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Il fisco della destra? Iniquo e inadeguato. Sì all’Irpef per tutti Salvatore Bragantini

 

Il fisco della destra? Iniquo e inadeguato. Sì all’Irpef per tutti

Per chi, poco fa, urlava «usciamo dall’euro», è colpa dell’Unione europea se siamo fermi, nonostante le risorse regalate o prestate da Bruxelles. La stasi risale nel tempo ma l’incompetente premier, lungi dall’affrontarla, l’aggrava

Imedia amici ignorano i dissensi nel governo sugli Usa di Trump, Ucraina e Israele, mentre vivisezionano quelli del “campo largo”. La destra, che negli anni Settanta voleva i colonnelli, giunta al governo, s’è allevata un generale ancor più estremista, che potrebbe frantumarla. Pareva una barzelletta ma non fa più ridere. Per neutralizzarlo il governo si concentra. A modo suo, su politica fiscale e rapporti con la Ue.

Quando attacca la Ue davanti agli industriali plaudenti e promette l’ennesimo “tavolo” anti-burocrazia, il governo di Giorgia Meloni – il peggiore dopo il gialloverde Conte 1 – non capisce di confessare il fallimento delle riforme del Pnrr. Chiede eccezioni a regole europee di finanza liberamente sottoscritte, invocando una crisi energetica che tutta la Ue subisce.

Con bella faccia tosta chiede alla Commissione di cambiarle perché giova ai suoi comodi elettorali. Bruxelles se ne occuperà, ma alla fine dirà no. Il governo, diranno i “falchi”, può facilmente rientrare in quei parametri. Gli equilibrismi verbali dell’amica von der Leyen salveranno solo la faccia a Meloni. Il collante della coalizione è la rappresentanza del partito degli evasori, le tasse sono un “pizzo di stato”, ipsa dixit; non si farà saltare in aria per risanare i conti della Nazione.

Una stasi che si aggrava

Meloni va capita, smarrito il ruolo di pontiera con gli Usa dell’amico Trump, deve distrarci dalla sua inadeguatezza additando al popolo il nemico, richiamo della foresta per i nazionalisti europei di cui è gran capa. Torna a recitare la salmodia contro la Ue chi sempre la ostacola. Per chi, poco fa, urlava «usciamo dall’euro», è colpa della Ue se siamo fermi, nonostante le risorse regalate o prestate da Bruxelles. La stasi risale nel tempo ma l’incompetente Meloni, lungi dall’affrontarla, l’aggrava.

Per rientrare nei noti parametri basta abolire l’abominio – civile ancor prima che economico – della tassa piatta al 15 per cento per gli autonomi, includendo i loro redditi nell’Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), divenuta un coacervo di regimi speciali. Non oserà suggerirlo Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, che tiene in ordine i conti ma non tocca l’impostazione di fondo; la dice lunga sulla qualità del governo che ne sia il fiore all’occhiello.

Per i media filogovernativi il Pd di Elly Schlein pensa solo alle primarie o alla nefanda patrimoniale. È materia importantissima, però ostica a moltitudini che appoggerebbero invece altre misure di più palese equità. L’Italia ripartirà solo se investirà sul futuro e ristrutturerà entrate e uscite mirando al ritorno dello sviluppo. Su questi temi va ora concentrata l’agenda politica. Per incalzare il governo, il Pd può mettere in squadra tante persone competenti tratte dalla sua fitta “panchina”.

Montagna da scalare

La nuova impostazione di bilancio finanzierebbe le maggiori spese necessarie soprattutto su sanità e istruzione, spingendo al contempo per iniziative Ue su transizione climatica e difesa. Parlare di nuove tasse, si dice, è suicida, roba da anime belle, che la politica intrisa di sangue e merda (copyright del nostro Rino Formica) farà a pezzi. Se avrà coraggio, quella “panchina” saprà efficacemente mostrare i vantaggi per gran parte dei cittadini.

La montagna da scalare è aspra, serve realismo discernendo fra redditi e patrimoni. Si inizi proponendo di includere nell’Irpef ogni reddito: oltre a lavoro dipendente e pensioni (donde oggi viene l’80 per cento del gettito), anche lavoro autonomo, redditi da capitale, affitti (aggiornando il catasto) etc. Ciò fatto, e tenendo conto dei risultati ottenuti, bisognerà lavorare a un’imposta di successione seria, che raccolga qualcosa fra i nostri risibili 900 milioni annui e i 20 miliardi della Francia.

Pur conscio dell’enorme importanza d’una seria (qualcosa c’è già) imposta patrimoniale, in un mondo così sfigurato delle disuguaglianze soprattutto patrimoniali, per ora qui mi fermerei. Questo ulteriore passo presuppone grandi abilità tecniche e politiche, oggi difficili da rintracciare.


CLAUDE

Ecco l'analisi completa del commento di Bragantini.


OCCHIELLO / PAROLE CHIAVE

IRPEF universale — flat tax autonomi — progressività fiscale — imposta di successione — patrimoniale — governo Meloni — evasione fiscale — debito pubblico — politica fiscale — centrosinistra — Pd — equità fiscale


ANALISI PER PUNTI

1. Il contesto politico: il governo Meloni come ostacolo strutturale alla riforma fiscale Bragantini inquadra la politica fiscale della destra come espressione organica degli interessi della "rappresentanza del partito degli evasori": le tasse sono un "pizzo di stato" (ipsa dixit, con riferimento implicito a dichiarazioni di esponenti della maggioranza), e la coalizione non si farà "saltare in aria" per risanare i conti pubblici. Il governo viene definito il peggiore dopo il Conte 1 gialloverde, con Giorgetti indicato come unico elemento di tenuta tecnica ma incapace di toccare l'impostazione di fondo.

2. La flat tax per gli autonomi come "abominio" civile ed economico Il bersaglio tecnico principale dell'articolo è la tassa piatta al 15% per i lavoratori autonomi, che Bragantini definisce un abominio "civile ancor prima che economico". L'inclusione dei redditi da lavoro autonomo nell'IRPEF ordinaria — dove già confluisce l'80% del gettito proveniente da lavoro dipendente e pensioni — è presentata come la misura più urgente, necessaria e politicamente praticabile per riportare equità nel sistema fiscale e rientrare nei parametri europei senza manovre straordinarie.

3. La proposta di riforma: IRPEF universale come priorità Il cuore propositivo dell'articolo è la richiesta di includere nell'IRPEF ogni tipologia di reddito: lavoro autonomo, redditi da capitale, affitti (con aggiornamento del catasto). L'IRPEF, divenuta — nelle parole di Bragantini — "un coacervo di regimi speciali", va restituita alla sua funzione originaria di imposta progressiva universale. Questa è la priorità su cui concentrare l'agenda politica del centrosinistra, più accessibile al consenso popolare rispetto alla patrimoniale.

4. Il secondo passo: imposta di successione seria Dopo la riforma IRPEF, Bragantini indica come passo successivo un'imposta di successione che colmi il divario scandaloso con gli altri paesi europei: l'Italia raccoglie circa 900 milioni annui, la Francia 20 miliardi. Non viene proposta un'aliquota specifica, ma la direzione è chiara: avvicinarsi agli standard europei, colpendo la trasmissione intergenerazionale della ricchezza — uno dei meccanismi principali di riproduzione delle disuguaglianze patrimoniali.

5. La patrimoniale: importante ma tecnicamente e politicamente prematura A differenza di Felice e Zucman, Bragantini non si oppone in linea di principio a una patrimoniale seria, ma ne rimanda l'introduzione: "presuppone grandi abilità tecniche e politiche, oggi difficili da rintracciare". È un giudizio di realismo politico più che di disaccordo teorico. La sequenza proposta è quindi: prima IRPEF universale, poi successione, poi — eventualmente — patrimoniale sugli ultraricchi.

6. La critica alla strategia comunicativa del centrosinistra Bragantini segnala un problema di agenda politica: il Pd viene dipinto dai media filogovernativi come ossessionato dalle primarie interne e dalla "nefanda patrimoniale", mentre esistono misure di più palese equità e più largamente comprensibili all'opinione pubblica. La patrimoniale è "materia importantissima ma ostica a moltitudini": il centrosinistra dovrebbe valorizzare prima le riforme fiscali di più immediata leggibilità, costruendo consenso prima di affrontare il terreno più tecnico e divisivo della tassazione patrimoniale.


ANALISI CRITICA

Il testo di Bragantini si distingue nettamente dai tre precedenti per tono, registro e impostazione strategica. Là dove Felice e Zucman si concentrano sulla tassa sui multimilionari come priorità assoluta, Bragantini introduce una gerarchia delle riforme fiscali che riflette una lettura più cauta dei rapporti di forza politici e delle capacità amministrative italiane.

Il punto più solido dell'articolo è la critica alla flat tax per gli autonomi, che è effettivamente la principale crepa nel principio di progressività del sistema fiscale italiano — e la più difficile da difendere anche sul piano della coerenza interna alla logica del centrodestra (che pure proclama di voler ridurre la pressione fiscale complessiva, non di redistribuirla regressivamente). L'inclusione di tutti i redditi nell'IRPEF è una misura tecnicamente meno complessa della patrimoniale sugli ultraricchi e avrebbe effetti redistributivi immediati e misurabili.

La proposta sull'imposta di successione è anch'essa solida nel merito: il divario tra i 900 milioni italiani e i 20 miliardi francesi è un dato che da solo segnala l'anomalia strutturale del sistema italiano. La trasmissione ereditaria della ricchezza è, come ricordava anche Felice, il meccanismo principale attraverso cui si riproducono le disuguaglianze patrimoniali in Italia (due terzi della ricchezza dei miliardari è ereditaria). Intervenire sulla successione è più facilmente giustificabile sul piano del principio meritocratico — e meno esposto all'obiezione della doppia tassazione — rispetto alla patrimoniale pura.

Sul piano dei limiti, il testo sconta un eccesso di tono polemico-politologico che ne riduce l'utilità analitica nella parte iniziale: la valutazione del governo Meloni come "il peggiore dopo il Conte 1" e le considerazioni sulla crisi della coalizione sono legittime come opinioni, ma non contribuiscono all'argomentazione fiscale e rischiano di ridurre l'appeal del testo per lettori non già allineati.

La posizione sulla patrimoniale — "importante ma prematura" — è la più controversa. Da un lato è comprensibile come giudizio realistico sulle capacità di enforcement dell'amministrazione fiscale italiana. Dall'altro rischia di diventare un rinvio a tempo indeterminato: se la patrimoniale è prematura ora, con un governo ostile e capacità amministrative insufficienti, lo sarà probabilmente anche in futuro, con governi diversi ma problemi strutturali analoghi. La sequenza IRPEF→successione→patrimoniale è logicamente coerente, ma non affronta la domanda su quando e a quali condizioni il terzo passo diventerebbe praticabile.

Nel complesso, il testo di Bragantini rappresenta la posizione più gradualista e istituzionalista del dibattito, e costituisce un contrappunto utile all'ottimismo propositivo di Felice e Zucman: ricorda che la fattibilità politica e amministrativa è una variabile non residuale, e che la sequenza delle riforme ha rilevanza strategica tanto quanto il merito delle singole misure.


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