Anche l’Ue ci dice di tassare i ricchi Andrea Fumagalli
Anche l’Ue ci dice di tassare i ricchi
Andrea Fumagalli
Tax the Rich È irrealizzabile una tassazione europea sulle grandi fortune: la facciano gli Stati
Leggi ancheLa patrimoniale va fatta, ma parlarne così è un suicidio elettorale
Il Manifesto Edizione 05/06/2026
Sorprende positivamente che l’Unione Europea si dichiari favorevole a una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze. È ciò che si evince dal documento che accompagna le raccomandazioni all’Italia nell’ambito del Semestre europeo 2026. Tra le 150 pagine, infatti, si legge testualmente che «lo spostamento del carico fiscale sul lavoro verso altre fonti di entrata attualmente poco sfruttate (…) contribuirebbe ad accrescere il potenziale dell’economia». E tra le altre fonti, il documento nomina espressamente «la ricchezza patrimoniale e le successioni».
Il dibattito sul tema è cominciato in Italia all’indomani della presentazione di una legge di iniziativa popolare promossa dal comitato unpercentoequo e da Rifondazione comunista per introdurre una tassazione dell’1% sui grandi patrimoni oltre i 2 milioni di euro al netto della prima casa (qualunque essa sia, tugurio o castello). «Non può essere un tabù» ha detto poi Elly Schlein. E Avs che è favorevole ne discute in un’iniziativa, Tax the rich, oggi a Milano.
Ma la Commissione Europea non si è limitata a parlare di possibile patrimoniale: ha anche criticato il governo Meloni su due aspetti: l’introduzione, a fini elettorali, di forme di flat tax sul lavoro autonomo, che – si legge – «erodono la base imponibile e indeboliscono la progressività» e il mancato aggiornamento del catasto immobiliare. Ma la vera ingiustizia è che le imposte sui diversi cespiti di capitale (da mobiliare, a immobiliare, da successione, quote azionarie, ecc.) sono tassate meno di un reddito medio di un lavoratore/trice (35mila euro l’anno). E poiché per il 95% le grandi fortune derivano da queste forme di reddito da capitale, il risultato paradossale è che, come hanno dimostrato i più recenti studi, il sistema tributario italiano, in contrasto con il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione, è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, e regressivo per il 5% più ricco. Inoltre, è regressivo lungo l’intera distribuzione quando gli individui sono classificati in base alla loro ricchezza netta.
Queste prese di posizioni (di puro buon senso) tuttavia, non rappresentano un’imposizione al governo italiano e non appaiono neanche nelle 16 pagine di raccomandazioni. E qui sta il vulnus e la contraddizione dell’Unione europea: se esiste una politica monetaria comune, non esiste, per scelta politica ancora oggi reiterata, una politica fiscale comune. Ciò implica che una proposta di tassazione comune europea sulle grandi fortune è oggi irrealizzabile e chiedere che venga fatta solo a livello europeo significa affossare tale proposta.
Ciò che è realizzabile (e auspicabile) è invece che i singoli stati nazionali si facciamo promotori di un’istanza del genere. La Spagna ha già deliberato in merito. Svizzera e Norvegia (che non fanno parte dell’euro) hanno già disposizioni simili. Se anche in Francia e in Germania una simile proposta trovasse riscontro nelle legislazioni nazionali, allora sì che a livello europeo comincerebbero a esserci i presupposti per proporre una politica fiscale comune. Occorre che anche l’Italia faccia la sua parte. Sicuramente non con questo governo ma con un auspicabile diverso governo futuro. Sinistra, se ci sei, batti un colpo.
Aggiornamenti
04/06/2026, 20:12 articolo aggiornato
CLAUDE
Ecco l'elaborazione dell'articolo di Fumagalli.
OCCHIELLO (parole chiave)
Tax the rich — Semestre europeo — patrimoniale — progressività fiscale — regressività — flat tax — catasto — politica fiscale comune — coordinamento europeo — articolo 53 Costituzione
CONCETTI CHIAVE
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L'apertura inattesa della Commissione europea. Il documento UE che accompagna le raccomandazioni all'Italia nel Semestre europeo 2026 suggerisce esplicitamente di spostare il carico fiscale dal lavoro verso fonti "poco sfruttate", citando espressamente ricchezza patrimoniale e successioni. Una presa di posizione di buon senso, ma priva di forza vincolante: non compare nelle 16 pagine di raccomandazioni ufficiali.
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Il quadro politico italiano sul tema. La legge di iniziativa popolare promossa da unpercentoequo e Rifondazione comunista propone un'aliquota dell'1% sui patrimoni netti oltre 2 milioni di euro (esclusa la prima casa). Schlein dichiara che non può essere un tabù; AVS ne discute nell'iniziativa "Tax the Rich" a Milano. Il dibattito si muove, ma resta ancora al livello delle dichiarazioni.
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La critica alla flat tax e al catasto. La Commissione europea censura il governo Meloni su due punti specifici: l'introduzione di forme di flat tax sul lavoro autonomo, che erodono la base imponibile e indeboliscono la progressività, e il mancato aggiornamento del catasto immobiliare, che mantiene artificialmente bassa la rendita tassabile degli immobili.
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Il paradosso della regressività italiana. I redditi da capitale (mobiliare, immobiliare, successioni, quote azionarie) sono tassati meno di un reddito medio da lavoro di 35mila euro. Poiché il 95% delle grandi fortune deriva proprio da queste forme di rendita, il sistema tributario italiano risulta leggermente progressivo fino al 95° percentile e regressivo per il 5% più ricco — e regressivo lungo l'intera distribuzione se si classifica per ricchezza netta. Una violazione strutturale dell'articolo 53 della Costituzione.
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Il vulnus europeo: politica monetaria comune, nessuna politica fiscale comune. L'UE può suggerire ma non imporre una patrimoniale. Chiedere una tassazione europea sulle grandi fortune come precondizione significa di fatto affondarla: quella scala è oggi politicamente irrealizzabile.
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La via praticabile: gli Stati nazionali come motori del cambiamento. Spagna, Svizzera e Norvegia hanno già disposizioni simili. Se Francia e Germania si muovessero nella stessa direzione, si creerebbero le condizioni per una proposta di politica fiscale comune europea. L'Italia deve fare la sua parte — non con questo governo, ma con un futuro governo di sinistra.
ANALISI CRITICA
Il contributo di Fumagalli aggiunge al dibattito sulla patrimoniale una dimensione istituzionale e comparativa che gli altri articoli trascuravano: il rapporto tra scala nazionale e scala europea della fiscalità. Il punto più solido è la critica alla delega europea come alibi: invocare una tassazione comune europea sapendo che è irrealizzabile equivale a sabotare la proposta senza dichiararlo apertamente. L'indicazione metodologica — gli Stati nazionali come leva per costruire dal basso le condizioni di una futura armonizzazione fiscale europea — è politicamente sensata e storicamente fondata.
Restano alcune debolezze. La prima è che i dati sulla regressività del sistema tributario italiano — il punto più potente dell'articolo — vengono introdotti en passant, senza citare gli studi a cui si fa riferimento né quantificare l'entità dello scarto tra aliquote nominali e effettive sui diversi cespiti. Sarebbe il nucleo argomentativo più forte e meriterebbe ben più spazio. La seconda debolezza riguarda il confronto con Spagna, Svizzera e Norvegia: i tre casi sono molto diversi tra loro per struttura fiscale, dimensione del mercato interno e posizione nell'architettura europea, e accomunarli in un'unica lista rischia di semplificare eccessivamente. La terza osservazione è di natura politica: il finale — "Sinistra, se ci sei, batti un colpo" — segnala un'impazienza comprensibile ma lascia irrisolto il problema centrale, già emerso negli articoli di Brancaccio e Floridia, ovvero quale coalizione sociale e politica potrebbe concretamente portare a compimento questa agenda in Italia.
In sintesi: un pezzo utile soprattutto per il contributo istituzionale e comparativo, che rafforza il fronte pro-patrimoniale smontando l'alibi europeo, ma che lascia aperte le stesse questioni strategiche dei contributi precedenti.
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