LA CRISI DEL “MONDO” LIBERAL DEMOCRATICO Luciano Balbo

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LA CRISI DEL “MONDO” LIBERAL DEMOCRATICO

L’incomprensione che è finito un mondo

I partiti politici liberal democratici sono ormai in crisi in tutto il mondo occidentale: quelli di centro destra sono stati totalmente “annientati” da quelli populisti, e, come negli Stati Uniti, in Francia, in Gran Bretagna, in Italia, ed anche in Germania e in Spagna, soffrono la crescente pressione dei nuovi partiti alla loro destra. Quelli di centro sinistra sono sulla difensiva: attaccano le politiche populiste, talvolta ne colgono le ragioni di fondo, ma non riescono a formulare proposte che conquistino consenso al di fuori della propria cerchia elettorale.

Tuttavia, la difficoltà politica dei liberal democratici è soprattutto una crisi di idee e di incomprensione di ciò che è successo, e va ben oltre la politica, bensì riguarda la crisi dell’intera riflessione culturale di questo blocco della società. Tutto il mondo culturale e mediatico di quest’area di pensiero continua ad interrogarsi sulle ragioni della rapida ed enorme crescita della destra populista; le varie analisi tendono ad individuare un’area prevalente: che talvolta è di tipo economico; mentre altre volte è legata ai temi dell’immigrazione; o infine è causata dalle nuove tecnologie, le quali hanno rotto ogni tipo di intermediazione politica. L’altra area di attenzione è evidentemente il cambio geopolitico, ma la riflessione è sempre difensiva, piena di comprensibili critiche alle novità che si sono palesate, però senza vere proposte concrete.

Tutto questo è imputabile al fatto che manca una chiara e semplice riflessione: il mondo nato agli inizi degli anni ‘80 con il pensiero neoliberista è finito.

Quanto sta accadendo ora mi ricorda quanto è avvenuto rapidamente alla fine degli anni ’70, e che solo chi oggi è anziano ha vissuto direttamente.

Con il New Deal di Roosevelt negli Stati Uniti e con il simile modello europeo dell’economia mista di mercato nel Secondo Dopoguerra, si era affermato un mondo onnicomprensivo di politiche economiche, di idee e di società: cioè - in una sintesi un po’ sommaria - un’economia capitalista, ma fortemente soggetta alle regole pubbliche, soprattutto per quanto riguardava l’equilibrio sociale tra capitale e lavoro nel quale lo Stato era molto presente, limitando in parte la libertà di attività economica, e a volte anche personale, ma favorendo una fortissima redistribuzione attraverso il welfare. Cioè una società in cui prevalevano i blocchi sociali rispetto all’individualità, e quindi con un senso di appartenenza e di solidarietà rispetto alle comunità in cui si viveva e alle persone che appartenevano alla medesima classe sociale. Questo sistema ha avuto un enorme successo, poiché, per una serie anche di condizioni esterne, ha permesso un miglioramento delle condizioni economiche e sociali di quasi tutte le persone come mai si era visto nel mondo occidentale. Certo vi erano conflitti sociali, soprattutto in Europa, anche molto forti, ma la maggioranza delle persone lottava per avere qualcosa di più, non per uscire da un sistema che al contrario appariva a tutti come un’opportunità. Poi, quasi improvvisamente, questo modello è entrato in crisi, partendo da alcuni elementi economici e cioè dalla crescita inflazionistica - in parte indotta dalla crisi petrolifera - e dall’accentuarsi di un conflitto sociale che stava bloccando lo sviluppo economico. Tuttavia, era anche una crisi più ampia, vale a dire il desiderio dello sviluppo dell’individualità rispetto al conformismo dei gruppi sociali, e quindi l’insofferenza per le regole legislative e di costume, e il desiderio, in una società più ricca, di affermare se stessi attraverso la libertà dei consumi e il successo individuale. In pochi anni, dopo il quasi sorprendente successo elettorale della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan gli Stati Uniti, tutto il mondo occidentale, anche i partiti di centro sinistra, hanno abbracciato questa visione e quindi siamo entrati collettivamente in questo nuovo mondo, che oggi chiamiamo il Neoliberismo. Ripensando a quel periodo, credo che il cambiamento sia avvenuto proprio perché è venuta a mancare una convinzione collettiva che il mondo precedente fosse condiviso. Il grande successo dei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale avevano portato le persone a scegliere (come aveva ben capito il primo grande analista della globalizzazione, Ulrick Beck) la libertà individuale e l’opportunità di successo – con l’inerente rischio - rispetto ad una protezione e a delle regole che avevano molto aiutato, ma che cominciavano ad essere percepite come una gabbia. Il cambiamento aveva avuto vari inneschi, ma la verità è che quel mondo aveva perso attrazione per la maggioranza dei cittadini del mondo occidentale.

Il mondo successivo ha avuto altrettanto successo, soprattutto se lo esaminiamo a livello globale: in particolare l’enorme crescita economica di molti paesi poveri, e soprattutto di quelli asiatici che hanno nella Cina il suo caso emblematico, con il risultato di togliere dalla povertà alcuni miliardi di persone. Però anche il mondo occidentale se ne è giovato attraverso una eccezionale spinta all’innovazione, che la libertà di movimento dei capitali ha permesso, e ad alcuni decenni quasi senza inflazione, proprio per la possibilità di importare beni a basso costo dai paesi emergenti. Ed è stato anche un successo culturale in una società nella quale è prevalsa la libertà individuale, lo sviluppo dei diritti personali e l’accettazione della diversità. Il tutto favorito dalla grande innovazione dei sistemi comunicativi, che hanno certamente aiutato a dare spazio all’individualità di ciascuno e a moltiplicare le interazioni.

Poi, come per tutti i modelli, sono gradualmente emersi i problemi:

  • La prevalenza del capitale su ogni altro fattore produttivo e sociale, che ha reso molti lavoratori una “commodity”

  • La finanziarizzazione, che ha gonfiato il valore dei beni di investimento e quindi ha creato posizioni di rendita a favore di chi già possedeva tali beni, ed ha di conseguenza aumentato la disuguaglianza patrimoniale

  • La nascita di aziende enormi con un immenso potere economico e tecnologico, favorendo una situazione che è esattamente l’opposto di quella che il primo grande pensatore del Neoliberismo, Hayeck, aveva prefigurato

  • Il trasformarsi della Cina da fabbrica a basso costo dei nostri prodotti di consumo ad un competitore economico e politico a livello mondiale

  • Una graduale dipendenza dall’immigrazione disponibile a svolgere lavori a basso costo, la quale però si è gradualmente trasformata in un difficile elemento per mantenere la coesione sociale

  • Ed infine forse l’elemento più sottovalutato, e cioè una nuova divisione della società tra coloro che “possiedono” ricchezza, cultura, intraprendenza personale e che quindi ben si adattano a questa nuova società, e coloro che “non possiedono” queste caratteristiche e che si sentono sempre più esclusi, soli e in fondo un po’ traditi, perché per decenni è stata venduta loro solo il lato positivo di questo nuovo mondo

Come era già successo alla fine degli anni ’70, una parte della popolazione del mondo occidentale ha perso il senso di appartenenza, e cioè non si sente più a proprio agio, né economicamente, né culturalmente, né in termini di future aspettative, rispetto alla società in cui vive. I populisti hanno quindi avuto vita facile nel raccogliere i frutti di questo disagio, e a mettere in luce le responsabilità di chi ha negato, e non affrontato, i problemi che gradualmente sono sorti. La storia del mondo occidentale mostra che di fronte a questo tipo di disaffezione è sempre stata finora la destra estrema a raccogliere il frutto del consenso.

Pertanto, tutto il mondo che non si riconosce nella galassia populista non credo abbia alcuna possibilità di offrire soluzioni per la società, se prima non prende atto di questo:

  • Il mondo degli ultimi quarant’anni, pur avendo avuto un periodo di grande successo, non ha un futuro, indipendentemente dei populisti, e quindi un atteggiamento di difesa dello status quo non permette di trovare soluzioni migliori né frenerà l’avanzata dei suoi oppositori. In particolare, una pura e semplice difesa degli aspetti formali della democrazia non è d’aiuto, perché essa ha funzionato molto bene grazie all’organizzazione sociale ed economica in cui è fiorita, e la democrazia potrà continuare ad essere efficace ed apprezzata solo con nuovi ed adeguati contenuti.

  • Il capitalismo è uno strumento molto potente e finora per tanti aspetti insuperato, ma non va confuso con la difesa degli interessi del capitale sopra ogni cosa: vanno evitate tutte le posizioni di rendita e di monopolio. Purtroppo, gli economisti neoclassici ed ortodossi hanno gravemente sottovalutato due aspetti: il processo di finanziarizzazione e gli effetti negativi dell’eccessivo squilibrio commerciale e finanziario. Serve una rivalutazione degli strumenti con cui guardare all’economia, rendendola più integrata con la vita della società e l’interesse collettivo. Per farlo è necessario, come ho già scritto, un ripensamento del rapporto tra Stato e Mercato e una ridefinizione delle regole

  • Le attuali difficoltà del mondo occidentale sono frutto del nostro successo, che ha generato all’interno della società vari livelli di posizioni di rendita, le quali tendono a costruire blocchi sociali contrari al cambiamento. Inoltre, anche l’organizzazione statale si è burocratizzata, e spesso, invece che rappresentare gli interessi di tutti i cittadini, privilegia quelli di chi la gestisce, e dei lavoratori pubblici. Alcuni studiosi hanno ben messo in luce questo aspetto, ed in particolare Mancur Olson. Pertanto serve una battaglia culturale, la quale crei consapevolezza di questa situazione, per costruire la disponibilità al cambiamento; e il passaggio più importante per realizzarlo è una riforma strutturale dello Stato che separi - come spiegherò in un prossimo post - la funzione di regolatore e innovatore da quella erogativa

  • La battaglia per un uovo “mondo” non è facile, né ha certezza di risultati: al contrario possiamo temere che avremo davanti anni difficili, confusi e pericolosi, ma proprio per questo occorre un impegno e un coraggio che oggi sta mancando. Non sono un particolare ammiratore del pensiero neoliberista, ma il suo principale fondatore, Hayeck, è un esempio illuminante di come si combatte per le proprie idee, accettando per molti anni di essere bandito dall’università e messo ai margini dal dibattito culturale senza mai demordere, avendo invece un obiettivo di lungo periodo. Il suo è un esempio di come si combatte per costruire un futuro.

Non ho soluzioni, ma nei prossimi post mi permetterò di proporre le tematiche su cui lavorare per tentare di costruire “un nuovo mondo”. Serve una “chiamata alle armi” per uscire dal conformismo che sta oscurando il mondo culturale e politico.

CLAUDE 23-6-26

Occhiello (parole chiave) Crisi del neoliberismo; declino liberal-democratico; populismo di destra; finanziarizzazione; Hayek vs. Olson; Stato e mercato; coesione sociale; cicli storici del capitalismo occidentale.


Abstract

Luciano Balbo sostiene che la crisi dei partiti liberal-democratici non sia primariamente politica, ma culturale: l'incapacità di comprendere che il ciclo storico apertosi con il neoliberismo thatcher-reaganiano agli inizi degli anni '80 si è esaurito, così come si era esaurito, alla fine degli anni '70, il ciclo precedente del New Deal/economia mista keynesiana. Balbo costruisce un parallelo tra le due transizioni: entrambe nascono da un progressivo venir meno del "senso di appartenenza" collettivo a un modello che, pur avendo prodotto successi reali, genera nel tempo squilibri (inflazione e rigidità sociale negli anni '70; finanziarizzazione, concentrazione di potere economico e nuove disuguaglianze oggi) che spingono una parte crescente della popolazione a sentirsi esclusa e "tradita". In entrambi i casi, secondo l'autore, è la destra a raccogliere il consenso di questo disagio, mentre il campo liberal-democratico resta su posizioni difensive, incapace di formulare un progetto alternativo. La proposta implicita dell'articolo (annunciata come tema di approfondimento futuro) è che serva una "battaglia culturale" per ripensare il rapporto Stato-Mercato e riformare l'apparato statale separando funzioni regolative/innovative da quelle erogative.


Analisi per punti

  1. Diagnosi della crisi attuale: i partiti di centrodestra liberal-democratico sono stati "annientati" dai populismi; quelli di centrosinistra restano sulla difensiva senza consenso oltre la propria base.

  2. Tesi centrale: la crisi non è solo politica ma è crisi di comprensione storica — manca la consapevolezza che "il mondo nato agli inizi degli anni '80 con il pensiero neoliberista è finito", analogamente a quanto avvenne con la fine del modello del New Deal/economia mista.

  3. Parallelo storico 1 — fine anni '70: il modello socialdemocratico/keynesiano del dopoguerra (forte regolazione pubblica, welfare redistributivo, prevalenza dei "blocchi sociali" sull'individualità) entra in crisi per inflazione, conflitto sociale e — soprattutto — per il desiderio crescente di individualità e libertà di consumo che rende quel modello una "gabbia" percepita. Citazione di Ulrich Beck come "primo grande analista della globalizzazione" che avrebbe colto questo spostamento verso la libertà individuale rischiosa.

  4. Ascesa del neoliberismo: la svolta Thatcher-Reagan viene abbracciata rapidamente anche dalle sinistre, segnando l'ingresso collettivo nel nuovo paradigma.

  5. Successi del modello neoliberista: crescita asiatica (Cina come caso emblematico) e riduzione della povertà globale; innovazione tecnologica trainata dalla libertà di movimento dei capitali; decenni di bassa inflazione grazie a importazioni a basso costo; espansione dei diritti individuali e accettazione della diversità.

  6. Problemi emersi gradualmente (elenco esplicito dell'autore):

    • prevalenza del capitale che trasforma il lavoro in "commodity";
    • finanziarizzazione e rendite patrimoniali crescenti, con aumento della disuguaglianza;
    • concentrazione di potere in grandi aziende, in contraddizione con la visione hayekiana originaria;
    • trasformazione della Cina da fabbrica a basso costo a competitor geopolitico;
    • dipendenza dall'immigrazione a basso costo, divenuta fattore di tensione sulla coesione sociale;
    • nuova frattura sociale tra chi "possiede" risorse/cultura/intraprendenza e chi si sente escluso e tradito.
  7. Parallelo storico 2 — oggi: come negli anni '70, una parte della popolazione perde il senso di appartenenza al sistema; i populisti raccolgono il consenso di questo disagio, replicando uno schema storico ricorrente ("è sempre stata finora la destra estrema a raccogliere il frutto del consenso").

  8. Indicazioni programmatiche per il campo liberal-democratico (tre punti):

    • abbandonare la pura difesa dello status quo e degli aspetti "formali" della democrazia, che funziona solo se sostenuta da adeguati contenuti socioeconomici;
    • distinguere il capitalismo come strumento dalla difesa degli interessi di rendita/monopolio; ripensare il rapporto Stato-Mercato superando le sottovalutazioni neoclassiche su finanziarizzazione e squilibri commerciali;
    • riconoscere che il successo stesso genera blocchi sociali di rendita (richiamo a Mancur Olson) e burocratizzazione statale autoreferenziale; serve quindi una riforma strutturale che separi funzione regolatoria/innovativa da funzione erogativa dello Stato.
  9. Chiusura retorica: Balbo si dichiara non ammiratore del neoliberismo ma ne loda la tenacia intellettuale di Hayek come modello di perseveranza culturale; annuncia futuri post propositivi e lancia un appello ("chiamata alle armi") contro il conformismo del campo culturale liberal-democratico.


Elenco concetti-soggetti chiave

  • Ciclicità dei paradigmi socioeconomici occidentali (New Deal → Neoliberismo → ?)
  • Senso di appartenenza/disaffezione come variabile esplicativa del voto populista
  • Finanziarizzazione e rendita patrimoniale
  • Hayek e l'esito paradossale del neoliberismo (concentrazione anti-hayekiana del potere)
  • Mancur Olson e i gruppi di interesse/blocchi di rendita
  • Ulrich Beck e la "società del rischio"/individualizzazione
  • Crisi della "forma" democratica vs. necessità di nuovi "contenuti"
  • Riforma dello Stato: separazione regolatore/innovatore vs. erogatore
  • Globalizzazione e ascesa cinese da partner economico a competitor geopolitico
  • Frattura tra "chi possiede" e "chi non possiede" risorse/cultura

Valutazione critica finale

Il pregio principale del pezzo è lo schema interpretativo di lungo periodo: leggere la crisi attuale non come anomalia ma come fase terminale di un ciclo egemonico, sullo sfondo di un più ampio "senso di appartenenza" che nasce e si esaurisce — un'intuizione che dialoga (anche se l'autore non lo cita esplicitamente) con la nozione gramsciana di egemonia e con le periodizzazioni regolazioniste del capitalismo (scuola francese della régulation, Boyer-Aglietta), oltre che con letture neo-polanyiane del "doppio movimento" mercato/regolazione.

Tuttavia, dal punto di vista della tradizione critica con cui Lei lavora abitualmente, il testo presenta alcune debolezze strutturali:

  1. Psicologizzazione della crisi storica: l'intero impianto riposa su categorie soggettive ("senso di appartenenza", "desiderio di individualità", percezione di "gabbia") più che su dinamiche materiali di accumulazione, lotta di classe o crisi di profittabilità. Questo è l'opposto dell'approccio di un Brancaccio o di un Arrighi, che leggerebbero la stessa transizione (anni '70 → neoliberismo) come risposta del capitale alla caduta del saggio di profitto e alla forza contrattuale del lavoro nel modello fordista, non come un mutamento di "gusti" collettivi verso la libertà individuale.

  2. Naturalizzazione del ciclo: presentare il passaggio al neoliberismo come esito di una scelta collettiva quasi volontaria ("le persone hanno scelto la libertà individuale") oscura il ruolo attivo di policy (deregulation finanziaria, attacco ai sindacati, Volcker shock, ecc.) come progetto di classe — esattamente il punto che la storiografia critica (Harvey, Duménil-Lévy) enfatizza e che qui resta sullo sfondo.

  3. Elogio di Hayek come "esempio di coraggio intellettuale": la chiusura retorica rischia di legittimare proprio l'impianto ideologico che l'articolo accusa di aver prodotto gli squilibri attuali, trattandolo come modello di tenacia "neutra" piuttosto che come autore di un programma politico-economico specifico e di parte.

  4. Mancur Olson usato in modo ambivalente: la critica ai "blocchi di rendita" e alla burocrazia statale richiama un repertorio più vicino al pensiero neo-istituzionalista/da public choice che alla tradizione marxista; rischia di equiparare rendite finanziarie e tutele del lavoro pubblico sotto un'unica etichetta di "interessi costituiti", appiattendo differenze di natura (rendita predatoria vs. salario differito).

  5. Assenza di una via d'uscita oltre la "battaglia culturale": l'articolo annuncia soluzioni nei post successivi ma resta, in questa puntata, programmaticamente vago su strumenti concreti — la separazione Stato regolatore/erogatore è solo accennata e potrebbe essere letta sia in chiave di rilancio pubblico dell'economia, sia, al contrario, in chiave di ulteriore smantellamento del welfare statale: l'ambiguità non è risolta nel testo.

In sintesi, il contributo offre uno schema storico utile per collocare la crisi attuale in una sequenza di lungo periodo, ma lo fa con strumenti più vicini alla sociologia delle élite e alla teoria del cambiamento culturale che all'economia politica critica, e lascia aperta — volutamente, in attesa dei post successivi — la questione se il "nuovo mondo" auspicato da Balbo implichi un rafforzamento o un ulteriore arretramento del ruolo pubblico nell'economia.

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