La fine della sintesi liberal-democratica di Gerardo Lisco
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/33146-gerardo-lisco-la-fine-della-sintesi-liberal-democratica.html
La fine della sintesi liberal-democratica
di Gerardo Lisco
Per chi segue il dibattito nella sinistra italiana, in rete e sulle riviste online di area, è stato difficile non imbattersi nel confronto tra il filosofo Andrea Zhok e l’economista Emiliano Brancaccio. Un dibattito seguito da una platea vastissima, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e commenti favorevoli all’uno o all’altro interlocutore.
Nutro grande stima per entrambi. Ho letto e apprezzato diversi loro lavori: tra quelli di Brancaccio, in particolare Libercomunismo; di Zhok, soprattutto Critica della ragione liberale, un saggio del quale condivido sostanzialmente l’impianto teorico. Proprio per questo, il confronto mi ha lasciato una sensazione di insoddisfazione. Ho avuto l’impressione di assistere a una discussione che appartiene più al Novecento che al XXI secolo.
Per quanto ho potuto comprendere, il nodo centrale del contendere riguardava il rapporto tra sovranismo e fascismo, ovvero la tendenza a considerare il primo come una forma più o meno esplicita di fascistizzazione della politica. A mio avviso, tuttavia, il problema è posto in termini ormai superati. Fascismo e antifascismo, così come comunismo e anticomunismo, appartengono alla storia. Hanno certamente ancora un valore come categorie storiografiche, utili a comprendere il Novecento, ma risultano sempre meno adeguate a interpretare la realtà contemporanea.
Viviamo in una società profondamente diversa da quella nella quale quelle categorie sono nate. Una società destrutturata, individualista, nichilista e attraversata dall’egemonia culturale del capitalismo neoliberale.
Per questa ragione ritengo che la contrapposizione fondamentale non sia più quella tra fascismo e antifascismo o tra comunismo e anticomunismo, bensì quella tra democrazia e liberalismo, tra comunità e individualismo proprietario. Si tratta di categorie che attraversano e superano le tradizionali divisioni tra destra e sinistra.
Per decenni abbiamo definito i sistemi politici occidentali come liberal-democratici. Oggi, però, quella sintesi appare sempre più fragile. Durante i cosiddetti Trente Glorieuses, i trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, i sistemi occidentali non furono soltanto liberal-democratici, ma anche sociali. Lo Stato interveniva nell’economia, redistribuiva ricchezza e garantiva diritti sociali. Oggi quella dimensione sociale appare fortemente ridimensionata.
Se torniamo alle origini del liberalismo ottocentesco, troviamo sistemi politici nei quali i diritti politici erano strettamente collegati alla proprietà. Il diritto di voto e la partecipazione politica erano riservati a chi possedeva un certo censo. La democratizzazione dei sistemi liberali è consistita proprio nella separazione tra cittadinanza politica e proprietà. L’estensione del suffragio universale ha spezzato il legame tra possesso della ricchezza e partecipazione politica. Per questa ragione liberalismo e democrazia non sono mai stati la stessa cosa. Sono stati piuttosto elementi distinti che, in determinate fasi storiche, hanno trovato una sintesi.
Oggi quella sintesi sembra essersi incrinata. La progressiva crescita del potere di organismi sovranazionali, banche centrali, autorità indipendenti, organismi tecnocratici e grandi fondi finanziari sembra aver ridotto gli spazi della decisione democratica. La tradizionale separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario, pur rimanendo formalmente in vigore, appare affiancata e in parte condizionata da nuovi centri di potere che sfuggono al controllo diretto dei cittadini. In questo senso il neoliberismo può essere interpretato come una riformulazione contemporanea del liberalismo originario: un sistema nel quale il primato della proprietà e del mercato tende nuovamente a prevalere sulla sovranità democratica. Il prefisso “neo” rappresenterebbe quindi una modernizzazione lessicale più che una trasformazione sostanziale.
Alla base di questo processo vi è la figura dell’individuo proprietario. L’individuo contemporaneo non è soltanto proprietario di beni, ma è chiamato a concepire se stesso come capitale, come risorsa da valorizzare e da immettere sul mercato. In questa prospettiva il nichilismo non rappresenta semplicemente una crisi dei valori, ma diventa il presupposto culturale di un mercato senza limiti. Ogni legame comunitario, religioso, etico o culturale rischia di essere percepito come un ostacolo alla piena libertà di scambio. La democrazia stessa può diventare un limite, un vincolo, un’esternalità rispetto alle esigenze del mercato. Da questo punto di vista, la continua evocazione del fascismo e del comunismo appare soprattutto come uno strumento di distrazione politica. Quando una parte della destra parla di comunismo, spesso identifica con esso temi quali il femminismo, il transfemminismo, l’immigrazione, i diritti LGBT, la gestazione per altri o l’ambientalismo. Allo stesso modo, una parte della sinistra tende a identificare come fascista chiunque si opponga a tali posizioni. Ma questa contrapposizione non riguarda né il comunismo storico né il fascismo storico. Si tratta piuttosto di conflitti culturali interni alla stessa civiltà liberale, che coinvolgono differenti interpretazioni dei diritti individuali e delle libertà personali. Le divergenze riguardano prevalentemente questioni etiche e identitarie, mentre sul piano economico permane una sostanziale adesione all’orizzonte neoliberale.
La vera sintesi politica contemporanea sembra essere quella tra autoritarismo istituzionale e neoliberismo culturale. Da un lato si rafforzano strutture decisionali tecnocratiche sempre meno sottoposte al controllo democratico; dall’altro il neoliberismo promuove una concezione dell’essere umano fondata sull’individualismo, sull’autonomia assoluta e sulla progressiva dissoluzione di ogni limite collettivo. In questo quadro il richiamo permanente al fascismo e al comunismo svolge una funzione ideologica: sposta l’attenzione dai processi di concentrazione della ricchezza e di svuotamento della democrazia. La questione decisiva del nostro tempo è rappresentata dalla crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sempre più ristretta. I dati economici disponibili mostrano come la distribuzione della ricchezza stia diventando sempre più squilibrata. È questo fenomeno, più di qualsiasi conflitto identitario o culturale, a rappresentare il vero fattore di crisi delle democrazie contemporanee. Per questa ragione la lotta politica fondamentale non appare più quella tra fascismo e antifascismo o tra comunismo e anticomunismo, ma quella tra democrazia e neoliberismo.
Il punto di rottura risiede nel recupero di una dimensione comunitaria capace di porre limiti al mercato e all’individualismo proprietario. La definizione teorica di questa idea di comunità resta aperta. È probabilmente uno dei terreni di ricerca più importanti per chi intende comprendere e trasformare la società contemporanea.
sintesi by Claude
Ecco l'analisi dell'articolo di Gerardo Lisco, La fine della sintesi liberal-democratica (pubblicato su sinistrainrete.info, 5 giugno 2026).
OCCHIELLO Filosofia politica · Neoliberismo · Democrazia
ABSTRACT
Prendendo le mosse dal dibattito pubblico tra Andrea Zhok ed Emiliano Brancaccio sul rapporto tra sovranismo e fascismo, Lisco sostiene che le categorie novecentesche di fascismo/antifascismo e comunismo/anticomunismo siano ormai inadeguate a leggere il presente. La contrapposizione strutturale del XXI secolo è, a suo giudizio, quella tra democrazia e neoliberismo, ovvero tra comunità e individualismo proprietario. Il nucleo della crisi democratica contemporanea risiede nello svuotamento progressivo della sovranità popolare ad opera di poteri tecnocratici e finanziari, e nella crescente concentrazione della ricchezza. La ricostituzione di una dimensione comunitaria capace di porre limiti al mercato è indicata come il terreno teorico e politico fondamentale.
ANALISI PER PUNTI
-
Punto di partenza: l'insoddisfazione per il dibattito Zhok-Brancaccio. Lisco dichiara stima per entrambi gli interlocutori, ma giudica il loro confronto — centrato sul nesso sovranismo/fascismo — ancora intrappolato in categorie novecentesche, incapaci di restituire la specificità del presente.
-
Inadeguatezza delle categorie storiche. Fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo conservano valore storiografico ma non analitico per il XXI secolo. La società contemporanea è destrutturata, individualista, nichilista e attraversata dall'egemonia culturale del capitalismo neoliberale: un terreno radicalmente diverso da quello in cui quelle categorie sono nate.
-
La nuova contrapposizione fondamentale: democrazia vs. liberalismo. L'asse portante non è più destra/sinistra ma democrazia contro individualismo proprietario. Questa opposizione attraversa e taglia trasversalmente le tradizionali divisioni politiche.
-
La sintesi liberal-democratica e la sua crisi storica. Nei Trente Glorieuses i sistemi occidentali erano non solo liberal-democratici ma anche sociali: redistribuzione, intervento statale, diritti sociali. Quella dimensione è oggi fortemente ridimensionata. La sintesi teneva insieme elementi eterogenei — liberalismo e democrazia non sono mai stati la stessa cosa — e oggi si sta incrinando.
-
Liberalismo e democrazia come elementi storicamente distinti. Il liberalismo ottocentesco legava i diritti politici alla proprietà. La democratizzazione ha spezzato quel nesso, estendendo il suffragio universale. Il neoliberismo viene letto come una riformulazione del liberalismo originario: il "neo-" sarebbe un aggiornamento lessicale, non una trasformazione sostanziale.
-
La svuotamento tecnocratico della sovranità democratica. Banche centrali, autorità indipendenti, organismi sovranazionali, grandi fondi finanziari hanno progressivamente ridotto gli spazi della decisione democratica. La tradizionale separazione dei poteri è affiancata — e in parte condizionata — da centri di potere sottratti al controllo dei cittadini.
-
Il soggetto neoliberale: l'individuo-capitale. Il paradigma neoliberale non produce solo un individuo proprietario di beni, ma un soggetto che si concepisce come capitale da valorizzare sul mercato. Il nichilismo è qui interpretato non come crisi dei valori ma come presupposto culturale di un mercato senza limiti: ogni legame comunitario rischia di apparire come un ostacolo alla libertà di scambio.
-
La funzione ideologica del richiamo a fascismo e comunismo. La continua evocazione di queste categorie svolge una funzione di distrazione: sposta l'attenzione dai processi reali di concentrazione della ricchezza e di svuotamento della democrazia. I conflitti culturali contemporanei (femminismo, LGBT, immigrazione, ambientalismo) sono interni alla civiltà liberale e riguardano interpretazioni dei diritti individuali, non il fascismo o il comunismo storici. Sul piano economico, sia la destra che la sinistra di questa disputa restano nell'orizzonte neoliberale.
-
La vera sintesi del presente: autoritarismo istituzionale + neoliberismo culturale. Da un lato strutture tecnocratiche sempre meno controllate democraticamente; dall'altro una concezione dell'essere umano fondata sull'autonomia assoluta e sulla dissoluzione dei limiti collettivi.
-
La questione decisiva: concentrazione della ricchezza. La distribuzione sempre più squilibrata della ricchezza è il fattore primario di crisi delle democrazie contemporanee, più di qualsiasi conflitto identitario. La lotta fondamentale è dunque tra democrazia e neoliberismo.
-
Apertura verso una teoria della comunità. Il punto di rottura è il recupero di una dimensione comunitaria capace di porre limiti al mercato e all'individualismo proprietario. La definizione teorica di questa comunità rimane aperta: è indicata come uno dei cantieri di ricerca più urgenti.
CONSIDERAZIONE CRITICA
L'articolo di Lisco ha il merito di tentare un salto di livello nel dibattito della sinistra italiana, sottraendosi alla polarizzazione Zhok-Brancaccio per proporre una riformulazione delle categorie analitiche. L'operazione ha una sua coerenza: il riposizionamento dell'asse conflittuale da fascismo/antifascismo a democrazia/neoliberismo corrisponde a tendenze consolidate nel pensiero critico contemporaneo (Mouffe, Streeck, lo stesso Brancaccio su altri versanti).
Tuttavia, il testo soffre di alcune tensioni non risolte.
Prima tensione: architettura categoriale sbilanciata. La diagnosi — svuotamento tecnocratico della democrazia, concentrazione della ricchezza, individualismo proprietario come presupposto culturale — è convincente nei suoi contorni generali. Ma il concetto di "comunità" con cui si chiude il ragionamento rimane del tutto indeterminato. Lisco lo riconosce, presentandolo come terreno di ricerca aperto; ma l'assenza di qualsiasi bozza di risposta rischia di lasciare il testo sospeso tra diagnosi acuta e proposta politica vuota.
Seconda tensione: la critica alle "distrazioni identitarie" è troppo sbrigativa. Liquidare i conflitti su femminismo, diritti LGBT, ambientalismo come "interni alla civiltà liberale" e incapaci di incidere sul piano economico sottovaluta sia la materialità di queste lotte (che riguardano riproduzione sociale, lavoro di cura, corpi) sia il modo in cui le contraddizioni di classe si articolano necessariamente attraverso differenze di genere, razza, ecologia. Una critica marxianamente più rigorosa non potrebbe semplicemente separare il "piano economico" dal "piano culturale" come fa Lisco.
Terza tensione: il rapporto con Brancaccio. L'autore afferma di apprezzare Libercomunismo ma poi propone un quadro analitico che, su punti decisivi (la centralità della concentrazione del capitale, la critica al neoliberismo), converge largamente con Brancaccio e non con Zhok. La distanza che rivendica rispetto al dibattito è dunque più epistemologica — sul piano delle categorie — che sostanzialmente politica.
Punto di forza rilevante: la lettura del neoliberismo come ri-attivazione del liberalismo ottocentesco (con il "neo-" come modernizzazione lessicale) è storicamente solida e politicamente produttiva. Consente di smettere di trattare il neoliberismo come un incidente o una degenerazione, riconoscendolo invece come logica coerente con l'impianto proprietario del liberalismo classico.
Nel complesso, un intervento stimolante e ben costruito nel suo impianto generale, ma che nella parte propositiva resta al livello di un programma di ricerca più che di un contributo teorico compiuto.
Commenti
Posta un commento