Chiedere di tassare i grandi proprietari non è affatto un errore Pier Giorgio Ardeni
Chiedere di tassare i grandi proprietari non è affatto un errore
Se all’apparenza tutti concordano che le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza sono eccessive, quando si tratta di proporre misure per aggredirle si fanno subito mille distinguo. Una tassa sulla proprietà, per rendere il fisco più equo, può essere un terreno di convergenza comune per le forze progressiste
Nelle settimane recenti si è tornato a parlare di “patrimoniale”, complice il lancio di una raccolta di firme da parte di Rifondazione comunista con lo slogan “1% equo” per la presentazione di una proposta di legge popolare per tassare i grandi patrimoni, al quale ha fatto seguito un medesimo rilancio da parte dei leader di Avs. Cui hanno già risposto sbrigativamente “picche” tanto il Pd, con Antonio Misiani, che i Cinque stelle, con Giuseppe Conte. Il primo argomentando che «non vogliamo colpire il ceto medio», il secondo dicendo che sarebbe «meglio tassare gli extra-profitti».
Detto che tassare gli extra-profitti, quale che sia la loro definizione, riguarda le imprese e le loro entrate, non la loro ricchezza, la cosa che più colpisce è che, se all’apparenza tutti concordano che le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza sono eccessive, quando si tratta di proporre misure per aggredirle si fanno subito mille distinguo.
Ora, di cosa si sta discutendo? Una proposta come “1% equo” propone di tassare la ricchezza – non il reddito – a partire da una valutazione del patrimonio di due milioni di euro, detratta la prima casa e le eventuali tasse già pagate, con aliquote a partire dall’1 per cento, a salire fino al 3,5 per cento sopra i 5,4 milioni.
Una proposta simile era stata avanzata un paio d’anni fa dalla Cgil, che seguiva un appello di 150 economisti ed è, in sostanza, ciò che sostiene Avs ma anche la campagna che Oxfam ha lanciato già da tempo di una tassa al 3,5 per cento per i grandi patrimoni, così come lo stesso l’economista francese Gabriel Zucman, di cui si è occupato anche questo giornale. Perché, dunque una proposta del genere non dovrebbe avere il consenso di chi afferma di voler combattere le disuguaglianze? Non dovrebbe essere il tema unificante per le forze progressiste?
Il concetto di patrimonio
La ricchezza (il patrimonio) include i beni immobili, certo, ma anche i capitali (titoli, azioni, dividendi), che vengono accumulati senza essere tassati o con aliquote più basse dei redditi da lavoro. Un’obiezione che viene fatta è che tassare un patrimonio vuol dire tassare due volte un reddito che è già stato tassato alla fonte (il che è, appunto, da dimostrare) e che si è accumulato. Ma questa obiezione alla “doppia tassazione” dovrebbe allora applicarsi anche all’Imu, all’Iva e a tutte le imposte sulle vendite o sui consumi.
Come si accumulano i patrimoni? Per eredità, per risparmio e per aumento del valore del bene (mobile o immobile che sia). L’eredità è tassata pochissimo, l’acquisto di beni immobili prevede imposte minime. Se io acquisto una casa che vale 100mila euro e dopo dieci anni ne vale 500mila, beneficio dell’andamento del mercato e il mio capitale aumenta senza che io faccia nulla. Lo stesso vale per un’azione di un’impresa che io sottoscrivo a dieci euro e dopo un anno ne vale 1000. Dove starebbe “l’ingiustizia” nel tassare il valore del capitale per quello che è in ogni momento (anno)?
Il “ceto medio”
Una più comune obiezione è che tassando i patrimoni si va a colpire il ceto medio. Secondo i dati di cui disponiamo, la ricchezza posseduta dallo 0,1 per cento degli italiani più ricchi – poco meno di 50.000 persone – è circa tre volte superiore a quella nelle mani della metà meno ricca della popolazione adulta (25 milioni di italiani). E il valore minimo di quella ricchezza è proprio di 5,4 milioni di euro. Secondo le stime del Global Wealth Report il 5 per cento più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 50 per cento della ricchezza nazionale: il patrimonio di quel 5 per cento più ricco supera di quasi due decimi quello del 90 per cento più povero. Secondo l’Istat, la ricchezza netta totale delle famiglie italiane è stata nel 2024 pari a 11.732 miliardi di euro (la lorda, mille miliardi in più), composta per il 52,9 per cento da attività non finanziarie e in particolare da abitazioni (44,3 per cento) e immobili non residenziali (5,5 per cento). Le società finanziarie e non hanno invece una ricchezza lorda vicina ai 14mila miliardi.
Un grafico apparso qualche settimana fa su Euronews mostra che in Italia le persone che possiedono una ricchezza netta superiore ai 30 milioni di dollari (più di 25 milioni di euro) sono ben 15.433, ovvero 2.886 più di cinque anni fa.
Molti di loro hanno patrimoni superiori ai 100 milioni: anzi, sono miliardari. Quelli con più di 3 milioni sono circa 300mila. Una tassa annuale minima dell’1% vorrebbe dire 30mila euro per chi ha una ricchezza netta di 3 milioni, 100mila per chi possiede 10 milioni.
Sono tanti? Certo, ma 30mila euro in tasse già li versa chi guadagna appena 70mila euro. In Italia, ci sono oggi ben 61 miliardari, il che vuol dire che più di 15mila persone hanno una ricchezza tra i 30 e i 999 milioni.
Quanti di questi appartengono al ceto “medio”? Nessuno. Se consideriamo ceto medio chi ha un reddito tra i 26 e i 75 mila euro lordi annui, questi sono il 34 per cento dei contribuenti. Solo il 2,2 per cento sta nel ceto medio-alto, tra i 75 e i 120mila euro, mentre appena l’1,1 per cento sta nel ceto alto (492mila persone). Quanti contribuenti del ceto medio pensiamo possano possedere appartamenti e immobili per un valore superiore ai due milioni?
In ogni caso, si dice, se tassiamo i grandi proprietari – molti dei quali sono titolari di imprese, che danno lavoro a migliaia di persone –, questi se ne andranno. E dove andrebbero? In Germania? In Svizzera? Assieme agli altri miliardari? Se così fosse, ci sarebbero già andati… Stanno qui con noi perché sono italiani e sono diventati ricchi grazie al sistema, come i loro amici e colleghi tedeschi e svizzeri. Perché possono pagare salari e stipendi bassi al 99 per cento dei loro dipendenti, perché il sistema fa di tutto per coccolarseli e far pagare a quel 99 per cento il loro mantenimento. Questi signori e signore, come ci ricorda Paul Krugman, non sono gente come noi: vivono nel loro mondo, hanno società con sede fiscale all’estero, pagano meno tasse di tutti noi.
Questo, al di là degli slogan, può essere un terreno di convergenza su una ragionevole proposta delle forze progressiste: tassiamo la proprietà – che non è solo immobiliare, ma anche finanziaria – e iniziamo a rendere il sistema fiscale più giusto ed equo. Colpiremo solo quella esigua minoranza che è molto ricca e non contribuisce come il resto del paese al bene comune. Tutelando così il ceto medio che, invece, si accolla il grosso del gettito fiscale.
CLAUDE
Ecco l'analisi completa del commento di Ardeni.
OCCHIELLO / PAROLE CHIAVE
Patrimoniale — tassa sulla proprietà — disuguaglianze patrimoniali — ricchezza finanziaria e immobiliare — ceto medio — forze progressiste — Rifondazione comunista — Avs — Pd — Cgil — Oxfam — doppia tassazione — concentrazione della ricchezza
ANALISI PER PUNTI
1. Il problema politico di partenza: il paradosso progressista Tutti i partiti di centrosinistra dichiarano di voler combattere le disuguaglianze, ma quando si tratta di misure concrete sulla ricchezza patrimoniale si moltiplicano i distinguo. Il Pd (Misiani) risponde "picche" invocando la difesa del ceto medio; il M5S (Conte) propone di tassare gli extra-profitti — che riguardano i redditi delle imprese, non la loro ricchezza. Ardeni registra questa contraddizione come il nodo politico centrale: la patrimoniale dovrebbe essere il terreno di convergenza naturale delle forze progressiste, e invece le divide.
2. La proposta "1% equo" e il suo contesto La raccolta firme di Rifondazione comunista propone un'imposta patrimoniale a partire da 2 milioni di euro di patrimonio netto (con deduzione della prima casa e delle imposte già pagate), con aliquote dall'1% fino al 3,5% sopra i 5,4 milioni. La proposta si inserisce in un filone convergente: la proposta Cgil di due anni fa, l'appello di 150 economisti, la campagna Oxfam, la proposta Zucman. Ardeni segnala la coerenza di questo filone e la stranezza della resistenza interna al centrosinistra.
3. La logica dell'accumulazione patrimoniale e l'obiezione della doppia tassazione Ardeni smonta sistematicamente l'obiezione della "doppia tassazione": se fosse valida, dovrebbe applicarsi anche a IMU, IVA e tutte le imposte sui consumi, che pure gravano su redditi già tassati alla fonte. Il punto più originale è l'analisi dei meccanismi di accumulazione: eredità (tassata pochissimo), risparmio, e soprattutto rivalutazione automatica degli asset — immobili e azioni che aumentano di valore senza alcun contributo attivo del proprietario. Tassare il valore del capitale nel momento in cui esiste, anno per anno, è presentato come del tutto coerente con la logica fiscale già esistente.
4. I dati sulla concentrazione della ricchezza in Italia Ardeni fornisce il quadro quantitativo più dettagliato dei quattro testi. Lo 0,1% degli italiani più ricchi (circa 50.000 persone, soglia minima 5,4 milioni di euro) possiede una ricchezza pari a tre volte quella della metà più povera della popolazione adulta (25 milioni di persone). Il 5% più ricco detiene circa il 50% della ricchezza nazionale, superando di quasi due decimi il 90% più povero. La ricchezza netta totale delle famiglie italiane ammonta a 11.732 miliardi (dato Istat 2024). In Italia ci sono 61 miliardari e oltre 15.000 persone con patrimoni superiori a 25 milioni di euro — 2.886 in più rispetto a cinque anni fa.
5. La confutazione del mito del "ceto medio colpito" Ardeni affronta il punto con i dati IRPEF: il ceto medio è definito da redditi tra 26.000 e 75.000 euro lordi annui (34% dei contribuenti); il ceto medio-alto da 75.000 a 120.000 euro (2,2%); il ceto alto da 120.000 euro in su (1,1%, 492.000 persone). Quanti contribuenti di queste fasce possono avere patrimoni superiori a 2 milioni? La risposta implicita è: pochissimi, e comunque non il "ceto medio" nel senso corrente del termine. Un'imposta annua dell'1% su un patrimonio di 3 milioni equivale a 30.000 euro — la stessa cifra che versa già in tasse chi guadagna appena 70.000 euro annui.
6. La questione della fuga dei capitali: un argomento sociologico Ardeni affronta l'obiezione della fuga dei capitali in modo diverso dagli altri autori: non sul piano tecnico-fiscale (exit tax, enforcement internazionale) ma su quello sociologico e strutturale. I grandi proprietari italiani sono radicati nel sistema nazionale: devono la loro ricchezza alle infrastrutture, ai bassi salari, alle agevolazioni di cui hanno beneficiato. Hanno sede fiscale all'estero già adesso ma vivono qui. La minaccia della fuga è in larga misura un bluff: "se così fosse, ci sarebbero già andati".
ANALISI CRITICA
Il contributo di Ardeni è il più militante dei quattro e il più esplicito nella sua funzione politica: è un testo di persuasione interna al campo progressista, rivolto a convincere Pd e M5S che le loro obiezioni alla patrimoniale sono infondate o pretestuose. Questa funzione è legittima, ma condiziona la struttura argomentativa: i dati vengono usati selettivamente per rafforzare una tesi già acquisita, e le obiezioni vengono confutate più rapidamente di quanto la loro complessità richiederebbe.
Il punto più originale e convincente è l'analisi dei meccanismi di accumulazione patrimoniale, in particolare la rivalutazione automatica degli asset. L'esempio della casa acquistata a 100.000 euro e rivalutata a 500.000, o dell'azione passata da 10 a 1.000 euro, illustra efficacemente come l'accumulazione patrimoniale avvenga in larga misura senza alcun contributo produttivo del proprietario e senza tassazione corrente. È un argomento che rafforza la coerenza logica della tassazione patrimoniale periodica rispetto alla logica già accettata dell'IMU.
Meno convincente è la trattazione della fuga dei capitali. L'argomento sociologico — "se volessero andarsene, lo avrebbero già fatto" — è intuitivamente suggestivo ma empiricamente fragile. La letteratura citata nell'articolo di Voce.info (studi su Svizzera, Svezia, Danimarca) mostra che l'introduzione o l'aumento di imposte patrimoniali produce effettivamente riduzioni significative della ricchezza dichiarata. Il fatto che i grandi proprietari siano oggi radicati in Italia non implica che lo resterebbero invariabilmente a fronte di una nuova imposta significativa: la soglia di convenienza al trasferimento cambia con le aliquote. Ardeni lo sorvola troppo rapidamente.
La confutazione dell'obiezione del "ceto medio" è invece solida e ben documentata. I dati IRPEF mostrano chiaramente che i redditi del ceto medio, per definizione, non corrispondono a patrimoni superiori a 2 milioni di euro se non in casi del tutto marginali (concentrati in aree metropolitane ad altissimi prezzi immobiliari). L'equazione tra "difesa del ceto medio" e "opposizione alla patrimoniale" è, nei termini in cui viene posta da Misiani, una mistificazione — e Ardeni la smonta con rigore.
Sul piano politologico, il testo offre la lettura più esplicita della frattura interna al centrosinistra italiano sulla questione. La resistenza di Pd e M5S non è presentata come disaccordo tecnico ma come cedimento alla rappresentanza degli interessi dominanti — una posizione che Ardeni condivide con una tradizione di critica interna alla sinistra italiana di lungo corso. La domanda che rimane aperta — e che nessuno dei quattro testi affronta davvero — è se la proposta patrimoniale possa costruire una coalizione elettorale maggioritaria in Italia, al di là del consenso di principio registrato dai sondaggi.




Commenti
Posta un commento