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Gabriel Zucman: «Le disuguaglianze? Come una valanga. Per frenarla serve la mia tassa»

 

Gabriel Zucman: «Le disuguaglianze? Come una valanga. Per frenarla serve la mia tassa»

Zucman. Foto courtesy of International Tax Observatory di PSE - École d'Économie de Paris
Zucman. Foto courtesy of International Tax Observatory di PSE - École d'Économie de Paris

«La situazione attuale è incostituzionale e indifendibile. Nei nostri paesi esiste il principio di uguaglianza davanti alla legge. In ambito fiscale significa che i più ricchi non dovrebbero pagare meno tasse. Eppure, studi recenti mostrano che proprio questo principio fondamentale oggi viene violato: i miliardari pagano quasi la metà delle imposte rispetto alle altre»

Gabriel Zucman è direttore dell’Osservatorio fiscale internazionale alla Paris School of Economics. Le sue ricerche riguardano la distribuzione globale della ricchezza privata e la tassazione dei grandi patrimoni. È noto per la proposta di un’imposta minima globale del 2 per cento per i patrimoni superiori ai 100 milioni di euro, la “Taxe Zucman”, illustrata nel libro I miliardari non pagano l’imposta sul reddito (Seuil), tradotto in italiano da Einaudi nel 2026.

Negli ultimi trent’anni il divario tra ricchi e resto della popolazione è esploso. Perché non si è riusciti a riequilibrare il sistema?

Una delle evoluzioni più sorprendenti delle disuguaglianze è l’esplosione della ricchezza estrema: quella degli “ultraricchi”, con più di 100 milioni di euro di patrimonio. Nel 1987 possedevano l’equivalente del 3 per cento del Pil mondiale, oggi siamo intorno al 16 per cento. C’è stata un’accelerazione negli ultimi 15 anni. Un altro aspetto è l’influenza e il potere che queste grandi fortune esercitano sulla vita democratica dei nostri paesi. Sono riuscite a convincerci che fosse impossibile tassare i più ricchi a causa della concorrenza fiscale internazionale, come se si trattasse di una legge della natura. Ho scritto questo libro per dire che le soluzioni esistono e i paesi possono prendere unilateralmente delle misure efficaci.

Perché il divario è aumentato dal 2010?

Per la combinazione tra globalizzazione e sviluppo delle multinazionali – i cui profitti esplodono e costituiscono la parte principale della ricchezza dei miliardari – e per il fallimento dei nostri sistemi fiscali nel tassare i più ricchi. In teoria dovrebbero essere progressivi, ma in realtà non lo sono. Per i miliardari l’imposta sul reddito “evapora”: pagano pochissimo. Questo genera un effetto “palla di neve” perché possono risparmiare e reinvestire quasi il 100 per cento dei loro guadagni. Di conseguenza, il loro patrimonio cresce più rapidamente rispetto a quello del contribuente medio, e la ricchezza si concentra nelle loro mani.

Nel libro però, lei critica anche l’Isf, la “patrimoniale” francese abolita da Macron nel 2017. Perché?

Le imposte patrimoniali esistite in Europa nel corso del XX secolo – e ancora in vigore in alcuni Stati – costituiscono un’esperienza fallimentare. Bisogna comprenderne le ragioni e cercare di correggerle. L’elemento comune tra queste imposte, inclusa l’Isf, è che di fatto esentavano i miliardari. Prevedevano agevolazioni fiscali per chi possedeva molte azioni in un’impresa, escludendole dalla patrimoniale. Ma è proprio questo che significa essere estremamente ricchi: detenere grandi quantità di azioni in aziende. Inoltre, queste imposte non facevano nulla per contrastare il rischio di esilio fiscale, che, ripeto, non è una legge della natura: è possibile tassare gli espatriati fiscali. Qualche progresso è già stato fatto dal 2018 grazie allo scambio automatico di informazioni bancarie.

L’esilio fiscale non è un problema?

È un problema che non va ignorato, ma la soluzione esiste. Se la Francia introducesse un’imposta minima sul patrimonio, questa dovrà applicarsi agli esiliati fiscali anche dopo la loro partenza: per 5, 10 o 15 anni. Il sistema attuale, invece, in cui una persona può diventare miliardaria in Francia, trasferirsi all’estero e dal 1º gennaio dell’anno successivo non pagare più tasse qui, è assurdo. Diventare miliardari risulta anche dal fatto di aver beneficiato delle infrastrutture, dell’istruzione, della sanità, dei servizi pubblici, ecc. Non esiste alcun “diritto naturale” a emigrare una volta accumulata la ricchezza e smettere di pagare imposte ovunque. Se il nuovo paese non tassa questa persona, allora deve continuare a tassarla il paese in cui ha costruito la propria ricchezza. In questo modo si crea una vera neutralità fiscale: per un miliardario dovrebbe essere indifferente vivere a Parigi, alle Isole Cayman, a Zurigo o a Milano. Quello che spiego nel libro è che, se si vogliono risolvere i problemi di disuguaglianza di oggi, non basta ripetere le ricette del passato: bisogna innovare.

Innovare come?

Un’imposta minima del 2 per cento, calcolata sul patrimonio superiore ai 100 milioni di euro. Per funzionare, questo minimo non può essere calcolato sul reddito, perché questo è facilmente manipolabile dai più ricchi, ma sul patrimonio, che è molto più difficile da nascondere o ridurre artificialmente. Abbiamo bisogno di queste entrate fiscali, anche se ovviamente non sarà solo con il contributo dei miliardari che risolveremo tutti i problemi.

Alcuni partiti sostengono che colpire una minoranza sarebbe incostituzionale e una misura “confiscatoria”. È una critica legittima?

È la situazione attuale a essere incostituzionale e indifendibile. Nei nostri paesi esiste il principio di uguaglianza davanti alla legge, che è al cuore del contratto sociale e dello Stato di diritto. In ambito fiscale significa che i più ricchi non dovrebbero pagare meno tasse, in proporzione al loro reddito, rispetto al resto della popolazione. In Francia, tale principio deriva dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Eppure studi recenti mostrano che proprio questo principio fondamentale oggi viene violato: i miliardari pagano quasi la metà delle imposte rispetto alle altre categorie sociali, considerando tutti i prelievi. Questo accade perché sfuggono quasi completamente all’imposta sul reddito, che dovrebbe essere la spina dorsale dei nostri regimi fiscali e della progressività. Ci sono buone ragioni per superare il 2 per cento: questa aliquota rappresenta il minimo necessario per garantire che i miliardari paghino almeno quanto il resto della popolazione in proporzione ai loro guadagni.

Per il governo Meloni, la patrimoniale equivale a «mettere le mani nelle tasche dei cittadini». Perché una parte della popolazione si oppone a una misura che riguarda solo i più ricchi?

In parte, ciò dipende dal fallimento delle imposte patrimoniali del passato: a pagarle erano i ricchi, ma non gli ultraricchi. Questo ha alimentato l’idea che gli ultraricchi siano intoccabili e che ogni aumento delle imposte ricada inevitabilmente sul resto della popolazione. È contro questa idea che ho scritto il libro: mostrare che esiste un meccanismo che tocca solo chi possiede più di 100 milioni di euro di patrimonio. Il nodo centrale del dibattito, però, è molto più profondo e riguarda il ruolo degli ultraricchi nella società: bisogna accettare che vivano “a parte”, che non partecipino alla solidarietà nazionale, che siano di fatto intoccabili e soggetti a regole più favorevoli? Oppure devono essere pienamente reintegrati nella società, alle stesse condizioni degli altri cittadini?

Quindi si tratta di una misura popolare?

In Francia, un sondaggio dell’Ifop del 2025 mostrava che l’86 per cento della popolazione era favorevole a questa misura. Poche questioni di politica economica hanno generato una mobilitazione paragonabile, a parte forse la riforma delle pensioni. Anche in altri paesi si registrano livelli di consenso tra l’85 e il 90 per cento.

L’ex premier francese Bayrou aveva accusato l’Italia di praticare una forma di “dumping fiscale” per attirare i più ricchi. È vero?

In realtà, tutti i paesi si sono più o meno trasformati in piccoli “paradisi fiscali”, introducendo regimi derogatori: per i grandi patrimoni, calciatori, multinazionali o i pensionati. Una proliferazione di regimi speciali per attirare contribuenti “mobili”, a discapito dei paesi vicini. Ma è importante capire che spetta a ciascun paese affrontare questa concorrenza fiscale. E può farlo applicando il principio di cui parlavo prima: far sì che l’imposta valga anche se le persone si trasferiscono all’estero. Quando Bayrou dice che «è colpa dell’Italia», è un’affermazione piuttosto ipocrita. Potrebbe dire: «Se i nostri miliardari si trasferiscono a Milano o altrove, continueremo a tassarli come se fossero ancora qui».

A livello europeo, l’Ue dovrebbe tassare di più i giganti del tech attivi in Europa, o il rischio di ritorsioni americane sarebbe troppo alto?

Penso che si dovrà evolvere verso nuove regole del commercio internazionale, in cui l’accesso al mercato sia condizionato al rispetto di determinate norme. Se un’impresa straniera paga salari troppo bassi, dovrebbe esserci una sorta di dazio compensativo per poter vendere i suoi prodotti sul nostro mercato. Allo stesso modo, se paga troppo poche imposte sulle società all’estero, oppure se i suoi proprietari pagano troppo poche tasse. L’idea è questa: se vuoi accedere al nostro mercato, devi rispettare le nostre regole. Regole fiscali, standard salariali, ma anche norme climatiche e ambientali.

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CLAUDE

Ecco l'analisi completa dell'intervista a Gabriel Zucman.


OCCHIELLO / PAROLE CHIAVE

Tassa Zucman — imposta minima globale sul patrimonio — ultraricchi — disuguaglianze — fiscalità regressiva — esilio fiscale — dumping fiscale — progressività — democrazia — G20 — Osservatorio fiscale internazionale — Paris School of Economics


ANALISI PER PUNTI

1. La diagnosi: esplosione della ricchezza estrema e fallimento dei sistemi fiscali Dal 1987 a oggi la ricchezza degli "ultraricchi" (patrimonio superiore a 100 milioni di euro) è passata dal 3% al 16% del PIL mondiale, con un'accelerazione marcata negli ultimi 15 anni. Il meccanismo è strutturale: i sistemi fiscali, formalmente progressivi, in pratica esentano i miliardari attraverso la combinazione di redditi da capitale sfuggenti, strutture societarie complesse e concorrenza fiscale internazionale. I biliardari pagano in proporzione quasi la metà delle imposte delle altre categorie sociali. Il risultato è un effetto "palla di neve": chi accumula può risparmiare e reinvestire quasi il 100% dei propri guadagni, accelerando la concentrazione della ricchezza.

2. La critica alle patrimoniali europee del Novecento Zucman non difende acriticamente l'idea di imposta patrimoniale in astratto: le esperienze storiche europee, inclusa l'ISF francese abolita da Macron nel 2017, sono state fallimentari. Il motivo è strutturale: queste imposte prevedevano esenzioni per le partecipazioni azionarie nelle imprese, che sono esattamente la forma principale in cui si manifesta la ricchezza estrema. Inoltre non affrontavano il problema dell'esilio fiscale. Da questo fallimento nasce la necessità di innovare, non di ripetere ricette obsolete.

3. La proposta: imposta minima del 2% sul patrimonio superiore a 100 milioni La "Taxe Zucman" è un'imposta minima — non sostitutiva — calcolata sul patrimonio e non sul reddito. La scelta del patrimonio come base imponibile è tecnica: il reddito è facilmente manipolabile attraverso strutture fiduciarie, holding e veicoli finanziari; il patrimonio è molto più difficile da nascondere o ridurre artificialmente. Il 2% rappresenta la soglia minima per garantire che i miliardari paghino almeno in proporzione quanto il resto della popolazione: ci possono essere aliquote superiori.

4. L'esilio fiscale: un problema governabile, non una legge di natura Zucman affronta direttamente l'obiezione della fuga dei capitali. La soluzione che propone è l'applicazione dell'imposta agli espatriati fiscali per un periodo prolungato (5-15 anni) dopo il trasferimento di residenza. L'argomento di fondo è normativo prima ancora che tecnico: chi ha costruito la propria ricchezza beneficiando di infrastrutture, istruzione e servizi pubblici di un paese non ha un "diritto naturale" a emigrare e smettere di contribuire. Per un miliardario dovrebbe essere fiscalmente indifferente risiedere a Parigi, alle Cayman, a Zurigo o a Milano.

5. Il dumping fiscale come problema sistemico multilaterale Zucman risponde alla polemica di Bayrou contro l'Italia con una lettura più strutturale: tutti i paesi hanno introdotto regimi derogatori per attrarre contribuenti "mobili" (ultraricchi, calciatori, pensionati, multinazionali). Si tratta di una proliferazione di piccoli paradisi fiscali interni al mondo occidentale. La soluzione non è accusarsi reciprocamente, ma applicare il principio di tassazione basato sulla residenza storica e sui benefici ricevuti, indipendentemente dal trasferimento.

6. La dimensione costituzionale e democratica L'argomento più politicamente incisivo di Zucman è di ordine costituzionale: non è l'imposta patrimoniale a essere "confiscatoria", ma la situazione attuale a essere incostituzionale. In tutti i paesi democratici il principio di uguaglianza davanti alla legge implica che chi ha redditi più alti non possa pagare proporzionalmente meno. Questo principio viene sistematicamente violato. La domanda politica di fondo è: gli ultraricchi devono vivere "a parte", sottratti alla solidarietà nazionale, o devono essere pienamente reintegrati nel contratto sociale?

7. Il consenso popolare come dato politico Zucman cita un sondaggio Ifop del 2025: l'86% della popolazione francese è favorevole alla misura; livelli analoghi (85-90%) si registrano in altri paesi. È uno dei punti di massima mobilitazione dell'opinione pubblica in materia di politica economica, paragonabile alla riforma pensionistica. Questo dato smentisce il luogo comune della "impopolarità" della patrimoniale quando è correttamente circoscritta agli ultraricchi.

8. La prospettiva commerciale internazionale: verso dazi fiscali e climatici Nell'ultima parte dell'intervista Zucman allarga l'orizzonte: le nuove regole del commercio internazionale dovrebbero condizionare l'accesso ai mercati al rispetto di standard fiscali, salariali e ambientali. Se un'impresa straniera paga imposte insufficienti o salari troppo bassi, dovrebbe scattare un dazio compensativo. È una proposta che mette la politica fiscale al cuore della governance commerciale globale, in alternativa sia al libero scambio privo di regole sia al protezionismo puro.


ANALISI CRITICA

L'intervista a Zucman offre la versione più sistematica e tecnicamente fondata della proposta di tassazione degli ultraricchi, e costituisce di fatto il riferimento teorico a cui l'articolo di Felice si richiama esplicitamente. Il valore aggiunto rispetto al testo di Felice è duplice: da un lato la profondità della critica alle esperienze storiche di patrimoniale (un punto che la vulgata progressista tende a eludere); dall'altro la forza dell'argomento costituzionale, che sposta il dibattito dal piano della "redistribuzione" a quello del principio di uguaglianza davanti alla legge.

Sul piano tecnico, la proposta è più robusta di quanto la sua sintesi mediatica lasci intendere. La scelta del patrimonio come base imponibile — anziché il reddito — è una risposta consapevole alle critiche di elusività: non è una patrimoniale "alla vecchia maniera", ma un meccanismo di imposta minima che si affianca alle imposte esistenti. La questione della valutazione degli asset illiquidi (partecipazioni in società non quotate, immobili, opere d'arte) rimane tuttavia il nodo tecnico più critico e nell'intervista non viene affrontato in modo approfondito.

L'argomento dell'esilio fiscale è trattato con più rigore qui che nel testo di Felice: Zucman non minimizza il problema, ma propone una soluzione strutturale basata sul principio di tassazione prolungata post-emigrazione. Questa soluzione, però, presuppone una capacità di enforcement internazionale che ancora non esiste in forma sistematica, e che dipende da accordi bilaterali e multilaterali la cui negoziazione è tutt'altro che scontata nel contesto geopolitico attuale.

La proposta di condizionare l'accesso ai mercati al rispetto di standard fiscali — una sorta di "dazio fiscale" compensativo — è la parte più originale e anche la più problematica dell'intervista. È una proposta di rottura con l'architettura del WTO e delle regole commerciali multilaterali, e la sua fattibilità politica appare oggi remota, specialmente in un contesto di crescente frammentazione del commercio internazionale. Zucman la enuclea senza svilupparla, e rimane un'intuizione più che una proposta operativa.

Infine, il dato di consenso dell'86% va letto con cautela: i sondaggi sul principio astratto di "tassare i ricchi" producono quasi invariabilmente risultati molto elevati, ma il consenso si riduce significativamente quando la proposta concreta viene inserita in un quadro che include trade-off (possibile fuga di capitali, effetti sull'occupazione, complessità amministrativa). Il dato è politicamente rilevante, ma non può essere usato come prova di sostenibilità politica della misura nella sua forma specifica.


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