Che fare se chi dovrebbe farlo non lo fa? di Guido Ortona

Che fare se chi dovrebbe farlo non lo fa?

di Guido Ortona

Sinistrainrete 12-9-26

Tutto il mondo occidentale ha seri problemi economici. Ma quelli dell’Italia sono particolarmente seri, come evidenziato dal fatto che il nostro Paese sta rapidamente perdendo terreno nei confronti internazionali. Nel 1995, fatto 100 il PIL pro capite dell’Italia, il valore della Francia era 93.2, quello del Regno Unito 86.3, quello della Germania 101.5 e quello della Spagna 75.6. In sostanza, l’economia italiana stava bene come quella tedesca, stava assai meglio di quelle della Francia e del Regno Unito, e stava molto meglio di quella della Spagna. Nel 2022 la situazione era invece la seguente (sempre facendo 100 per l’Italia): Francia 111.6, Regno Unito 110.1, Germania 126.0, Spagna 92.4 (dati IMF a parità di potere d’acquisto). Tre anni fa quindi l’economia italiana stava poco meglio di quella della Spagna, assai peggio di quelle della Francia e del Regno Unito, e molto peggio di quella della Germania (forse ultimamente si è recuperato qualcosa, ma solo per i disastri degli altri paesi). È evidente che esiste un “problema Italia” specifico e, appunto, grave.

Cosa dovrebbe fare la sinistra in queste condizioni, se fosse al governo, e cosa deve quindi proporre dall’opposizione? I problemi da affrontare sono molti, ma due sono prioritari: quello del conflitto con l’Europa e quello della assenza di una seria imposta patrimoniale. Il motivo per il quale questi problemi sono prioritari è che qualsiasi politica di sinistra richiede risorse, e richiede che non si sprechino quelle che ci sono.

Ne segue che l’Italia non può permettersi di continuare a versare parecchie decine di miliardi ogni anno nel pozzo senza fondo dei vincoli europei; e dato che non si può espandere ulteriormente il debito e che tassare i redditi elevati implica che questi scappino all’estero (cosa che in presenza di una legislazione opportuna la ricchezza non può fare) bisogna tassare la ricchezza dei più ricchi, preferibilmente quella finanziaria (non si faccia troppo affidamento sulla lotta all’evasione: i veri ricchi non evadono ma elidono, e obbligare l’idraulico a pagare è giusto, ma non si aggiungono risorse, si spostano solo risorse da un soggetto – l’idraulico – a un altro, lo Stato). E poiché i ricchi continueranno a portare i loro redditi all’estero, e i vincoli europei ci obbligheranno a sprecare sempre più risorse, il trend di decrescita dell’Italia continuerà, così come il suo progressivo allontanamento dall’Europa, se non si interviene con la necessaria energia. 

Magari con qualche piccola variante, quanto sopra dovrebbe essere considerato corretto dagli economisti di sinistra. Sicuramente lo è per me (sono in pensione, ma prima ero professore ordinario di politica economica). Corretto e preoccupante; al punto che ho cercato di parlarne coi responsabili economici di Sinistra Italiana e del Partito Democratico, naturalmente (anche se non dovrebbe essere così) cercando di contattarli non tramite canali ufficiali ma tramite contatti personali. Non ci sono riuscito. In un primo tempo ho pensato a una normale maleducazione; poi mi sono accorto che la realtà è molto peggiore, e molto più preoccupante: i grandi problemi economici non interessano ai partiti della sinistra. Il PD e SI non hanno un programma, e quindi a fortiori non hanno un programma sui temi di cui sopra; e più in generale gli uffici, dipartimenti o quello che sono che si occupano di economia in Sinistra Italiana e nel PD, non esistono – o se esistono sono ben nascosti, e le strategie da essi elaborate non sono rintracciabili sul loro sito.

Credo che sia impossibile sopravvalutare la gravità di questo fatto. Fermiamoci un momento a considerarne le implicazioni: di fronte a gravissimi problemi economici e alla necessità di interventi di ampio respiro, quei due partiti non hanno una linea, anzi non se ne occupano nemmeno. I motivi di ciò andrebbero studiati seriamente, e spero che qualcuno lo faccia, o lo abbia fatto; io posso solo suggerire delle ipotesi.

Un primo motivo, e il meno importante, che penso valga soprattutto per SI, consiste nel fatto che la selezione dei dirigenti si basa sulla militanza. Semplificando un po’, diventa dirigente la persona più attiva nella partecipazione e organizzazione di manifestazioni, nel volantinaggio e in attività simili. Questa persona avrà poco tempo da dedicare allo studio, ancora meno ad attività, come l’elaborazione di proposte, che allontanano dal lavoro di massa. (Un ricordo di gioventù: nel ‘68 spesso si usava dire “la questione è politica” per indicare qualcosa di cui si sapeva poco ma che andava affrontata con la mobilitazione, e che quindi non richiedeva di essere conosciuta meglio). Semplificando, i dirigenti hanno troppe cose da fare, e troppo poco tempo, per potere occuparsi di cose di cui sanno poco e difficili da capire, come le regole europee sul debito pubblico. Ciascuno avrà le sue idee, poco elaborate e poco sicure, e cercare di produrre una linea comune è inutile, dato che i partecipanti alla discussione sanno bene di saperne poco. Anzi, è sbagliato, perché si rischia poi di fare proposte campate in aria o contraddittorie; meglio restare sul terreno sicuro dell’opposizione senza proposte impegnative, peraltro anch’esso importante e nel quale c’è moltissimo da fare, per esempio per il salario minimo o per il rilancio della sanità. Che le politiche alternative a quelle del governo richiedano risorse può essere trascurato, si fa affidamento sulla (presunta) indignazione dei cittadini per avere il loro consenso.

Però il secondo motivo, che ritengo riguardi soprattutto (ma non solo) il PD, è più importante, ed è radicato nella natura stessa del partito. Esso rappresenta interessi di diversi soggetti più o meno potenti, più o meno onesti, più o meno importanti per l’economia locale, e così via; e quindi anche gli interessi dei dirigenti sono diversi, e facilmente contraddittori. In queste condizioni si hanno inevitabilmente due conseguenze negative. La prima è che i temi divisivi (e i grandi temi economici lo sono di sicuro) vengono messi da parte. La seconda è che ciascun dirigente deve fare molta attenzione alla sua carriera (il rapporto fra “carriera” e “affermazione delle proprie idee” è molto ambiguo, qui non ce ne occupiamo); sollevare grosse questioni riguardanti la “linea generale” del partito non propizia certamente tale carriera. Ci aspettiamo quindi che si cerchi di ovviare alla mancanza di idee sui grandi temi con molta demagogia su quelli enormi, molti compromessi su quelli locali e un’opposizione molto urlata, contando anche qui sulla (presunta) indignazione delle masse per avere comunque il loro appoggio. Ed è quello che vediamo.

Ma le masse sono davvero disposte a seguire queste politiche? Anche su questo punto sarebbe necessaria un’indagine specifica; il mio suggerimento è che sono stanche di sentire proposte generiche e/o demagogiche. Il soggetto tipico (come direbbe un sociologo; un economista userebbe la locuzione “elettore mediano”, meno chiara, che vuole dire la stessa cosa), sa benissimo, o almeno intuisce, che i suoi problemi quotidiani hanno molto a che fare col debito pubblico e le distorsioni del sistema fiscale, e – giustamente – considera poco serio chi gli dice che, per esempio, che bisogna rilanciare la Sanità Pubblica senza dire dove si trovano i soldi, o che la questione più importante è Fermare il Fascismo che avanza (tra l’altro, sappiamo che l’avanzata del fascismo è molto propiziata dall’incapacità della sinistra di affrontare i grandi problemi). Che le cose stiano così è dimostrato dalla enorme, e crescente, tendenza all’astensione. Ho interrogato un sito di IA su “cosa pensano gli italiani della politica”, ottenendo questa risposta: “Gli italiani percepiscono un diffuso clima di sfiducia e stanchezza verso la politica e i politici, considerandoli spesso inaffidabili e dediti a interessi personali piuttosto che al bene comune”. E che ciò dipenda dalla natura dei partiti è suggerito dal fatto che i partiti di sinistra fanno pochissimi sforzi per recuperare gli elettori che si astengono. Tipicamente, in presenza di “qualunquismo”, non modificano le loro proposte, ma aumentano le iniziative propagandistiche a loro sostegno.

Insomma, da qualsiasi punto di vista osserviamo la questione, vediamo che trascurare i grandi problemi economici (cioè l’Europa e le politiche fiscali redistributive) è molto dannoso per la sinistra, persino sul piano dell’esito elettorale, nonostante che il mettere al primo posto l’obbiettivo di “vincere comunque le elezioni” sia molto probabilmente, come abbiamo visto, il motivo principale di questa trascuratezza. Questa è la situazione, e questa situazione ha radici profonde e non può essere modificata solo con degli appelli o delle denunce.

C’è qualcuno che può fare qualcosa, possibilmente prima che la rabbia degli elettori li porti a guardare con speranza a un Uomo Della Provvidenza che risolva tutto lui? Forse si. In Italia ci sono molte e-riviste e molti blog di sinistra. Molti di coloro che scrivono o intervengono su di essi sono militanti e studiosi (e spesso militanti e studiosi) con buona preparazione e buone capacità di analisi. La maggior parte, anzi la quasi totalità dei loro interventi è finalizzata a criticare le scelte del governo e quelle della sinistra tradizionale, o ad avanzare proposte che si collocano su un piano troppo elevato (“come salvare il pianeta”) o troppo poco elevato (“occorre una riforma della sanità”) rispetto ai grandi problemi di cui sopra. In buona parte ci scambiamo messaggi solo fra di noi, dicendo l’uno all’altro cose su cui siamo sostanzialmente tutti d’accordo. Tutto questo non basta. Bisogna assumere un atteggiamento più politico, bisogna porsi espressamente il compito di indicare una linea di politica economica su quei due grandi problemi. Occorrerà prendere delle iniziative e forse anche delle misure organizzative. E prima di tutto, quindi, cominciare a parlare di questa necessità. Mi permetto di chiudere suggerendo agli autori di interventi sui blog e sugli e-giornali (intendiamoci: sono molto spesso di alto livello e bene informati) di ridurre il peso del tradizionale approccio “dal basso in alto”, indicare cosa bisogna fare senza dare indicazioni su chi deve farlo, per assumere maggiormente un atteggiamento “dall’alto in basso”: individuare ciò che manca ai partiti di sinistra, e studiare il modo di rimediare a questa lacuna.

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SINTESI BY CLAUDE


Ecco l'analisi completa del testo di Guido Ortona.


PAROLE CHIAVE

Problema Italia — declino economico — patrimoniale — vincoli europei — debito pubblico — sinistra italiana — PD — Sinistra Italiana — astensionismo — politica economica — elusione fiscale — riviste di sinistra — intellettuali militanti — programma politico


ANALISI PER PUNTI

1. Il "problema Italia": un declino documentato e specifico Ortona apre con un dato comparativo secco e devastante. Nel 1995 il PIL pro capite italiano era sostanzialmente pari a quello tedesco e superiore a quello di Francia e Regno Unito. Nel 2022 la situazione si è rovesciata: Francia +11,6%, Regno Unito +10,1%, Germania +26%, Spagna recuperata a -7,6% rispetto all'Italia. Non si tratta di un rallentamento comune all'Occidente: è un declino specificamente italiano, strutturale e di lungo periodo. Questo dato serve a fondare la tesi che segue — le priorità della sinistra devono essere commisurate alla gravità del problema, non alla sua visibilità mediatica.

2. Le due priorità: vincoli europei e patrimoniale Qualsiasi politica di sinistra richiede risorse. Da questa premessa elementare Ortona deriva due priorità: affrontare il nodo dei vincoli europei sul debito pubblico, che sottraggono decine di miliardi all'anno a politiche espansive; e introdurre una seria imposta patrimoniale, preferibilmente sulla ricchezza finanziaria. La scelta della ricchezza (e non del reddito) come base imponibile è argomentata in modo sintetico ma preciso: tassare i redditi elevati li fa fuggire all'estero, mentre la ricchezza — con una legislazione adeguata — è molto più difficile da trasferire. Viene inoltre smontata la retorica sulla lotta all'evasione: i veri ricchi non evadono ma elidono, e recuperare l'evasione dell'idraulico sposta risorse tra soggetti senza aggiungerle al sistema.

3. Il vuoto programmatico della sinistra: una constatazione personale e politica Ortona, professore ordinario di politica economica in pensione, racconta di aver tentato — attraverso contatti personali, non canali ufficiali — di interlocuire con i responsabili economici di Sinistra Italiana e del PD. Non ci è riuscito. La conclusione è più grave di una semplice maleducazione: quei partiti non hanno programmi economici riconoscibili, e i loro uffici o dipartimenti economici sono inesistenti o invisibili. Il vuoto programmatico non è accidentale ma strutturale.

4. Prima causa: la selezione per militanza Il primo meccanismo che spiega il vuoto è valido soprattutto per Sinistra Italiana: la selezione dei dirigenti avviene per militanza attiva — volantinaggi, organizzazione di manifestazioni, lavoro di massa. Chi diventa dirigente ha poco tempo e poca inclinazione per l'elaborazione teorica su temi tecnici e complessi come le regole europee sul debito. Il rischio di produrre proposte contraddittorie o campate in aria suggerisce di restare sul terreno sicuro dell'opposizione reattiva, senza impegnarsi in proposte costruttive che richiederebbero risorse identificate. Il richiamo al '68 — "la questione è politica" come formula per evitare di approfondire — è un momento di autobiografia intellettuale significativo.

5. Seconda causa: la natura pluralista del PD come ostacolo strutturale Il secondo meccanismo, più importante e più radicato, riguarda soprattutto il PD: è un partito che rappresenta interessi diversi e spesso contraddittori. In queste condizioni i temi divisivi vengono sistematicamente elusi, perché affrontarli produce fratture interne. I grandi temi economici sono per definizione divisivi. A questo si aggiunge il calcolo carrieristico individuale: sollevare questioni di "linea generale" non propizia la carriera interna. Il risultato è una combinazione di demagogia sui temi enormi (il fascismo che avanza), compromessi sui temi locali e opposizione urlata senza proposte, contando sull'indignazione diffusa come surrogato del consenso programmatico.

6. L'astensionismo come risposta razionale degli elettori Ortona segnala un paradosso: la strategia di evitare i grandi temi economici punta a massimizzare il consenso elettorale, ma produce l'effetto opposto. L'elettore mediano intuisce che i suoi problemi quotidiani hanno a che fare con il debito pubblico e le distorsioni fiscali, e percepisce come poco serie le proposte che non dicono dove si trovano i soldi. L'astensionismo crescente non è qualunquismo irrazionale ma risposta razionale alla sfiducia. Citando una risposta di un sito IA sulla percezione degli italiani della politica — "inaffidabili, dediti a interessi personali" — Ortona segnala che questa percezione è diffusa e non viene contrastata dai partiti di sinistra, che rispondono con più propaganda invece che con migliori proposte.

7. Il ruolo possibile delle riviste e dei blog di sinistra La proposta conclusiva di Ortona si rivolge agli intellettuali e militanti che scrivono sulle e-riviste e sui blog della sinistra italiana — ambiente in cui il testo stesso circola, pubblicato su Sinistrainrete. La diagnosi è che questi spazi producono prevalentemente critica al governo e alla sinistra tradizionale, o propongono analisi a un livello troppo alto ("come salvare il pianeta") o troppo basso ("occorre riformare la sanità"), senza affrontare i due grandi problemi strutturali identificati. La proposta è di cambiare approccio: dall'atteggiamento "dal basso in alto" — indicare cosa bisogna fare senza dire chi deve farlo — a un approccio "dall'alto in basso": individuare le lacune programmatiche della sinistra e studiare come colmarle, assumendo un ruolo più esplicitamente politico.


COMMENTO CRITICO

Il testo di Ortona è il più scomodo del dossier, non perché sia il più radicale sul piano delle proposte — su quel terreno Pannone va molto più in profondità — ma perché è l'unico a rivolgere la critica principale non al governo o ai super-ricchi, ma alla sinistra stessa. È un atto di denuncia interna, scritto da un economista che si autodefinisce "in pensione" e che usa questa distanza dall'accademia come garanzia di franchezza.

Il dato comparativo sul PIL pro capite è il punto di partenza più solido dell'articolo, e andrebbe preso sul serio indipendentemente dalle conclusioni che Ortona ne trae. Il declino relativo dell'Italia rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e persino Spagna nell'arco di quasi trent'anni è un fatto strutturale che il dibattito sulla patrimoniale — come si è svolto negli altri testi del dossier — tende a trattare come sfondo implicito senza mai quantificarlo con questa chiarezza. Ortona ha il merito di metterlo al centro.

La distinzione tra evasione ed elusione — "i veri ricchi non evadono ma elidono" — è un contributo analitico preciso e sottovalutato nel dibattito pubblico. L'elusione è legale, sofisticata, transnazionale, e non si risolve con più controlli fiscali sull'idraulico: richiede una riforma strutturale della base imponibile, che è esattamente la direzione indicata da Zucman con la proposta dell'imposta minima sul patrimonio.

Le due spiegazioni del vuoto programmatico — selezione per militanza in SI, pluralismo paralizzante nel PD — sono plausibili come ipotesi ma rimangono tali: Ortona stesso le presenta come suggerimenti che andrebbero studiati seriamente. Manca l'analisi empirica che le supporterebbe. In particolare, la seconda — il PD come aggregato di interessi contraddittori — è una diagnosi ricorrente nella letteratura politologica italiana, ma applicata qui in modo piuttosto impressionistico, senza distinguere tra le diverse correnti interne, le diverse basi sociali rappresentate o le diverse fasi della storia recente del partito.

La proposta finale — riviste e blog della sinistra come possibile luogo di elaborazione programmatica alternativa — è la parte più debole del testo. Non per il principio (la funzione degli intellettuali organici nella costruzione dell'egemonia è tema classico nella tradizione a cui Ortona si richiama implicitamente), ma per la sproporzione tra la diagnosi — crisi strutturale della rappresentanza politica della sinistra italiana in un paese in declino trentennale — e la terapia indicata: cambiare il tono dei blog. È una conclusione onesta nella sua modestia, ma rivela anche il limite dello stesso testo: la lucidità della diagnosi non si traduce in una proposta all'altezza del problema identificato, confermando paradossalmente la difficoltà che Ortona denuncia.

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