Finanzcapitalismo all’italiana di Alfonso Gianni

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/33203-alfonso-gianni-finanzcapitalismo-all-italiana.html 

Finanzcapitalismo all’italiana

di Alfonso Gianni

Allo stato delle cose nessuno può dire con certezza se al lungo risiko bancario sia subentrata per davvero una pax bancaria. Come vedremo ci sono ancora alcune varianti possibili e caselle da scoprire. Ma quello che è successo in questi ultimi giorni ha certamente delineato un processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un conflitto e un altro, o tra una fase dello scontro e un’altra del medesimo, dimostra che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo, le crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerra non solo le crea, quindi le subisce, ma poi soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.

La vicenda italiana si sta incanalando verso un successo per il gruppo Intesa-San Paolo. In un’intervista a un importante quotidiano il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti ha riassunto – a denti stretti – pressappoco così l’epilogo del risiko: nel mercato vince chi paga di più. La stessa cosa veniva spesso ripetuta anni addietro, quando non era banale affermarlo, da Alfredo Reichlin ricorrendo alla locuzione in rima baciata “È l’articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto” per simboleggiare il passaggio al finanzcapitalismo. Di fronte a questa antica potenza, quella del denaro, in qualunque forma essa si presenti, possono assai poco le golden power dei governi, che riescono sì a rallentare i processi, ma non ad arrestarli né far loro cambiare direzione.

Al contrario, se si guarda alla lunga storia del salvataggio pubblico del pluricentenario Monte dei Paschi di Siena, si trova la conferma che l’intervento salvifico dello Stato è servito a rimettere in pista l’istituto, ma, alla fine, per essere consegnato quale boccone ben gradito a chi detiene le sorti del sistema bancario privato. Si può dire che con il collocamento del Tesoro del 15% di Mps, la terza tranche del processo di privatizzazione, nel novembre del 2024 abbiano avuto inizio e slancio tutte le manovre approdate all’attuale riassetto. Sull’osso si sono gettati Banco Bpm, Anima, Caltagirone e Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio. Mentre Giorgetti si fregava le mani perché, a dir suo, si profilava così un terzo polo bancario italiano. Che la questione dell’italianità sia in realtà una coperta troppo corta e per giunta tirata di qua e di là, a seconda delle convenienze, è un’altra delle evidenze che tutta questa storia trascina con sé. Infatti, è stato lo stesso Giorgetti, al fine di impedire la scalata di Unicredit a Banco Bpm – con la scusa di un “pericolo russo” che la prima avrebbe portato con sé per il suo noto attivismo dalle parti dell’Europa orientale e nella stessa Russia – a permettere a Crédit Agricole di salire nel capitale della banca milanese fino al 23%, che potrebbe arrivare al 30% dal momento che vi è già l’autorizzazione della Bce.

Quanto è finora accaduto permette di delineare quale potrà essere, a meno di colpi di scena non molto probabili nei prossimi giorni (ma mai dire mai…), il quadro del sistema bancario nel nostro paese, basato e articolato su tre poli dalla consistenza rafforzata.

Il primo gruppo sarà costituito da Banca Intesa. Se le sue mire su Mps vanno in porto, come per ora tutto porta a credere, potrà contare su più di 3mila filiali, grazie ai 625 sportelli che la banca senese porta in dote. Il livello della capitalizzazione borsistica salirebbe di parecchio spingendo Banca Intesa al secondo posto tra le banche della Unione europea con un valore di quasi 130 miliardi di euro, preceduta solo dalla spagnola Santander, la quale però è solo diciassettesima, è bene annotarlo, nella classifica mondiale dove si incontrano nelle prime posizioni banche canadesi, inglesi, cinesi, australiane fino ad arrivare all’americana JpMorgan (830milirdi di dollari), la più grande banca del mondo. Secondo Affari&Finanza, il supplemento economico del lunedì de la Repubblica, Mediobanca continuerebbe a sopravvivere seppure unendosi con la divisione di Banca Intesa che fa lo stesso lavoro, IMI Corporate&Investment Banking.

Il secondo polo nascerebbe sotto l’egida di Unipol, la quale riceverà 635 sportelli da Banca Intesa a un prezzo probabilmente non di molto superiore ai 3 miliardi. Insieme a questi l’ex “banca rossa” acquisirà il marchio Monte dei Paschi e soprattutto 2 milioni di clienti nonché una raccolta di oltre 50 miliardi. A questo punto l’intenzione di Unipol è di fondere questo veicolo con Bper di cui possiede già circa il 30%. Il tutto per dare vita a un “nuovo” istituto che assumerà la denominazione di Banca Monte dei Paschi, senza più la denominazione di provenienza. In questo modo scavalcherebbe anche Unicredit, oltre che Bpm, collocandosi appunto nella seconda posizione.

Il terzo polo sarebbe quindi costituto da Unicredit, la quale però difficilmente resterà ferma. Le eventuali varianti rispetto al quadro fin qui prospettabile derivano proprio dalle possibili iniziative che il gruppo guidato da Andrea Orcel potrà assumere. C’è chi sostiene che è impossibile che rimanga con le mani in mano. La via potrebbe essere quella già tracciata in passato, ma che venne ostruita dal Governo Meloni (per via del già richiamato “pericolo russo”). Ovvero una nuova offerta su Banco Bpm, la cui integrazione la porterebbe a ridosso di Banca Intesa. Più fruttifero appare un maggiore impegno sul fronte tedesco, rastrellando quote di Commerzbank sulla quale ha lanciato un’offerta di scambio di cui si attende tra poco l’esito. Sulla riuscita dell’operazione Unicredit si mostra sicura di sé, al punto da potere scrivere in una nota diramata lunedì 15 giugno che “la quota detenuta, insieme alle adesioni valide dell’Ops (offerta pubblica di scambio), supera ampiamente la soglia del 30% indicata come obiettivo”, il che la porrebbe nella condizione di nominare tutti i rappresentanti degli azionisti nel Consiglio di sorveglianza di Commerzbank, al quale compete la nomina del Consiglio di gestione. In pratica l’azzeramento e la sostituzione dell’attuale top management della seconda banca tedesca, suscitando le inevitabili reazioni poco cordiali da parte della amministratrice delegata Bettina Orlopp.

Resta complicata la situazione di Bpm. Da un lato la sua proposta di fusione alla pari con Mps è apparsa subito debole. Un tentativo di difesa su basi fragili. Incapace di contrastare l’offerta di 30 miliardi avanzata da Banca Intesa. Dall’altro lato anche un rinnovato tentativo di Unicredit nei suoi confronti è reso più complicato dalla rafforzata presenza dei francesi di Crédit Agricole, con i quali dovrebbe comunque trattare e assicurare un’eventuale buona uscita se li convincesse ad abbandonare le loro posizioni nella banca milanese. Ma l’ostacolo più grande per eliminare ogni incertezza sul quadro del sistema bancario italiano e quindi benedire un pax almeno di medio periodo (la foresta non è più pietrificata, tutto può muoversi e quindi è impossibile ragionare sui tempi lunghi) è dato dalla sorte che toccherà al boccone più prelibato: il Leone di Trieste, ovvero Generali. Che Carlo Messina, il Ceo di Intesa, quindi il vincitore dell’attuale fase del risiko, ha definito minimalisticamente “una buona impresa” e come tale suscettibile di miglioramento. Non pochi si domandano se queste parole nascondono o meno una prossima ambiziosa mossa. Nove anni fa l’amministratore delegato del Leone con un abile mossa (l’acquisto del 3% di Banca Intesa) bloccò le aspirazioni di Messina. Ma ora le cose sono diverse, dal momento che Banca Intesa entra in Generali attraverso Mps con una quota del 13%, potendo, se lo volesse, arrivare al 20%. La partita si riapre, anche tenendo conto che alla fine del 2027 vi sarà il rinnovamento del board del Leone e se ne andrà Philippe Donnet che aveva messo i bastoni tra le ruote di Messina un decennio prima.

Se i desideri di Banca Intesa dovessero andare in porto prenderebbe vita un campione bancario assicurativo europeo. Infatti, questo è il punto. Già dall’esito di queste convulse settimane si può trarre la conclusione che il modello uscito vincente è quello banco-assicurativo, che associa le operazioni bancarie classiche alla vendita di prodotti assicurativi, poggiando sulle reti digitali e una strategica diffusione degli sportelli. È questo, forse, il significato più forte che emerge dall’operazione in corso. Non solo la ricerca del too big too fail, ma la convinzione tutt’altro che infondata che il clima di insicurezza e di incertezza per il proprio futuro che si è diffusa in tutti i paesi a capitalismo maturo da un lato e lo smantellamento del welfare, cioè dei sistemi di protezione pubblica, dall’altro spingono le persone a risolvere tramite private assicurazioni i problemi di una loro pur relativa tranquillità. Naturalmente tale prospettiva può essere inficiata dall’abbassamento eccessivo della capacità di spesa dei singoli, cioè del reddito disponibile per amplissimi settori della popolazione, restringendo quindi la potenziale clientela per il mercato assicurativo. Ovvero la crisi economica e le enormi divaricazioni sociali potrebbero rivelarsi persino troppo gravi perché il finanzcapitalismo possa volgere la situazione a suo vantaggio.

Del resto, qualcosa di più di uno scricchiolo si sta manifestando persino nelle alte sfere del mondo finanziario, aprendo preoccupazioni persino tra i big dei fondi di investimento quali BlackRock, Vanguard e, seppure in misura meno preoccupante, State Street. Infatti Il Sole 24 Ore del 13 giugno riportava la notizia che BlackRock ha limitato i rimborsi dal suo principale fondo per il secondo trimestre consecutivo. Gli investitori sono preoccupati sia per il perdurare di un sistema di guerra che non vede soluzione, sia per l’esposizione a società del settore software che possono rivelarsi vulnerabili alle discontinuità legate all’intelligenza artificiale. Non solo, ma la famosa agenzia di rating Fitch ha rilevato un tasso di default tra le aziende finanziate dal private credit al 9,2% nel 2025, il massimo mai registrato in questo comparto finanziario americano. Insomma anche le magnifiche sorti e progressive dal finanzcapitalismo cominciano a battere in testa. E anchela storia della ristrutturazione del sistema bancario del nostro paese, pur senza precipitare in affrettate conclusioni, potrebbe essere letta in chiave difensiva rispetto a questa nuova curva.

CLAUDE

Parole chiave

Risiko bancario – Finanzcapitalismo – Modello banco-assicurativo – Centralizzazione bancaria – Privatizzazione MPS – Golden power – Too big to fail – Crédit Agricole/Unicredit/Commerzbank – BlackRock e fondi di investimento – Private credit default rate


Abstract

Gianni ricostruisce l'esito (provvisorio) del lungo "risiko bancario" italiano, che si sta concludendo con un riassetto del sistema su tre poli: Banca Intesa (rafforzata dall'acquisizione di MPS, con relative ripercussioni anche sulle Generali), il nuovo polo Unipol-BPER-MPS, e Unicredit, quest'ultima alle prese con l'offerta su Commerzbank in Germania dopo essere stata bloccata su Banco BPM dal governo Meloni con la motivazione del "pericolo russo" legato a Crédit Agricole. L'autore osserva come la vicenda della privatizzazione di MPS — salvata con fondi pubblici e poi "consegnata" al sistema bancario privato — confermi la tesi per cui l'intervento statale serve a riportare in sesto gli istituti per poi restituirli al mercato. Centrale è la lettura del modello vincente come "banco-assicurativo", che lega prodotti bancari classici e assicurativi sfruttando l'insicurezza diffusa nei paesi a capitalismo maturo e lo smantellamento del welfare pubblico. Nella parte finale, l'articolo segnala segnali di tensione nel sistema finanziario globale: la limitazione dei rimborsi da parte di BlackRock per il secondo trimestre consecutivo (collegata a timori sull'esposizione al settore software/IA) e un record storico di default nel comparto del private credit USA (9,2% nel 2025 secondo Fitch), suggerendo che anche il processo di ristrutturazione bancaria italiana possa leggersi in chiave defensiva rispetto a queste fragilità sistemiche.


Sintesi per punti

  1. Esito provvisorio del risiko. Nessuna certezza definitiva su una "pax bancaria", ma il processo in corso ha già delineato una ristrutturazione e centralizzazione del sistema bancario italiano, che si svolge mentre il mondo è attraversato da un "sistema di guerra" continuo.

  2. Crisi e instabilità come opportunità per il capitale. Tesi di fondo: il finanzcapitalismo non solo genera e subisce crisi e instabilità geopolitica, ma le sfrutta attivamente per ridefinire assetti di potere.

  3. Vince chi paga di più. Il ministro Giorgetti sintetizza l'epilogo del risiko con la logica di mercato pura; Gianni richiama la formula in rima di Alfredo Reichlin ("l'articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto") per descrivere il passaggio storico al finanzcapitalismo, di fronte al quale le golden power statali possono solo rallentare, non invertire, i processi.

  4. La parabola di MPS. Il salvataggio pubblico pluriennale del Monte dei Paschi viene letto come riprova di un pattern: lo Stato interviene per rimettere in sesto l'istituto, ma alla fine lo consegna al sistema bancario privato. Il collocamento Tesoro del 15% nel novembre 2024 avrebbe innescato le manovre che hanno condotto all'attuale riassetto.

  5. I contendenti su MPS. Banco BPM, Anima, Caltagirone e Delfin (famiglia Del Vecchio) si sono mossi sull'asset MPS; Giorgetti parlava di un possibile "terzo polo bancario italiano".

  6. L'incoerenza del criterio di "italianità". Lo stesso Giorgetti che invocava un "pericolo russo" per bloccare la scalata di Unicredit su Banco BPM ha permesso a Crédit Agricole di salire nel capitale di BPM fino al 23% (con autorizzazione BCE già pronta per il 30%) — segno, per l'autore, che il criterio dell'italianità è applicato in modo opportunistico.

  7. Il quadro a tre poli. Primo polo: Banca Intesa, che con MPS arriverebbe a oltre 3.000 filiali e quasi 130 miliardi di capitalizzazione (secondo posto UE dopo Santander, lontana comunque dalle prime posizioni mondiali occupate da banche canadesi, inglesi, cinesi, australiane e dalla JPMorgan, prima al mondo con 830 miliardi di dollari). Mediobanca sopravviverebbe fondendosi con la divisione IMI Corporate&Investment Banking di Intesa.

  8. Il secondo polo: Unipol-BPER-MPS. Unipol riceverebbe 635 sportelli da Intesa per circa 3 miliardi, acquisendo marchio MPS, 2 milioni di clienti e oltre 50 miliardi di raccolta; l'intenzione è fondere il tutto con BPER (di cui Unipol possiede già il 30%) in un nuovo istituto denominato Banca Monte dei Paschi, superando così sia Unicredit che BPM nella classifica dimensionale.

  9. Il terzo polo: Unicredit, fronte tedesco. Bloccata su BPM, Unicredit (guidata da Andrea Orcel) si concentra sull'offerta di scambio su Commerzbank, dichiarando il 15 giugno di aver superato ampiamente la soglia del 30%, condizione che le permetterebbe di nominare tutti i rappresentanti nel Consiglio di sorveglianza tedesco e quindi sostituire il top management — con reazioni negative dell'AD Bettina Orlopp.

  10. La posizione debole di BPM. La proposta di fusione alla pari con MPS si è rivelata troppo debole per contrastare l'offerta da 30 miliardi di Intesa; un eventuale ritorno di interesse di Unicredit è ostacolato dalla rafforzata presenza di Crédit Agricole in BPM.

  11. Il vero ostacolo: Generali. La definizione minimalista di Generali come "una buona impresa" da parte del CEO di Intesa Carlo Messina viene letta come possibile preludio a una mossa più ambiziosa, reso più probabile dal fatto che Intesa entra in Generali attraverso MPS con una quota del 13% (potenzialmente estendibile al 20%) — a differenza di nove anni fa, quando Generali bloccò le aspirazioni di Messina acquisendo il 3% di Intesa. Il rinnovo del board del Leone di Trieste a fine 2027 (con l'uscita di Philippe Donnet) riapre la partita.

  12. Il modello vincente: banco-assicurativo. L'esito del risiko conferma che il modello che integra operazioni bancarie classiche e prodotti assicurativi, su reti digitali e capillarità degli sportelli, è quello vincente — non solo per la logica del "too big to fail", ma perché l'insicurezza diffusa nei paesi a capitalismo maturo e lo smantellamento del welfare pubblico spingono le persone verso soluzioni assicurative private.

  13. Il limite potenziale del modello. L'autore segnala che questa strategia può essere vanificata dall'eccessivo abbassamento del reddito disponibile di larghi settori della popolazione, che restringerebbe la clientela potenziale per i prodotti assicurativi: la crisi economica potrebbe risultare troppo grave anche per il finanzcapitalismo.

  14. Segnali di tensione nel sistema finanziario globale. BlackRock ha limitato i rimborsi dal suo fondo principale per il secondo trimestre consecutivo (Il Sole 24 Ore, 13 giugno), per timori legati al sistema di guerra persistente e all'esposizione a società software vulnerabili alle discontinuità dell'IA; preoccupazioni minori anche per Vanguard e State Street.

  15. Record di default nel private credit. Fitch rileva un tasso di default del 9,2% nel 2025 tra le aziende finanziate dal private credit USA, il massimo storico nel comparto — dato che l'autore collega, in chiusura, a una possibile lettura "defensiva" della ristrutturazione bancaria italiana rispetto a queste nuove fragilità sistemiche.


Elenco concetti-soggetti chiave

  • Finanzcapitalismo – categoria interpretativa centrale, ripresa anche nel titolo, per descrivere la fase attuale del capitalismo dominata dalla finanza
  • Risiko bancario italiano – processo di concentrazione/centralizzazione in corso nel sistema bancario nazionale
  • Banca Intesa / Carlo Messina – polo vincente dell'attuale fase, in espansione verso MPS e potenzialmente Generali
  • Monte dei Paschi di Siena (MPS) – caso di studio del pattern salvataggio pubblico → privatizzazione → assorbimento privato
  • Unicredit / Andrea Orcel – terzo polo, fronte tedesco (Commerzbank) dopo il blocco governativo su BPM
  • Crédit Agricole – attore francese che entra in BPM con l'avallo del governo italiano, nonostante la retorica sull'"italianità"
  • Unipol / BPER – secondo polo in formazione, esito della fusione con gli asset MPS
  • Generali (Leone di Trieste) – "boccone più prelibato", terreno della prossima possibile mossa di Intesa
  • Modello banco-assicurativo – paradigma vincente individuato dall'autore, legato a insicurezza sociale e arretramento del welfare
  • Alfredo Reichlin – citato per la formula simbolica sul passaggio al finanzcapitalismo "articolo quinto / chi ha più soldi ha vinto"
  • BlackRock / Fitch / private credit – indicatori di fragilità sistemica nella finanza globale, usati come chiave di lettura comparativa

Giudizio critico conclusivo

L'articolo di Gianni offre una ricostruzione fattuale densa e ben informata del riassetto bancario italiano, con il pregio di restituire non solo la cronaca delle operazioni (Intesa-MPS, Unipol-BPER, Unicredit-Commerzbank, il nodo Generali) ma anche un'interpretazione politico-economica che le inquadra in una cornice più ampia: quella del "finanzcapitalismo" come fase in cui il criterio dell'interesse nazionale ("italianità") si rivela strumentale e variabile secondo convenienza, mentre il vero vettore decisionale è la logica del profitto finanziario puro ("vince chi paga di più"). Questa lettura è coerente con una parte consistente della letteratura critica italiana sulla finanziarizzazione (si pensi al filone che da Reichlin in avanti ha insistito sul primato della finanza sulla sovranità nazionale) e ha il merito di smontare retoricamente la narrativa del "pericolo russo" usata da Giorgetti come pretesto contingente, mostrandone l'incoerenza rispetto alla successiva apertura a Crédit Agricole.

Va però segnalato che l'articolo, pur ricco di dati verificabili (cifre su filiali, capitalizzazioni, quote azionarie, percentuali di default), si basa in alcuni punti su fonti secondarie (Affari&Finanza, Il Sole 24 Ore) di cui Gianni riporta le previsioni come probabili senza un vaglio critico approfondito: l'intero quadro a "tre poli" è esplicitamente presentato dall'autore come ipotetico ("a meno di colpi di scena... ma mai dire mai"), il che è onestà intellettuale apprezzabile ma andrebbe segnalato con chiarezza anche al lettore finale, distinguendo tra fatti consolidati (l'acquisizione MPS-Intesa, l'offerta su Commerzbank) e scenari prospettici (il possibile assalto a Generali, la fusione Unipol-BPER).

Il collegamento finale tra il riassetto bancario italiano e le tensioni globali (BlackRock, default nel private credit) è suggestivo ma resta più assertivo che argomentato: l'autore lo definisce esplicitamente una possibile lettura ("potrebbe essere letta"), senza fornire un nesso causale dimostrato tra le due dinamiche. Si tratta di un'ipotesi interpretativa interessante — che dialoga bene con l'articolo di Vighi sulla bolla IA-finanziaria già processato in precedenza, offrendo un possibile punto di sintesi redazionale tra i due testi — ma che richiederebbe, per essere sostenuta con maggiore solidità, un'analisi più sistematica delle correlazioni tra ristrutturazione bancaria nazionale e fragilità del credito privato globale.

Sul piano teorico, la lettura del modello "banco-assicurativo" come risposta capitalistica all'insicurezza sociale e allo smantellamento del welfare è il contributo più originale e politicamente pregnante del pezzo: lega in modo convincente la dimensione macro (concentrazione bancaria) alla dimensione micro (bisogno individuale di protezione in assenza di welfare pubblico), in una chiave che risuona con la critica della finanziarizzazione della vita quotidiana presente in autori come Marazzi o nella letteratura su "financialization of everyday life". Anche qui, tuttavia, l'autore stesso introduce un'utile cautela finale, riconoscendo che l'eccessiva compressione dei redditi potrebbe vanificare la stessa strategia assicurativa — un'autocorrezione che mostra equilibrio analitico più che trionfalismo critico.

Commenti

Post popolari in questo blog

Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo” di Alessandro Visalli

La fragile democrazia europea di Jürgen Habermas

"La pelle", di Maurizio Ferraris