I fondamenti della finanziarizzazione Luciano Balbo lug 04, 2025
I fondamenti della finanziarizzazione
Cosa è e cosa l’ha provocata
Questa newsletter nasce come il prosieguo del libro “Prima Che Tutto Crolli” che ho appena pubblicato e la cui sintesi può essere può essere letta qui. Il libro tratta il tema della finanziarizzazione, l’origine, le cause e le sue conseguenze sulla realtà economica, sociale e politica, soprattutto del mondo occidentale. Studio questo tema da molti anni e per cui provo una grande passione che si è originata dall’aver vissuto il processo di finanziarizzazione “dal vivo”, durante tutti i decenni che ho trascorso lavorando come investitore nel mondo finanziario.
La newsletter ha l’obiettivo di spiegare questo fenomeno e la sua enorme influenza nelle nostre società attraverso un’analisi basata sui fatti e sui numeri e non attraverso una lente ideologica, con cui è prevalentemente trattato nel mondo accademico e degli intellettuali in generale.
Ho anche un canale YouTube in cui potrete vedere una intervista che spiega i contenuti principali del libro ed anche dei brevi video su temi specifici.
La mia personale tesi è che la finanziarizzazione sia il coagulo di una serie di elementi che si sono determinati nell’economie sviluppate e che hanno contribuito a creare una situazione estremamente complessa e di blocco nella società, che rende difficile trovare politiche adeguate e che quindi alimenta l’attuale crisi che le nostre società stanno affrontando.
Questi elementi non hanno un colpevole, ma un insieme di concause che nel libro sono esaminate e che gradualmente verranno discusse in queste newsletter.
Essa è un processo che ha causato l’enorme crescita di tutti i valori dei beni di investimento (che chiameremo sinteticamente “asset”), sia immobiliari che mobiliari. Questo aumento ha la sua causa principale nell’enorme crescita della ricchezza avvenuta nel mondo occidentale e ora anche nel resto del mondo; inoltre, a seguito della liberalizzazione della circolazione dei capitali a partire dagli anni 80 del secolo passato, essa si può muovere liberamente, creando una gigantesca capacità di investimento che, come vedremo, si muove molto all’unisono aumentandone così la sua influenza.
Questa ricchezza eccede il fabbisogno di investimenti produttivi, che creano sviluppo economico e lavorativo, e pertanto si rivolge sempre più verso l’acquisto di beni esistenti, con l’obiettivo di farne aumentare il valore. Questo processo punta a rendere tali beni più efficienti e più profittevoli, ma soprattutto si giova della continua crescita della domanda di investimento che spinge al rialzo tutti i criteri di valutazione.
Tutti conosciamo l’aumento dei valori immobiliari nelle grandi città e in qualsiasi posto vi sia un’elevata domanda abitativa di vario tipo, ma molto meno è conosciuto il fenomeno della crescita dei valori immobiliari e cioè che i criteri di valutazione delle aziende, che sono in generale un multiplo della redditività, sono continuamente aumentati negli ultimi trent’anni non sulla base di crescita degli utili futuri ma sulla chiara evidenza dello sviluppo della domanda di tali asset. Proprio su questo tema, il premio Nobel Robert Schiller ha scritto un efficacissimo libro, Euforia Irrazionale, che mostra con analisi numeriche e fondamenti teorici che la crescita dei criteri di valutazione delle aziende è prevalentemente influenzata dalla domanda di investimento e non dall’incremento della loro redditività.
Inoltre, il sistema finanziario, ha trasformato beni esistenti in asset negoziabili; l’esempio più eclatante è lo sviluppo del mercato privato attraverso il private equity, che investendo in società non quotate, anche qui con crescenti criteri di valutazione, ha reso una parte importante di questo mercato liquido e quindi ha creato ricchezza patrimoniale e liquidità per i possessori di tali aziende. Inoltre, il mercato finanziario sta applicando questo processo a tutto quel mondo di diritti di proprietà che possono generare in futuro dei redditi, trasformandoli appunto in asset finanziari: due esempi su tutto sono i diritti televisivi dello sport e i diritti musicali.
L’esito di questa evoluzione è fotografato nella seguente tabella che confronta nei vari decenni del secondo dopo guerra la ricchezza privata, in proporzione al Pil, con l’andamento dell’economia, per i principali paesi occidentali.
Appare evidente che sino al 1980, la ricchezza e il Pil sono gradualmente entrambi cresciuti, mentre negli ultimi trent’anni la ricchezza è esplosa arrivando ad essere sei volte il Pil, mentre la crescita economica è rallentata.
Un amplissimo studio del Mc Kinsey Institute, spiega che negli ultimi trent’anni la ricchezza è cresciuta prevalentemente per l’aumento dei valori degli asset esistenti e definisce questo fenomeno la creazione di “paper wealth”. Ciò ha favorito la parte della popolazione che già deteneva risparmi e beni, mentre l’attività economica è rallentata, non permettendo una crescita di salari e quindi riducendo la possibilità di risparmio e di accumulo di ricchezza per chi già non la possedeva e soprattutto per i giovani.
Questi dati fotografano bene la situazione di stallo del mondo occidentale, dove cresce la disuguaglianza patrimoniale, mentre l’attività economica non riesce ad offrire le prospettive e gli sviluppi personali che hanno caratterizzato i decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Purtroppo, questa situazione e le sue cause sono poco comprese, se non nei suoi aspetti più eclatanti, come per esempio la crescita dei prezzi delle case nei grandi centri urbani, e questo non permette un’adeguata consapevolezza della situazione che è una condizione necessaria per affrontarla.
La non comprensione discende anche da una polarizzazione culturale e ideologica degli economisti, che non sono stati capaci, con poche esclusioni, di offrirne un quadro chiaro.
Da un lato vi sono economisti cosiddetti non ortodossi che hanno compreso il fenomeno della crescita del valore degli asset, ma sono guidati da una visione ideologica, generalmente neomarxista, che tende a criticare l’intero sistema capitalista senza entrare in un’analisi più precisa delle cause e soprattutto senza avere alcuna proposta in un mondo che ha comunque ha totalmente abbracciato il capitalismo e che non pare per ora avere alternative migliori.
Dall’altro lato, gli economisti neoclassici, anche di sinistra, tendono a non analizzare lo stato patrimoniale dell’economia e cioè l’andamento del valore degli asset e del debito ad essi collegato. La teoria classica ritiene che la crescita del valore dei beni di investimento nasca dall’aspettativa razionale di un incremento dei redditi futuri che essi possono generare e quindi essi pensano che alla fine questa crescita del valore degli asset si ripercuoterà positivamente sull’economia. Ma i dati mostrano che non è così e che la ricchezza si sta autoalimentando in larga parte, generando una rendita di posizione per chi la possiede. Ciò che inficia la teoria è il fatto che, come due economisti di grande valore, Stiglitz e Milanovic, hanno individuato, chi possiede la ricchezza tende ad avere già ampiamente soddisfatto i propri bisogni di consumi e pertanto ha un elevato tasso di risparmio e tende a reinvestire la crescita della ricchezza piuttosto che incrementare i consumi. Ciò non permette che questo incremento di ricchezza si traduca in un beneficio collettivo.
Pertanto, la ricchezza sta acquisendo una posizione di rendita nella società, proprio ciò che hanno sempre combattuto i grandi pensatori del capitalismo: da Adam Smith, a Keynes e a Schumpeter; ma anche Hayek e Friedman, i due fondatori teorici del neoliberismo che ha guidato l’economia mondiale degli ultimi decenni, hanno sempre deprecato qualsiasi rendita di posizione ed è oggi una nemesi storica che il successo del loro modello abbia creato ciò’ che temevano. E’ la prova che questa situazione non ha un grande regista, ma è il risultato delle conseguenze non previste del sistema economico che abbiamo adottato.
È piuttosto significativo che il miglior studio di questo fenomeno sia stato fatto dal Mc Kinsey Institute, che certo non può essere accreditato di posizioni ideologiche di sinistra e proprio per questo evita di chiamare quest’evoluzione con il nome di finanziarizzazione che nel mondo accademico è diventato un vocabolo caratterizzato da ideologie di sinistra. Tuttavia, l’analisi da essi fatta è la più approfondita, scevra da posizioni ideologiche e pone una sfida al capitalismo e alla società contemporanea.
Il mio approccio vuole seguire questa linea per capire le cause profonde e le conseguenze altrettanto importanti sulla nostra società.
CLAUDE 23-6-26
Occhiello (parole chiave) Finanziarizzazione: origini e fondamenti; Robert Shiller e "euforia irrazionale"; private equity e trasformazione di asset illiquidi; diritti televisivi/musicali come asset finanziari; "paper wealth" (McKinsey); Stiglitz e Milanovic sulla propensione al risparmio dei ricchi; Hayek/Friedman e la "nemesi storica" della rendita.
Abstract
Questo testo, presentato come prosecuzione diretta del libro Prima che tutto crolli, ha una funzione dichiaratamente programmatica: definire il metodo (analisi fattuale e quantitativa, non ideologica) e collocare l'autore esplicitamente fuori dalle due polarizzazioni che, a suo dire, paralizzano il dibattito sulla finanziarizzazione. Balbo ribadisce la genesi del fenomeno — eccesso di ricchezza mondiale rispetto al fabbisogno di investimenti produttivi, liberalizzato nei movimenti di capitale dagli anni '80, che si dirige verso beni esistenti facendone salire il valore — aggiungendo due elementi rispetto ai testi precedenti della serie: il riferimento a Robert Shiller (Euforia Irrazionale) per la tesi che i multipli di valutazione aziendale crescono per eccesso di domanda di investimento più che per attesa di utili futuri; e l'estensione del processo di "asset-izzazione" oltre il classico immobiliare/azionario, fino a diritti televisivi sportivi e diritti musicali, oltre al ruolo del private equity nel rendere liquida e negoziabile la ricchezza imprenditoriale privata. La tabella storica mostra la rottura del 1980: fino ad allora ricchezza e PIL crescevano in parallelo, da allora la ricchezza arriva a sei volte il PIL mentre la crescita economica rallenta — il fenomeno che McKinsey chiama "paper wealth". La parte più originale del testo è la critica a entrambe le scuole di pensiero dominanti: gli economisti "non ortodossi" (definiti "generalmente neomarxisti"), che avrebbero compreso il fenomeno ma lo useppero solo per una critica sistemica del capitalismo senza analisi causale precisa né proposte concrete in un mondo "che non pare per ora avere alternative migliori"; e gli economisti neoclassici (anche di sinistra), che non analizzerebbero affatto lo stato patrimoniale dell'economia, restando fedeli alla teoria secondo cui la crescita del valore degli asset rifletterebbe aspettative razionali di redditi futuri — tesi che i dati, secondo Balbo, smentirebbero. A supporto, richiama Stiglitz e Milanovic sulla tendenza dei ricchi, con bisogni di consumo già saturati, a reinvestire la ricchezza crescente piuttosto che consumarla, impedendo che l'incremento patrimoniale si traduca in beneficio collettivo. Chiude con una tesi storiografica forte: la rendita di posizione che la finanziarizzazione genera è esattamente ciò che i grandi pensatori del capitalismo — da Smith a Keynes, Schumpeter, ma anche Hayek e Friedman — avevano sempre condannato; il fatto che il modello neoliberista da loro teorizzato abbia prodotto proprio quella rendita è descritto come "nemesi storica" e prova che il fenomeno non ha "un grande regista" ma è conseguenza non intenzionale del sistema adottato. Significativo, per Balbo, che il miglior studio sul tema venga da McKinsey, istituzione non sospettabile di orientamento di sinistra, che pure evita il termine "finanziarizzazione" per la sua connotazione ideologica nel mondo accademico.
Analisi per punti
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Cornice metodologica dichiarata: analisi "basata sui fatti e sui numeri e non su una lente ideologica", in contrapposizione esplicita al trattamento del tema nel mondo accademico e intellettuale; legittimazione biografica (decenni di esperienza diretta come investitore nel mondo finanziario).
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Tesi sulle "concause senza colpevole": la finanziarizzazione è presentata come coagulo di più fattori strutturali, non come esito di un disegno o responsabilità identificabile — formula che ritroviamo, quasi identica, in molti altri testi della serie.
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Meccanismo causale di base (ripreso e arricchito rispetto ai testi precedenti): eccesso di ricchezza mondiale rispetto al fabbisogno di investimento produttivo; liberalizzazione dei movimenti di capitale dagli anni '80 che permette a questa ricchezza di muoversi "all'unisono", amplificandone l'influenza; conseguente spostamento della domanda verso beni esistenti per farne crescere il valore (efficientamento parziale, ma soprattutto effetto-domanda).
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Doppio binario del fenomeno — immobiliare e aziendale: oltre al noto aumento dei valori immobiliari nelle grandi città, l'autore sottolinea il meno conosciuto aumento dei multipli di valutazione aziendale, slegato dalla crescita degli utili futuri — qui introduce per la prima volta nella serie il riferimento esplicito a Robert Shiller e al suo Euforia Irrazionale, usato come fondamento teorico-empirico per sostenere che la domanda di investimento, più che l'aspettativa di utili, guida i criteri di valutazione.
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Estensione del processo agli asset "nuovi": il private equity come meccanismo che rende liquida e negoziabile la ricchezza imprenditoriale privata (società non quotate, con criteri di valutazione anch'essi crescenti); ulteriore estensione a diritti di proprietà generatori di reddito futuro trasformati in asset finanziari — esempi: diritti televisivi sportivi e diritti musicali (elemento che riprende e generalizza un'osservazione già fatta nel testo sulla meritocrazia a propósito degli atleti).
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Dato storico-tabellare: fino al 1980 ricchezza e PIL crescono in parallelo nei principali paesi occidentali; negli ultimi trent'anni la ricchezza arriva a sei volte il PIL mentre la crescita economica rallenta — sintesi visiva della rottura strutturale già descritta nei testi precedenti.
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"Paper wealth" (McKinsey): la maggior parte della crescita patrimoniale recente deriva dalla rivalutazione di asset esistenti, non da nuova attività economica; vantaggia chi già deteneva risparmi e beni, mentre il rallentamento dell'attività economica impedisce crescita salariale e quindi accumulo per chi non possiede già ricchezza, specialmente i giovani — esito: stallo economico generale accompagnato da crescente disuguaglianza patrimoniale.
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Diagnosi del deficit di comprensione pubblica: il fenomeno è compreso solo nei suoi aspetti più visibili (prezzi delle case nei grandi centri urbani), non nella sua dinamica complessiva — mancanza di consapevolezza che l'autore considera condizione necessaria, anche se non sufficiente, per affrontare il problema.
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Critica alla "polarizzazione ideologica" degli economisti — primo fronte, i "non ortodossi": avrebbero compreso correttamente il fenomeno della crescita del valore degli asset, ma sarebbero guidati da una visione "generalmente neomarxista" orientata alla critica sistemica complessiva del capitalismo, senza un'analisi causale sufficientemente precisa e — soprattutto — senza proposte concrete praticabili in un mondo che ha "totalmente abbracciato il capitalismo" e che non sembra avere, per ora, alternative migliori.
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Secondo fronte criticato — i neoclassici (anche di sinistra): non analizzerebbero lo stato patrimoniale dell'economia (valore degli asset e debito collegato), restando fedeli alla teoria secondo cui la crescita di valore rifletterebbe aspettative razionali su redditi futuri, e che quindi si tradurrebbe comunque, alla lunga, in beneficio per l'economia reale — tesi che Balbo considera empiricamente falsificata.
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Argomento di Stiglitz e Milanovic usato contro la teoria neoclassica: chi possiede ricchezza ha già ampiamente soddisfatto i propri bisogni di consumo, quindi presenta un tasso di risparmio elevato e tende a reinvestire la ricchezza crescente piuttosto che aumentare i consumi — meccanismo che impedisce la trasmissione dell'incremento patrimoniale in beneficio collettivo, e che quindi confuta l'aspettativa neoclassica di "trickle down" patrimoniale.
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Tesi storiografica conclusiva — la "nemesi storica": la rendita di posizione generata dalla finanziarizzazione è esattamente ciò che i grandi pensatori del capitalismo (Smith, Keynes, Schumpeter, ma anche — punto enfatizzato — Hayek e Friedman, fondatori teorici del neoliberismo) avevano sempre condannato; il fatto che il modello da loro promosso abbia prodotto proprio quella rendita è interpretato come prova che il fenomeno non ha "un grande regista" ma è conseguenza non intenzionale e non prevista del sistema adottato.
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Elogio "neutro" del McKinsey Institute: l'autore sottolinea che il miglior studio sul fenomeno provenga da un'istituzione non sospettabile di orientamento ideologico di sinistra, e che proprio per questo evita deliberatamente il termine "finanziarizzazione" (giudicato accademicamente connotato a sinistra), preferendo "paper wealth" — usato da Balbo come argomento di autorità per rivendicare la natura non ideologica della propria analisi.
Elenco concetti-soggetti chiave
- Metodo dichiarato: analisi fattuale/quantitativa vs. lente ideologica
- Liberalizzazione dei capitali (anni '80) e movimento "all'unisono" della ricchezza
- Robert Shiller, Euforia Irrazionale: domanda di investimento vs. aspettativa di utili futuri
- Private equity come meccanismo di liquidità per asset illiquidi
- Diritti televisivi sportivi e diritti musicali come nuovi asset finanziari
- Tabella storica ricchezza/PIL: rottura strutturale post-1980
- "Paper wealth" (McKinsey) e disuguaglianza patrimoniale generazionale
- Critica ai "non ortodossi neomarxisti": diagnosi corretta, proposta assente
- Critica ai neoclassici: assenza di analisi dello stato patrimoniale dell'economia
- Stiglitz e Milanovic: alta propensione al risparmio dei ricchi e blocco redistributivo
- Hayek/Friedman e la "nemesi storica" della rendita di posizione
- McKinsey come fonte "neutra" che evita il termine "finanziarizzazione"
Valutazione critica finale
Questo testo merita un'attenzione particolare nel Suo studio sul riformismo post-1989, perché è il più esplicito di tutta la serie nel dichiarare la propria posizione di terza via metodologica — equidistante da "neomarxisti" e neoclassici — offrendo quindi un caso quasi manualistico di autorappresentazione riformista.
Punti di interesse analitico:
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L'introduzione di Shiller arricchisce l'impianto teorico con un riferimento solido e indipendente dalla cornice marxista: la tesi sull'"euforia irrazionale" (comportamenti di mercato guidati da dinamiche psicologico-sociali più che da fondamentali) è compatibile con la finance comportamentale mainstream, e permette a Balbo di sostenere la propria tesi sulla finanziarizzazione senza far ricorso a categorie marxiste — operazione coerente con il suo programma dichiarato di "neutralità ideologica".
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L'estensione ai diritti televisivi/musicali è un buon esempio empirico, in linea con la letteratura su "asset-izzazione" di flussi di reddito futuri (un tema caro anche a economisti come Christophers, Rentier Capitalism, sebbene con una cornice interpretativa opposta a quella di Balbo).
Ma è proprio sul piano dell'autoposizionamento metodologico che il testo offre il materiale più ricco per il Suo studio comparativo, perché vi sono almeno tre operazioni tipicamente "riformiste" da segnalare con precisione:
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La caratterizzazione della critica marxista come "ideologica" e priva di proposte è una mossa retorica classica del riformismo, non un'analisi neutra: definire chi individua nella finanziarizzazione un tratto strutturale del capitalismo (non un effetto collaterale correggibile) come mosso da una "visione ideologica" presuppone che la propria lettura — secondo cui il fenomeno è invece un esito non voluto, una "nemesi" priva di "grande regista" — sia essa stessa priva di premesse teoriche, quando in realtà lo è altrettanto: scegliere di descrivere la rendita come "conseguenza non prevista" piuttosto che come tendenza storica del capitalismo finanziario (Hilferding, ma anche la letteratura più recente su rentier capitalism) è una scelta interpretativa, non un dato di fatto neutro. Inoltre, l'accusa di "assenza di proposte" rivolta ai non ortodossi è in tensione con il fatto che esistono proposte marxiste e post-marxiste concrete (tassazione patrimoniale strutturale, socializzazione di settori strategici, controllo pubblico sulla finanza) — semplicemente più radicali di quelle di Balbo, non assenti.
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L'argomento di autorità tramite McKinsey ("non può essere accreditato di posizioni ideologiche di sinistra, e infatti evita il termine 'finanziarizzazione'") è interessante perché rivela, quasi inconsapevolmente, che la presunta "neutralità" dei dati non esiste indipendentemente dal lessico usato per interpretarli: il fatto che un'istituzione di consulenza aziendale come McKinsey scelga deliberatamente un termine meno connotato ("paper wealth" anziché "finanziarizzazione") per descrivere lo stesso fenomeno è esso stesso un atto di posizionamento discorsivo, non una garanzia di oggettività — un punto che la sociologia della conoscenza economica (si pensi a Donald MacKenzie su performatività dei modelli finanziari) tratterebbe come dato significativo in sé, mentre qui viene usato ingenuamente come prova di neutralità.
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La "nemesi storica" di Hayek e Friedman è un argomento retoricamente potente ma teoricamente ambiguo: se davvero i fondatori del neoliberismo "deprecavano qualsiasi rendita di posizione", e il loro stesso modello ha prodotto la rendita più estesa della storia del capitalismo recente, ci sono solo due letture possibili — (a) il modello teorico hayekiano-friedmaniano conteneva un errore previsionale sistemico sulle proprie stesse conseguenze (lettura compatibile con la posizione di Balbo: nessun "grande regista", solo conseguenze non previste); oppure (b) la rendita finanziaria non è un effetto collaterale imprevisto ma l'esito logico e prevedibile della liberalizzazione dei capitali e della concentrazione di potere che la deregolamentazione comporta — lettura che la tradizione critica (Harvey, Duménil-Lévy, ma anche autori "riformisti radicali" come Hilferding nella sua reincarnazione contemporanea) sostiene da decenni, e che renderebbe la "nemesi storica" non una sorpresa ma una previsione mancata solo dagli stessi teorici neoliberisti, non dai loro critici. Balbo sceglie sistematicamente la prima lettura senza argomentare perché la seconda, altrettanto compatibile con i fatti che lui stesso riporta, sia da scartare.
Collocazione nel quadro del riformismo post-1989: questo testo è il manifesto metodologico più chiaro della "terza generazione" che ho descritto nel quadro generale — la generazione post-2008 che tratta la finanziarizzazione come fenomeno empiricamente solido ma teoricamente "neutro", rivendicando una posizione equidistante tra eterodossia critica e ortodossia neoclassica. È la stessa operazione che compiono, con strumenti diversi, Piketty (dati monumentali, proposta moderata di tassazione) o Turner (regolatore che riconosce gli eccessi del "too much finance" senza metterne in discussione l'impianto proprietario): la differenza di Balbo è di esplicitare, più di altri, il proprio posizionamento contro la cornice marxista come prima mossa retorica, prima ancora di esporre l'argomento — un tratto che vale la pena annotare nel Suo studio come esempio paradigmatico di come il riformismo contemporaneo costruisca la propria identità anche per opposizione, dichiarata e non solo implicita, al marxismo "moderno" con cui pure condivide buona parte della diagnosi empirica.
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