Francesco Coniglione La Destra e l'egemonia culturale
FONTE : https://www.aldousblog.it/single.php?id=263
La vera egemonia della destra
di Francesco Coniglione
La destra italiana – ho sostenuto nel mio precedente articolo – parla molto di egemonia culturale, ma spesso dà l’impressione di non avere capito dove essa si trovi davvero. Crede che l’egemonia consista nel piazzare uomini nei consigli di amministrazione, nominare direttori di musei, presidiare saloni del libro, riscrivere programmi, occupare ministeri, correggere manuali, moltiplicare festival amici, sottrarre qualche poltrona a quella che continua a chiamare, con pigra formula di guerra fredda, “cultura di sinistra”. Ma questa non è egemonia: è lottizzazione tardiva. È amministrazione rancorosa del sottoscala simbolico. È il tentativo di compensare con le nomine ciò che non si riesce a produrre con la forza delle idee.
La verità, più semplice e più crudele, è un’altra: la destra un’egemonia culturale l’ha già avuta, e in larga misura continua ad averla. Solo che non è quella sognata dagli apprendisti stregoni della destra identitaria italiana, con il loro pantheon di autori esoterici, nostalgie imperiali, riviste semiclandestine, busti di Evola, fantasie comunitarie, retoriche della Tradizione e rivalse contro i professori progressisti. La vera egemonia della destra non è nata nei cenacoli post-missini, né nelle case editrici militanti, né nelle fondazioni che cercano di dare rispettabilità accademica a ciò che spesso resta risentimento ideologico. È nata molto più in alto e molto più in profondità: nel neoliberismo di Reagan e Thatcher, nella grande controffensiva occidentale contro lo Stato sociale, i sindacati, la redistribuzione, il compromesso socialdemocratico, l’idea stessa che la società possa correggere democraticamente il mercato.
Quella sì è stata egemonia. Non perché abbia occupato qualche istituto culturale, ma perché ha cambiato il senso comune. Ha insegnato a milioni di persone a pensarsi come imprese individuali. Ha trasformato il lavoratore in “capitale umano”, il cittadino in contribuente, il povero in colpevole della propria inefficienza, il ricco in modello morale, la fiscalità in esproprio, la solidarietà in assistenzialismo, il sindacato in corporazione parassitaria, il welfare in spreco, il mercato in natura. Ha persuaso intere società che non esistano alternative, che la competizione sia la forma adulta della vita, che la diseguaglianza sia il prezzo inevitabile della libertà, che il pubblico sia lento e corrotto mentre il privato sarebbe sempre efficiente e virtuoso.
Il trionfo neoliberale non ha avuto bisogno di un romanzo nazionale, di una mitologia guerriera, di una nuova epica identitaria. Ha avuto bisogno di un vocabolario fatto di merito, efficienza, flessibilità, responsabilità individuale, modernizzazione, concorrenza, libertà d’impresa, taglio delle tasse, riforme strutturali. Parole apparentemente neutre, tecniche, ragionevoli; in realtà, parole cariche di una visione del mondo. E quando una visione del mondo riesce a travestirsi da buon senso, ha già conquistato l’egemonia.
Il rapporto tra questa egemonia neoliberale e quella identitaria non è di opposizione, ma di divisione del lavoro. La prima governa il reale; la seconda amministra il risentimento. La prima organizza economia, lavoro, fiscalità, welfare, impresa, merito, Stato; la seconda offre bandiere, miti e simboli a quegli ambienti inquieti che avvertono il disagio prodotto dalla finanziarizzazione del mondo, ma non devono mai arrivare a individuarne le cause materiali. La cultura identitaria non è inutile: è utile proprio perché non incide. Non tocca la proprietà, non rafforza il lavoro, non redistribuisce ricchezza, non limita il potere del capitale. Offre invece una compensazione immaginaria: radici al posto dei diritti, appartenenza al posto dell’eguaglianza, nemici culturali al posto dei conflitti sociali. Così chi è ferito dal mercato viene invitato a prendersela con il migrante, con il femminismo, con il politicamente corretto, con l’Europa, con l’antifascismo, con l’intellettuale progressista; non con il datore di lavoro, il rentier, il monopolista, l’evasore, il capitale finanziario.
Naturalmente, quella egemonia non è stata soltanto economica. Negli Stati Uniti si è saldata alla destra religiosa, al moralismo conservatore, alla difesa della famiglia tradizionale, all’ossessione per l’ordine, alla retorica della nazione minacciata. In Europa ha assunto forme più secolari, ma non meno efficaci. Ovunque ha prodotto una miscela potente: mercato per organizzare l’economia, identità per governare le paure, sicurezza per disciplinare i margini, moralismo per colpevolizzare chi resta indietro. Il razzismo e la difesa ossessiva dell’identità non sono stati un corpo estraneo rispetto a questa egemonia: ne sono stati spesso il supplemento emotivo. Quando il mercato disgrega, l’identità consola. Quando la competizione produce solitudine, la nazione promette appartenenza. Quando la precarietà genera paura, il nemico esterno viene offerto come spiegazione.
La destra economica non ama affatto gli eccessi ideologici quando rischiano di tradursi in prassi. Ama la stabilità, la prevedibilità, la disciplina dei conti, la pace sociale, la manodopera flessibile, il fisco leggero, i sindacati deboli, i consumatori docili. Non desidera rivoluzioni spirituali, né palingenesi identitarie. Vuole contribuenti meno costosi, lavoratori meno protetti, mercati più aperti, rendite più sicure. Per questo può lasciare tranquillamente alla destra culturale il suo piccolo parco giochi: convegni sulla Tradizione, polemiche contro l’antifascismo, crociate contro il politicamente corretto, riscoperte di autori iniziatici, guerre di simboli, battaglie sui monumenti e sulle ricorrenze. L’importante è che tutto resti nel recinto del simbolico. Si può giocare alla rivoluzione conservatrice, purché il giorno dopo si approvino bilanci prudenti, condoni indulgenti, privatizzazioni opportune, tagli fiscali selettivi e rassicurazioni ai mercati. Evola può dare profondità simbolica a una comunità politica in cerca di antenati; diventa imbarazzante solo se qualcuno pretendesse di prenderlo sul serio dentro il prosaico universo di commercialisti, appalti, partite Iva, bonus, fondi europei e privatizzazioni. La destra economica non sa che farsene di Evola: lo lascia ai convegni, alle bibliografie militanti, alle nostalgie aristocratiche, alle liturgie identitarie. Per teste davvero operative preferisce Hayek senza dichiararlo troppo, Friedman senza apparire troppo crudele, Thatcher senza confessarne la durezza sociale.
Il capolavoro egemonico, tuttavia, non è consistito nel tenere la destra identitaria al suo posto. È consistito nel colonizzare il linguaggio della sinistra. Qui si produce una curiosa inversione storica: la sinistra che, quando era all’opposizione, aveva effettivamente esercitato una robusta egemonia culturale — giornali, case editrici, università, cinema, teatro, associazionismo, sindacato, riviste, intellettuali — è stata poi la più permeabile all’egemonia neoliberale. Le parole che un tempo avrebbe contestato sono diventate il suo lessico di governo: mercato, modernizzazione, competitività, privatizzazioni, compatibilità, riforme strutturali, flessibilità, responsabilità fiscale. In Italia, non di rado, le grandi trasformazioni neoliberali sono passate attraverso culture politiche che continuavano a pensarsi progressiste. Le privatizzazioni, la subordinazione del pubblico alla logica dell’efficienza aziendale, l’idea che il vincolo esterno potesse sostituire il conflitto democratico, la trasformazione della “riforma” in arretramento sociale: tutto questo non è stato imposto soltanto dalla destra. È stato spesso amministrato, giustificato e nobilitato dalla sinistra di governo. Ed è qui che la vittoria egemonica diventa quasi perfetta: quando l’avversario non viene sconfitto frontalmente, ma indotto a farsi portatore della tua lingua.
Il paradosso conclusivo è evidente. La destra al governo cerca un’egemonia culturale alternativa proprio mentre amministra l’egemonia reale della destra economica. Da un lato agita simboli identitari, guerre della memoria, polemiche sull’antifascismo, battaglie contro il progressismo culturale. Dall’altro si muove dentro la grammatica consolidata del mercato, dei vincoli finanziari, della competizione fiscale, della moderazione salariale, della fedeltà atlantica, della rassicurazione dei ceti proprietari. La sua cultura ufficiale vorrebbe apparire sovversiva; la sua pratica di governo resta compatibile. La sua ribellione simbolica funziona perché non diventa mai trasformazione materiale. Il risultato è una strana doppiezza: rivoluzione immaginaria sopra, continuità materiale sotto.
La vera battaglia, allora, non è tra egemonia culturale di sinistra ed egemonia culturale di destra, come se fossimo ancora nel Novecento dei partiti, delle riviste e delle case editrici militanti. La battaglia è tra chi accetta l’egemonia neoliberale come orizzonte naturale e chi prova a rimetterla in discussione. Il resto è teatro: talvolta rumoroso, talvolta grottesco, talvolta inquietante, ma pur sempre necessario al potere, perché consente di recitare la rivolta senza toccare il comando.
È qui che gli “analfabeti dell’egemonia culturale” rivelano il loro equivoco più profondo. Pensano di dover conquistare il potere delle idee, mentre il potere che conta ha già conquistato le parole con cui pensiamo l’economia, il lavoro, il merito, la libertà, lo Stato. Pensano di dover combattere la cultura di sinistra, mentre la sinistra è stata spesso sconfitta proprio quando ha interiorizzato la lingua dell’avversario. Pensano di essere i ribelli del pensiero unico, ma finiscono per fare da decorazione identitaria al pensiero unico più potente degli ultimi quarant’anni: quello secondo cui non esiste società, ma solo individui, mercati e identità impaurite. Il neoliberismo organizza il mondo; l’identitarismo organizza il risentimento di chi quel mondo lo subisce. Ed è proprio questa divisione del lavoro — non la loro opposizione — a spiegare la forza della destra contemporanea.
CLAUDE 13-7-26
Scheda bibliografica
Autore: Francesco Coniglione Titoli:
- Gli analfabeti dell'egemonia culturale — Aldousblog.it, 29-05-2026
- La vera egemonia della destra — Sinistrainrete (ripreso da Aldous — Totalitarismo compassionevole, 10-07-2026), pubblicato 13-07-2026
Fonte: Aldousblog.it / Sinistrainrete (dittico di articoli collegati, il secondo esplicitamente concepito come seguito del primo) URL:
- https://www.aldousblog.it/single.php?id=263
- (URL https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/33339-francesco-coniglione-la-vera-egemonia-della-destra.html Sinistrainrete il 13/07/2026)
Tipologia testuale: Saggio di teoria politico-culturale in due parti, di impianto gramsciano Soggetto: Teoria dell'egemonia culturale, critica della destra identitaria italiana, rapporto tra neoliberismo ed egemonia reale
Occhiello / Parole chiave
Egemonia non è occupazione: perché la destra italiana confonde le nomine con il senso comune, mentre la vera egemonia di destra è già stata conquistata altrove — nel linguaggio del mercato
KW: egemonia culturale (Gramsci) · destra identitaria italiana · neoliberismo come senso comune · divisione del lavoro simbolico/materiale · sinistra e colonizzazione linguistica
Elenco contestualizzato di argomenti, concetti, soggetti focali
Primo articolo — Gli analfabeti dell'egemonia culturale
- Distinzione dirigente/dominante — ripresa diretta dai Quaderni del carcere (Q1, §44): una classe può essere dominante per via elettorale/coercitiva senza essere dirigente in senso egemonico
- Critica alla destra "apprendista stregone" — confusione tra occupazione degli apparati (nomine, presidenze, direzioni) e produzione reale di egemonia
- Casi storici di egemonia autentica — il PCI del dopoguerra (più forte all'opposizione che al governo), Croce, la Chiesa cattolica, il liberalismo novecentesco
- Critica al "bricolage ideologico" — l'arruolamento retroattivo di Dante, Tolkien, Pasolini, Prezzolini, Gentile, Pound come uso ornamentale e non produzione di pensiero
- Metafora del wu wei taoista — l'egemonia come forza che agisce tanto più efficacemente quanto meno si manifesta come imposizione
Secondo articolo — La vera egemonia della destra
- Tesi di svolta — la destra un'egemonia culturale ce l'ha già, ma non è quella identitaria: è il neoliberismo di Reagan e Thatcher, che ha trasformato il senso comune (lavoratore come "capitale umano", povero come colpevole, mercato come natura)
- Vocabolario come veicolo egemonico — merito, efficienza, flessibilità, responsabilità individuale, modernizzazione come parole apparentemente neutre ma cariche di visione del mondo
- "Divisione del lavoro" tra le due destre — l'egemonia neoliberale "governa il reale" (economia, fisco, lavoro), quella identitaria "amministra il risentimento" (bandiere, miti, nemici simbolici) senza toccare le cause materiali
- Funzione compensativa dell'identitarismo — devia il disagio sociale verso migranti, femminismo, politically correct invece che verso datore di lavoro, rentier, capitale finanziario
- Ruolo subordinato di Evola e della destra identitaria — tollerata dalla destra economica come "parco giochi simbolico" purché non interferisca con bilanci, privatizzazioni, rassicurazione dei mercati
- La colonizzazione del linguaggio della sinistra — la sinistra ex-egemone (giornali, case editrici, sindacati) diventa il veicolo storico di attuazione del lessico neoliberale (privatizzazioni, vincolo esterno, riforme strutturali)
- Conclusione — la vera contrapposizione non è tra egemonia di destra e di sinistra in senso novecentesco, ma tra chi accetta l'orizzonte neoliberale come naturale e chi lo rimette in discussione
Abstract
Nel dittico di articoli, Francesco Coniglione sviluppa un'argomentazione in due tempi a partire dalla nozione gramsciana di egemonia culturale. Nel primo testo critica la destra italiana contemporanea per aver confuso l'egemonia con la lottizzazione degli apparati (nomine, direzioni, occupazione di enti culturali), richiamando la distinzione gramsciana tra classe dominante (che si impone con la forza/il potere elettorale) e classe dirigente (che orienta il senso comune prima ancora di governare), ed esemplificando con il caso storico del PCI, egemone culturalmente proprio nella sua fase di esclusione dal governo. Nel secondo testo, pubblicato circa sei settimane dopo, l'autore compie un salto argomentativo: sostiene che la destra un'egemonia culturale autentica l'abbia in realtà già conquistata, ma non nella forma identitaria (Evola, Tradizione, riscoperte di autori) bensì in quella neoliberale, che ha colonizzato il senso comune economico globale dagli anni di Reagan e Thatcher. La destra identitaria viene descritta come funzione compensativa e distraente rispetto al nucleo reale del potere — quello economico-finanziario — e la sinistra come soggetto che, avendo interiorizzato il lessico neoliberale nella propria pratica di governo, ha subito la sconfitta egemonica più radicale.
Analisi critica conclusiva
Il dittico si distingue nel corpus per la qualità dell'argomentazione teorica: a differenza di molti testi di ispirazione marxista che citano Gramsci in modo evocativo o come autorità genericamente richiamata, Coniglione lavora sul testo dei Quaderni con precisione filologica (citazione puntuale di Q1, §44) e costruisce una distinzione concettuale — dirigente vs. dominante — che regge autonomamente anche fuori dal caso italiano specifico. Il primo articolo è il più solido dei due sul piano logico: la tesi che l'egemonia preceda il potere, e non viceversa, è argomentata con esempi storici eterogenei e convincenti (PCI, Croce, Chiesa, liberalismo), e la critica al "bricolage ideologico" della destra identitaria (l'arruolamento retroattivo dei classici) è tagliente e ben mirata.
Il secondo articolo compie però un'operazione più ambiziosa e più rischiosa: sposta l'obiettivo dalla critica della destra identitaria italiana a una tesi strutturale sul rapporto tra neoliberismo ed egemonia globale, in continuità con un filone consolidato di critica di sinistra al "pensiero unico" (la formula finale, "non esiste società, ma solo individui, mercati e identità impaurite", richiama esplicitamente Thatcher). Qui la forza esplicativa è alta — la "divisione del lavoro" tra destra economica e destra identitaria è una chiave di lettura elegante e coerente con l'analisi materialista annunciata nel primo testo — ma il prezzo pagato è una minore verificabilità empirica: l'articolo procede per asserzioni ampie (il neoliberismo "ha insegnato a milioni di persone a pensarsi come imprese individuali") senza dati o riferimenti a studi specifici, restando nel registro del saggio politico-teorico piuttosto che dell'analisi documentata.
Il punto di maggiore interesse critico, e insieme il nodo più scoperto, è il passaggio sulla sinistra "colonizzata" dal linguaggio neoliberale: l'affermazione che le privatizzazioni e la logica del vincolo esterno siano state "spesso amministrate, giustificate e nobilitate dalla sinistra di governo" è una tesi di lunga tradizione nella critica di sinistra radicale alla socialdemocrazia (vicina, per impianto, alle letture del PCI-PDS-PD post-1989), ma qui viene enunciata come dato acquisito piuttosto che argomentata con casi specifici — a differenza, per esempio, del rigore quantitativo di un Gattei sui rapporti commerciali USA-UE-Cina. Resta comunque un contributo di qualità superiore alla media del genere "critica dell'egemonia di destra", proprio per la capacità di evitare sia la citazione feticistica di Gramsci sia la facile polemica contro il "sovranismo culturale", per approdare invece a una tesi strutturale coerente sebbene non pienamente comprovata.

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