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Gabriel Zucman: «La tassa sui ricchi fa paura. Fughe all’estero? L’argine c’è» Stefano Vergine

 

Gabriel Zucman: «La tassa sui ricchi fa paura. Fughe all’estero? L’argine c’è»

Nemico dei miliardari, bollato come estremista per la tassa al 2 per cento sulla ricchezza. Sulla proposta Cgil di una patrimoniale dice: «È l’unico modo per ridurre la disuguaglianze»

«La cosa più importante è creare un'imposta basata sulla ricchezza: questo è il modo più efficace per tassare gli ultra-ricchi, che oggi sono molto meno tassati rispetto ad altri gruppi della popolazione». Sulla proposta della Cgil di introdurre un’imposta per chi ha un patrimonio superiore a 2 milioni di euro, Gabriel Zucman dice a Domani che dei numeri specifici si può anche discutere, ma il punto di fondo è che per riequilibrare le disuguaglianze ci vuole una patrimoniale. Non si scappa.

Docente di economia alla Paris School of Economics, professore associato alla University of California (Berkeley) e fondatore del centro studi Eu Tax Observatory, Zucman ha 39 anni ed è l'ideatore di una proposta di legge recentemente affondata dal parlamento francese. Prevedeva un'imposta del 2 per cento sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro: 1.800 persone coinvolte, tra i 15 e i 20 miliardi di euro di entrate aggiuntive per lo Stato.

Per questo si è guadagnato il disprezzo di Bernard Arnault. Il numero del gruppo del lusso Lvmh, patrimonio stimato di circa 200 miliardi di euro, lo ha definito un «attivista di estrema sinistra», guidato da un'ideologia «ostile all’economia liberale».

Lo ha accusato, in pratica, di basare le proprie ricerche più su posizioni politiche che su competenze scientifiche reali.

Sette Nobel con lui

Lui non ha risposto. Ha fatto parlare le citazioni, quelle scientifiche, e un articolo di giornale firmato da sette premi Nobel per l'economia. Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Daron Acemoglu, George Akerlof, Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Simon Johnson hanno sostenuto la proposta di Zucman. In un appello su Le Monde a luglio hanno sottolineato come sia l'unico rimedio per evitare che miliardari del calibro di Elon Musk o Bernard Arnault, grazie a sofisticate strategie di ottimizzazione fiscale, continuino a pagare in tasse sul reddito percentuali ridicole della loro ricchezza.

L'Assemblea Nationale francese alla fine ha bocciato la proposta, ma l'idea teorizzata da Zucman ha già fatto proseliti nel mondo. Ha preso il volo nel febbraio del 2024, quando è stata presentata dal Brasile al G20: una tassa minima globale del 2 per cento sui miliardari. L'idea è supportata da Spagna, Germania, Sudafrica e ha trovato sostenitori in vari altri Paesi. Prima dell'ultima vittoria di Donald Trump, ci avevano provato anche i democratici degli Stati Uniti. Bernie Sanders ed Alexandra Ocasio Cortez avevano parlato di una patrimoniale sui ricchissimi. Poi hanno vinto i repubblicani e l'idea è stata congelata.

Nel Regno Unito il governo laburista ad aprile ha eliminato il regime fiscale per i cosiddetti residenti non domiciliati (non-dom): prevedeva il pagamento di tasse nel Regno Unito solo sui guadagni realizzati nel Paese, facendo così di Londra il posto perfetto per chi guadagna soprattutto con redditi e partecipazioni registrate all'estero. Non è la patrimoniale, ma il principio non è molto diverso rispetto a quello sostenuto da Zucman.

Zucman e la proposta Cgil

In Italia l'ultima a proporre una tassa sulla ricchezza è stata la Cgil: un'imposta del 1,3 per cento sui patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro. Il segretario Maurizio Landini l'ha presentata insieme alla convocazione di uno sciopero generale per il 12 dicembre, con l'obiettivo di ottenere – ha stimato - 26 miliardi di euro da destinare a sanità, scuola, salari e politiche per i giovani. Il governo di Giorgia Meloni ha bocciato la patrimoniale senza mezzi termini: «Con la destra al governo non vedrà mai la luce».

Le critiche però non sono arrivate solo dai banchi del governo. Molti ricordano che ci sono già imposte patrimoniali come l'Imu, e che un patrimonio netto da 2 milioni di euro non è per forza da ricchi. Quando glielo si fa notare, Zucman risponde così: «I diversi parametri (soglia di esenzione, aliquota d'imposta) sono legittimi argomenti di discussione. Se si teme che questa nuova imposta sia troppo pesante perché ce ne sono già altre simili, allora andrebbe strutturata come un'imposta minima, come ho proposto al G20 e in Francia. Con un'imposta minima pari al 2 per cento della ricchezza, chi già versa l'equivalente del 2 per cento del proprio patrimonio in Imu, imposta sul reddito e altro, non avrebbe nulla in più da pagare: solo i ricchi che oggi evadono le tasse sarebbero tenuti a versare di più per raggiungere il minimo del 2 per cento».

L'altra grande critica alla proposta di Zucman è quella della fuga di capitali. Se l'Italia introducesse una imposta del genere, i ricchissimi potrebbero spostare la residenza fiscale. Così lo Stato non incasserebbe più nulla: né sul reddito né sul patrimonio. Il rischio in effetti esiste. Lo hanno ricordato anche gli economisti della Voce.info in un articolo recente: in Svizzera una ricerca del 2022 ha dimostrato che l'aumento di un punto dell’aliquota della tassa patrimoniale ha ridotto la ricchezza dichiarata del 43 per cento in sei anni, e a risultati simili sono arrivati anche studi su Svezia e Danimarca. Zucman dice da tempo che questa opzione si può chiudere con una tassa d'uscita: «Il rischio di emigrazione di individui facoltosi – spiega a Domani - può essere prevenuto sottoponendo a tassazione anche gli individui molto facoltosi dopo la loro partenza. Gli Stati Uniti tassano i propri cittadini indipendentemente da dove vivano, fino alla morte. Senza arrivare a questi livelli estremi, l'Italia potrebbe continuare a tassare i suoi ricchi ex residenti per 5 o 10 anni dopo la loro partenza dal Paese». Così, trasferire la residenza all’estero diventerebbe molto costoso.

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CLAUDE

Ecco l'analisi completa del secondo articolo su Zucman.


OCCHIELLO / PAROLE CHIAVE

Tassa Zucman — patrimoniale — imposta minima sul patrimonio — ultraricchi — fuga di capitali — exit tax — Cgil — G20 2024 — disuguaglianze — elusione fiscale — Nobel per l'economia — progressività


ANALISI PER PUNTI

1. Il contesto: la proposta bocciata in Francia e il suo rilancio globale La proposta di Zucman — imposta del 2% sui patrimoni superiori a 100 milioni di euro, circa 1.800 persone coinvolte in Francia, gettito stimato tra 15 e 20 miliardi — è stata affondata dall'Assemblée Nationale francese. Ciò non ne ha però arrestato la diffusione internazionale: presentata dal Brasile al G20 nel febbraio 2024, ha trovato sostegno in Spagna, Germania, Sudafrica e ha ispirato proposte legislative nei paesi anglosassoni (democratici USA con Sanders e Ocasio-Cortez, governo laburista britannico con l'abolizione del regime non-dom). La sconfitta parlamentare francese è dunque un episodio nella traiettoria di una proposta che sta progressivamente strutturando il dibattito fiscale globale.

2. La legittimazione scientifica contro l'accusa di "estremismo" Bernard Arnault (LVMH, patrimonio stimato 200 miliardi) ha definito Zucman un "attivista di estrema sinistra" guidato da ideologia, non da scienza. La risposta di Zucman è avvenuta per via accademica: sette premi Nobel per l'economia — Krugman, Stiglitz, Acemoglu, Akerlof, Banerjee, Duflo, Johnson — hanno firmato un appello su Le Monde a luglio 2025 a sostegno della proposta, sottolineando come l'ottimizzazione fiscale permetta ai miliardari di pagare percentuali irrisorie di imposta sul reddito. È un dato rilevante sul piano della legittimità scientifica della proposta nel dibattito pubblico.

3. La proposta Cgil in Italia e la risposta di Zucman La Cgil ha proposto un'imposta dell'1,3% sui patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro, stimandone il gettito in 26 miliardi. Zucman non boccia la proposta ma ne segnala il punto critico: la soglia di 2 milioni non è necessariamente "da ricchi" e il rischio di sovrapposizione con imposte già esistenti (IMU, imposte sul reddito) è reale. La soluzione che indica è strutturare la misura come imposta minima: chi già paga l'equivalente del 2% del proprio patrimonio in altre imposte non verserebbe nulla in più; pagherebbe di più solo chi oggi evade o elude, riportando la propria contribuzione effettiva sotto la soglia minima.

4. Il problema della fuga di capitali: i dati empirici critici Questo articolo è il più onesto dei tre nel presentare la letteratura empirica sfavorevole. Gli economisti di Voce.info citano uno studio svizzero del 2022: un aumento di un punto percentuale dell'aliquota patrimoniale ha ridotto la ricchezza dichiarata del 43% in sei anni. Studi analoghi su Svezia e Danimarca producono risultati simili. È un dato che mette in discussione l'ottimismo con cui Felice e, in parte, lo stesso Zucman trattano l'effetto dell'elusione e dell'emigrazione fiscale.

5. La risposta di Zucman: l'exit tax come soluzione strutturale Di fronte ai dati empirici sulla fuga di capitali, Zucman conferma la soluzione della tassazione prolungata post-emigrazione: 5-10 anni dopo il trasferimento di residenza. Il modello di riferimento estremo sono gli Stati Uniti, che tassano i propri cittadini ovunque risiedano e per tutta la vita. Zucman non propone di arrivare a quel livello, ma indica la direzione: rendere il trasferimento di residenza fiscalmente costoso abbastanza da disincentivarlo senza renderlo impossibile. La neutralità fiscale geografica — essere indifferenti, come miliardario, tra Parigi, Milano e le Cayman — è l'obiettivo strutturale.


ANALISI CRITICA

Questo articolo è, dei tre, quello con il maggior valore documentario per un lettore critico, precisamente perché è l'unico a presentare esplicitamente la letteratura empirica sfavorevole alla proposta. Il dato svizzero — riduzione del 43% della ricchezza dichiarata a fronte di un aumento di un solo punto percentuale dell'aliquota — è una evidenza che non può essere liquidata come "aneddotica": è il risultato di una ricerca quantitativa su un sistema fiscale tra i più avanzati al mondo in termini di compliance e di scambio di informazioni. Che risultati analoghi emergano da Svezia e Danimarca — paesi con sistemi fiscali robusti e culture di compliance elevata — rende il dato ancora più difficile da ignorare.

Va detto che Zucman e i suoi collaboratori contestano l'interpretazione di questi studi: sostengono che la riduzione della ricchezza dichiarata non equivale necessariamente a fuga reale di capitali, ma include anche ottimizzazione legale entro i confini nazionali. Si tratta di un dibattito tecnico aperto, e l'articolo non ne rende conto in profondità.

La risposta dell'exit tax è concettualmente solida, ma presuppone capacità di enforcement che vanno ben oltre quelle attualmente disponibili in Italia e nella maggior parte dei paesi europei. Tassare un ex residente per 5-10 anni dopo il trasferimento richiede: accordi bilaterali di scambio di informazioni, capacità di tracciare asset internazionalizzati, sistemi di enforcement extraterritoriale. Il modello americano funziona anche perché gli USA hanno una giurisdizione fiscale extraterritoriale costruita in decenni e sostenuta da una rete di trattati e da sanzioni reali per le istituzioni finanziarie straniere non cooperative (FATCA). Nulla di paragonabile esiste oggi in Italia o nell'UE.

Sul piano politico, la convergenza tra la proposta Zucman e quella Cgil è più strategica che tecnica: le soglie e le aliquote sono diverse, e la proposta Cgil (2 milioni di euro di soglia) rischia effettivamente di colpire fasce non ultraricche in un paese con prezzi immobiliari elevati nelle grandi città. La struttura dell'imposta minima che Zucman suggerisce come correttivo è più sofisticata di quanto la proposta sindacale originaria contemplasse, e richiederebbe una rielaborazione tecnica significativa.

Infine, l'elemento più utile per leggere il dibattito italiano in prospettiva comparata è la breve menzione del caso britannico: l'abolizione del regime non-dom da parte del governo laburista non è una patrimoniale, ma applica lo stesso principio di fondo — chi risiede nel paese deve contribuire su tutti i propri redditi, ovunque prodotti. È una misura più limitata ma più immediatamente implementabile, e potrebbe costituire un modello intermedio per l'Italia prima di affrontare la complessità tecnica di una vera imposta patrimoniale sugli ultraricchi.


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