Il mondo ricco e l'Europa in trappola Luciano Balbo set 03, 2025

 

Il mondo ricco e l'Europa in trappola

Il caso francese ci può chiarire in modo esemplare il vicolo cieco, non riconosciuto, in cui siamo finiti.

Il prossimo 8 settembre il governo di minoranza francese tornerà a chiedere la fiducia in parlamento su un piano di riduzione delle spese e di aumento delle tasse per frenare la crescita del debito pubblico. Molto probabilmente anche questa volta il governo verrà sfiduciato e cadrà, ma al di là del risultato del voto in parlamento, la maggioranza dei francesi ha da anni dimostrato di non volere alcun piano di austerità. Anche prima delle ultime elezioni, quando Macron aveva una seppur composita maggioranza all'Assemblea Nazionale, tutti i suoi tentativi in questo senso sono stati frenati da grandi agitazioni sociali che hanno impedito le riforme proposte o le hanno fortemente edulcorate, sino a renderle inefficaci rispetto agli obiettivi che il governo francese si proponeva.

La situazione d'oltralpe sta assumendo un aspetto particolarmente complicato a causa dell'instabilità politica del paese; tuttavia, è rappresentativa della situazione di tutti i principali paesi europei e degli Stati Uniti, cioè che il debito pubblico continua a crescere in relazione al PIL e a generare una forte preoccupazione in tutto il mondo finanziario e soprattutto tra coloro che devono sottoscrivere questi incrementi di debito e il rinnovo dei titoli in scadenza.

L'Itala ha avuto per tanti anni un ampio primato nel rapporto fra il debito pubblico e il PIL, che è attualmente di circa il 125%; ma è stata quasi raggiunta recentemente da Spagna, Francia, Regno Unito, e soprattutto dagli Stati Uniti: tutti questi paesi hanno ora un debito che è uguale o superiore al PIL.

L'unica eccezione, fra i grandi paesi, è la Germania, che ha un rapporto solo del 60% a causa di stringenti regole che si è data fino a pochi mesi fa, quando si è deciso, anche con un cambio costituzionale, un forte incremento della spesa pubblica e del deficit.

Questo rapporto, che è emblematico per il mondo finanziario, è influenzato sia da fattori macroeconomici sia dalle dinamiche di bilancio di ciascun paese.

Esaminiamo innanzitutto gli aspetti macro: il rapporto misura due valori monetari, e il PIL è quindi considerato al suo valore attuale, non deflazionato. Se quindi è presente una crescita dell'inflazione, vi è una veloce riduzione del rapporto, che vede il denominatore crescere rapidamente, mentre il numeratore rimane costante. Ciò è avvenuto per esempio nel periodo tra il 2022 e il 2024 quando c’è stato un breve picco di inflazione nel mondo occidentale.

Se però l'inflazione rimane nel tempo, questo vantaggio tende a sparire poiché il costo del debito aumenta gradualmente nel tempo, a causa della crescita degli interessi sulle nuove emissioni dei titoli di Stato che quindi fa aumentare il deficit.

Più importante è invece l'effetto dell'andamento economico, poiché, se l'economia cresce e quindi il PIL che è al denominatore, il rapporto tende a diminuire in modo stabile e ciò corrisponde anche ad un comune sentire, e cioè che, se il reddito di una nazione cresce, la sua capacità di sostenere il debito contratto migliora, come avviene per le aziende e le persone.

Passiamo ora agli aspetti di gestione del bilancio pubblico, che è fatto da entrate che sono quasi totalmente legate alla tassazione - diretta sui salari o indiretta (IVA) - mentre le uscite sono il totale delle spese pubbliche sia per il funzionamento dello Stato (per tutti i suoi aspetti amministrativi, gestionali, militari), sia per tutta l'area della spesa sociale che in Europa vale oltre il 20% delPIL. Va ricordato inoltre che in Europa continentale il 50% del Pil è generato dalla spesa pubblica, mentre nel Regno Unito è un po' inferiore, e negli Stati Uniti non raggiunge il 40%, poiché una parte importante della spesa sociale ed in particolare quella legata alla sanità e alla scuola è lasciata ai privati.

Da ormai molti decenni i bilanci pubblici europei presentano un deficit che finora è stato molto sostenibile, sia perché non era rilevante rispetto al PIL, sia perché la crescita economica dava la prospettiva di poter sopportare questo incremento del debito pubblico.

La situazione però è ormai radicalmente cambiata negli ultimi vent'anni, senza particolari differenze fra i paesi, poiché la crescita economica è molto bassa e inferiore all'1% in Europa, tranne che per un breve periodo in Germania che aveva avuto un boom di esportazioni. La mancata crescita economica non permette tuttavia di aumentare le entrate, che sono direttamente collegate con i salari e con l'attività commerciale (IVA). Entrambi questi elementi non stanno più crescendo, e inoltre non vi è disponibilità dei cittadini a sostenere un incremento delle tasse, ed anzi la riduzione di esse è lo strumento politico con cui ci si contende la battaglia politica. Dall'altra parte è impossibile ridurre le uscite, che anzi tendono ad aumentare, sia perché i bisogni sociali crescono - anche in relazione ad una popolazione sempre più anziana -, sia perché gli Stati sono stati obbligati ad intervenire in ogni crisi per mantenere la stabilità economica, ed in particolare lo hanno fatto nella grande crisi finanziaria del 2007, e più recentemente durante il periodo del COVID.

Inoltre, la spesa pubblica è uno strumento di crescita economica: gli Stati Uniti hanno dimostrato negli ultimi anni che l'enorme aumento di spesa pubblica durante il governo Biden è stato uno dei motori del buon andamento economico. Una diminuzione della spesa pubblica tenderebbe, oltre che a ridurre il welfare, a influire negativamente sull'attività economica. Dunque i bilanci pubblici sono bloccati, e mostrano non solo un deficit permanente, ma una crescita di questo deficit, anche a causa del sempre maggior peso degli interessi legati all'aumento dello stock di debito.

È questo il paradosso: i cittadini non accettano di pagare più tasse, ma neppure di veder ridotto lo Stato sociale di cui beneficiano. Va ricordato che nel frattempo vi è stata una grande crescita della ricchezza privata a causa dell’aumento dei valori immobiliari e mobiliari ed essa è oggi circa sei volte il Pil in tutti i paesi occidentali. Questo incremento proviene principalmente non dai redditi, ma dagli effetti finanziaria ed è poco tassato, ma non vi è nessuna disponibilità dei cittadini che la posseggono ad accettare una tassazione e, data la mobilità dei capitali, qualsiasi imposizione fiscale a livello locale genererebbe una loro fuga che danneggerebbe l'economia.

I paesi Occidentali si trovano quindi in una situazione bloccata, nella quale il debito pubblico non può che continuare a crescere, ma, soprattutto il rapporto debito/ Pil continuerà ad aumentare, a causa dell'anemica crescita economica.

Quindi un mondo privato “ricco”, anche se in modo diseguale, si trova ad essere uno Stato “povero”.

E veniamo ora all'altro problema, e cioè come finanziare questo debito. Da vent'anni questo tema è ricorrente nel dibattito economico e politico, e già dopo la grande crisi finanziaria del 2007/2008 (che aveva dissanguato i bilanci pubblici per salvare l'economia), molte voci autorevoli hanno sostenuto che questo squilibrio tra debito ed economia può diventare insostenibile. In realtà, queste preoccupazioni si sono finora dimostrate infondate, e la crescita dell'emblematico rapporto è continuata senza particolari problemi. Va inoltre segnalato che nei momenti di difficoltà le banche centrali hanno creato denaro comprando titoli di debito pubblico e sostenendo questo trend. Tuttora la Banca Centrale Europea possiede una parte importante dei debiti pubblici più fragili, ed in particolare detiene oltre il 20% di quello italiano.

Ma chi sottoscrive il debito pubblico? NOI, cioè, il risparmio dei cittadini dello stesso paese e quello internazionale. Questo risparmio è quasi completamente intermediato da banche e gestori patrimoniali, anche se i risparmiatori possono influenzarne l'uso attraverso le scelte dei prodotti finanziari in cui investire. Sempre più frequentemente gli operatori finanziari, che costituiscono un mercato super concentrato, dove poche centinaia di operatori gestiscono oltre il 50% del risparmio finanziario mondiale, stanno esprimendo perplessità rispetto a questa crescita ininterrotta e irrefrenabile dei debiti pubblici, tanto che questi stessi operatori sono stati chiamati, nel gergo finanziario, i " bond vigilantes", cioè coloro che utilizzando i risparmi dei cittadini per mettere un controllo e un freno alla spesa pubblica, e in fin dei conti alle scelte degli Stati.

È difficile stabilire se queste apprensioni siano fondate o meno; è bene ricordare che il rapporto Debito/PIL in Giappone è del 250%; I titoli di Stato di quel paese sono quasi interamente posseduti dai cittadini locali e dalla banca centrale giapponese.

È abbastanza sorprendente che gli economisti in generale difendono l'idea dell'indipendenza delle banche centrali, per evitare che esse possano essere usate dai governi per finanziare il debito pubblico, quando in realtà questo sta avvenendo in Giappone e anche parzialmente negli Stati Uniti e in Europa.

Questo quadro chiude il cerchio, e ci mostra che i cittadini del mondo occidentale non vogliono pagare più tasse, ed in particolare non vogliono una tassazione sulla ricchezza, ma nel contempo non desiderano vedere ridotta la loro spesa sociale pubblica ed infine, attraverso i loro intermediari, esprimono preoccupazione per la crescita dei debiti pubblici che essi stessi alimentano con le loro scelte politiche.

L'assenza, infine, di una crescita economica ci mostra che questo non può che essere chiamato "un vicolo cieco", nel quale noi, in modo schizofrenico, desideriamo da un lato qualcosa, che dall'altro tendiamo a temere.

La comprensione di questa situazione è largamente al di fuori del dibattito pubblico, forse anche perché ci metterebbe tutti di fronte alle nostre responsabilità.

In fondo non è poi strano che i politici vi sfuggano, molto più grave è il silenzio degli intellettuali e degli economisti. Questa situazione è ben rappresentata da una definizione del ruolo degli economisti data proprio da uno di loro, Branko Milanovic: “Mi domando perché gli economisti insistono sulle loro assunzioni nonostante una chiara evidenza che non rappresentino il mondo reale; forse perché la disciplina alla fine è normativa e non positiva, essa descrive il mondo come dovrebbe essere, non il modo in cui realmente è”.

La situazione che abbiamo descritto può anche forse far luce sugli attuali avvenimenti politici occidentali, dove le promesse elettorali non possono essere nei fatti mantenute, aumentando pertanto la delusione, soprattutto nelle fasce sociali che non possono godere del vantaggio di un minimo di ricchezza accumulata, e questo potrebbe spiegare l'adesione ai partiti populisti proprio di molti cittadini delle fasce sociali più deboli. Non che i populisti abbiano una chiave per risolvere questi temi, ma sanno dare dei nemici - gli immigrati, la globalizzazione, la grande finanza, le élite culturali - sui quali scaricare la delusione.

Nel mondo occidentale mancano, prima ancora che ricette per affrontare la situazione, adeguate analisi. Prossimamente discuterò le ipotesi sul “che fare”.

CLAUDE 23-6-26

Occhiello (parole chiave) Debito pubblico/PIL; caso francese e instabilità politica; bond vigilantes; indipendenza delle banche centrali e finanziamento monetario; ricchezza privata vs. Stato povero; Milanovic e la natura normativa dell'economia; "vicolo cieco" occidentale.


Abstract

Prendendo spunto dalla crisi del governo di minoranza francese (voto di fiducia dell'8 settembre su un piano di austerità destinato, secondo l'autore, a fallire per l'opposizione sociale), Balbo analizza il blocco strutturale dei bilanci pubblici occidentali. Il rapporto debito/PIL è cresciuto ovunque (Italia storicamente prima al 125%, ma ormai raggiunta da Spagna, Francia, UK e soprattutto USA; unica eccezione la Germania al 60%, fino al recente cambio costituzionale che ne ha ampliato la spesa). L'autore scompone il fenomeno in fattori macroeconomici (effetto diluitivo dell'inflazione sul rapporto, effetto più stabile della crescita economica) e fattori di bilancio (entrate legate a salari e IVA, stagnanti; uscite in aumento per invecchiamento demografico e necessità di interventi anticrisi). Il nodo centrale è descritto come un "paradosso": i cittadini occidentali non vogliono né pagare più tasse né vedere ridotto il welfare, mentre la ricchezza privata (circa sei volte il PIL, di origine perlopiù finanziaria e poco tassata) resta intoccabile per il rischio di fuga di capitali — generando la formula "un mondo privato ricco... uno Stato povero". Sul lato del finanziamento, l'autore nota che il debito è sottoscritto dal risparmio nazionale e internazionale, intermediato da pochi grandi operatori finanziari (i "bond vigilantes"), e che le banche centrali intervengono comunque ad acquistare titoli pubblici nei momenti di difficoltà (BCE con oltre il 20% del debito italiano), nonostante la retorica dominante sulla loro indipendenza — fenomeno ancora più marcato in Giappone (debito/PIL al 250%, in gran parte detenuto da risparmiatori locali e banca centrale). La conclusione è che l'Occidente sia in un "vicolo cieco" psicologicamente schizofrenico (si desidera e si teme insieme la stessa cosa), generato dall'assenza di crescita economica, e che questa situazione — più ancora che indagata dai politici — sia colpevolmente ignorata da intellettuali ed economisti, con una citazione di Branko Milanovic sulla natura normativa, non descrittiva, della disciplina economica. L'effetto politico è la delusione delle fasce sociali senza patrimonio, che alimenta il consenso populista, capace di individuare nemici (immigrati, globalizzazione, finanza, élite) anche senza offrire soluzioni reali.


Analisi per punti

  1. Caso francese come esemplificazione: il tentativo di piano di austerità (taglio spese + aumento tasse) è destinato a fallire per l'opposizione sociale diffusa, come già accaduto sotto Macron anche con maggioranza parlamentare; la Francia è presentata come caso paradigmatico, non eccezione, della situazione di tutti i principali paesi europei e degli USA.

  2. Quadro comparativo debito/PIL: Italia storicamente prima (125%), ora raggiunta da Spagna, Francia, UK, USA (tutti ≥100%); Germania eccezione (60%) grazie a regole fiscali stringenti, superate solo di recente con cambio costituzionale per aumentare spesa pubblica e deficit.

  3. Fattori macroeconomici del rapporto debito/PIL:

    • effetto inflazione: poiché il rapporto misura valori monetari correnti, un picco inflazionistico (es. 2022-2024) riduce rapidamente il rapporto per crescita del denominatore nominale; ma se l'inflazione persiste, l'effetto si esaurisce per il rialzo del costo del debito sulle nuove emissioni;
    • effetto crescita economica: più stabile e "intuitivo" — un PIL crescente migliora la sostenibilità del debito, analogamente a imprese e famiglie.
  4. Fattori di bilancio pubblico:

    • entrate quasi totalmente da tassazione su salari (diretta) e consumi/IVA (indiretta);
    • uscite comprensive di funzionamento statale e spesa sociale (oltre 20% del PIL in Europa);
    • peso comparato della spesa pubblica sul PIL: Europa continentale ~50%, UK leggermente inferiore, USA <40% (per la natura privata di sanità e scuola USA).
  5. Cambiamento radicale degli ultimi vent'anni: crescita economica europea sotto l'1% (eccetto breve boom export tedesco) blocca le entrate (salari e IVA stagnanti); impossibilità politica di aumentare le tasse (anzi la riduzione fiscale è strumento di competizione politica); impossibilità di ridurre le uscite per bisogni sociali crescenti (invecchiamento) e per gli interventi anticrisi diventati strutturali (2007-08, COVID).

  6. Argomento sulla spesa pubblica come motore di crescita: riferimento all'aumento di spesa pubblica USA sotto Biden come fattore di buona performance economica, per sottolineare che una riduzione della spesa avrebbe effetti recessivi oltre che sul welfare.

  7. Il "paradosso" centrale: cittadini che rifiutano sia più tasse sia minore welfare, mentre la ricchezza privata (circa 6 volte il PIL, di origine finanziaria, poco tassata) cresce ma resta intoccabile per il rischio di fuga di capitali dovuto alla loro mobilità internazionale — formula sintetica: "un mondo privato 'ricco'... uno Stato 'povero'".

  8. Il finanziamento del debito: sottoscrittori sono il risparmio nazionale e internazionale, intermediato da pochi grandi operatori (mercato "super concentrato": poche centinaia di operatori gestiscono oltre il 50% del risparmio finanziario mondiale) — gli stessi "bond vigilantes" che esprimono preoccupazione sulla crescita del debito che essi stessi alimentano tramite le scelte di investimento dei risparmiatori.

  9. Ruolo delle banche centrali: pur essendo formalmente indipendenti, intervengono comunque ad acquistare titoli pubblici nei momenti di crisi (BCE con oltre il 20% del debito italiano), in apparente contraddizione con la dottrina dominante sull'indipendenza; il caso giapponese (debito/PIL al 250%, titoli in gran parte detenuti da risparmiatori locali e banca centrale) viene usato come prova che le previsioni catastrofiste sulla sostenibilità del debito, ricorrenti dal 2007-08, si sono finora rivelate infondate.

  10. Citazione di Milanovic: usata per spiegare il silenzio degli economisti di fronte a un'evidente discrepanza tra assunzioni teoriche e realtà — l'economia sarebbe disciplina normativa ("come dovrebbe essere") più che positiva ("come è").

  11. Conclusione politica: la "schizofrenia" collettiva (volere insieme cose incompatibili: bassa tassazione, welfare pieno, sostenibilità del debito) genera un vicolo cieco causato dall'assenza di crescita; le promesse elettorali, di conseguenza, non possono essere mantenute, alimentando delusione soprattutto nelle fasce senza patrimonio — terreno del consenso populista, capace di individuare nemici (immigrati, globalizzazione, grande finanza, élite culturali) senza offrire soluzioni reali.

  12. Chiusura programmatica: l'autore segnala l'assenza di analisi adeguate (prima ancora che di ricette) e annuncia una discussione futura sul "che fare".


Elenco concetti-soggetti chiave

  • Rapporto debito pubblico/PIL e sua dinamica macro (inflazione vs. crescita)
  • Caso francese come paradigma dell'impasse fiscale occidentale
  • Asimmetria Germania (60%) vs. resto dei grandi paesi occidentali
  • Composizione di entrate/uscite pubbliche e peso della spesa pubblica sul PIL (Europa vs. USA)
  • Paradosso fiscale: rifiuto di tasse + rifiuto di tagli al welfare
  • Ricchezza privata pari a 6 volte il PIL, di origine finanziaria, poco tassata
  • Mobilità dei capitali come vincolo alla tassazione patrimoniale
  • Bond vigilantes e concentrazione della gestione del risparmio mondiale
  • Indipendenza (apparente) delle banche centrali vs. finanziamento monetario di fatto (BCE, Giappone)
  • Branko Milanovic: economia come disciplina normativa, non positiva
  • "Vicolo cieco" e schizofrenia collettiva del mondo occidentale
  • Delusione delle fasce senza patrimonio come motore del voto populista

Valutazione critica finale

Il merito principale di questo testo è di rendere visibile, con dati comparativi precisi (rapporti debito/PIL, peso della spesa pubblica, concentrazione della gestione del risparmio), un meccanismo che la pubblicistica corrente tende a presentare in termini moralistici ("gli Stati spendono troppo") piuttosto che strutturali. La formula "mondo privato ricco, Stato povero" è efficace e sintetizza bene il nodo distributivo al centro dell'intera serie di Balbo. Anche la demistificazione dell'indipendenza delle banche centrali — mostrando come, nei fatti, esse intervengano comunque a sostegno del debito pubblico (BCE, Giappone) — è un punto che dialoga direttamente con la critica di Brancaccio alla retorica del "vincolo esterno" come costruzione politica più che necessità tecnica, materia con cui Lei ha già lavorato editorialmente.

Rispetto alla tradizione di economia politica critica con cui Lei è abituato a confrontarsi, vanno però segnalati alcuni limiti:

  1. La "schizofrenia collettiva" come categoria esplicativa: descrivere il paradosso fiscale come desiderio contraddittorio dei "cittadini" nel loro insieme rischia di appiattire una frattura distributiva precisa — chi possiede il patrimonio (poco tassato, mobile, capace di "fuggire") e chi dipende dal welfare pubblico (raramente in grado di spostare risorse all'estero) non sono lo stesso soggetto collettivo che "vuole cose contraddittorie", ma due gruppi sociali con interessi materialmente diversi e spesso opposti. La tradizione critica con cui Lei lavora (Brancaccio, Fazi) leggerebbe questo non come un paradosso psicologico diffuso, ma come l'esito di un blocco di potere che impedisce la tassazione patrimoniale — un punto che il testo accenna ("non vi è nessuna disponibilità dei cittadini che la posseggono") ma poi dissolve nella formula più generica e meno conflittuale di "schizofrenia" collettiva.

  2. La mobilità dei capitali come vincolo quasi naturale: l'argomento secondo cui "qualsiasi imposizione fiscale a livello locale genererebbe una fuga" è presentato come dato di fatto ineludibile, mentre è esso stesso il prodotto di scelte politiche storiche (liberalizzazione dei movimenti di capitale, assenza di coordinamento fiscale internazionale, assenza di una tassazione patrimoniale coordinata a livello UE o G20) — esattamente il tipo di vincolo "costruito" che la critica radicale tende a voler smontare argomentativamente, mentre qui resta sullo sfondo come limite quasi strutturale.

  3. Uso ambivalente del caso giapponese e dei bond vigilantes: l'autore nota correttamente che le profezie di insostenibilità del debito si sono finora rivelate infondate (Giappone su tutti), il che potrebbe condurre a una conclusione più favorevole a politiche fiscali espansive (in linea con le tesi MMT o post-keynesiane su sovranità monetaria e debito in valuta propria); ma il testo non sviluppa questa implicazione, lasciando aperta la domanda se i vincoli percepiti sul debito siano davvero economici o piuttosto politico-istituzionali (specialmente per l'Eurozona, priva di sovranità monetaria piena a livello dei singoli Stati membri — distinzione cruciale che meriterebbe più spazio, vista la sua centralità nel dibattito sinistra-radicale italiano, da Brancaccio a Bagnai).

  4. La citazione di Milanovic è usata in modo un po' decorativo: l'affermazione sulla natura normativa dell'economia è potente, ma l'autore non la applica sistematicamente al proprio impianto — ad esempio non interroga quali assunzioni normative (su proprietà, mercati, debito "buono" vs. "cattivo") permeino la sua stessa proposta di definanziarizzazione esposta in altri testi della serie.

  5. Mancanza di riferimento alla dimensione europea/sovranazionale come variabile politica: il testo descrive bene le dinamiche nazionali (Francia, Italia, Germania) ma non affronta esplicitamente — come avrebbe potuto, vista la centralità del tema nel dibattito italiano — la questione se un debito pubblico denominato in una moneta non sovrana (l'euro per i singoli Stati membri) cambi qualitativamente la natura del "vincolo" rispetto a Giappone o USA, paesi con piena sovranità monetaria: è una distinzione che la sua tradizione di riferimento (Brancaccio, Bagnai, dibattito sull'eurozona) considera dirimente, e che qui resta sottaciuta.

In sintesi, il testo offre un'ottima fotografia tecnica e comparativa del blocco fiscale occidentale, con intuizioni preziose sulla concentrazione della gestione del risparmio e sull'ambiguità dell'indipendenza delle banche centrali; ma — coerentemente con il resto della serie — tende a leggere il blocco come esito di una contraddizione diffusa nei desideri collettivi piuttosto che come il risultato di un conflitto distributivo specifico tra chi detiene il patrimonio finanziario e chi dipende dal welfare, lasciando in ombra la dimensione propriamente politico-monetaria (sovranità della moneta, vincoli dell'eurozona) che la tradizione critica italiana con cui Lei lavora pone solitamente al centro di queste analisi.


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