Putnam, Robert Capitale sociale e individualismo Crisi e rinascita della cultura civica in America. Il Mulino
ROBERT D. PUTNAM Capitale sociale e individualismo Crisi e rinascita della cultura civica in America. Il Mulino
Gli studi di Robert Putnam sul “Capitale Sociale” e l’America di oggi – Aspenia Online
Gli studi di Robert Putnam sul "Capitale Sociale" e l'America di oggi
Franco Pavoncello
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On Apr 6, 2023
Il politologo americano Robert Putnam, che ha a lungo insegnato a Harvard, è l'autore principale di un articolo, pubblicato nel 1983, "Exp/aining Institutiona/ Success: The Case of/ta/ian Regional Government' (Putnam R.D., Leonardi R., Nanetti R., Pavoncello F., American Politica/ Science Review, n.77), al quale ho avuto il privilegio di contribuire. L'articolo, che è uno tra i più citati nella letteratura sul tema, e ancora oggi è la base della discussione sulle regioni italiane, ha mostrato che il rendimento dei governi regionali è strettamente correlato all'impegno civico della popolazione delle varie regioni, con una forte differenza tra l'alto livello nelle regioni del Nord, caratterizzate da una tradizione di governo comunale e forte partecipazione sociale orizzontale, e quello basso nelle regioni del Sud, con una storia di governo autocratico e pratiche di partecipazione verticale clientelare.
I concetti e l'analisi contenuti in quell'articolo sono stati poi sviluppati in un libro, uscito dieci anni più tardi ("La tradizione civica nelle regioni ita/ianë') che, introducendo l'idea di "Capitale Sociale", è diventato un punto di riferimento teorico essenziale per gli studi sociali internazionali. In seguito allo studio delle regioni italiane, Putnam ha rivolto, più tardi, la sua attenzione agli Stati Uniti, mosso dalla curiosità di verificare il ruolo del Capitale Sociale nella trasformazione della società americana. Un percorso di trent'anni che ha reso Robert Putnam uno dei più rinomati scienziati sociali a livello internazionale, invitato dai presidenti americani a Camp David e onorato con una medaglia da Barack Obama.
Nel suo primo famoso libro sulla società americana, "Bowling a/onë' (del 2000), Putnam ha evidenziato il forte declino del capitale sociale negli Stati Uniti negli ultimi decenni. Quella società descritta da Tocqueville, caratterizzata dalla grande attenzione alla libertà individuale e al tempo stesso alla cooperazione sociale, mostrava un forte declino del senso di comunità e di impegno sociale nella seconda metà del ventesimo secolo. Attraverso l'analisi di molteplici variabili Putnam ha descritto un forte declino in aree come l'appartenenza ad organizzazioni e a clubs di vario tipo, la frequentazione di chiese, e l'interazione faccia a faccia tra individui in eventi comunitari. In estrema sintesi, gli americani sempre più giocano al bowling, ma sempre più lo fanno da soli invece che in squadre organizzate. La società americana è sempre più atomizzata, con la vita familiare sempre più disorganizzata.
Putnam mostra come la partecipazione politica, civile, e religiosa si è fortemente ridotta per le generazioni cresciute dopo gli anni '60, accompagnate dal declino dei contatti nel posto di lavoro, e con gli amici e la famiglia. Volontariato, reciprocità e fiducia negli altri sono in veloce declino specialmente in queste generazioni, mentre crescono le associazioni a distanza dove l'interazione personale è assente o molto limitata. Nel libro del 2000, Putnam assegna la responsabilità di questi fenomeni all'aumento della mobilità geografica, all'arrivo della televisione come medium di massa, ed anche all'aumento della forza lavoro femminile, che rende la vita famigliare meno stabile e l'impegno dei genitori con i figli meno costante e fattivo. Putnam mostra come tutto ciò abbia un impatto sulla qualità della vita sociale in tutti i suoi aspetti, incluso il rapido declino di fiducia nella politica e nel governo.
Nel suo successivo studio, "Our KidS' (del 201 5, con l'esplicito sottotitolo "The American Dream In Crisi"), Putnam mostra inoltre come questo cambiamento abbia avuto un forte impatto sul "sogno americano" sulla mobilità sociale, con la società americana sempre più caratterizzata da una profonda divisione tra le classi alte e le classi basse (working class). La famiglia in cui si nasce determina maggiormente, rispetto al passato, il successo dei giovani, la loro qualità della vita, le opportunità di studio e di lavoro, a prescindere dalle capacità intellettive e personali dei singoli. Un povero intelligente ha meno possibilità che in passato di entrare in una prestigiosa università di un ricco meno intelligente. I ricchi e i poveri inoltre sono sempre meno in contatto tra loro, sia nelle grandi città sia nei centri più piccoli, e sempre meno gli uni sanno degli altri.
L'impatto non è soltanto nelle opportunità professionali e di lavoro ma determina anche la qualità della vita, con una forte riduzione dei matrimoni nelle classi lavoratrici, dove sempre di più ci sono madri sole con figli, e dove i maschi bianchi vivono da soli, con i matrimoni crollati per i più poveri da 84% a 48% dal 1960 ad oggi, mentre per i ricchi i matrimoni sono rimasti abbastanza stabili riducendosi dal 94 all'84%.
Tutte tendenze che appaiono anche più accentuate nella comunità afro-americana.
Nel suo libro più recente, "The Upswing', pubblicato nel 2020, Putnam è andato oltre la descrizione del declino di Capitale Sociale e si è chiesto come e quando si fosse arrivati a quella situazione - osservando il fenomeno che, traducendo il titolo, possiamo rendere con una "impennata".
Dopo il periodo di grande trasformazione tecnologica e crescita economica della fine del XIX secolo, che era tuttavia caratterizzato da forti ineguaglianze socio-economiche, da un profondo disagio sociale, e da una crescente polarizzazione politica. Ma proprio all'inizio del XX secolo si verifica un'evoluzione virtuosa che, alla metà del XX secolo, porta a un'America più egalitaria, cooperativa, coesiva e altruistica.
Questa profonda trasformazione sociale, culturale e morale, fu il risultato e poi causa di una esplosione di associazionismo, generato dal basso, che interessò l'intero spettro della società americana. Un processo che vide le due decadi di massimo impegno sociale nel Paese, dal 1945 al 1965 circa.
Il libro inizia con una ricostruzione della società americana alla fine del XIX secolo. Dopo un periodo di grande trasformazione tecnologica e crescita economica, che era tuttavia caratterizzato da forti ineguaglianze socio-economiche, da un profondo disagio sociale, e polarizzazione politica, con il dibattito politico caratterizzato non dalla discussione di idee differenti ma dalla demonizzazione dell'avversario, con piattaforme estremiste dei partiti. Il tutto caratterizzato da un forte elemento di darwinismo sociale, con gli americani intenti più a pensare al proprio benessere che al bene comune. Un periodo che Mark Twain aveva chiamato dispregiativamente "The Gi/dedAgë', cioè "L'Età del Privilegio".
Ma all'inizio del XX secolo molti dati mostrano l'inizio di un processo virtuoso, che produsse più di mezzo secolo di progresso verso maggiore uguaglianza economica, maggiore cooperazione politica, un tessuto sociale più sano e una crescente cultura di solidarietà. Si verifica un'evoluzione virtuosa che, alla metà del XX secolo, porta a un'America più egalitaria, cooperativa, coesiva e altruistica.
Questa profonda trasformazione sociale, culturale e morale, fu il risultato e poi causa di una esplosione di associazionismo che interessò l'intero spettro della società americana. Ne scaturirono le due decadi di massimo impegno sociali nel Paese, dal 1945 al 1965 circa, a prescindere da età, ceto, gruppo etnico, gender, appartenenza religiosa e posizioni politiche. Le iniziative sociali e morali si moltiplicarono con diffusione anche orizzontale, nel costruire un movimento chiamato "Progressive". Un movimento con forte influenza dei giovani e di gruppi attivisti locali, iniziato nelle piccole città del grande Hinterland americano, piuttosto che nelle metropoli. Il movimento, guidato da leader dedicati al miglioramento sociale, fu prima di tutto un risveglio morale e una denuncia del darwinismo sociale. I Progressives rappresentavano l'impulso sociale e organizzativo che portò all'estensione nell'intero Paese di centinaia di associazioni per gli scopi più disparati, con forte connotazione di progresso sociale e fiducia nelle politiche attive degli organi di governo. Un fenomeno che si propagò come un incendio in tutta l'America, posando le fondamenta della struttura sociale americana che vediamo ancora oggi.
La Grande Depressione dei primi anni '30 frenò questo processo, che si riattivò con la Seconda guerra mondiale, per poi sfociare nella forte spinta nella vita comunitaria dopo la guerra, che interessò praticamente tutte le associazioni, dando vita a due decadi, tra il 1945 e il 1965, di massimo impegno sociale nella storia degli Stati Uniti.
Il fenomeno interessò anche la politica americana in molti dei suoi aspetti, con una crescita costante della bipartisanship, cioè la collaborazione tra i due partiti tradizionali, e una riduzione di polarizzazione tra gli opposti campi, che raggiunse il suo culmine durante le presidenze di Eisenhower e Kennedy, tra i presidenti più amati nella storia degli Stati Uniti.
La fine tragica della presidenza Kennedy, nell'ottobre 1 963, si innesta su un processo che segnò l'inversione di tendenza della curva virtuosa della prima metà del secolo: è il massiccio e pervasivo "disingaggio" sociale degli americani degli ultimi decenni che Putnam aveva già descritto in "Bowling Alonë'.
Parallelamente a questi fenomeni, aumenta invece la polarizzazione politica, con il sistema politico americano sempre più caratterizzato dal conflitto frontale tra i due partiti fino ad arrivare alla nascita del Tea Partygroup nel 2009 (nell'ambito del Partito Repubblicano), per arrivare a Donald Trump e al 6 gennaio 2021, mentre cresce anche la tensione razziale. Una polarizzazione chiaramente visibile dal declino della fiducia che gli americani ripongono nel governo, che era assestato intorno al 70% degli intervistati negli anni '60 e che ormai, dopo un primo declino negli anni '70, si è stabilizzato sotto il 20%.
Il seguente grafico, che Putnam presenta, rende chiara questa parabola storica nel XX secolo.
Come possiamo spiegare questa chiara parabola storica? Putnam assegna la responsabilità agli anni '60, al ritorno della cultura del "ME" piuttosto che del "NOI", e alla profonda trasformazione culturale di quegli anni, accompagnata da eventi con profondo impatto sulla vita della società americana. Dopo aver scartato molte interpretazioni a prima vista plausibili (per ragioni di spazio, rinvio al libro), rivedendo in parte la sua conclusione in Bowling Alone sull'impatto della televisione, Putnam vede negli anni '60 il cardine del cambiamento: una decade iniziata all'insegna della speranza, con l'arrivo della generazione del baby boom e la crescita economica, e conclusasi nel segno della rabbia. Sono gli anni dell'uccisione di JFK, delle proteste perla guerra del Vietnam, dei moti razziali nelle città, dell'uccisione di Martin Luther King, e poi la stagflazione, la messa in discussione senza precedenti del valore della famiglia e dei valori tradizionali, lo scandalo Watergate.
Ma non furono solo singoli eventi, per quanto tragici: fu una vera e propria rivoluzione culturale e di costumi in cui l'America fu cambiata radicalmente nei valori e nei modi di vita, e nelle relazioni sociali e politiche. Dalla musica, alla moda, dalla rivoluzione sessuale, all'aumento della criminalità. Una rivoluzione tanto inattesa quanto rapida e piena di conseguenze, che ha determinato secondo Putnam il declino del Capitale Sociale e della comunità civica negli Stati Uniti.
Un declino che mostra ancora i suoi effetti a lungo termine su una società e una politica americana sempre più frammentate, individualiste e polarizzate, di cui il fenomeno Donald Trump e gli eventi del 6 gennaio 2021 sono una conseguenza e non una causa. Un'America con profonde cesure non solo di classe o di etnia ma anche geografiche, in cui le due coste del continente, ricche e democratiche (cosiddette Blu) si contrappongono all'America continentale repubblicana più conservatrice (Rossa), due mondi che, come dice Charles Murray, un attento osservatore della realtà americana, ormai non sanno più molto l'uno dell'altro.
E' dunque questo il futuro che si prospetta per gli Stati Uniti? In un webinar sul suo libro "The Upswing', Putnam ha concluso il proprio discorso dicendosi ottimista per il futuro del Capitale Sociale e degli Stati Uniti, e della capacità dei giovani di ritrovare lo spirito dei primi del Novecento.
Un risveglio americano che potrebbe contagiare anche l'Europa, in un rinnovamento di un Occidente apparentemente stanco e svogliato, ma che ha ancora un ruolo chiave nei destini del mondo.
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Robert D. Putnam e il Capitale Sociale - Sociologicamente
Robert D. Putnam, famoso politologo statunitense, è nato il 9 gennaio 1941 a Rochester, nello stato di New York. Alla giovane età di ventidue anni, Putnam conseguì il titolo di laurea presso il Swarthmore College, ottenendo una borsa di studio che gli permise di avviare un’eccezionale carriera come professore di Scienze Politiche all’Università di Oxford. Tra gli analisti del capitale sociale, il contributo fornito dallo studioso americano risulta essere uno dei più diffusi e utilizzati a livello mondiale. In particolare, il primo scritto nel quale viene trattato il capitale sociale risale al 1993 con l’opera Making Democracy Work (con R. Leonardi e R. Nanetti), il cui obiettivo era quello di analizzare il diverso rendimento istituzionale degli organismi regionali italiani.
Negli altri due volumi, Bowling Alone (2000) e Democracies in Flux (2002), il capitale sociale assume le caratteristiche proprie della virtù civica e verrà impiegato da Putnam per mostrare il cedimento della cultura civica nella società contemporanea.
Prima di addentrarci all’interno del pensiero di Putnam, è utile ricordare che il capitale sociale rappresenta un tema dalle tante sfaccettature e dal carattere multidimensionale. Pertanto, si ritiene utile riportare all’attenzione una breve schematizzazione che descrive le tre categorie d’analisi nelle quali il capitale sociale è protagonista: “a livello micro, vale a dire come una caratteristica riferita agli individui e alla loro appartenenza alla struttura sociale, a livello meso come una caratteristica riferita alle organizzazioni oppure a livello macro, vale a dire come una caratteristica della struttura sociale” (Andreotti 2009, 7).
La teoria di Robert D. Putnam
Nella teoria promossa dal politologo americano, il capitale sociale (d’ora in poi CS) si inserisce all’interno della cornice macro-strutturale, che intende il CS come: “proprietà collettiva e come caratteristica di un aggregato spaziale (e sociale)” (ivi, 44). Il capitale sociale viene presentato da Putnam con l’accezione di bene pubblico costituito da un insieme di fattori quali: i valori condivisi, la coesione sociale e la fiducia generalizzata tra i membri della comunità. Aspetto portante nell’analisi di Punam è il ruolo assunto dalle relazioni sociali (formali e informali) come strumento capace di generare benessere per l’individuo e per la società. Infatti, lo stesso Autore ci ricorda che “l’idea centrale della teoria del capitale sociale è che le reti sociali hanno un valore” (Putnam 2004, 14).
Ciò significa che all’interno del circuito relazionale sono presenti delle risorse potenziali, appropriabili dagli individui, che rappresentano vere e proprie forme di capitale. Quindi, al pari del capitale economico e del capitale umano, anche il capitale sociale fornisce un insieme di beni sia dal carattere relazionale, ma anche materiale e simbolico, fruibili dagli attori che fanno parte di quella medesima comunità.
Regole comportamentali di reciprocità
Per Putnam, tuttavia, non è il semplice contatto tra i membri a generare dosi di capitale sociale nelle relazioni, bensì risultano fondamentali le regole comportamentali di reciprocità sulle quali le reti si fondano. In particolare l’Autore individua due forme di reciprocità: equilibrata e generalizzata. La prima si fonda sulla formula “farò questo per te se tu farai quello per me” (ivi, 18), ovvero si riferisce a un’obbligazione presente unicamente nel legame tra attori presenti nella relazione. Nel secondo caso, invece, ego scambia un bene con alter senza aspettarsi un ritorno immediato, “farò questo per te senza attendermi in cambio nulla di preciso, nella fiduciosa prospettiva che qualcun altro, strada facendo, farà qualcosa per me” (ibidem).
Cultura della fiducia e reciprocità generalizzata costituiscono due ingredienti chiave nell’accezione di CS proposta da Putnam, in quanto permettono di non esaurire lo scambio all’istante e migliorano la cooperazione tra attori in vista del bene comune (Nanetti 2010, 6).
Il caso italiano
L’opera Making Democracy Work (1993), tradotta in italiano con il titolo “La tradizione civica nelle regioni italiane” (1993), rappresenta il primo vero studio di Putnam in materia di capitale sociale. Si tratta di una prolungata ricerca sul campo volta a indagare la qualità e il rendimento amministrativo delle istituzioni regionali in Italia. Nello specifico, Putnam si interroga su quali siano le cause e i fattori che influiscono sul diverso rendimento amministrativo.
L’ipotesi avanzata dall’Autore è che tali ragioni sono da rintracciare nelle svariate tradizioni civiche delle regioni italiane. In particolar modo, le regioni settentrionali risultano avere un sistema amministrativo di miglior livello, perché dotate di dosi di civismo maggiori rispetto a quelle meridionali, dove partecipazione e impegno civico risultano assai carenti. In aggiunta, sostiene Putnam, a caratterizzare il Mezzogiorno d’Italia è la vasta diffusione di comportamenti opportunistici e sleali che, di conseguenza, non permettono la nascita di un senso cooperativo e aumentano il clima di sfiducia generalizzata nella comunità.
All’interno del quadro relativo al caso italiano, risulta utile la definizione promossa da Putnam di capitale sociale per comprendere ancora di più i motivi che incidono sulla differente qualità di rendimento amministrativo tra Nord e Sud Italia. Afferma Putnam: “per capitale sociale intendiamo la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo civico, elementi che migliorano l’efficienza dell’organizzazione sociale promuovendo iniziative prese di comune accordo” (Putnam 1993, 196).
Fiducia e senso civico
Secondo l’Autore, si identificano nel capitale sociale tutti quegli elementi comunitari, quali la fiducia e il senso civico, che promuovono iniziative di cooperazione in vista di un bene comune dal quale può trarre vantaggio l’intera comunità, infatti: “se ognuno cooperasse per il bene comune tutti starebbero meglio” (ivi, 191). È proprio nella cooperazione volontaria e nel contesto in cui avviene la scelta che, secondo Putnam, può avvenire un miglioramento delle politiche pubbliche. Difatti, più un determinato contesto sociale è caratterizzato da vaste presenze di fiducia e di senso civico, elementi costitutivi del capitale sociale, maggiori saranno le probabilità che possa avere luogo l’azione volontaria individuale improntata all’agire collettivo, senza il timore di subire in cambio comportamenti opportunistici o sleali. Quindi, ritornando all’analisi del contesto italiano, si potrebbe dire che il diverso rendimento delle istituzioni regionali va ricercato nelle dinamiche societarie di ogni comunità civica.
Il dato riscontrato è che le regioni del nord Italia godono di migliori prestazioni amministrative perché dotate di una forte cultura alla cooperazione e all’impegno civico. Altrettanto, però, non accade nelle regioni meridionali, dove la mancanza di cultura civica influisce sulla cattiva politica governativa. Ad esempio, con il ricorso a indicatori empirici di rendimento istituzionale, Putnam rilevò come a godere dei più alti livelli di funzionamento amministrativo fossero l’Emila Romagna e l’Umbria. Al contrario, la situazione cambiava radicalmente per il Sud Italia poiché caratterizzato da performance istituzionali carenti, soprattutto nelle regioni della Calabria e della Campania (ivi, 76).
Il declino del Capitale Sociale
Terminata la disamina del capitale sociale relativa al contesto italiano, Putnam avvia un nuovo filone di ricerche all’interno del territorio statunitense. Nella vasta gamma di studi effettuati dall’Autore, l’opera Bowling Alone (2000), tradotta in italiano con il titolo “Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America” (2004), ha il duplice obiettivo di indagare i livelli della qualità della vita civica in America e di esaminare i fattori interessati nel processo di dissoluzione delle forme di capitale sociale all’interno della società moderna. Detto altrimenti, l’opera è costituita da una vasta gamma di dati raccolti empiricamente da Putnam in ambito sociologico, economico e politico volti a monitorare i cambiamenti che ha subito il capitale sociale in America negli ultimi decenni del Novecento.
Nella seguente ricerca, dal punto di vista del significato, il capitale sociale rimane ancorato al suo senso originale, inteso come sinonimo di coesione sociale, di fiducia e di norme che regolano la convivenza. Ciononostante, rispetto a Making Democracy Work, Putnam individua due aspetti inediti e distintivi del capitale sociale. Più precisamente l’Autore effettua una distinzione dicotomica tra un capitale sociale che apre detto “bridging” e capitale sociale che serra definito “bonding”. La prima forma designa un tipo di legame inclusivo che tende ad aprirsi nei confronti degli altri, costituendo una risorsa positiva per l’intera comunità, in quanto le consente “di aprirsi con fiducia, gettando ponti verso l’esterno, per una potenziale integrazione di nuovi componenti” (Putnam 2004, 20).
Il secondo tipo, al contrario, descrive un tipo di legame esclusivo volto a rafforzare l’identità di un gruppo a discapito di un altro (ivi, 22). Le associazioni in cui prevalgono legami in formato bonding tendono a rafforzare i legami presenti nella comunità “con potenziali effetti di chiusura e discriminazione nei confronti di chi non fa parte della comunità” (ibidem).
Robert D. Putnam: la ricerca bowling alone
Come detto a inizio paragrafo, Bowling Alone è un’ambiziosa ricerca volta a indagare il graduale declino della cultura civica in America. Putnam mostra come le persone abbiano iniziato a perdere l’interesse nell’ investire il proprio tempo nell’impegno civico, prediligendo lo svolgimento di attività private, come guardare la televisione, che alimentano una forte ondata individualistica che progressivamente si abbatte sulla società moderna. A far fronte alla deriva individualistica vi sarebbero solo coloro che Putnam descrive con l’espressione di “anziani dalla lunga generazione civica”. La seguente generazione era costituita da individui che durante il periodo della Seconda guerra mondiale fino agli inizi degli anni ‘50 diedero vita a un forte trend positivo per quanto riguarda la partecipazione e l’interesse per l’azione pubblica.
Lo stesso, però, non si può dichiarare per le generazioni successive, definite da Putnam con le espressioni di Boomers e Generazione X, con i quali si è appiattito il modello partecipativo e associativo innescato dai loro padri. Più nel dettaglio, l’Autore sostiene come la società contemporanea sia caratterizzata, escluse poche eccezioni come il volontariato giovanile, da individui che hanno sostituito la passione dello “stare insieme” con la “segregazione” nella propria vita privata fatta di attività individuali (da qui deriva il titolo “giocare a bowling da soli”) e di consumo solitario.
I fattori del declino del capitale sociale
Segnalato l’indebolimento delle forme di capitale sociale in America, Putnam tenta di individuare quali siano i fattori che più di altri hanno inciso sul suo progressivo declino. Putnam individua quattro fattori imputabili nella perdita di capitale sociale, anche se solo due, alla fine, verranno presi in esame come unici responsabili. I quattro elementi individuati sono: 1) la pressione del tempo e del denaro sulle famiglie, 2) la mobilità e l’espansione dei sobborghi, 3) la tecnologia e i mass media, 4) il cambiamento generazionale.
Come detto poc’anzi, dei quattro indiziati, i primi due verranno scartati dall’Autore perché non considerati elementi deleteri per il capitale sociale. Nonostante si sia portati generalmente a credere che le pressioni del tempo e del denaro siano cause del disinteresse civico, Putnam sottolinea come in realtà non vi siano prove empiriche che dimostrino come le persone abbiano meno tempo libero rispetto al passato (oggi, forse, vi sarebbero degli studiosi come Hartmut Rosa che non sarebbero d’accordo).
Discorso simile riguarda i fattori di mobilità ed espansione dei sobborghi. Secondo Putnam: “la stabilità residenziale si associa notevolmente con l’impegno civico” (ivi, 252) e di conseguenza i continui spostamenti non riescono a favorire la creazione di reti sociali solide. Tuttavia, negli ultimi decenni del Novecento, la tendenza degli americani a cambiare residenza risulta una pratica in diminuzione, per tale motivo essa non è imputabile come elemento di disinteresse per l’impegno civico. Arrivati a questo punto, quindi, rimangono da analizzare gli ultimi due fattori, considerati dallo stesso Autore gli unici veri responsabili del tracollo delle forme di capitale sociale.
Robert D. Putnam sui mass media
A detta di Putnam, la televisione e in generale i mass media hanno contribuito alla sostituzione delle forme di intrattenimento sociali che risiedevano, ad esempio, nelle piazze o nei parchi, con forme di intrattenimento tristi e solitarie che corrodono i livelli di partecipazione pubblica degli individui. Non a caso, aggiunge Putnam, “più a lungo una data generazione è stata esposta, negli anni della propria formazione, alla televisione, più basso è l’impegno civico in età adulta” (ivi, 328).
Arriviamo a questo punto all’ultimo elemento causale di disgregazione del capitale sociale: il cambiamento generazionale. Nello specifico, Putnam riconosce come i più bassi livelli di impegno civico siano iniziati con le generazioni dei “boomers”, ovvero le persone nate nel decennio successivo alla Seconda guerra mondiale e con quella definita “generazione X”, composta da coloro che sono nati tra il 1965 e il 1980. Esse risultano meno interessate al civismo e alla partecipazione pubblica rispetto ai famosi “anziani dalla lunga generazione civica”.
Il fattore individuato da Robert D. Putnam per spiegare tale discrepanza è di carattere storico. Infatti, sono da riscontrare nello spirito di guerra, di unità e di patriottismo di quegli anni gli elementi che hanno incentivato e rafforzato i livelli di impegno sociale. Oltre ai nuovi modi di associazionismo, la guerra ha contribuito anche a potenziare la cooperazione volontaria, la solidarietà e l’uguaglianza economica e civica tra le persone. I suddetti valori comunitari che hanno contraddistinto la generazione degli anziani sono stati via via sostituiti dalle nuove generazioni con valori prettamente materialistici e individualistici (Nanetti 2010, 24).
Giacomo Assennato
Bibliografia
- Andreotti A. (2009), Che cos’è il capitale sociale, Roma: Cartocci editore.
- Nanetti S. (2010), Robert D. Putnam, Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita nella cultura civica in America, Università di Bologna.
- Putnam R.D. (1993), Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, Princeton: Princeton University Press; trad. it., La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano: Mondadori 1993.
- Putnam R.D. (2000), Bowling alone. The collapse and revival of American Community, New York: Simon & Schuster; trad. it., Capitale sociale e individualismo: crisi e rinascita della cultura civica in America, Bologna: il Mulino 2004.
- Putnam R.D. (2002), Democracies in Flux. The Evolution of Social Capital in Contemporary Society, Oxford: Oxford University Press.
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Robert Putnam e il capitale sociale – Masi Studio
Robert Putnam e il capitale sociale
Robert David Putnam è un politologo e sociologo statunitense famoso per i suoi studi sullo sviluppo della società civile e soprattutto per le approfondite analisi sulla nozione di capitale sociale, analisi che oltre a costituire fonte di ispirazione per buona parte delle elaborazioni successive, hanno avuto il merito di far conoscere il concetto anche al di fuori degli ambienti accademici.
Origine del termine
In realtà il primo a parlare di “capitale sociale” in termini sociologici è stato L. J. Hanifan che nel 1916 si riferiva solo in termini figurati all’accezione comune del termine, inteso in senso materiale, per definire quelle “entità intangibili che contano maggiormente nella vita delle persone, cioè la buona volontà, l’amicizia, la comprensione reciproca e i rapporti sociali tra gli individui e le famiglie che costituiscono un’unità sociale [… ]. L’individuo è indifeso socialmente, se lasciato a se stesso. Se entra in contatto con il suo vicino e poi ancora progressivamente con altri vicini, ci sarà un accumulo di capitale sociale, che può immediatamente soddisfare i suoi bisogni sociali e che può generare una potenzialità sociale in grado di migliorare in modo sostanziale le condizioni di vita nell’intera comunità”.
Analogamente a quanto avviene nei processi economici produttivi, nei quali è necessario partire da una dotazione iniziale di mezzi di produzione – un capitale appunto – anche nella costruzione di identità sociali e nella progettazione politica comunitaria devono esistere delle precondizioni presenti nella società e frutto a loro volta di precedenti processi. E’ solo a partire dagli anni ’90 che il concetto viene messo al centro dell’analisi politica e sociologica, anche in Italia, grazie agli importanti contributi di Putnam (tra questi La tradizione civica nelle regioni italiane ed. Mondadori 1993 e Capitale sociale e individualismo. Crisi e crescita della cultura civica in America ed. Il Mulino 2000).
Centralità del capitale sociale
Con il termine “capitale sociale” Putnam intende “[…] l’insieme di quegli elementi dell’organizzazione sociale – come la fiducia, le norme condivise, le reti sociali – che possono migliorare l’efficienza della società nel suo insieme, nella misura in cui facilitano l’azione coordinata degli individui” . Putnam si riferisce insomma a tutto quel bagaglio comune di valori relazionali costruiti nel tempo in un dato contesto socio-culturale, frutto di determinanti storiche presenti in specifiche realtà locali e che è in grado di interconnettere efficacemente persone e gruppi di persone irrobustendo così la vitalità della società civile. Esso in definitiva è un patrimonio di potenzialità positive che si esplica nella trama minuta delle relazioni sociali di tutti i giorni e di cui finiscono col beneficiare tutti, anche coloro che si impegnano meno nel costruirle.
Negli ultimi venti anni si è assistito ad un crescente interesse nello studio del capitale sociale, identificandolo come la chiave per capire dinamiche sottese allo sviluppo delle società, e che in particolare per Putnam è in grado di:
– aumentare l’efficacia e il rendimento delle azioni delle istituzioni pubbliche;
– migliorare la soddisfazione delle relazioni e della vita sociale ed in definitiva la qualità della vita;
– costituire elemento di prevenzione dell’isolamento sociale che è un fattore di rischio molto importante nel settore sanitario, per la salute della popolazione.
Istituzioni politiche, cooperazione, internet
Il capitale sociale si costruisce e si utilizza sia nel rapporto tra cittadinanza e istituzioni pubbliche e sia dentro le reti proprie della società civile. Coesione sociale, fiducia reciproca e trama di relazioni organizzate attraverso associazioni, circoli, sindacati etc. tuttavia non vengono creati dalle istituzioni bensì costituiscono un requisito pre-esistente, un retroterra storico sociologico presente in un determinato contesto sociale, una sorta di ”humus” che è in grado di favorire la crescita e la vitalità di tutti gli organismi sociali, non solo di quelli civico-associativi ma anche di quelli politico-istituzionali ed economico-cooperativi.
In particolare proprio la cooperazione nella produzione storicamente ha costituito una prima forma di rete e di collegamento sociale nella misura in cui il pre-requisito della fiducia reciproca riduceva i rischi della cooperazione e diminuendo così la necessità di ricorrere a complesse infrastrutture giuridiche basate sul controllo della produzione da parte dei proprietari del capitale imprenditoriale. Tale fiducia si è appunto creata nel tempo, storicamente, in ambienti comunitari sulla base e all’interno di legami non meramente produttivi ma anche di carattere personale e legati alla stima e alla fiducia reciproca.
Riguardo alle nuove possibilità tecnologiche dischiuse da Internet ci si chiede se e in che modo l’utilizzo del web possa influire sulle dinamiche del capitale sociale. Putnam ritiene che il risultato dipenda dal modo in cui la Rete viene utilizzata: se in maniera disgiunta dalle relazioni reali essa può essere dannosa e indebolirlo, se invece riesce a “legarsi” ai rapporti reali – sia a livello logistico-organizzativo che comunicativo-informativo – può rafforzarlo come quando due metalli vanno a formare una lega ancora più resistente e duttile degli elementi che la compongono. Nella misura in cui riesca a costituirsi congiuntamente di componenti sia virtuali che reali c’è la possibilità che i capitali sociali possano arricchirsi ed accrescersi. Un po’ come Facebook, social network che in origine si è formato proprio così, da una comunità reale di studenti ad Harvard, di cui Putnam era professore ed uno degli iniziale tester.
Conclusioni
Riportiamo, per concludere, alcuni passaggi de Il capitale sociale di R. Carocci in “Le parole chiave della politica italiana, a cura di M. Almagisti e D. Piana. (pp. 267 – 282). Ed. Carocci, 2012.
Gli esseri umani danno senso alla vita non solo attraverso il perseguimento degli interessi ma anche, ad esempio, attraverso l’amore e il senso civico, beni radicalmente antieconomici, la cui disponibilità cresce quanto più li si pratica. Occorre dunque riconoscere nei valori e nella natura normativa dei legami comunitari la soluzione del mistero della cooperazione spontanea tra gli individui. […] La natura normativa del capitale sociale consiste nella diffusione di un senso di obbligazione e di responsabilità verso gli altri come elementi del repertorio di normalità codificate in una cultura: uno dei molti assunti, dati per scontati, che orientano l’azione individuale senza essere percepiti come scelte […].
Localismi, familismi e corporativismi, con le rispettive solidarietà escludenti, sono espressioni di capitale sociale che aggravano, più che risolvere, i problemi di governance delle società complesse. E’ su questo punto che diventa rilevante la definizione di Putnam del capitale sociale come “comunità civica”, in cui è diffuso un elevato senso civico (civicness), ovvero un orizzonte culturale congruente con gli assetti istituzionali di una democrazia e di un mercato efficienti: elevato senso di corresponsabilità interpersonale ad ampio raggio, diffuso rispetto delle norme informali e formali, un certo grado di informazione e competenza politica, identificazione con l’assetto istituzionale.
Dunque la civicness non è altro che il terzo puntello, quello culturale necessario per tenere in equilibrio una società democratica avanzata, in cui cioè stato e mercato sono, ciascuno nel suo ambito, efficienti: il primo è capace di assicurare sicurezza, ordine, garanzie di libertà ed eguaglianza, dunque diritti di cittadinanza; il secondo è in grado di produrre profitti e lavoro, ricchezza e beni – dunque entrate fiscali per lo stato. Un capitale sociale che alimenta i valori di condivisione della responsabilità verso gli altri e di lealtà verso le istituzioni, in particolare la partecipazione agli elevati costi della cittadinanza sociale, presenta tre caratteristiche che conviene esplicitare compiutamente:
– designa qualità antitetiche rispetto a quelle del free rider, cioè di colui che non si sente vincolato da alcuna obbligazione quando gli altri si impegnano per ottenere un beneficio che andrà anche a suo vantaggio;
– costituisce la declinazione del processo di nation-building aggiornata agli assetti istituzionali delle democrazie del welfare, che esigono da parte dei cittadini un commitment differente dal mero “amor di patria” ottocentesco.
– al contempo questo stesso orizzonte culturale non può che riflettersi anche sulla qualità delle relazioni di mercato, determinando il tessuto etico in cui avvengono le transazioni economiche: affidabilità degli attori, rispetto delle regole, ridotta incidenza di comportamenti opportunistici.
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Robert D. Putnam e il "Capitale Sociale" Educazione, Diversità, Coesione Sociale e "Capitale Sociale" Che cosa è bene per l'educazione? E a cosa serve l'educazione? Questa duplice domanda sulle ragioni e gli effetti dell'educazione è oggi al primo posto nell'agenda dei più avanzati paesi del mondo. Le risposte correnti alla prima domanda (almeno nei paesi che conosco meglio) consistono in maggiori investimenti, standard più elevati, e responsabilità per i risultati (accountability). Competitività economica, progresso tecnologico, e crescita economica sono le risposte correnti alla seconda domanda. In linea di massima, non contesto queste risposte. Dovremmo seriamente pensare di investire in capitale umano perché i rendimenti economici sono elevati e chiaramente in aumento. Tuttavia, quei temi, per quanto importanti essi siano, non sono il centro d'attenzione di questo convegno, e non sono l'argomento della mia breve relazione. Invece, noi siamo qui per discutere il contesto sociale e gli effetti dell'educazione, definiti in senso ampio. L'espressione usata nel nostro convegno per inquadrare queste questioni è “coesione sociale”, una scelta assolutamente corretta, poiché richiama la nostra attenzione sui nodi della giustizia sociale, della tolleranza, dell'inclusione e dell'integrazione sociale. Nel mio lavoro (e in quello di illustri esperti di molti altri governi e paesi dell'OCSE), tuttavia, un concetto collegato viene ora sempre più utilizzato per inquadrare molti di questi problemi - quello di capitale sociale (nota1). Spero che mi perdonerete, pertanto, se presenterò questo concetto prima di rivolgermi alle importanti questioni di sostanza, poiché penso che possa aiutarci a comprendere con maggior precisione le preoccupazioni che condividiamo sul contesto sociale e sugli effetti dell'educazione. Sono conscio, naturalmente, del fatto che questo è un dibattito sulla politica educativa, e non sulla teoria sociale! CAPITALE SOCIALE La nozione di capitale fisico si riferisce agli strumenti materiali che aumentano la produttività (di qualunque cosa si tratti, da un cacciavite a un motore). Parecchie decine d'anni or sono, gli economisti ci hanno insegnato a pensare alle abilità e all'istruzione come ad un'altra forma di capitale che può anch'essa aumentare la produttività - il capitale umano. Più recentemente, gli scienziati sociali in molti paesi hanno osservato che le reti sociali (e le regole connesse di reciprocità e fiducia) possono anch'esse avere forti effetti sulla produttività, in senso ampio, e hanno usato il termine capitale sociale per riferirsi a tali effetti. L'idea centrale è molto semplice: le reti sociali hanno un valore. Hanno un valore per le persone che fanno parte delle reti - è ad esempio dimostrato che il “far rete” è una buona strategia per fare carriera. Fitte reti sociali nei quartieri - grigliate in compagnia o associazioni di vicinato o altro - possono essere un deterrente per la criminalità, recando vantaggio anche a quei vicini che non partecipano alle grigliate o non fanno parte delle associazioni. I sostenitori dell'interpretazione del “capitale sociale” hanno parlato dell'esistenza di forti correlazioni, in vari paesi, tra vivaci reti sociali e importanti risultati sul piano sociale, quali più bassi tassi di criminalità, maggior benessere infantile, migliore salute pubblica, un'amministrazione più efficiente, riduzione della corruzione politica e dell’evasione fiscale, migliori prestazioni dell'economia di mercato, e così via. Per esempio, diversi sofisticati studi econometrici, effettuati di recente in Italia, hanno mostrato che, tenendo sotto controllo tutti gli altri fattori che si potrebbero ipotizzare come rilevanti, i luoghi caratterizzati da un elevato capitale sociale hanno anche mercati del capitale e del lavoro più efficienti, proprio come predice la teoria. E come io sottolineerò in breve, studi in vari paesi dell'OCSE suggeriscono che il capitale sociale è un importante fattore dei risultati ottenuti sul piano educativo. Non tutte le esternalità del capitale sociale sono positive. Alcune reti sono state usate per finanziare e servir da tramite al terrorismo, per esempio. Proprio come un'aeronave fisica o la conoscenza della chimica, ad esempio, possono esser usate per scopi distruttivi, così può esserlo anche il capitale sociale. Inoltre, come il capitale fisico e quello umano, il capitale sociale si presenta in molte forme, non tutte fungibili (vale a dire, utili per gli stessi scopi). Un trapano da dentista e una piattaforma per l'estrazione del petrolio non sono interscambiabili, sebbene tutt'e due rappresentino un capitale fisico. Similmente, è necessario distinguere tra differenti tipi di capitale sociale, come la differenza tra il capitale sociale della “coesione interna” (bonding social capital), costituito dai legami tra persone che sono simili per etnia, età, classe sociale, ecc., e il capitale sociale “che getta ponti” (bridging social capital), costituito dai legami che passano attraverso varie linee di diversità sociale(nota2) . (Ritornerò a questa distinzione fra poco). Ma il punto essenziale è che le reti sociali possono essere un bene di grande valore, sia per gli individui che per le comunità. Nel mio libro Bowling alone, ho sostenuto che molte forme di legami con la famiglia e gli amici, le associazioni civiche, i partiti politici, i sindacati, i gruppi religiosi, e così via sono in declino negli Stati Uniti già da 30-40 anni a questa parte. Molte persone in altri paesi ritengono che un analogo declino nei legami comunitari si sia verificato anche da loro. Tuttavia, il capitale sociale non è sincronizzato con un singolo metronomo globale, e non so se le tendenze a questo riguardo siano sfavorevoli o no fuori dagli Stati Uniti. Ma qualunque siano le tendenze, è bene prestare attenzione alle reti sociali e alle regole di reciprocità e fiducia, poiché esse sono intimamente collegate alle cose di cui ci preoccupiamo, compresa la coesione sociale. Per evitare di essere frainteso, vorrei aggiungere, per concludere, che il capitale sociale non è il sostituto di un'efficace politica pubblica, ma piuttosto un suo prerequisito e, in parte, una sua conseguenza. Parlando sul piano ideologico, quella di capitale sociale è un'idea che non appartiene né alla destra né alla sinistra. In che modo il capitale sociale, nel senso limitativo ed essenziale in cui uso qui il termine - reti e regole di reciprocità e fiducia - è in relazione con la coesione sociale? Dal mio punto di vista, quello di capitale sociale è un concetto più ristretto e più chiaramente definito, che richiama l'attenzione su una componente cruciale della coesione sociale, nel senso di una società giusta, equa, tollerante e ben integrata. Naturalmente, altri fattori oltre al capitale sociale, sono rilevanti per la coesione sociale; ad esempio, un welfare efficiente e politiche antidiscriminatorie sono altrettanto importanti. Così, secondo me un capitale sociale ricco e del giusto tipo può esser considerato come un obiettivo politico intermedio che, se raggiunto, potrebbe aiutare governi e società a progredire verso il più ampio obiettivo della coesione sociale. COME IL CONTESTO SOCIALE INFLUENZA I RISULTATI EDUCATIVI Su questo sfondo, desidero ora indicare alcune possibili risposte alle nostre questioni centrali: in che modo il capitale sociale e la coesione sociale influenzano l'educazione? E (cosa più importante) in che modo l'educazione influenza il capitale sociale e la coesione sociale? La correlazione tra capitale umano e capitale sociale è molto stretta, non per definizione o tautologicamente, ma empiricamente. Gli individui e le comunità con alti livelli di capitale umano (educazione e formazione) sono anche caratterizzati da alti livelli di capitale sociale nelle sue varie forme. Una correlazione non è sempre la dimostrazione dell'esistenza di un rapporto causale, ma vi sono in questo caso prove sufficientemente attendibili che la causalità agisce in entrambi i sensi, vale a dire che il capitale sociale promuove l'acquisizione di capitale umano e a sua volta l'educazione promuove l'accumulazione di capitale sociale. Per tale ragione, chiunque sia interessato ad uno dei due lati dell'equazione dovrebbe essere interessato anche all'altro. Desidero illustrare, per prima cosa, in che modo il capitale sociale può favorire il processo educativo, e quindi come l'educazione possa contribuire al capitale sociale e sviluppare per questa via la coesione sociale. Per il tipo di conoscenze che possiedo , mi baso soprattutto su constatazioni riferite agli Stati Uniti, ma non ho ragioni di dubitare che in senso ampio tali generalizzazioni si applichino anche ad altri paesi dell'OCSE. Noi siamo interessati ai risultati dell'educazione, come i punteggi conseguiti nei test di profitto e le percentuali di studenti che completano gli studi . Un'ampia varietà di studi indica che il capitale sociale è un input importante del processo educativo. Parlando in termini generali, possiamo distinguere tra il capitale sociale “ dentro le pareti scolastiche”, e cioé le reti sociali all'interno della scuola, e il capitale sociale “fuori dalle pareti scolastiche”, cioè le reti sociali che legano la scuola alla più ampia comunità. “Dentro le pareti scolastiche” è ampiamente riconosciuto che, fra gli studenti, le reti di pari hanno una forte influenza sia sulle loro aspirazioni che sul processo educativo stesso. Questo fenomeno è ancora più marcato, negli Stati Uniti almeno, al livello universitario, dove è provato che gli studenti dei College imparano di più gli uni dagli altri che dalla istruzione formale. ( ad Harvard, per esempio, il fattore che maggiormente incide sulla formazione, è l'eccezionale qualità degli altri studenti, non la qualità del corpo docente, un fatto che tende ad abbassare l'auto-stima mia e dei miei colleghi). Un altro aspetto del capitale sociale “dentro le pareti scolastiche”, che di recente è stato dimostrato avere forti effetti educativi, è il grado di fiducia e coesione tra docenti e organi di direzione. Si è scoperto che una caratteristica distintiva delle scuole altamente efficaci è un clima di cooperazione all'interno della comunità scolastica (nota 3). Fuori dalle pareti della scuola, i legami sociali coi genitori e le comunità sono una risorsa altrettanto importante. La letteratura americana che documenta gli effetti del coinvolgimento dei genitori sul successo scolastico dei figli è davvero vasta, e può essere sintetizzata con questa semplice citazione: “Quando i genitori sono coinvolti a scuola, i loro figli vanno più avanti negli studi e le scuole che essi frequentano sono migliori” (nota 4). Al di là dei genitori, il proverbio africano “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino” è diventato un luogo comune nelle discussioni contemporanee sull'educazione in America. Un'interessante questione che sorge da questo appello al coinvolgimento della comunità è se certi tipi di villaggio facciano un lavoro migliore di altri nel crescere ed educare i bambini. I dati statistici che io ed altri abbiamo raccolto indicano chiaramente che gli atteggiamenti e il comportamento che i genitori hanno verso il processo educativo sono influenzati più profondamente e direttamente dalla forza dei legami familiari e comunitari che non dal livello socio-economico o dal carattere etnico delle comunità. In effetti, le prove indicano che i punteggi dei test o i tassi di abbandono scolastico sono meglio predetti da misure del capitale sociale della comunità che non da misure della qualità degli insegnanti o dalla dimensione della classe o dalla spesa per alunno (nota 5 ) . Per fare un esempio molto diverso di come il contesto sociale possa favorevolmente influenzare l'apprendimento, vorrei citare l'esempio del “modello di Reggio-Emilia”, oggetto di tanti elogi; non è un caso che tale modello sia emerso nella regione italiana che, in base a molte altre misure, ha uno fra i più alti livelli di capitale sociale, di impegno civile, e di coesione sociale in Italia. Similmente, prove recenti raccolte nel Regno Unito indicano, stando a ciò che ci è riferito, che il capitale sociale della comunità è un predittore significativo dei risultati scolastici degli studenti, al netto dell'influenza di altre variabili. Una ragione per cui gli studenti che provengono da gruppi minoritari o da ambienti di povertà sono svantaggiati dal punto di vista scolastico è proprio che essi mancano della possibilità di accedere ad un produttivo capitale sociale, sia all'interno che all'esterno della scuola. Pertanto una strategia per sostenere le scuole con risultati sotto la media è stata di promuovere una comunità più attiva e di collegare più direttamente i genitori e i membri della comunità con le scuole(nota 6) . Una strategia complementare che si è dimostrata efficace è l'uso di mentori (ossia insegnanti non professionisti a tempo parziale del posto) che possono portare abilità, esperienza, energia, e attenzione dalla comunità nella scuola. Per esempio, un programma che ha avuto successo negli Stati Uniti, denominato Gruppi d'Esperienza, poggia su adulti in pensione specificamente formati (spesso essi stessi membri di gruppi minoritari) per fare da mentore a ragazzi svantaggiati nella scuola in modo sistematico (nota 7). Nessun dubbio che i momenti e le modalità specifiche in cui il capitale sociale influenza i risultati educativi variano da un paese all'altro, e che ciò che funziona in un contesto culturale può non funzionare in un altro. Ma l'evidenza empirica indica con forza che i decisori politici interessati ad elevare gli standard educativi debbono preoccuparsi del contesto sociale dell'educazione (sia dentro che fuori la scuola), tanto quanto si curano dei computers, dei libri di testo e della qualificazione degli insegnanti. CONCLUSIONE La conclusione più importante che vorrei trarre è duplice: per prima cosa, l'educazione influisce sul capitale sociale e sulla coesione sociale e viceversa; secondariamente, i decisori delle politiche dell'istruzione dei paesi dell'OCSE hanno molto da imparare l'uno dall'altro su ciò che funziona, in quali circostanze e con quali modalità, rispetto al legame vitale tra educazione e coesione sociale. ROBERT PUTNAM Robert Putnam (Port Clinton, Ohio, 1940) è docente all'Università di Harvard, dove tiene corsi di politica americana, relazioni internazionali, politica comparata e politiche pubbliche. È fondatore di The Saguaro Seminars, developing strategies to increase community engagement , gruppo di ricerca sulla società civile americana avente come obiettivo l'elaborazione di strategie per rafforzare la partecipazione civica. È membro dellaNational Academy of Sciences e del Council on Foreign relations ed è stato presidente dell' American Political Science Association . Autore di vari libri, si è occupato a più riprese della politica italiana come oggetto di studio e al nostro paese ha dedicato in particolare il libro Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy , tradotto in Italiano col titolo "La tradizione civica nelle regioni italiane" (Oscar Mondadori, Milano, 1993). Le sue opere più recenti sono Bowling Alone: the Collapse and Revival of American Community (Simon & Schuster, New York, 2000), che è divenuta un vero best-seller, suscitando ampie discussioni, e Democracies in Flux: The Evolution of Social Capital in Contemporary Society (Oxford University Press, New York, 2002) CHE COS'È IL CAPITALE SOCIALE Il concetto di capitale sociale , venuto in primo piano negli ultimi anni dopo una lunga fase di gestazione, è stato elaborato e variamente formulato, in riferimento a differenti quadri teorici, soprattutto da Jane Jacobs ( The Death and Life of Great American Cities , Random, New York, 1961), Pierre Bourdieu (“The forms of capital” in J.C. Richardson, Ed., Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education , Greenwood Press, New York, 1983), James Coleman (“Social capital in the creation of human capital”, American Journal of Sociology , 94, S95-S120) e Robert Putnam. La definizione che Putnam ne dà in Bowling Alone (p. 19) è la seguente: «Mentre il capitale fisico fa riferimento agli oggetti materiali e il capitale umano alle caratteristiche degli individui, il capitale sociale si riferisce alle relazioni fra le persone – reti sociali e regole di reciprocità e mutua fiducia che ne derivano. In questo senso il capitale sociale è strettamente connesso a ciò che alcuni chiamano “virtù civica”. La differenza è che il “capitale sociale” richiama l'attenzione sul fatto che la virtù civica è assai più solida quando è radicata in una significativa rete di relazioni sociali di reciprocità. Una società di individui virtuosi ma isolati non è necessariamente ricca di capitale sociale»
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Capitale sociale e benessere delle nazioni: una nota sulle ricerche di R. D. Putnam
Queste pagine intendono presentare il recente lavoro di R. D. Putnam, Bowling Alone. The Collapse and Revival of American Community (Simon e Schuster, New York, 2000), alla luce della precedente ricerca dello stesso autore sul rendimento istituzionale delle Regioni italiane, e della discussione cui questa ha dato luogo. In particolare, si descriveranno le strategie empiriche utilizzate per misurare e spiegare i fenomeni raccolti dall’autore nel concetto di capitale sociale, tra i più discussi nel dibattito sociologico, e non solo, degli ultimi anni. Nel prossimo paragrafo saranno quindi brevemente ripercorsi i principali argomenti di Making Democracy Work (Princeton up, Princeton, 1993) (d’ora in avanti mdw), e le più rilevanti critiche che a questi sono state mosse. Nei due paragrafi successivi sarà invece esposta la trama concettuale ed empirica di Bowling Alone (d’ora in avanti ba). Nel quinto questa sarà discussa alla luce dei principali problemi individuati dalla discussione seguita a mdw, mentre un paragrafo conclusivo proporrà alcuni possibili sviluppi di questo particolare filone di ricerca sul capitale sociale.
Making Democracy Work: le radici del capitale sociale
La ricerca sulla tradizione civica delle regioni italiane ha origine dalla nascita dei consigli regionali (1970) e dall’attribuzione alle nuove istituzioni di ampi poteri di governo (1975). La nascita e il rapido sviluppo di istituzioni politiche in quanto tali identiche, ma inserite in contesti sociali ed economici estremamente differenziati, suggerisce all’autore la possibilità di studiarle come in una sorta di «esperimento naturale». Dato che la struttura istituzionale delle Regioni è la medesima in tutti i casi, si possono quindi analizzare eventuali differenziali di rendimento e le loro cause tenendo sotto controllo la variabile istituzionale. Il primo risultato, presentato nella prima parte del volume e anticipato da un precedente lavoro1, è la conferma che anche da questo punto di vista è forte il divario tra Nord e Sud: il rendimento istituzionale delle neonate Regioni è differenziato, e continua ad esserlo per tutto il periodo analizzato2, polarizzandosi tra Regioni settentrionali, ad alto rendimento istituzionale, e meridionali, a basso rendimento.
Questo divario di rendimento deve essere spiegato, e per questo Putnam, seguendo un filone classico, risalente a Toqueville e al Max Weber dell’Etica protestante, e più recentemente rinnovato da Almond e Verba, ripropone l’alternativa tra struttura economica e matrici culturali. Mentre, però, Almond e Verba concettualizzano queste ultime in termini di culture politiche3, distinguendo culture più o meno civiche, a seconda del livello di partecipazione della cittadinanza alla gestione della cosa pubblica, Putnam imprime al concetto una torsione sociologica, riprendendo dalla teoria dell’azione di Coleman il termine di capitale sociale4. In questa versione macro, il concetto unisce tre fenomeni: la presenza in una società di reti associative coinvolgenti buona parte della popolazione; la disponibilità dei cittadini a seguire le norme sociali e politiche vigenti, evitando atteggiamenti opportunistici; la diffusione tra questi di un alto livello di fiducia impersonale, cioè di disponibilità a fidarsi di persone non direttamente conosciute. Misurando il capitale sociale di ciascuna regione, Putnam mostra che sull’insieme dei casi la correlazione semplice tra capitale sociale e rendimento istituzionale è più forte di quella esistente tra sviluppo economico e rendimento istituzionale5. L’ipotesi è quindi che il capitale sociale spieghi in misura rilevante quest’ultima variabile.
Il quinto capitolo di mdw, il più discusso, indaga la storia del differenziale di capitale sociale e rendimento istituzionale tra Nord e Sud del nostro paese a partire dalla diversa storia politica delle due partizioni, risalendo fino all’inizio del secondo millennio dell’era volgare: mentre nel Nord il regime dei liberi comuni garantisce l’eguaglianza tra i cittadini e quelle reti di relazioni orizzontali che favoriscono il senso civico e costituiscono capitale sociale, nel Sud la monarchia feudale normanna costruisce una società fortemente verticalizzata e gerarchica, e quindi a bassa dotazione di senso civico e di capitale sociale. Si tratta di un caso esemplare, commenta l’autore nel capitolo successivo, di path dependence: il termine indica le costrizioni che l’assetto istituzionale di una data società imprime alle scelte degli attori che ne fanno parte, e quindi allo sviluppo della società stessa. Si tratta di una tesi ben nota: «le circostanze fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini facciano le circostanze»6. In questo caso, il capitale sociale del passato produce il capitale sociale del presente.
Ma potrebbe darsi, tornando alla domanda centrale della ricerca, che tutto questo sia ininfluente ai fini del rendimento istituzionale contemporaneo: la vera causa di questo potrebbe essere lo sviluppo economico, correlato ieri come oggi al capitale sociale, ma ad esso causalmente antecedente (come avrebbe creduto lo stesso Marx). Per falsificare questa tesi, Putnam ricorre ad un’analisi longitudinale multivariata del rapporto tra capitale sociale e sviluppo7. Misurando il livello di sviluppo economico e la dotazione di capitale sociale delle regioni italiane alla fine del secolo scorso8, ci si chiede quale delle due variabili riesca meglio a spiegare lo stato delle regioni sull’altra cento anni dopo, e quindi il differenziale di rendimento istituzionale oggetto dello studio. Il risultato, è che l’effetto del capitale sociale passato sullo sviluppo economico attuale è più forte dell’effetto inverso, e addirittura che l’effetto del capitale sociale sullo sviluppo contemporaneo, controllando per il livello di sviluppo passato, è maggiore dell’effetto del livello di sviluppo passato su quello presente. Questo, quindi, il risultato della ricerca di Putnam: il capitale sociale è una tra le principali, se non la principale causa dello sviluppo, tanto economico quanto politico, ed esso tende (almeno nel caso italiano) a rimanere stabile nel tempo, tanto da sembrare indipendente dalle variazioni della political economy.
Un risultato così forte si espone chiaramente ad altrettanto forti critiche. Escludendo quelle statistico-metodologiche e quelle storico-politiche, orientate al problema del rapporto Nord-Sud in Italia9, e in modo molto sintetico, grande parte del dibattito può essere ricondotta a tre gruppi di argomenti. In primo luogo, viene discusso il quadro analitico di Putnam, e ne viene notata una tendenza al determinismo storico. Se quello che dimostra il capitolo 5 di mdw è vero, si deve credere che il destino delle regioni italiane negli anni Settanta e Ottanta fosse contenuto nella loro situazione del dodicesimo secolo10. Al di là dell’oggetto specifico, è quindi rilevata una circolarità nel processo esplicativo: la correlazione che si rileva tra capitale sociale e rendimento istituzionale nel tempo 0, oggi, induce Putnam e collaboratori a ipotizzare e misurare un effetto dello stesso capitale sociale a partire dal tempo – 1, per spiegare diacronicamente la variazione nel rendimento istituzionale: questo procedimento, noto come induzione analitica, rischia di dare luogo a tautologie, nella misura in cui il miglior predittore di qualsiasi variabile è inevitabilmente un corollario della variabile stessa, e pertanto conduce all’esclusione di possibili spiegazioni alternative11.
In secondo luogo vi sono una serie di critiche più orientate alla discussione dei modelli esplicativi di Putnam, che propongono spiegazioni alternative e non adeguatamente considerate dall’autore. C’è chi sottolinea il rilievo del contesto geografico e politico-economico più vasto, che influisce sui destini delle regioni italiane più di quanto non influiscano le variabili endogene analizzate dall’autore12, mentre altri, più numerosi, notano che Putnam considera la politica solo come variabile dipendente, mentre la si dovrebbe considerare anche come variabile indipendente, cioè come fattore di sviluppo13.
- 14 A. Bagnasco, Regioni, tradizione civica, modernizzazione italiana; M. Levi, Social and Unsocial Cap (...)
8In terzo luogo, i critici più simpatetici rilevano nel modello esplicativo di mdw un inadeguato approfondimento dei meccanismi micro sottostanti al nesso macro tra capitale sociale e sviluppo: perché associarsi rende gli individui più fiduciosi e rispettosi delle norme sociali? Perché i rapporti di autorità, invece, possono intervenire solo negativamente su queste caratteristiche delle relazioni tra gli individui?14.
L’euristica di Bowling Alone: la misurazione del capitale sociale degli Stati Uniti
La ricerca presentata in ba si propone tre obiettivi: misurare la variazione del capitale sociale degli Stati Uniti nel corso del secolo; comprenderne le cause; capire quali possono esserne le conseguenze e cosa può essere fatto per intervenire sulla tendenza.
10Per quanto riguarda il primo, Putnam ricorre ad un vero tour de force empirico. Ciascuno degli otto capitoli della seconda sezione di ba affronta una dimensione del concetto, studiandone l’andamento mediante diversi indicatori, per un periodo che varia a seconda delle diverse fonti empiriche, ma che in generale va dal secondo dopoguerra agli anni Novanta. Alcune delle dimensioni considerate sono quelle familiari ai lettori di mdw: partecipazione e informazione politiche, frequenza ad attività religiose, partecipazione associativa, affiliazione sindacale. A queste se ne aggiungono altre: socialità informale; fiducia impersonale; filantropia; frequenza nella popolazione di agenti di controllo sociale quali avvocati, giudici, poliziotti, guardie private.
11Dal punto di vista empirico, la sezione è molto ricca: le fonti sono ben documentate, e il ricorso ai vari indicatori di capitale sociale è ben argomentato, anche se si avverte la mancanza di un’analisi complessiva dell’estensione e dell’articolazione del concetto. All’inizio del volume, del resto, Putnam avvicina la propria posizione a quella degli studiosi del clima: nessuno ha pensato, ante rem, di predisporre adeguati strumenti di misura della variazione del clima, per cui oggi non si può fare altro che triangolare diverse fonti di evidenza e sperare che siano tra loro coerenti. Lo stesso bisogna fare per lo studio del capitale sociale. L’analogia, a dire il vero, convince solo in parte, poiché il rapporto tra termometro e temperatura attuale, o tra estensione passata dei ghiacciai e temperatura passata, è più chiaro per i climatologi di quanto non lo sia oggi per gli scienziati sociali quello tra frequenza di cene con gli amici e capitale sociale di un paese. Ad ogni modo, l’ingegno empirico dell’autore e dei suoi collaboratori è notevole: oltre a fonti standard come risultati di survey scientifiche e commerciali e appropriati indicatori istituzionali (frequenza di associazioni; tassi elettorali ecc.), vengono sottoposte ad analisi secondaria svariate fonti meno familiari, come i dati time budget (che rilevano, tra l’altro, il tempo trascorso in attività riconducibili al capitale sociale); gli andamenti delle vendite di oggetti necessari per determinate forme di socialità (le carte da gioco); ricerche sui tassi di disobbedienza ai segnali stradali; dati fiscali relativi alle detrazioni per attività filantropiche e religiose.
Tutti gli indicatori compongono un quadro generale che è a giudizio dell’autore, e del lettore inevitabilmente affascinato, univoco. Il livello di capitale sociale degli Stati Uniti descrive, nel corso del secolo, una curva ad U rovesciata: sale fino agli anni Sessanta, per poi scendere. Diminuisce la partecipazione politica, anche se si mantiene è stabile il livello di informazione politica, fatto attribuito da Putnam alla crescita del livello d’istruzione. Anche la crescita dello staff delle organizzazioni politiche non costituisce una crescita del capitale sociale, ma è un mero effetto dell’aumento dei fondi a loro disposizione. Diminuisce la partecipazione ad associazioni e ad altre forme di impegno civico formalizzato, dal Rotary all’associazione genitori-insegnanti, anche se aumenta il numero delle associazioni. Diminuisce la partecipazione religiosa, e le chiese più settarie e meno interessate all’intervento sociale si avvantaggiano rispetto alle grandi chiese tradizionali. Diminuiscono, al netto della variazione della popolazione interessata, gli iscritti al sindacato e alle principali associazioni professionali. Diminuiscono le visite ad amici, i ricevimenti a casa propria, il tempo trascorso in giochi di società e nella socialità informale. Diminuisce la pratica sportiva, tranne che per il bowling, il più popolare sport americano: in questo caso, però, diminuisce la frequenza al bowling organizzato in tornei, e aumenta la frequenza informale e solitaria al gioco15. Aumenta, invece, la frequenza della partecipazione passiva, in loco o in video, agli avvenimento sportivi. Diminuisce la frequenza delle donazioni, filantropiche e religiose, mentre aumenta il volontariato, anche se si tratta soprattutto di pensionati: infatti, aumentano i volontari nelle attività assistenziali, e diminuiscono nelle attività fisicamente impegnative come donare sangue o fare i pompieri.
La diagnostica: cause, controtendenze e possibili rimedi al calo del capitale sociale
Ma non esistono controtendenze? I primi lettori degli articoli in cui Putnam anticipava, qualche anno or sono, le tesi di ba16, facevano notare che potrebbe semplicemente darsi che nuove forme di socialità, non adeguatamente colte dagli indicatori di Putnam, stiano sostituendo le antiche, e che quello che appare come un declino sia in effetti controbilanciato dalla crescita di capitale sociale in nuove forme, così da fornire un saldo nullo o addirittura positivo17. Rispondendo a questo stimolo, Putnam dedica un capitolo, il nono, all’esplorazione empirica di questa possibilità: dove cresce partecipazione civica di nuovo tipo? Potrebbe essere il caso del volontariato: questo è in effetti in crescita tra i giovanissimi, ma decisamente in declino tra la popolazione adulta. Potrebbe essere il caso dei gruppi informali, di lettura e discussione letteraria o di self-help (dagli alcoolisti anonimi ai Weight Watchers), il cui peso non sembra però in alcun modo paragonabile a quello del capitale sociale perso dagli anni Settanta in avanti.
14Potrebbe essere il caso dei movimenti sociali contemporanei, che a partire dal movimento per i diritti civili all’inizio degli anni Sessanta si sono continuamente rinnovati. Ma non è così: dopo la punta partecipativa degli anni Sessanta e Settanta, i movimenti (in modo non dissimile dai partiti politici) si sono trasformati in organizzazioni centralizzate e delocalizzate, che mantengono con i membri rapporti non diretti, via posta o telefono, e che utilizzano le risorse che questi mettono a disposizione per sensibilizzare la popolazione attraverso i mass-media ed esercitare pressioni sui decisori politici. L’unico grande movimento sviluppatosi negli ultimi due decenni in base al coinvolgimento diretto dei membri e attraverso reti di relazioni faccia a faccia, le uniche produttrici di capitale sociale, è il movimento della destra cristiana, che ha riqualificato il capitale sociale disponibile nelle chiese evangeliche per l’iniziativa politica, della quale le chiese si erano fino ad allora disinteressate.
15Potrebbe, infine, essere il caso dei mezzi di comunicazione di massa. Non è così, però, per quanto riguarda il telefono, la cui diffusione non sembra aver cambiato le abitudini relazionali degli americani. Né sembra essere così con l’Internet. La rete mette in relazione gli individui e quindi sembrerebbe creare capitale sociale, ancorché virtuale, ma in realtà, sostiene Putnam con buone ragioni, la comunicazione via rete è molto più povera di quella faccia a faccia, e non sembra in grado di dare luogo ad azioni collettive, se non fornendo l’occasione per incontri reali. Ci si trova di fronte insomma ad accenni a controtendenze, il cui stato attuale non sembra però in grado di controbilanciare, nel breve periodo, la tendenza incominciata dueo tre decadi prima. Il problema più importante, quindi, è comprendere i motivi di questo declino.
La terza sezione del volume è dedicata allo studio delle cause della diminuzione del capitale sociale. Mentre alcuni fattori spesso addotti dai pubblicisti liberisti e conservatori, come le trasformazioni nella struttura familiare o la crescita della spesa pubblica non paiono avere avuto grande peso, Putnam identifica nella televisione il fattore causale principale: l’aumento del tempo passato a guardare la televisione spiega, secondo i calcoli di Putnam, circa un quarto del declino della partecipazione sociale. Una porzione inferiore della variazione, circa un decimo per ciascuna, è attribuita ad altri due fenomeni: le trasformazioni collegate con il mondo del lavoro (maggiore ansia per le proprie condizioni finanziarie e maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro), e l’aumento dei residenti nelle aree suburbane, dove la minore densità della popolazione rende la socialità meno frequente di quanto accada nei centri cittadini o nei paesi. Oltre a questo, un’ulteriore metà della variazione del capitale sociale osservata può venire spiegata da un effetto generazionale. Su buona parte degli indicatori di capitale sociale considerati18 Putnam trova una sistematica differenza tra coorti: la coorte nata tra il 1900 e il 1935 circa presenta sempre valori più elevati, cioè maggiore partecipazione, di quelle successive (e delle precedenti), mentre la più recente presenta i valori più bassi. L’effetto generazionale interagisce con quello della televisione: la coorte «civica» è anche l’ultima ad essere cresciuta in un mondo senza o quasi senza televisione, e che quindi ha mantenuto nei propri comportamenti questa impronta, diversamente dalle successive. Essa, inoltre, ha vissuto la grande esperienza di impegno e successo collettivi della guerra mondiale. Di contro, le coorti successive non hanno vissuto nulla di simile, sono cresciute in un contesto di sempre maggiore esposizione alla televisione, con meno tempo a disposizione, maggiori ansie economiche (anche in presenza di maggiore ricchezza), e in un tessuto urbano più disperso: quindi, esse presentano un livello inferiore di partecipazione sociale, politica, culturale, e anche di semplice socializzazione informale.
17In che modo la televisione esercita questo effetto depressivo sulla partecipazione? Sulla base di molta, e controversa, ricerca socio-psicologica e sulle comunicazioni di massa, corroborata da analisi multivariate di dati dettagliati sui comportamenti individuali, televisivi e non, Putnam individua tre meccanismi. Innanzitutto la televisione occupa tempo: circa 4 ore al giorno in media, quasi metà del tempo libero del tipico americano, con una crescita di circa un terzo tra 1965 e 1995. Poi, inducendo in chi la vede un umore non particolarmente soddisfatto, ma «rilassato, sonnolento e passivo» (ba, pp. 239-240), che male si associa con la vita sociale. In terzo luogo, i contenuti stessi della televisione sono frequentemente ricchi di stimoli anti-sociali e anti-comunitari.
Nella quarta sezione, Putnam riprende l’analisi del capitale sociale come variabile indipendente, che era stata al centro di mdw. Ci si chiede: quali conseguenze possono derivare dalla tendenza individuata? Unità di analisi sono i 50 stati degli Usa, e le variabili dipendenti comprendono indicatori del benessere infantile; del rendimento delle scuole; della criminalità e della violenza diffuse; della salute degli abitanti; dell’evasione fiscale; del livello di tolleranza; del livello di eguaglianza economica e civica. Manca la replica, per gli stati americani, della discussa analisi di mdw, che confrontava longitudinalmente gli effetti del capitale sociale e delle variabili socio-economiche sullo sviluppo socio-economico stesso. Ad ogni modo, le analisi multivariate cross-section mostrano che il capitale sociale, operazionalizzato con un indice fattoriale composto da 12 misure19 è uno dei migliori predittori per tutte le variabili dipendenti considerate, anche se in diverse regressioni alcune variabili riferibili alla stratificazione di classe, come il tasso di povertà o varie misure della composizione sociale (percentuale di bianchi ecc.) risultano avere un potere predittivo pari, o, nel caso del tasso di povertà, più elevato di quello dell’indice di capitale sociale.
19Sono del resto noti i problemi statistici cui vanno incontro analisi macro di questo tipo, con pochi casi ed elevata multicollinearità delle variabili: si tratta in effetti degli stessi problemi di fronte a cui si trovavano le analoghe analisi di mdw, e quindi anche a questo proposito, come del resto riguardo la tesi della responsabilità della televisione nella diminuzione della partecipazione, c’è da aspettarsi un ampio dibattito.
Bowling Alone alla luce di Making Democracy Work
ba esce dopo che le principali tesi che esso sostiene erano già state ampiamente presentate dall’autore e dunque già discusse20. Anche molti dei recenti contributi italiani al dibattito sul capitale sociale (vedi sopra) comprendono accanto a mdw la nuova ricerca. Lasciando da parte, anche in questo caso, il caso specifico degli Stati Uniti, ci si chiede a questo punto: in che misura, e con quali argomenti, il nuovo libro di Putnam tiene conto delle critiche avanzate a mdw?
- 21 Intitolato An Agenda for Social Capitalists, con espressione felice anche se vagamente ossimorica a (...)
21Il primo gruppo di critiche, che vi rinvenivano forti elementi di determinismo storico e di circolarità esplicativa, sembra essere stato molto ben tenuto presente da Putnam, che in effetti è molto più prudente in ba di quanto non fosse nel libro precedente. I riferimenti alla path dependence sono scomparsi, se non in qualche pagina del capitolo 16, dove viene quasi en passant osservata una forte somiglianza tra la mappa del capitale sociale negli Stati Uniti e la composizione etnica del paese: negli stati dove sono più abbondanti i discendenti degli immigrati scandinavi, è anche più alto il livello di capitale sociale. Ma, a parte questo, Putnam si tiene a salutare distanza dal determinismo, così come dalle interpretazioni pessimiste del calo secolare del capitale sociale come conseguenza della modernità: invece, la storia del capitale sociale è una storia di fluttuazioni. Oggi siamo in una fase di declino, ma sappiamo di una precedente fase di crescita, e potremmo essere alle soglie di una nuova inversione di tendenza (ba, p. 25). L’ultima sezione del libro, in effetti, illustra con l’esempio della Progressive Era della fine del diciannovesimo secolo, paragonabile per molti versi alla nostra, la possibilità di creare capitale sociale, e il capitolo finale21 presenta una serie di iniziative praticabili a questo fine.
22Un secondo gruppo di critiche a mdw si concentrava sui limiti esplicativi del modello, e in particolare sull’esclusione dalla spiegazione del contesto geografico più ampio da un lato, e dell’iniziativa politica e istituzionale dall’altro. Per quanto riguarda il primo punto, il rilievo dato alla seconda guerra mondiale nella formazione della generazione civica contrasta positivamente con la scarsa considerazione del contesto esogeno nel precedente studio dei diversi sentieri di sviluppo delle regioni italiane. Per quanto riguarda, invece, la questione della politica, l’autore è chiaro: dopo aver discusso le riforme della Progressive Era egli conclude che «l’investimento in capitale sociale non è stato un’alternativa, ma un prerequisito per la mobilitazione e la riforma politica» (ba, p. 399). Si noti la prudenza dell’indicativo passato: non si tratta di una generalizzazione, almeno alla lettera. Ma, al di là del caso specifico, non solo Toqueville ma anche Marx sarebbe stato probabilmente d’accordo con questa affermazione, che susciterà non poco dibattito.
- 22 A. Bagnasco, Regioni, tradizione civica e modernizzazione italiana, p. 98.
23Rimane infine da vedere come ba affronti il terzo gruppo di critiche a mdw, che chiedevano un approfondimento dei meccanismi micro alla base dell’effetto positivo del capitale sociale sullo sviluppo. La domanda è già posta in questi termini in conclusione dell’articolo del 1988: quali sono i meccanismi che determinano l’effetto della partecipazione e dell’associazionismo su sviluppo socioeconomico e rendimento istituzionale? Chi sono gli «attivisti», la cui attività associativa ha questi così importanti effetti positivi? La domanda era riproposta in mdw, che rinviava al caso empirico della Terza Italia e agli studiosi italiani (Bagnasco e Trigilia) e americani (Piore e Sabel) che lo hanno approfondito. Ma, come sostiene lo stesso Bagnasco22, occorre studiare i meccanismi, non solo connessi al senso civico, che hanno consentito questo, e altri, casi di sviluppo locale.
- 23 Cfr. ba, n. 15 al cap. 1, p. 446.
- 24 A. M. Chiesi, Operationalizing the concept of social capital as a means of theoretical clarificatio (...)
24In una certa misura, il capitolo introduttivo di ba cerca di rispondere a questo stimolo23. Putnam vi riprende un argomento tipico della letteratura sociologica sui networks relazionali, distinguendo tra due tipi di capitale sociale: il capitale sociale esclusivo, o vincolante (bonding) e il capitale sociale inclusivo, o congiungente (bridging). Si parla del primo in presenza di forti lealtà verso gruppi coesi, che danno luogo a comportamenti individuali fortemente condizionati dal gruppo. Il secondo indica invece legami formali e non tra individui per il resto differenti, e appartenenti a cerchie sociali diverse, legami che forniscono risorse, tipicamente informative ma non solo, ai comportamenti, prevalentemente strumentali, degli individui. Mentre il capitale sociale esclusivo determina fiducia tra gli appartenenti al gruppo, il secondo richiede, e poi rinforza, un diverso tipo di fiducia, più impersonale e universalistica. Mentre il primo ricalca di frequente linee di identità ascritta, il secondo è una proprietà acquisita degli individui. D’altra parte, aggiunge Putnam, si deve pensare a questi diversi tipi di capitale sociale come a gradi di un continuum, piuttosto che come a una dicotomia, e conclude la discussione rilevando, in modo non del tutto soddisfacente, che non sono disponibili indicatori adeguati alla distinzione tra i due tipi di capitale sociale. Ma si poteva almeno provare: l’operazionalizzazione è un modo eccellente di risolvere i dubbi teorici e di rendere più chiari concetti confusi o sfuggenti24. Inoltre, la differenza tra le due forme non manca di affiorare in vari luoghi del libro: nella discussione di sintesi sui motivi del declino del capitale sociale degli Stati Uniti (cap. 15), dove sembra che il declino riguardi in modo maggiore forme di capitale sociale più spostate verso il polo bonding, quali i legami religiosi o comunitari, rispetto a forme di capitale sociale bridging, quali i rapporti con i colleghi di lavoro o generici amici, o quando viene discusso l’andamento della tolleranza (uno dei pochi indicatori di civismo che tende alla crescita, negli Usa) e i suoi rapporti con le diverse forme di capitale sociale (cap. 22).
- 25 N. Lin, Social Capital: Social Networks, Civil Engagement, or Trust?, paper presentato al Workshop (...)
25Il problema della definizione dei meccanismi micro sottostanti ai coefficienti e alle variazioni macro studiati da ba è comunque presente all’autore. Nel capitolo 8, in effetti, Putnam discute il rapporto tra le reti sociali da una parte e la disposizione individuale alla fiducia generalizzata e al rispetto delle norme dall’altra. Ma anche qui il problema non è molto approfondito, mentre alcune recenti ricerche sul tema suggeriscono che la relazione tra reti sociali e senso civico da un lato e fiducia generalizzata dall’altra potrebbe essere spuria, e che la fiducia non può essere ritenuta un indicatore di capitale sociale25. Onestamente, Putnam rimanda a future ricerche, riconoscendo che per ora «le frecce causali tra impegno civico, reciprocità, onestà e fiducia sociale sono intricate come un piatto di spaghetti ben mescolati» (ba, p. 137). Quando sono ben cotti, gli spaghetti si districano, si può aggiungere: sarà quindi la ricerca futura, soprattutto quella sul rapporto tra micro e macro, a dire se il concetto di capitale sociale deve entrare negli indici dei libri di testo di sociologia e scienza politica, o se è meglio che vi rimangano i concetti di fiducia, comunità, azione collettiva e così via.
Conclusione: variabili individuali, effetti sinergici e analisi strutturale
- 26 T. Skocpol, Unraveling From Above, «The American Prospect», 25, 1996.
26In conclusione, rimane da aggiungere un rilievo. C’è qualcosa nella parte centrale del libro, e soprattutto nella sintetica quantificazione del peso causale dei diversi «effetti» sulla diminuzione del capitale sociale americano (cap. 15), che non soddisfa appieno. Come spesso accade in questo tipo di modelli di regressione multivariata, che studiano il mutamento sociale attraverso la variazione e/o l’associazione di variabili che aggregano caratteristiche degli individui, gli effetti rinviano a variabili la cui natura ontologica non è omogenea: in questo caso il tempo passato davanti alla televisione, le trasformazioni del lavoro, la suburbanizzazione, la successione delle generazioni. La logica degli effetti male si presta a comprendere la connessione tra i diversi fenomeni studiati. È probabile, infatti, che l’aumento del tempo passato a guardare la televisione sia collegato strutturalmente agli altri fattori individuati. Si può sostenere che la trasformazione delle strutture di opportunità da questi determinata, che comprende la diminuzione del tempo a disposizione delle famiglie, l’aumento dell’ansia, l’allontanamento fisico degli individui, la de-sincronizzazione delle attività, faccia sì che la televisione finisca per essere per la maggior parte degli individui una scelta decisamente più allettante di quanto non siano il circolo locale, o una cena con gli amici, o un incontro letterario o politico. Ed è altrettanto probabile, come suggerisce Skocpol26, che tutto il fenomeno sia da considerare anche dal punto di vista della stratificazione di classe, e che l’»uscita» dalla vita civica delle classi superiori, le prime a subire gli effetti della trasformazione del lavoro e della nuova struttura urbana, abbia preceduto e rinforzato quella delle classi inferiori. Lo stesso effetto-generazione è un effetto della socializzazione, quindi di un processo strutturale e non individuale.
- 27 H. Esser, What is Wrong With Variable Sociology?, «European Sociological Review», 2, 1996: 159-166.
27Queste sono speculazioni, ma è probabile che molti dei problemi lasciati aperti da ba potrebbero essere proficuamente affrontati ricorrendo a strumenti concettuali ed empirici capaci di analizzare direttamente la struttura sociale, e cioè la struttura di opportunità degli individui: la società, sostiene ancora Skocpol, non cambia solo «perché gente con le caratteristiche individuali sbagliate prolifera nella popolazione, ma anche perché opportunità e modelli culturali si trasformano». Va detto, peraltro, che Putnam è in realtà consapevole dei limiti dell’approccio mainstream, da altri definito variable sociology27. Infatti, egli costruisce le proprie spiegazioni verbali integrando l’approccio individualistico dei dati analizzati con la descrizione di effetti «sinergici» (così l’autore), ovvero strutturali. Si è già detto dell’effetto-generazione, ma discussioni orientate in questo senso compaiono in molti dei brani più interessanti del libro: è questo il caso, ad esempio, della discussione sull’effetto della partecipazione femminile al mercato del lavoro (cap. 11), o di quella sull’effetto che la numerosità della coorte postbellica può avere avuto sulla socializzazione e i comportamenti dei baby-boomers, o ancora dell’analisi del ruolo avuto dalle guerre, e in particolare dalla seconda guerra mondiale, nello stimolare la crescita dell’associazionismo e della partecipazione sociale negli Stati Uniti (cap. 13).
28Si potrebbe quindi aggiungere che lo studio del mutamento sociale richiede, accanto e oltre alle teorie e alle tecniche di rilevazione individualisticamente orientate, teorie e basi di dati orientate alla struttura e all’individuazione dei meccanismi sociali che a partire da questa influenzano e determinano le scelte individuali. Ve ne sono numerose, senza bisogno di riesumare lo strutturalismo marx-leninista o tecnico-funzionalista: basti ricordare la teoria delle forme dello scambio della political economy polanyana, o l’analisi dei reticoli sociali, o la teoria del radicamento geopolitico del potere dello stato, teorie strutturalmente orientate, tra loro diversissime ma qui accomunabili perché tutte possono essere utilizzate, per un verso o per l’altro, nella spiegazione dei fenomeni descritti da Putnam.
- 28 Cfr. P. Paxton, Is Social Capital Declining in the United States?
- 29 Un primo approccio alla questione è quello di R. Cartocci, Chi ha paura dei valori? Per fare un alt (...)
- 30 Per il caso italiano, cfr. il vol. xxxii, 1998, di «Economia e lavoro».
- 31 Cfr. A. M. Chiesi, Operationalizing the concept of social capital.
- 32 Su questo tema, forse il più stimolante per una teoria dell’azione di quelli aperti dal concetto di (...)
29Dopo questo scolio teorico, vale la pena di indicare quali strade possa seguire la discussione dei risultati di ba e, più in generale, la ricerca sul capitale sociale. In primo luogo, la ricerca di Putnam può essere replicata con altri indicatori e altre tecniche statistiche, sia per il caso americano28 che per altri paesi, come il nostro29. Inoltre, i risultati possono essere verificati con un approccio comparativo, sia tra nazioni, che all’interno delle nazioni (come accade in mdw). In secondo luogo, deve proseguire l’indagine macro sul rapporto tra capitale sociale e sviluppo economico, il tema più controverso di mdw, cui ba dedica solo tre pagine nel capitolo 1930. In terzo luogo, deve essere affontato il problema del rapporto tra capitale sociale macro, proprietà di intere società, e capitale sociale a livello micro, risorsa di individui31. Non si tratta della riproposizione astratta del «dilemma» micro-macro, ma di un problema di sostanza: lo studio di questo rapporto si intreccia infatti con le questioni empiriche rimaste insolute in ba, vale a dire da un lato la relazione tra capitale sociale bonding e bridging, esclusivo ed inclusivo, e dall’altro la connessione tra associazionismo, o socialità in generale, e fiducia generalizzata e/o universalismo32.
30Anche per questa capacità di indicare nuove strade di ricerca, il lavoro di Putnam è un libro importante, di cui si parlerà molto, e di cui è auspicabile una traduzione italiana in tempi brevi. È un esempio brillante del ritorno delle scienze sociali allo studio empirico del mutamento sociale macro, su scala spaziale e temporale relativamente ampia, dopo anni di egemonia delle teorie dell’azione orientate in senso micro da una parte, e del mainstream macroeconomico dall’altra. Con questo libro ritorna la dettagliata descrizione del mutamento sociale e delle sue tendenze, e l’appassionata ricerca di spiegazioni e alternative. La scrittura è brillante e avvincente, cosa non frequente tra scienziati sociali, e che non guasta in un libro di oltre 500 pagine. Imprese di questo tipo riportano le scienze sociali contemporanee verso i temi dei classici della sociologia e dell’economia politica, e rilanciano il ruolo scientifico dell’immaginazione sociologica, riproponendolo però con la prudenza metodologica e previsionale suggerita dalle critiche cui la teoria dell’azione ha sottoposto le teorie macro classiche del mutamento sociale.
Note
1 R. D. Putnam, R. Leonardi, R. Nanetti, La pianta e le radici. Il radicamento dell’istituto regionale nel sistema politico italiano, Il Mulino, Bologna, 1985.
2 E oltre, come mostra la prosecuzione di questa parte dello studio di Putnam, che analizza il rendimento istituzionale delle regioni negli anni Novanta (T. Simoni, Il rendimento delle regioni. Una replica della ricerca di Putnam, «Polis», 3, 1997).
3 G. Almond, S. Verba, The Civic Culture: Political Attitudes and Democracy in Five Nations, Princeton up, Princeton, 1963.
4 Nel corso del volume si nota uno slittamento dal primo concetto verso il secondo, che infatti manca nei precedenti lavori pubblicati sulla stessa ricerca. Sul concetto di capitale sociale si vedano, oltre a J. Coleman, Social Capital in the Creation of Human Capital, «American Journal of Sociology», suppl., 1988, le rassegne di A. Portes, Social Capital: its Origins and Application in Modern Sociology, «Annual Review of Sociology», 24, 1998, e di M. Woolcock, Social capital and economic development: Toward a theoretical synthesis and policy framework, «Theory and Society», 27, 1998.
5 Il capitale sociale è operazionalizzato con un indice fattoriale ricavato da 4 indicatori: il tasso di associazionismo locale, con esclusione quindi delle filiali locali delle organizzazioni nazionali; il tasso di lettura dei quotidiani; un indice ricavato dai tassi di partecipazione ai referendum; un indice ricavato dalla frequenza del voto di preferenza alle elezioni politiche. Il tasso di lettura dei quotidiani è indicatore di interesse per le cose pubbliche, così come i due indici elettorali, scelti in modo di «depurare» la partecipazione elettorale dalle sue componenti strumentali: infatti l’incidenza del voto di preferenza è ritenuto indicatore inverso del senso civico. Lo sviluppo delle regioni è invece misurato da un indice fattoriale comprendente reddito pro capite; prodotto lordo pro capite, quota di occupati e di valore aggiunto del settore industriale e agricolo.
6 K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1991, p. 30.
7 Analisi anticipata in un precedente lavoro italiano dell’autore: R. Putnam, Rendimento istituzionale e cultura politica. Qualche interrogativo sul potere del passato, «Polis», 3, 1988, dove le analisi sono un po’ diverse e le conclusioni più sfumate.
8 Gli indicatori del capitale sociale passato, riferiti agli ultimi anni dell’800 e ai primi del secolo scorso comprendono invece: il peso elettorale dei partiti di massa, cattolico e socialista; l’incidenza di cooperative sulla popolazione; il tasso di partecipazione a società di mutuo soccorso; il numero di associazioni ancora esistenti (1982) già attive all’epoca. Le misure di sviluppo comprendono invece la percentuale di forza lavoro attiva nel settore agricolo, quella attiva nell’industria e il tasso di mortalità infantile.
9 Cfr. comunque almeno E. Goldberg, Thinking About How Democracy Works, «Politics & Society», 1, 1996 per le prime; S. K. Cohn Jr, La storia secondo Robert Putnam, «Polis», 2, 1994 e F. Sabetti, Path Dependency and Civic Culture: Some Lessons Form Italy About Interpreting Social Experiments, «Politics & Society», 1, 1996 per le seconde. Riferimenti bibliografici alla letteratura secondaria su mdw sono reperibili in F. Ramella, Cittadini e produttori: civicness e sviluppo locale, «Sviluppo locale», 6, 1997; R. Cartocci, Chi ha paura dei valori? Capitale sociale e dintorni, «Rivista italiana di scienza politica», 3, 2000.
10 A. Bagnasco, Regioni, tradizione civica, modernizzazione italiana: un commento alla ricerca di Putnam, «Stato e mercato», 40, 1994; F. Sabetti, Path Dependency and Civic Culture; F. Ramella, Cittadini e produttori.
11 A. Portes, Social Capital.
12 F. Piselli, Capitale sociale: un concetto situazionale e dinamico, «Stato e mercato», 57, 1999.
13 G. Pasquino, La politica eclissata dalla tradizione civica, «Polis», 2, 1994; A. Mutti, Capitale sociale e sviluppo. La fiducia come risorsa, Il Mulino, Bologna, 1998; A. Bagnasco, Teoria del capitale sociale e political economy comparata, «Stato e mercato», 57, 1999; C. Trigilia, Capitale sociale e sviluppo locale, «Stato e mercato», 57, 1999.
14 A. Bagnasco, Regioni, tradizione civica, modernizzazione italiana; M. Levi, Social and Unsocial Capital: A Review Essay of Robert Putnam’s Making Democracy Work, «Politics & Society», 1, 1996.
15 Di qui il titolo del libro, che a un europeo dice poco: «alla partita da solo», o ancora meglio «al bar da solo», potrebbe suonare più familiare.
16 Nel sito web di «American Prospect» (http://www.americanprospect.com) è disponibile e scaricabile un buon saggio del dibattito.
17 M. Schudson, What If Civic Life Didn’t Die?, «The American Prospect», 25, 1996.
18 In particolare su quelli che misurano la partecipazione sociale istituzionalmente connotata (elezioni, religione, volontariato), mentre quelli riferiti alla socializzazione informale presentano una diminuzione su tutte le coorti.
19 Misure dell’associazionismo civico e sociale; della partecipazione politica ed elettorale; dell’impegno nel volontariato; della socialità informale; della fiducia impersonale.
20 Vedi sopra, n. 16, e inoltre P. Paxton, Is Social Capital Declining in the United States? A Multiple Indicator Assessment, «American Journal of Sociology», 3, 1999.
21 Intitolato An Agenda for Social Capitalists, con espressione felice anche se vagamente ossimorica ad orecchie europee… Chi fosse interessato all’intervento su queste tematiche può consultare il sito web del seminario fondato da Putnam: http://www.ksg.harvard.edu/saguaro.
22 A. Bagnasco, Regioni, tradizione civica e modernizzazione italiana, p. 98.
23 Cfr. ba, n. 15 al cap. 1, p. 446.
24 A. M. Chiesi, Operationalizing the concept of social capital as a means of theoretical clarification, paper presentato al Workshop on Social Capital, Università di Trento, 2000.
25 N. Lin, Social Capital: Social Networks, Civil Engagement, or Trust?, paper presentato al Workshop on Social Capital, Università di Trento, 2000.
26 T. Skocpol, Unraveling From Above, «The American Prospect», 25, 1996.
27 H. Esser, What is Wrong With Variable Sociology?, «European Sociological Review», 2, 1996: 159-166.
28 Cfr. P. Paxton, Is Social Capital Declining in the United States?
29 Un primo approccio alla questione è quello di R. Cartocci, Chi ha paura dei valori? Per fare un altro esempio: il numero 8/1994-95 dei «Quaderni di sociologia» contiene una serie di contributi sulla società italiana negli anni 80 che potrebbero essere utilmente operazionalizzati e verificati empiricamente.
30 Per il caso italiano, cfr. il vol. xxxii, 1998, di «Economia e lavoro».
31 Cfr. A. M. Chiesi, Operationalizing the concept of social capital.
32 Su questo tema, forse il più stimolante per una teoria dell’azione di quelli aperti dal concetto di capitale sociale, si veda A. Pizzorno, Perché si paga il benzinaio. Nota per una teoria del capitale sociale, «Stato e mercato», 57, 1999.
Per citare questo articolo
Notizia bibliografica
Gabriele Ballarino, «Capitale sociale e benessere delle nazioni: una nota sulle ricerche di R. D. Putnam», Quaderni di Sociologia, 25 | 2001, 143-154.
Notizia bibliografica digitale
Gabriele Ballarino, «Capitale sociale e benessere delle nazioni: una nota sulle ricerche di R. D. Putnam», Quaderni di Sociologia [Online], 25 | 2001, online dal 30 novembre 2015, consultato il 25 aprile 2026. URL: http://journals.openedition.org/qds/1318; DOI: https://doi.org/10.4000/qds.1318
Questo articolo è citato da
- Chiesi, Antonio M.. (2007) Familismo amorale e capitale sociale. Quaderni di Sociologia. DOI: 10.4000/qds.943
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