La patrimoniale va fatta, ma parlarne così è un suicidio elettorale Antonio Floridia

 

La patrimoniale va fatta, ma parlarne così è un suicidio elettorale

Antonio Floridia

Patrimoniale La destra strumentalizza ma ciò non toglie che è una parola che allarma, certo senza motivo, una gran massa di contribuenti, a cominciare dai milioni di proprietari della loro casa

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Il Manifesto Edizione 05/06/2026


Un partito politico o una coalizione, devono saper costruire un proprio discorso pubblico: offrire le cornici concettuali e gli schemi interpretativi attraverso cui si formano e si trasformano le opinioni politiche dei cittadini. La battaglia politica è sempre, anche, un conflitto per il controllo del linguaggio, per imporre (o contrastare) le parole con cui quotidianamente si leggono i fatti politici e si fa la politica. Ebbene, in vista delle prossime elezioni, secondo me «patrimoniale» è parola che andrebbe evitata. Sia chiaro, una tassa sulla ricchezza, sui patrimoni – se e quando ci sarà mai un governo di sinistra – andrà fatta. Ma non serve a nulla parlarne ora nel modo in cui lo si fa e nel modo con cui la destra ci costringe a parlarne.

Emiliano Brancaccio ha spiegato molto bene la pretestuosità delle obiezioni di natura economica che vengono fatte all’idea di un prelievo sulle fasce più alte di reddito e di ricchezza patrimoniale. Sul piano politico, invece, il suo ragionamento non convince.

Che la patrimoniale faccia «perdere voti», scrive Brancaccio, è un’obiezione «sensata quanto ovvia»: si perderebbero i voti solo di chi è colpito dalla patrimoniale, ossia – si calcola – «quattrocento mila soggetti dotati di un patrimonio netto superiore ai due milioni di euro: una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali». Sarebbe bello se fosse così semplice! Ma la percezione soggettiva dei propri interessi è sempre mediata culturalmente, gli interessi materiali ben difficilmente si traducono immediatamente in un comportamento politico coerente e conseguente (o che a noi appare tale): a fare da filtro sono tanti altri fattori, la cultura politica diffusa, il senso comune, le distorsioni della comunicazione… Quei 400mila soggetti sono in grado di esercitare una ben più ampia capacità di influenza.

Patrimoniale è una parola oramai bruciata, controproducente: strumentale quanto si vuole l’uso che ne fa la destra, ciò con toglie che è una parola che allarma (inutilmente) una gran massa di contribuenti, a cominciare dai milioni di italiani proprietari della loro casa. Ricordiamo cosa accadde al povero Enrico Letta nella campagna elettorale del 2022: improvvidamente, isolata da qualsiasi altra proposta sul sistema fiscale, tirò fuori l’idea (pure in sé sensata) di un prelievo straordinario sui grandi patrimoni da destinare ai giovani. Apriti cielo! La proposta fu colpita e affondata, il Pd e Letta non ne parlarono più.

E allora, non bisogna parlare di tasse? Bisogna forse adeguarsi all’idea – diffusa anche nel centrosinistra – che bisogna ridurre, senza altre precisazioni (a chi? come?), «la pressione fiscale»? Tutt’altro. Una strategia di redistribuzione del reddito e di riduzione delle diseguaglianze dovrebbe essere al centro del programma di alternativa della futura coalizione democratica, ma prospettando adeguatamente anche un quadro organico di riforma fiscale che si ispiri, fino in fondo e semplicemente, al principio dell’equità e progressività fiscale sancito dalla Costituzione. Un principio che può tradursi in precise misure legislative e amministrative.

Dentro questo quadro si può e deve anche parlare della tassazione dei super-ricchi, bisogna allora avere una semplice accortezza: dare sempre numeri precisi, dire quanti sono gli italiani a cui chiedere l’1% in più, e quanta quota della ricchezza nazionale possiedono, quanti miliardi di euro si possono recuperare e quali sono gli investimenti pubblici a cui destinarli. Insomma, anche qui vale una regola aurea: una strategia egemonica impone che una proposta politica sappia usare le parole giuste, costruire la necessaria contro-narrazione, unificare interessi diffusi e colpire invece interessi concentrati.

Aggiornamenti

04/06/2026, 20:04 articolo aggiornato


CLAUDE


Ecco l'elaborazione dell'articolo di Floridia.


OCCHIELLO (parole chiave)

Patrimoniale — linguaggio politico — egemonia culturale — contro-narrazione — equità fiscale — progressività — riforma fiscale — senso comune — strategia elettorale — coalizione democratica


CONCETTI CHIAVE

  1. La battaglia politica come conflitto sul linguaggio. Il punto di partenza è gramsciano: i partiti devono costruire "cornici concettuali" e "schemi interpretativi" capaci di orientare il senso comune. La parola "patrimoniale" è ormai una parola bruciata, che la destra ha già colonizzato semanticamente a proprio vantaggio.

  2. La critica al ragionamento politico di Brancaccio. Floridia condivide la solidità tecnico-economica delle argomentazioni di Brancaccio (vedi l'articolo precedente), ma ne contesta la semplicità politica: ridurre l'impatto elettorale negativo ai soli 400mila soggetti colpiti ignora che la percezione degli interessi è sempre mediata culturalmente. Il senso comune, le distorsioni comunicative e l'influenza dei grandi patrimoni sull'opinione pubblica amplificano enormemente il danno elettorale potenziale.

  3. Il caso Letta come monito. Nel 2022 la proposta di Letta — un prelievo straordinario sui grandi patrimoni da destinare ai giovani, tecnicamente sensata — fu isolata da qualsiasi quadro organico di riforma fiscale, immediatamente affondata dalla destra e poi abbandonata dallo stesso Pd. L'episodio dimostra che non basta avere ragione sul piano tecnico.

  4. Non rinunciare alla redistribuzione, ma riformularne il linguaggio. Floridia non sostiene che la sinistra debba evitare il tema fiscale, ma che debba inscriverlo in un quadro organico ispirato al principio costituzionale di equità e progressività. La tassazione dei super-ricchi va inclusa, ma accompagnata sempre da numeri precisi: quanti soggetti coinvolti, quanta quota della ricchezza nazionale possiedono, quanti miliardi recuperabili, a quali investimenti pubblici destinarli.

  5. La regola aurea dell'egemonia. Una proposta politica vincente deve usare le parole giuste, costruire una contro-narrazione credibile, unificare interessi diffusi (i molti) e isolare interessi concentrati (i pochi). La patrimoniale presentata come tale fa l'opposto: unifica i pochi contro i molti.


ANALISI CRITICA

L'articolo di Floridia intercetta un problema reale e spesso sottovalutato dalla sinistra radicale: la distanza tra correttezza tecnica di una proposta e sua traducibilità politica ed elettorale. Il richiamo alla mediazione culturale degli interessi — implicito riferimento alla tradizione gramsciana dell'egemonia — è pertinente e rafforza l'argomentazione rispetto a una lettura meccanicistica del comportamento elettorale.

Tuttavia il testo presenta alcune debolezze. La prima è che la critica al termine "patrimoniale" rischia di scivolare in una forma di adattamento preventivo al senso comune avversario: se ogni parola politicamente efficace per la sinistra viene neutralizzata dalla destra, il problema non è la parola ma la capacità egemonica complessiva della coalizione progressista, che non si risolve cambiando lessico. La seconda debolezza riguarda la proposta alternativa: "usare le parole giuste" e "dare numeri precisi" sono indicazioni di metodo comunicativo, non una strategia politica. Floridia non dice chi dovrebbe costruire questa contro-narrazione, su quale base organizzativa e con quale coalizione sociale. La terza osservazione è che il caso Letta — usato come monito — dimostra semmai che il problema non era la parola "patrimoniale" ma l'assenza di un blocco sociale e di un'infrastruttura culturale capace di sostenerla: cambiare etichetta senza costruire quella infrastruttura non cambierebbe l'esito.

In sintesi: una riflessione utile sul piano della tattica comunicativa, che però tratta i sintomi più che le cause della debolezza egemonica della sinistra italiana.


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