La concezione antropologico-strumentale misconosce la natura fondamentale della Tecnica planetaria di Pier Paolo Caserta

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La concezione antropologico-strumentale misconosce la natura fondamentale della Tecnica planetaria

di Pier Paolo Caserta

Ho spesso occasione, e ne ho avuta ancora di recente, di constatare quanto siano radicati e persistenti, anche tra i compagni, retaggi che impediscono di cogliere la vera natura del fenomeno della Tecnica planetaria, in particolare nei suoi più recenti sviluppi innescati dalla controrivoluzione digitale.

Quando sostengo, come faccio da anni in tutte le occasione di confronto pubblico dedicate al tema, che la Tecnica delle ultime ondate non è essenzialmente uno strumento, non mancano mai sguardi perplessi, se non increduli. Sembra proprio che questa tesi offenda il senso comune. Eppure è vera. E quello che risulta offeso è, in realtà, il senso comune tecno-entusiasta.

Chioserà prontamente il sostenitore della posizione antropologico-strumentale: “L’intelligenza artificiale è come un’automobile, che può essere usata correttamente o per andare a sbattere”.

Viene in questo modo occultato il carattere essenziale almeno della Tecnica delle ultime ondate. Un mezzo, per definizione, posso decidere quando usarlo; e in che misura, e in che modo usarlo. È quanto accade con un martello, con una lavatrice o, appunto, con un’automobile. Non è quello che accade con i prodotti del capitalismo digitale. Dovrebbe già suonare stravagante la definizione di “mezzo” se riferita a qualcosa che di fatto non possiamo affatto decidere se usare o meno, perché è parte di un apparato planetario che si impone

. Non possiamo davvero decidere se utilizzarlo o meno, perché di fatto lo usiamo quasi costantemente (per i più diversi scopi o senza un preciso scopo). Se non possiamo deciderlo, e se la maggior parte delle relazioni umane sono mediate dalla Tecnica, dai suoi protocolli e dalle sue propaggini, allora più che un “mezzo” la Tecnica è l’ambiente, cosa molto diversa.

Anche di fronte a questi richiami alla realtà, comunque, il sostenitore del punto di vista antropologico-strumentale, secondo il quale la Tecnica è sempre uno strumento nella disponibilità dell’uomo, non riuscirà a superare la sua radicata convinzione che ad essere decisivi e dirimenti siano soltanto gli usi individuali. E, certamente, sono pur sempre possibili usi migliori e peggiori. Ma nemmeno l’uso individuale più virtuoso potrà eliminare la natura essenziale della Tecnica che, per dirla con le parole da Heidegger, “non è nulla di tecnico”.

Per altro, ancor prima dell’avvento del “nuovo ordine digitale”, il Novecento è stato percorso da un’ampia letteratura filosofica e critica sulla Tecnica, da Husserl alla Scuola di Francoforte passando per Heidegger. In continuità soprattutto con quest’ultimo, nei suoi acuti libri il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han aggiorna l’analisi critica della tecnica al tempo della controrivoluzione digitale.

In altre parole, la concezione antropologico-strumentale, specie nella sua forma più ingenua (che tuttavia è largamente diffusa), misconosce che la Tecnica planetaria è essenzialmente volontà di potenza. Il riferimento al carattere planetario della Tecnica, per altro, rimanda a processi già dispiegati almeno ottant’anni addietro, con la terza rivoluzione industriale avviatasi dopo la Seconda guerra mondiale. Pertanto non cogliere il carattere fondamentale della Tecnica, ossia la sua volontà di potenza, nemmeno al tempo della marcata accelerazione prodotta dalla controrivoluzione digitale, e reiterare ancora la canzoncina della neutralità della Tecnica, significa davvero non voler vedere.

Significa voler continuare a illudersi di avere a che fare con semplici strumenti anche di fronte a un capitalismo di tipo nuovo che, come ha mostrato Shoshana Zuboff nel suo fondamentale “Capitalismo di sorveglianza”, estrae plusvalore non più soltanto dal Lavoro, bensì dall’esperienza umana nella sua totalità (richiedendo come sola condizione il nostro essere online). Mettendo, quindi, l’uomo in una posizione strumentale. Risulta opportuno, in questo quadro, ricordare anche il saggio Capitalismo come religione, scritto da Walter Benjamin nel 1921 (e pubblicato soltanto nel 1985), la cui impostazione aiuta a collocare la partita non solo sul piano economico, ma della trascendenza. In questo senso, il nuovo ordine digitale – con la sua pervasività, la sua capacità di colonizzare il tempo dei subalterni, e di “sincronizzare” comportamenti e stili cognitivi – offre al Capitalismo rinnovati elementi. Non a caso la non neutralità dell’intelligenza artificiale è al centro della prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas: entrando in tutti gli aspetti dell’esistenza umana, il campo di forza del Capitalismo digitale interferisce con quello della religione.

Stando così le cose, resta da capire da dove nasca questa volontà-di-non-vedere la volontà-di-potenza della Tecnica, quale si sostanzia nell’ingenua adesione alla concezione antropologico-strumentale. Una probabile risposta si lega al fatto che nel mondo socialista è sempre stato ben presente un retaggio positivistico, che impedisce di vedere il fenomeno della Tecnica per ciò che è in realtà.


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Analisi by CLAUDE 28-6-26


SCHEDA BIBLIOGRAFICA

Autore: Pier Paolo Caserta Titolo: La concezione antropologico-strumentale misconosce la natura fondamentale della Tecnica planetaria Fonte: Sinistrainrete.info (sezione "Articoli brevi"), originariamente pubblicato su Jacqueries Data pubblicazione: 28 giugno 2026 (creazione su Jacqueries: 25 giugno 2026) URL: https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/33244-pier-paolo-caserta-la-concezione-antropologico-strumentale-misconosce-la-natura-fondamentale-della-tecnica-planetaria.html Tipologia testuale: Intervento filosofico-critico breve


SCHEDA ANALITICA

Occhiello / parole chiave: Tecnica planetaria — Critica della neutralità tecnologica — Heidegger e volontà di potenza — Capitalismo di sorveglianza (Zuboff) — Controrivoluzione digitale — Retaggio positivistico nel marxismo

Abstract: Caserta contesta la concezione "antropologico-strumentale" della tecnica — quella per cui la tecnologia, e in particolare l'IA, sarebbe un semplice mezzo neutro, buono o cattivo solo in base all'uso che ne fa l'uomo. Riprendendo l'impianto heideggeriano (la tecnica come "volontà di potenza", non riducibile al "nulla di tecnico"), l'autore sostiene che la Tecnica delle ultime ondate digitali non è uno strumento disponibile ma un "ambiente" che si impone strutturalmente, mediando ormai la quasi totalità delle relazioni umane. L'argomentazione si appoggia inoltre su Zuboff (capitalismo di sorveglianza) e su Walter Benjamin (capitalismo come religione) per collocare la posta in gioco anche sul piano della trascendenza, e si chiude con un'autocritica diretta al mondo socialista, accusato di un retaggio positivistico che gli impedirebbe di cogliere questa natura essenziale della tecnica.

Analisi per punti:

  1. Polemica di apertura: l'autore denuncia la persistenza, "anche tra i compagni", di una visione strumentale della tecnica che giudica ingenua, e anticipa la tesi centrale: la Tecnica delle ultime ondate digitali non è essenzialmente uno strumento.

  2. Confutazione dell'analogia con l'automobile: contro l'argomento tipico ("l'IA è come un'auto, si può usare bene o male"), Caserta osserva che un mezzo in senso proprio (martello, lavatrice, automobile) è per definizione qualcosa che si può scegliere se e come usare; i prodotti del capitalismo digitale, al contrario, si impongono come apparato pervasivo sottratto a questa possibilità di scelta — da cui la riqualificazione della Tecnica non come "mezzo" ma come "ambiente".

  3. Limite dell'argomento dell'uso individuale: anche ammettendo usi "migliori o peggiori" della tecnologia, l'autore sostiene che nessun uso individuale virtuoso può intaccare la natura essenziale della Tecnica, richiamando la formula heideggeriana per cui la tecnica "non è nulla di tecnico".

  4. Genealogia filosofica: breve ricognizione della tradizione critica sulla tecnica (Husserl, Scuola di Francoforte, Heidegger), con menzione di Byung-Chul Han come aggiornatore di questa linea critica all'epoca della "controrivoluzione digitale".

  5. Tesi centrale — Tecnica come volontà di potenza: la concezione antropologico-strumentale, nella sua forma più diffusa, misconoscerebbe che la Tecnica planetaria è essenzialmente volontà di potenza; l'autore situa l'origine di questo processo già nella terza rivoluzione industriale postbellica, non solo nell'accelerazione digitale recente.

  6. Aggancio a Zuboff e Benjamin: il capitalismo di sorveglianza descritto da Zuboff (estrazione di plusvalore dall'esperienza umana totale, non più solo dal lavoro) viene letto come prova empirica della tesi heideggeriana; il richiamo a Capitalismo come religione di Benjamin (1921) sposta la questione anche sul piano della trascendenza, suggerendo che il "nuovo ordine digitale" competa direttamente con la sfera religiosa nella sincronizzazione di comportamenti e stili cognitivi.

  7. Riferimento all'enciclica di Leone XIV: citata come ulteriore conferma istituzionale (cattolica) della non-neutralità dell'IA, a sostegno della tesi che il capitalismo digitale interferisca col campo di forza della religione.

  8. Autocritica conclusiva verso il marxismo: il testo si chiude interrogandosi sull'origine della "volontà di non vedere" la volontà di potenza della tecnica, individuandola in un "retaggio positivistico" mai del tutto superato all'interno del mondo socialista.

Elenco concetti-soggetti chiave:

  • Heidegger: la tecnica come "volontà di potenza" / "non è nulla di tecnico"
  • Critica della concezione strumentale-antropologica della tecnologia
  • Husserl, Scuola di Francoforte (riferimenti genealogici)
  • Byung-Chul Han (aggiornamento critico alla tecnica digitale)
  • Shoshana Zuboff, Capitalismo di sorveglianza
  • Walter Benjamin, Capitalismo come religione (1921)
  • Leone XIV, enciclica Magnifica Humanitas
  • Tecnica come "ambiente" vs. tecnica come "mezzo"
  • Positivismo come retaggio critico interno al marxismo

Conclusione critica: Il testo si presenta come un intervento di filosofia della tecnica più che di economia politica in senso stretto, e in questo si distingue dal grosso del tuo corpus comparativo (Demichelis, Munzi, Signorelli), con cui condivide però il tema di fondo della non-neutralità della tecnologia digitale/IA. Il punto di forza dell'argomentazione di Caserta è la confutazione puntuale dell'analogia strumentale (l'auto, il martello) attraverso il criterio della "disponibilità a non usare", criterio chiaro e difendibile. Il limite più rilevante è che l'intera costruzione resta sul piano ontologico-heideggeriano senza mai tradursi in un'analisi materialistica delle determinanti economiche concrete che producono questa "volontà di potenza" — a differenza, per esempio, di Munzi (paradosso di Jevons e IA) o Demichelis (tecno-archía), che innestano la stessa preoccupazione critica su un'analisi di rapporti di produzione, proprietà delle infrastrutture e dinamiche di estrazione del plusvalore. La componente teologico-religiosa introdotta tramite Benjamin e l'enciclica di Leone XIV, per quanto suggestiva, rimane più evocata che argomentata, e rischia di spostare il discorso su un terreno (la "trascendenza") che diluisce, anziché rafforzare, l'affondo critico sul piano del capitalismo digitale. Infine, la chiusura polemica sul "retaggio positivistico" del marxismo è un'affermazione forte e potenzialmente produttiva per il tuo lavoro comparativo, ma qui resta enunciata per asserzione, senza alcun riferimento storiografico (Engels? la Terza Internazionale? il marxismo sovietico?) che la sostanzi — un punto su cui un confronto con la tua lettura di Formenti o Visalli sulla tecnologia potrebbe risultare produttivo.

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