È giunta l'ora di stampare moneta? Luciano Balbo dic 18, 2025

 

È giunta l'ora di stampare moneta?

Perché l'aiuto delle banche centrali è diventato indispensabile per i paesi occidentali.


Questa newsletter ha l’obiettivo di mettere in luce il dilemma di fronte al quale ci troviamo ora, ma per farlo dovrò percorrere in modo molto sintetico gli avvenimenti che negli ultimi ottant’anni ci hanno portato qui. 

Le banche centrali sono state create a partire dal XVIII secolo come strumento dei governi per finanziare il debito pubblico (che precedentemente era finanziato da privati) e per gestire l’equilibrio della moneta nazionale. 

Nel ‘700 e nell’’800 i debiti pubblici dei paesi europei hanno avuto un andamento molto variabile, con punte elevate che raggiungevano anche i 200% del PIL. Tali picchi erano quasi sempre in relazione con i momenti di guerra, che obbligavano gli Stati a grandi spese militari. Tuttavia, dopo le guerre, il debito poteva gradualmente essere ridotto, poiché gli Stati - in assenza di sistemi di welfare - non avevano molte altre uscite, e quindi potevano, grazie alla tassazione e a un po’ di inflazione, rimettere rapidamente il debito pubblico sotto controllo. Gli Stati Uniti al contrario hanno sempre avuto, sin dalla loro nascita e sino alla crisi del 29, un debito pubblico contenuto, sempre inferiore al 30% del Pil.

 La situazione è radicalmente cambiata a partire dal 1945:  alla fine della guerra i paesi vincitori, in particolare Stati Uniti e Regno Unito, erano molto indebitati per lo sforzo militare fatto, ma il debito, rispetto al PIL, è rapidamente sceso, a causa del duplice effetto di una elevata inflazione nei primi anni dopo la guerra, e per la rapida crescita economica. Inoltre i governi controllavano totalmente le condizioni del debito ed erano quindi in grado di mantenere i tassi di interesse ad esso collegati artatamente bassi, ciò che tecnicamente viene definito “repressione finanziaria”.

A partire dagli anni 60 la spesa pubblica è continuamente cresciuta in relazione al PIL, in particolare per sostenere la spesa sociale che è passata da essere trascurabile a raggiungere un valore compresa il 25% e il 30% del PIL a seconda dei vari paesi occidentali

Sino al 1990 questa spesa sociale è stata finanziata in modo prevalente dall’incremento delle tasse, poiché la crescita del reddito delle persone ha permesso una maggiore raccolta fiscale, unitamente a sistemi che hanno ampliato la base delle persone e dei redditi imponibili. 

Questo è dimostrato dal fatto che all’inizio di questo secolo la grande maggioranza dei paesi occidentali, nonostante l’incremento della spesa pubblica, aveva un debito che non superava il 60% del PIL.  Le uniche eccezioni importanti erano il Giappone e l’Italia che già negli anni 90 avevano un debito superiore al 100% e addirittura il Giappone quasi del 200%. Questa situazione derivava dalla grande crisi immobiliare e finanziaria del Giappone degli anni 80 (la quale era stata affrontata con generosissime politiche fiscali del governo); e in Italia da eccessive politiche sociali attuate prevalentemente per favorire il consenso alla Democrazia Cristiana, ma che avevano anche avuto il tacito assenso dell’opposizione. 

I cinquant’anni gloriosi successivi alla Seconda guerra mondiale avevano avuto però un’importante discontinuità all’inizio degli anni 80, quando il Neoliberismo si è affermato prima culturalmente - attraverso le posizioni di due importanti economisti come Hayek e Friedman - e poi politicamente con Thatcher e Reagan. Successivamente queste tesi sono state abbracciate da tutti i governi del mondo occidentale, anche appartenenti al mondo del centro sinistra. I punti chiave del neoliberismo economico sono: la libera circolazione dei capitali; la riduzione delle regolamentazioni pubbliche a favore di una più ampia libertà del mercato; e più in generale l’affermazione dei diritti del capitale, cioè degli investitori, rispetto a quelli del lavoro. Lo Stato ha quindi perso molto del suo ruolo di regolatore delle politiche economiche, e da demiurgo della società è passato ad essere uno degli attori inserito nell’economia di mercato, e quindi soggetto al mercato stesso.

In questo quadro economico e culturale è emersa l’idea, realizzata concretamente prima negli Stati Uniti e poi anche in Europa, di rendere le banche centrali indipendenti dal governo e cioè renderle una struttura tecnocratica che fosse soggetta ad un preciso vincolo: quello di non sottoscrivere il debito pubblico emesso dagli Stati. L’obiettivo era quello di togliere agli Stati, cioè ai politici, la libertà di emettere debito pubblico senza confrontarsi con il mercato, poiché gli unici possibili sottoscrittori del nuovo debito diventavano investitori privati.

Inoltre, le banche centrali acquisivano la libertà di decidere i tassi di interesse, quale strumento per combattere l’inflazione che era stata negli anni 70 uno dei grandi motivi della crisi del mondo precedente al neoliberismo e cioè quello dell’economia mista di mercato e delle teorie economiche di Keynes, favorevoli ad un maggiore ruolo dello stato.

È utile ricordare che ciò che ora pare scontato, cioè la totale libertà delle banche di gestire il credito, è un’assoluta novità, poiché fino agli anni 70 la maggioranza delle banche in Europa era di proprietà pubblica, ed anche negli Stati Uniti il governo definiva i tassi di interesse e suddivideva le banche per tipologie di attività, attribuendo ad ogni gruppo di banche la capacità di erogare credito solo ad alcune aree dell’economia.

Gli anni a cavallo tra la fine del passato secolo e questo sono stati il periodo d’oro del neoliberismo e soprattutto erano dominati dalla convinzione che, dopo la caduta del comunismo, tutto il mondo avrebbe abbracciato non solo il capitalismo, ma anche la visione della democrazia del mondo occidentale. Si pensava che i successi dello sviluppo asiatico (che la libertà di mercato aveva promosso attraverso la globalizzazione) si sarebbero diffusi in tutto il mondo, e che quindi il mercato, senza regole pubbliche fosse la miglior soluzione per l’umanità. 

Purtroppo, la debolezza di questo disegno si è rapidamente mostrata con la Grande Crisi Finanziaria (GFC) del 2007/2008. Questa crisi, al di là di alcune specificità legate ad eccessi del mondo della finanza, ha messo in luce il vero problema generato dalla libera circolazione dei capitali, e cioè gli effetti degli investimenti dell’enorme ricchezza mondiale nei beni patrimoniali mobiliari e immobiliari esistenti e anche realizzati con un alto grado di leverage, cioè, finanziando l’acquisto con una parte consistente di debito che si affianca al capitale.

Questo ha portato una permanente crescita del valore dei beni patrimoniali, quello che possiamo definire una “bolla permanente”, appunto sostenuta da una domanda elevata di investimento, in buona parte a debito. In questa situazione qualsiasi caduta dei valori patrimoniali genera, come nella GCF, una crisi del debito che sostiene tali investimenti e quindi una fortissima recessione.  Di fatto siamo, da alcuni decenni, in una enorme bolla finanziaria, non perché cresce l’economia e PIL, ma perché aumenta il valore dei beni di investimento, generando un incremento della ricchezza che giustamente il Mc Kinsey Institute ha chiamato “paper money” e che giova solo a chi tale ricchezza la possiede già.

E il fenomeno della cosiddetta “ finanziarizzazione“.

La risposta alla GCF è stata in realtà molto efficace, perché Stato e Banche entrali sono intervenuti in parallelo: da un lato i governi incrementando la spesa pubblica per sostenere l’economia, e dall’altro le Banche centrali comprando sul mercato titoli pubblici, con un’operazione definita “quantitative easing “ (QE) per dare una maggiore liquidità alle banche commerciali ed evitare una crisi del credito, ma in realtà anche per sostenere indirettamente la domanda di debito pubblico e facilitarne qui le nuove emissioni.

L’intervento delle banche centrali era stato pensato come temporaneo, e cioè che, appena l’economia si fosse ripresa, questi stessi titoli sarebbero stati rivenduti sul mercato. 

Ma ciò non è stato possibile per una serie di motivi:

  • I debiti pubblici sono continuati a salire, perché la domanda di spesa sociale non può essere contratta, come mostra la situazione francese o inglese attuale: i cittadini non sono pronti a fare i sacrifici su questo terreno, ma non sono neppure disposti a vedere aumentare le tasse, anche perché l’economia negli ultimi vent’anni è molto stagnante in Europa, e quindi i salari crescono pochissimo; 

  • Il drammatico caso del COVID ha imposto un ulteriore intervento pubblico attraverso il debito, e di conseguenza la necessità di nuovi acquisti da parte delle banche centrali di titoli di debito. (Il fatto che essi vengano acquisiti sul mercato e non direttamente è una pura “finzione formale”);

  • Le banche centrali hanno perfettamente chiaro che qualsiasi perturbazione finanziaria, che faccia scendere il valore dei beni di investimento, o che riduca la liquidità sul mercato, provocherebbe una crisi finanziaria enorme, ed una conseguente recessione. Pertanto, pur tentando talvolta di cedere i titoli in portafoglio, esse sono spesso obbligate a bloccare quest’operazione ed anzi a tornare ad acquisire nuovi titoli, come successo nei giorni scorsi negli Stati Uniti, dove la FED ha comprato 40 miliardi di titoli pubblici, proprio perché ha percepito un rischio di liquidità nel mercato.

Pertanto, oggi FED, BCE e BoE posseggono tra il 15% e il 25% dei titoli pubblici della loro area di riferimento: questa percentuale è abbastanza stabile e non vi sono all’orizzonte delle condizioni perché possa essere ridotta. La Banca centrale giapponese ha in portafoglio addirittura quasi il 50% del debito pubblico, che è straordinariamente alto perché supera il 200% del Pil.

Tuttavia questa azione ha creato un effetto “perverso” perché con il QE le banche centrali creano nuovo denaro: perché pagano gli acquisti, fatti prevalentemente dalle banche commerciali, con riserve bancarie che sono lo strumento con cui le stesse banche commerciali possono emettere debito, e quindi permettono agli istituti di credito di offrire più credito che però si è rivolto prevalentemente a finanziare acquisti di beni patrimoniali esistenti, facendone continuamente crescere il valore.

Di fatto il QE ha aiutato a perpetrare il problema, la bolla speculativa a debito, che ha causato i rischi e i problemi che lo stesso QE voleva curare. Davvero un circolo vizioso.

Tuttavia, il mondo intellettuale, economico e politico liberal democratico sembra non accorgersi di questa situazione e quasi negarla pensando che possa essere considerata ancora temporanea.

Ed è interessante notare come invece sia più apertamente affrontato da quelle che possiamo considerare le due ali estreme di pensiero, riproducendo anche in campo economico ciò che sta avvenendo nella politica generale.

Infatti, l’amministrazione Trump sta cercando di portare sotto il proprio controllo la FED. È significativo questo intervento del ministro statunitense dell’economia Scott Bessent che indica, correttamente, gli effetti perversi del QE e lo fa addirittura citando economisti di “sinistra” e quindi auspica un cambio di ruolo della banca centrale. Non chiarisce però quale possa essere la strategia alternativa per affrontare le cause del problema.

Sull’altro fronte, che potremmo chiamare di “sinistra” emerge una soluzione che da qualche anno viene proposta da un piccolo gruppo di economisti non ortodossi, messo però all’indice dal pensiero economico dominante. La proposta è stata chiamata MMT (Modern Monetary Theory), e prevede che gli Stati attraverso le banche centrali possano “stampare moneta”, saltando quindi l’emissione di debito pubblico.

L’obiettivo che questa ipotesi si propone non è quello di sperperare denaro, quanto di creare le risorse necessarie, soprattutto per mantenere il pieno impiego e cioè per creare una situazione sociale più equilibrata rispetto a quella attuale, facendolo senza incremento del debito. In sostanza offrire risorse all’economia non attraverso le banche, ma direttamente ai cittadini o per gli investimenti pubblici necessari.

Questa tesi incontra due critiche importanti, ma non totalmente fondate:

  • la creazione di denaro genererebbe inflazione: ma il caso giapponese sembra proprio dimostrare il contrario, visto che l’enorme debito - pur oneroso - non ha affatto creato un aumento dei prezzi. Inoltre, gli ultimi studi stanno mostrando che in una situazione di salari quasi bloccati è difficile che si generi inflazione, a meno che essa non provenga da shock esterni, come è stato nella fase post COVID. Anche su questo terreno si sta quindi palesando una diversa interpretazione, nella situazione attuale, dell’origine dell’inflazione;

  • questa libertà degli Stati di stampare moneta, senza essere sorvegliati dai mercati, darebbe un immenso potere ai politici per fare azioni rivolte solo a compiacere gli elettori e a mantenere la propria popolarità. Questa è una critica sensata che può essere però in parte smentita, poiché una parte del debito pubblico rimane in mano al risparmio privato; ed in ogni caso c’è da domandarsi se non sia giusto far riprendere ai governi eletti un maggior controllo finanziario rispetto al potere del Mercato.

Il mondo si trova di fronte ad un fenomeno di immense dimensioni, totalmente nuovo, foriero di grandi rischi e generatore di disuguaglianza patrimoniale.

Forse serve uscire dagli schemi consolidati.

Questo strano e complesso intreccio che ho descritto significa che il rischio è molto elevato e che dobbiamo trovare altre strade per organizzare l’intero sistema macroeconomico mondiale; purtroppo, la resistenza di intellettuali, economisti e politici, soprattutto nel cosiddetto mondo liberal democratico, ad un dibattito più onesto intellettualmente e più coraggioso non ci salverà dall’avventatezza dei populisti e ci renderà il futuro ancora più difficile.

CLAUDE 23-6-26

Occhiello (parole chiave) Banche centrali e indipendenza; repressione finanziaria; Quantitative Easing come circolo vizioso; bolla finanziaria permanente; MMT (Modern Monetary Theory); Scott Bessent e l'attacco alla Fed; caso giapponese; "paper money" e finanziarizzazione.


Abstract

Balbo ricostruisce, dal '700 a oggi, la storia del rapporto tra Stati, banche centrali e debito pubblico per arrivare a una domanda provocatoria: è giunto il momento per gli Stati occidentali di "stampare moneta" direttamente, bypassando l'emissione di debito sottoscritto dal mercato? Dopo aver descritto la natura ciclica e gestibile del debito pubblico pre-1945 (picchi bellici riassorbiti da tassazione e inflazione), l'autore individua nel secondo dopoguerra una "repressione finanziaria" funzionale (debito ridotto da crescita e inflazione, tassi controllati dai governi), seguita dall'espansione della spesa sociale (anni '60-'90) finanziata da gettito fiscale crescente. La svolta neoliberista anni '80 (Hayek, Friedman; Thatcher, Reagan) introduce due cambiamenti strutturali decisivi: liberalizzazione dei capitali e indipendenza delle banche centrali, costruita esplicitamente per impedire agli Stati di finanziarsi senza il vaglio del mercato finanziario. La Grande Crisi Finanziaria del 2007-08 rivela il vero problema sottostante — non solo eccessi finanziari specifici, ma l'effetto strutturale della libera circolazione dei capitali: una "bolla permanente" di valore dei beni patrimoniali (il "paper money" di McKinsey), alimentata a leva. La risposta a quella crisi — intervento statale + Quantitative Easing delle banche centrali — pensata come temporanea, si è invece cronicizzata: debiti pubblici in crescita ininterrotta (domanda sociale incomprimibile, nessuna disponibilità a pagare più tasse), COVID come ulteriore shock, e banche centrali costrette a tornare costantemente acquirenti di titoli pubblici per evitare crisi di liquidità (FED, BCE, BoE oggi possiedono 15-25% del debito pubblico di riferimento; Banca del Giappone quasi il 50% di un debito/PIL oltre il 200%). L'effetto "perverso" del QE è che la nuova moneta creata, veicolata tramite riserve bancarie, alimenta ulteriore credito diretto all'acquisto di beni esistenti, perpetuando la stessa bolla speculativa che il QE avrebbe dovuto curare — un circolo vizioso. Di fronte a questa impasse, mentre il mainstream liberal-democratico nega o minimizza il problema, Balbo individua due risposte "estreme" e speculari: da destra, il tentativo dell'amministrazione Trump (tramite il segretario al Tesoro Scott Bessent) di sottoporre la Fed a controllo politico, denunciandone gli effetti perversi senza però offrire un'alternativa strutturale; da sinistra, la MMT, che propone di finanziare spesa pubblica e pieno impiego tramite creazione monetaria diretta, scavalcando l'emissione di debito sottoscritto dai mercati. Balbo esamina le due critiche classiche alla MMT (rischio inflazionistico; rischio di abuso politico del potere monetario) giudicandole "non totalmente fondate", e chiude invocando la necessità di uscire dagli schemi consolidati per affrontare un fenomeno di "immense dimensioni" che il mondo liberal-democratico si rifiuta di discutere apertamente.


Analisi per punti

  1. Genesi storica delle banche centrali: nate dal XVIII secolo come strumento dei governi per finanziare il debito pubblico (sottraendolo al finanziamento privato) e gestire l'equilibrio monetario nazionale.

  2. Debito pubblico pre-1945: andamento ciclico legato alle guerre (picchi anche al 200% del PIL), riassorbito nei periodi di pace tramite tassazione e inflazione, in assenza di sistemi di welfare strutturati che avrebbero impedito la riduzione. Eccezione storica: gli Stati Uniti, debito sempre sotto il 30% del PIL fino alla crisi del '29.

  3. Il modello del secondo dopoguerra: debito elevato post-bellico riassorbito rapidamente grazie a inflazione e crescita economica, ma anche a un controllo statale diretto sulle condizioni del debito — la "repressione finanziaria" (tassi artificialmente bassi mantenuti dai governi).

  4. Espansione della spesa sociale (anni '60-'90): crescita dal trascurabile al 25-30% del PIL nei paesi occidentali, finanziata prevalentemente da incremento della tassazione resa possibile dalla crescita dei redditi e dall'ampliamento della base imponibile — risultato: a inizio millennio la maggioranza dei paesi occidentali aveva un debito sotto il 60% del PIL, con le eccezioni di Giappone (quasi 200%, per la crisi immobiliare-finanziaria anni '80 affrontata con politiche fiscali generosissime) e Italia (oltre 100%, per politiche sociali clientelari della DC con tacito assenso dell'opposizione).

  5. La svolta neoliberista anni '80: affermazione culturale (Hayek, Friedman) e politica (Thatcher, Reagan), poi adottata trasversalmente anche dal centrosinistra; pilastri: libera circolazione dei capitali, deregolamentazione, prevalenza dei diritti del capitale su quelli del lavoro. Lo Stato passa da "demiurgo della società" a semplice attore dentro il mercato, soggetto al mercato stesso.

  6. L'indipendenza delle banche centrali come dispositivo politico: costruita esplicitamente per impedire agli Stati di finanziare il debito pubblico senza il vaglio degli investitori privati; le banche centrali ottengono parallelamente piena libertà sui tassi come strumento anti-inflazionistico, in risposta diretta al trauma inflazionistico degli anni '70 letto come fallimento del paradigma keynesiano. Nota storica rilevante: prima degli anni '70 gran parte delle banche europee era pubblica, e anche negli USA il governo fissava i tassi e segmentava le banche per tipologia di credito erogabile.

  7. L'illusione di fine secolo: dopo la caduta del comunismo, convinzione diffusa che capitalismo di mercato senza regole pubbliche e democrazia occidentale si sarebbero diffusi globalmente, sull'onda dei successi della globalizzazione asiatica.

  8. La Grande Crisi Finanziaria 2007-08 come rivelazione strutturale: oltre agli eccessi specifici del settore finanziario, la crisi mostra l'effetto sistemico della libera circolazione dei capitali — investimento dell'enorme ricchezza mondiale su beni patrimoniali esistenti, spesso a leva, generando una "bolla permanente" di valore patrimoniale (il "paper money" McKinsey) che giova solo a chi già possiede ricchezza — qui esplicitamente identificata come "il fenomeno della finanziarizzazione".

  9. La risposta coordinata Stato-Banche centrali: spesa pubblica anticiclica + Quantitative Easing (acquisto di titoli pubblici da parte delle banche centrali) per garantire liquidità alle banche commerciali e, indirettamente, sostenere la domanda di nuovo debito pubblico — intervento concepito come temporaneo.

  10. Perché il QE non si è potuto ritirare — tre ragioni esplicitate:

    • la domanda di spesa sociale resta incomprimibile (casi Francia, UK) mentre i cittadini rifiutano sia tagli sia aumenti di tasse, in un contesto di stagnazione salariale europea ventennale;
    • il COVID ha imposto un nuovo shock di debito e quindi nuovi acquisti delle banche centrali (l'acquisto "sul mercato" piuttosto che diretto viene definito esplicitamente "una pura finzione formale");
    • le banche centrali, consapevoli del rischio sistemico di qualsiasi perturbazione sul valore degli asset o sulla liquidità, sono costrette a tornare acquirenti anche quando tentano di disimpegnarsi — esempio recente: acquisto FED di 40 miliardi di titoli per rischio di liquidità percepito.
  11. Dati aggiornati sulle quote di debito in mano alle banche centrali: FED, BCE, BoE tra il 15% e il 25% del debito pubblico di riferimento, stabilmente, senza condizioni all'orizzonte per una riduzione; Banca del Giappone quasi il 50% di un debito/PIL superiore al 200%.

  12. L'effetto "perverso" del QE — il circolo vizioso: gli acquisti sono pagati con riserve bancarie, che permettono alle banche commerciali di erogare più credito; questo credito si è però rivolto prevalentemente a finanziare l'acquisto di beni patrimoniali esistenti, alimentando ulteriormente la stessa bolla che il QE avrebbe dovuto contenere — il QE diventa quindi parte del problema che intendeva curare.

  13. Negazione/minimizzazione da parte del mainstream liberal-democratico: il problema viene trattato come ancora temporaneo, mentre — nota Balbo — sono le "due ali estreme" (destra trumpiana e sinistra non ortodossa) ad affrontarlo più apertamente, riproducendo in campo economico la stessa polarizzazione osservabile in politica generale.

  14. La risposta di destra — Trump/Bessent: tentativo di sottoporre la Fed a controllo politico; il segretario al Tesoro Bessent denuncia correttamente (secondo Balbo) gli effetti perversi del QE, citando persino economisti di sinistra, ma senza chiarire una strategia alternativa per affrontare le cause del problema.

  15. La risposta di sinistra — MMT: proposta, sostenuta da un piccolo gruppo di economisti non ortodossi marginalizzati dal pensiero dominante, di finanziamento diretto via creazione monetaria delle banche centrali, scavalcando l'emissione di debito sottoscritto dal mercato; obiettivo dichiarato non lo spreco ma il pieno impiego e un maggiore equilibrio sociale, senza incremento del debito formale.

  16. Le due critiche alla MMT e la loro relativizzazione:

    • rischio inflazionistico: confutato (parzialmente) dal caso giapponese, dove un debito enorme non ha generato inflazione; richiamo a studi recenti secondo cui, in condizioni di salari quasi bloccati, l'inflazione difficilmente si genera endogenamente, a meno di shock esterni (come nel post-COVID);
    • rischio di abuso politico del potere monetario (clientelismo elettorale): definita "critica sensata" ma parzialmente attenuabile, poiché una parte del debito resta comunque in mano al risparmio privato; Balbo rilancia inoltre la domanda se non sia "giusto" restituire ai governi eletti un maggiore controllo finanziario rispetto al potere dei mercati.
  17. Chiusura programmatica: il mondo si trova davanti a un fenomeno di "immense dimensioni", nuovo, rischioso e generatore di disuguaglianza patrimoniale; la resistenza del mondo liberal-democratico a un dibattito intellettualmente onesto e coraggioso non ci "salverà dall'avventatezza dei populisti" e renderà il futuro più difficile.


Elenco concetti-soggetti chiave

  • Storia delle banche centrali e funzione originaria di finanziamento del debito pubblico
  • Repressione finanziaria nel secondo dopoguerra
  • Espansione della spesa sociale e suo finanziamento fiscale (1960-1990)
  • Indipendenza delle banche centrali come dispositivo politico-neoliberista
  • Grande Crisi Finanziaria 2007-08 come rivelatore della finanziarizzazione strutturale
  • "Paper money" (McKinsey) e bolla patrimoniale permanente
  • Quantitative Easing come intervento "temporaneo" diventato permanente
  • Circolo vizioso: QE che alimenta la stessa bolla che dovrebbe curare
  • Quote di debito pubblico in mano alle banche centrali (FED, BCE, BoE, BoJ)
  • Scott Bessent e il tentativo trumpiano di controllo politico sulla Fed
  • Modern Monetary Theory (MMT): creazione monetaria diretta vs. emissione di debito
  • Critiche alla MMT: inflazione e rischio di abuso politico
  • Caso giapponese come "anomalia" che confuta le previsioni ortodosse

Valutazione critica finale

Questo testo, per la Sua ricerca sul riformismo post-1989, è particolarmente interessante perché Balbo qui si avvicina più che altrove a una posizione che dialoga apertamente con l'eterodossia economica (la MMT), pur mantenendo — come vedremo — una postura di equidistanza tra le "due ali estreme" che rivela ancora la cifra riformista di fondo.

Punti di forza analitici:

  1. La genealogia storica dell'indipendenza delle banche centrali come costruzione politica, non necessità tecnica, è esposta con chiarezza e rigore: l'autore mostra bene come l'indipendenza nasca da una scelta precisa — impedire agli Stati di finanziarsi senza il vaglio del mercato — confermando la lettura che la tradizione di Brancaccio (con cui Lei ha già familiarità editoriale) propone sul cosiddetto "vincolo esterno" come artefatto politico.

  2. L'individuazione del QE come "circolo vizioso" che alimenta la stessa finanziarizzazione che dovrebbe contenere è il contributo teorico più solido del pezzo: mostra con precisione il meccanismo di trasmissione (riserve bancarie → credito → acquisto di asset esistenti → bolla) che altri testi della serie descrivevano in modo più generico.

  3. L'apertura, sia pur cauta, verso la MMT è un punto di snodo significativo nel posizionamento di Balbo rispetto al resto della serie: qui l'autore non si limita a proporre correzioni fiscali marginali (come nei testi sulla deducibilità degli interessi o sulla tassazione delle transazioni speculative), ma discute seriamente un'alternativa che metterebbe in discussione il nesso stesso tra Stato e mercati finanziari nel finanziamento della spesa pubblica — un salto di radicalità rispetto, ad esempio, al testo sul debito pubblico francese, dove il "vincolo esterno" era trattato più come dato di fatto che come costruzione contestabile.

Tuttavia, alcuni limiti tipici del riformismo restano evidenti, e meritano di essere segnalati per la Sua mappatura:

  1. L'equidistanza tra Bessent/Trump e MMT come "due ali estreme" è una mossa retorica che appiattisce asimmetrie sostanziali: l'intervento di Bessent sulla Fed è orientato a sottrarre l'istituzione al vincolo anti-inflazionistico per finalità di politica fiscale espansiva di marca nazionalista/protezionista, mentre la MMT nasce da un impianto teorico (Wray, Kelton, Mosler) con obiettivi distributivi espliciti (pieno impiego, investimento pubblico) e un impianto analitico sulla natura della moneta sovrana molto diverso da quello dell'amministrazione Trump. Trattarle come riflessi simmetrici delle "due ali estreme" rischia di nascondere che si tratta di progetti politici radicalmente diversi quanto a beneficiari e finalità — un'operazione di "centrismo analitico" tipica del riformismo, che tende a collocarsi equidistante tra populismo di destra e proposte radicali di sinistra, anche quando il contenuto delle due posizioni non è affatto equivalente.

  2. L'assenza di una teoria della moneta sovrana applicata all'Eurozona: il punto più rilevante per il dibattito italiano (Brancaccio, Bagnai) — e che lo stesso Balbo aveva lasciato sullo sfondo nel testo sul debito pubblico francese — è che la MMT presuppone un emittente sovrano della propria moneta (USA, Giappone, UK), mentre i singoli Stati dell'Eurozona non lo sono: la BCE non è la "loro" banca centrale nello stesso senso in cui la Fed è quella degli USA. Balbo cita BCE, FED e BoE nello stesso elenco di "proprietari" di quote di debito senza segnalare questa differenza strutturale cruciale, che è invece il nodo dirimente di tutto il dibattito MMT applicato al contesto europeo.

  3. Le due critiche alla MMT sono discusse ma non davvero risolte: l'autore le definisce "non totalmente fondate" ma si limita a relativizzarle con il caso giapponese (singolo, parzialmente sui generis per ragioni socio-demografiche e culturali sulla detenzione del debito) e con un'osservazione di buon senso sul rischio di abuso politico — non affronta, ad esempio, la critica più tecnica della MMT mossa da economisti post-keynesiani non MMT (come lo stesso Krugman, citato altrove nella serie) sulla distinzione tra capacità di spesa monetaria e vincoli reali (risorse, capacità produttiva) che limitano comunque l'espansione fiscale anche in regime di sovranità monetaria piena.

  4. Resta, come in tutta la serie, l'assenza di un soggetto politico-sociale specifico: la chiusura ("serve uscire dagli schemi consolidati", "dibattito più onesto e coraggioso") riproduce lo schema retorico già visto altrove — l'appello alla consapevolezza e al coraggio intellettuale, senza l'indicazione di quali forze politiche e sociali concrete dovrebbero portare avanti, ad esempio, un'eventuale transizione verso strumenti di tipo MMT, e contro quali interessi organizzati (il "mondo finanziario" già descritto altrove come "forte ostacolo al cambiamento") questa battaglia dovrebbe essere condotta.

  5. Posizionamento nel quadro del riformismo post-1989: questo testo colloca Balbo in una zona di confine interessante — più vicino alla "terza generazione" riformista che ho descritto nel quadro generale (quella post-2008, alla Piketty/Turner/Mazzucato), ma con un'apertura verso l'eterodossia monetaria (MMT) che va oltre quanto facciano normalmente Piketty o Turner, i quali restano fermamente dentro l'ortodossia del finanziamento via debito sottoscritto dal mercato, sia pure tassato più progressivamente. In questo senso, il Balbo di questo testo specifico è leggermente più "avanzato" verso l'eterodossia rispetto al Balbo "tecnico-regolatorio" del testo sul leverage che Le ho analizzato in precedenza — un'evoluzione interna alla sua stessa serie che potrebbe essere interessante annotare nel Suo studio come esempio di come anche un singolo autore riformista possa muoversi, testo per testo, tra posizioni più o meno prossime all'eterodossia, mantenendo però sempre la cornice di fondo della correzione tecnica del sistema esistente piuttosto che della sua trasformazione strutturale.



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