digitali estrattive sembra avere raggiunto il culmine. La pandemia, con il digital shift che ne era derivato, era stata una iniezione imprevista di domanda che ne aveva solo ritardato l’evidenza. Le enormi quantità di dati finora accumulati erano e sono un patrimonio in attesa di nuove opportunità di valorizzazione.
Da questo asset straordinario, e dalla opportunità della enorme crescita di capacità di calcolo a basso costo, derivano gli investimenti e l’accelerazione del rilascio al largo pubblico di chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Serve avviare un nuovo ciclo espansivo dell’industria digitale, ma non si vede ancora un modello di business che renda profittevoli gli enormi investimenti nella realizzazione di sistemi di intelligenza artificiale. In un recente articolo Daron Acemoglou (premio Nobel per l’economia) stima infatti l’impatto della AI sul PIL a non più dell’1% di aumento. E molti analisti parlano già di una nuova bolla finanziaria legata alla valutazione delle grandi imprese di AI. E’ in questo contesto che le Big Tech hanno bisogno del sostegno pubblico per i loro giganteschi piani di investimento e che le grandi commesse pubbliche diventano sempre più importanti per i loro conti economici.
E tra queste le più significative sono quelle legate alla produzione militare.
Il rapporto tra industria digitale e apparato militare è il secondo centro di interesse di “Imperialismo digitale”, e il capitolo intitolato “Digitalizzazione della guerra e militarizzazione del digitale” è l’architrave di tutto il libro.
Quando e perché “le Big Tech vanno in guerra?” Come e perché l’enorme apparato militare USA, fino a inizio del nuovo secolo dominato esclusivamente da grandi imprese produttrici di navi, aerei e veicoli, si rivolge sempre di più alle imprese digitali?
Per capirlo bisogna comprendere come cambia la natura stessa della guerra dopo l’11 settembre, quando, dieci anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli Usa scoprono che il nemico è diverso; e nelle guerre in Iraq e Afganistan verificano l’inadeguatezza della propria dotazione militare in conflitti in cui diminuisce la separazione tra contesto militare e civile e le attività di intelligence acquistano una rilevanza fondamentale.
È in questo processo di riconversione che si inseriscono le grandi imprese digitali in un processo di avvicinamento all’apparato militare che acquista velocità e si manifesta compiutamente a partire dagli anni venti.
Questo percorso vede tra i principali promotori Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Alphabet, e oggi consigliere della Casa Bianca per lo sviluppo della AI. Schmidt contribuisce a consolidare la consapevolezza che le stesse tecnologie di profilazione e predizione che sono alla base della crescita delle grandi piattaforme, e che hanno consentito di ‘mettere al lavoro’ le enormi quantità di dati estratte dalla vita sociale dei loro utenti, possono essere utilizzate proficuamente in ambito militare.
Non solo per le attività di intelligence, ma anche direttamente a supporto di sistemi d’arma sempre più ‘autonomi’, cioè non necessariamente vincolati al controllo umano.
Abbiamo qui l’inversione del significato del “dual use”. Con questo termine infatti si indica tradizionalmente l’effetto potenziale socialmente utile di innovazioni tecnologiche nate in ambito militare, che si sono poi rivelate utili ambito civile. Si tratta di una argomentazione spesso utilizzata per giustificare il coinvolgimento di centri di ricerca universitari in attività di ricerca militari.
Qui il rapporto si inverte, e sono le tecnologie ideate e sviluppate in ambito civile, le stesse che hanno consentito la nascita e l’affermarsi dei grandi monopoli digitali, a mostrare la loro straordinaria utilità in ambito militare.
Il rapporto con l’apparato statale diventa quindi per le big tech un rapporto diretto con le commesse militari, con i centri di ricerca legati al Dipartimento della Difesa. Cresce rapidamente il valore economico di questa relazione e quello militare diventa uno degli sbocchi principali della produzione digitale. In particolare per ciò che riguarda i sistemi di intelligenza artificiale che vedono proprio in questo mercato uno dei ritorni possibili dei grandi investimenti effettuati.
La digitalizzazione della guerra e la corrispondente militarizzazione del digitale diventa quindi l’esito attuale più evidente e rilevante della ‘rivoluzione digitale’, e consente di rileggere all’indietro, tenendo conto di questo esito, l’intera storia dell’affermarsi dei grandi monopoli digitali, e dello straordinario potere che oggi detengono.
Le conclusioni del libro, come il suo titolo, derivano da questa rilettura e ripropongono, come chiave interpretativa, il rapporto tra grandi monopoli e Stati nazionali che all’inizio del secolo scorso determinò l’interruzione del processo di globalizzazione, la riconversione militare dell’apparato produttivo e l’avvio delle due guerre che hanno funestato la prima metà del secolo.
Ma non ci si limita a questa interpretazione.
Al termine delle conclusioni compare un paragrafo, l’ultimo del libro, intitolato ‘il conflitto sociale ai tempi del complesso militare-digitale’.
In esso si descrivono alcune forme di resistenza che si sono manifestate all’interno delle grandi imprese digitali, in qualche caso anche nei luoghi nevralgici della ricerca e sviluppo dove lavorano i migliori ingegni informatici. Conflitti generati non tanto dalle condizioni di lavoro, ma dal rifiuto della finalizzazione a scopi militari della propria competenza, intelligenza e creatività. Conflitti simbolicamente significativi, che meriterebbero maggiore attenzione, ma che tuttavia difficilmente riusciranno a frenare la deriva militare della produzione digitale.
Per riuscirci occorre tornare all’inversione di senso del concetto di ‘dual use’ che, come abbiamo visto, descrive attualmente il trasferimento in ambito militare di tecnologie inizialmente destinate a essere utilizzate in ambito civile. Le stesse che oggi consentono il funzionamento e i profitti delle grandi piattaforme utilizzate da miliardi di utenti in tutto il mondo. Le stesse che vengono utilizzate in pratiche di sorveglianza di massa sempre più estese. Occorre riconoscere questa ‘impronta’ militare nei dispositivi che così inconsapevolmente usiamo ogni giorno e, a partire da questa consapevolezza, trasferire su di essi, sul loro funzionamento, la stessa avversione che oggi ognuna e ognuno prova nei confronti della guerra e delle politiche di riarmo. Occorre avere piena consapevolezza dei pervasivi sistemi di sorveglianza che possono riguardare tutti gli aspetti della nostra vita. E soprattutto non dimenticare che quando conferiamo i nostri dati alle Big Tech, rendendo più efficiente il funzionamento dei loro algoritmi, stiamo indirettamente contribuendo a migliorare dispositivi tecnologici militari il cui scopo è l’eliminazione di vite umane, e il cui uso contribuisce significativamente al rischio di escalation militare.
“Spesso non si hanno (o si pensa di non avere) alternative. Ma la consapevolezza può aiutare a individuarne laddove non sembrava che ce ne fossero.”
Con queste parole Guarascio conclude il suo libro. Sembrano essere, così speriamo, l’intenzione di un futuro, necessario programma di ricerca.
Analisi del documento: "Quando le Big Tech vanno in guerra"
1. Occhiello / Abstract breve
Il saggio di Giulio De Petra, a partire dal volume Imperialismo digitale di Dario Guarascio (Laterza, 2026), rilegge la storia della trasformazione digitale alla luce del suo esito più rilevante: la progressiva fusione tra industria digitale e apparato militare. La cerimonia di insediamento di Trump, con i grandi oligarchi tecnologici in prima fila, e il ruolo delle piattaforme digitali nelle guerre in Gaza e Ucraina, segnano la caduta definitiva di due illusioni: l'autonomia delle Big Tech dal potere politico, e il loro contributo al progresso civile e pacifico dell'umanità. La militarizzazione del digitale non è una torsione recente, ma l'approdo logico di dinamiche strutturali di lungo periodo.
(643 caratteri)
2. Abstract completo
Il testo prende avvio da due eventi simbolici e rivelatori: la presenza ostentata dei principali oligarchi tecnologici americani alla cerimonia di insediamento di Donald Trump nel gennaio 2025, e le inchieste giornalistiche sull'uso di sistemi di intelligenza artificiale nei bombardamenti su Gaza, reso possibile dalla collaborazione tra piattaforme digitali statunitensi e l'esercito israeliano. Questi eventi sanciscono il crollo di due narrazioni che avevano accompagnato l'ascesa delle grandi piattaforme digitali: quella dell'autonomia delle Big Tech dal potere politico e quella del loro ruolo di forza progressiva e pacificatrice nella società globale.
De Petra, commentando il libro di Guarascio, mostra che tali illusioni erano già smentite da decenni, ma erano funzionali all'espansione dei mercati digitali e alla neutralizzazione di ogni tentativo di regolamentazione. Il legame strutturale tra grandi monopoli digitali e Stato viene analizzato su due livelli. Il primo è il platform power: le piattaforme esercitano un controllo capillare sulle opinioni pubbliche, diventando indispensabili per chiunque voglia conquistare o mantenere il potere politico. Il secondo è la protezione che solo lo Stato può garantire alle piattaforme contro qualsiasi forma di regolamentazione.
Il cuore del saggio è la tesi sulla militarizzazione del digitale, sviluppata nel capitolo centrale del libro di Guarascio. La svolta avviene dopo l'11 settembre 2001, quando le guerre in Iraq e Afghanistan rivelano l'inadeguatezza del modello militare tradizionale e aprono la strada all'integrazione delle tecnologie digitali nell'apparato bellico. Le stesse tecnologie di profilazione, sorveglianza e predizione sviluppate dalle piattaforme per estrarre valore dai dati degli utenti si rivelano straordinariamente utili in ambito militare, per l'intelligence e per sistemi d'arma sempre più autonomi. Si produce così un'inversione del tradizionale concetto di dual use: non più la tecnologia militare che trova applicazioni civili, ma viceversa.
Questo processo è accelerato dalla crisi del modello di business delle piattaforme estrattive, che sembra aver raggiunto la saturazione, e dal fallimento, almeno nel breve periodo, di un modello economico credibile per l'intelligenza artificiale generativa. Le grandi commesse militari diventano così uno sbocco essenziale per giustificare i colossali investimenti nel settore AI.
Il testo si conclude con un invito alla consapevolezza: riconoscere l'impronta militare nelle tecnologie di uso quotidiano, comprendere che l'uso delle piattaforme alimenta indirettamente sistemi d'arma letali, e cercare alternative dove sembrano non esisterne.
(2.487 caratteri)
3. Analisi sintetico-critica per punti
Punti di forza
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Solidità storica dell'argomentazione. L'analisi non costruisce un caso su eventi recenti, ma li usa come conferme di tendenze strutturali di lungo periodo, conferendo alla tesi una robustezza che va oltre la cronaca.
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Utilità del concetto di "dual use invertito". L'inversione semantica del dual use — dal militare-verso-civile al civile-verso-militare — è uno degli apporti concettuali più originali e fecondi del testo, capace di rileggere in modo coerente l'intera storia delle piattaforme.
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Connessione tra crisi economica del digitale e militarizzazione. Il nesso tra la saturazione del modello di business estrattivo, la bolla dell'AI e il ricorso alle commesse militari è un contributo analitico rilevante e documentato.
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Attenzione ai conflitti interni alle Big Tech. Il riferimento alle resistenze dei lavoratori tecnici è un elemento che arricchisce l'analisi e apre uno spazio per la discussione sulle forme di opposizione possibili.
Limiti e questioni aperte
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La conclusione etica rischia la genericità. L'invito alla "consapevolezza" come strumento di resistenza, per quanto sincero, appare debole rispetto alla vastità e alla profondità strutturale dei fenomeni descritti. Non viene indicato con chiarezza quale soggetto collettivo potrebbe tradurre questa consapevolezza in azione politica efficace.
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Il confronto storico con il primo Novecento è suggestivo ma rischioso. Il parallelismo tra l'imperialismo digitale attuale e la fase pre-bellica del XX secolo è evocativo, ma la sua fondatezza teorica meriterebbe un approfondimento maggiore, data la profonda diversità dei contesti economici, politici e tecnologici.
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La dimensione non statunitense è sottorappresentata. L'analisi si concentra quasi esclusivamente sulle Big Tech americane e sul governo USA. La dimensione cinese (Huawei, ByteDance, ecc.) e quella europea restano ai margini, limitando la portata universalistica della tesi sull'"imperialismo digitale".
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Il ruolo dell'utente è ambiguo. Descrivere l'utente delle piattaforme come "contributore indiretto" a sistemi d'arma è una provocazione intellettualmente onesta, ma apre questioni di responsabilità individuale e collettiva che il testo non risolve.
4. Quadro dei concetti focali
| Concetto | Definizione nel testo |
|---|---|
| Platform power | Capacità delle grandi piattaforme di condizionare l'opinione pubblica, configurandole come attori politici diretti |
| Dual use invertito | Trasferimento in ambito militare di tecnologie nate per uso civile (inversione del tradizionale flusso militare→civile) |
| Imperialismo digitale | Configurazione attuale dei grandi monopoli digitali come soggetti legati strutturalmente al potere statale e militare |
| Militarizzazione del digitale | Integrazione crescente delle infrastrutture e tecnologie digitali nell'apparato bellico |
| Digitalizzazione della guerra | Dipendenza crescente dei sistemi d'arma e dell'intelligence da tecnologie digitali (AI, cloud, reti satellitari) |
| Modello estrattivo in crisi | Saturazione del business model basato sull'estrazione e monetizzazione dei dati degli utenti |
| Complesso militare-digitale | Evoluzione del classico "complesso militare-industriale" verso una fusione con il settore tecnologico digitale |
| Sorveglianza di massa | Utilizzo delle stesse tecnologie di profilazione delle piattaforme per il controllo capillare delle popolazioni |
| Anarco-capitalismo della Silicon Valley | Ideologia delle Big Tech che coniuga libertarismo economico e avversione alla regolamentazione statale |
| Consapevolezza come resistenza | Proposta conclusiva: riconoscere l'impronta militare delle tecnologie quotidiane come premessa per alternative d'uso e di azione |
5. Considerazioni e valutazione finali
Il saggio di De Petra, in quanto mediazione divulgativa del volume di Guarascio, assolve efficacemente il suo compito: sintetizzare una tesi articolata rendendola accessibile senza impoverirla. La struttura argomentativa è coerente e la progressione — dalla caduta delle illusioni, all'analisi strutturale, fino alla proposta di resistenza — è ben costruita.
Sul piano interpretativo, il testo si colloca in una tradizione critica dell'economia politica che vede nei monopoli digitali non un'anomalia del capitalismo contemporaneo, ma una sua forma avanzata e coerente. Questo inquadramento ha il merito di evitare sia la demonizzazione moralistica delle Big Tech sia l'ottimismo tecno-utopico che ancora permea parte del dibattito pubblico.
Rimane aperta, tuttavia, la questione politica centrale: se il complesso militare-digitale è diventato un nodo strutturale del capitalismo globalizzato, quali leve — regolatorie, sindacali, politiche, tecnologiche alternative — possono effettivamente contrastarlo? Il richiamo alla consapevolezza individuale, con cui il libro si chiude, rischia di essere insufficiente senza un progetto politico collettivo che il testo lascia, comprensibilmente ma limitatamente, come "necessario programma di ricerca" futuro.
In sintesi: un contributo analitico rilevante e tempestivo, che merita attenzione sia nel dibattito accademico sia in quello pubblico, ma che apre più interrogativi di quanti ne chiuda — il che, in definitiva, è spesso il segno di un'opera intellettualmente onesta.
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