La Tecno-archía - ovvero la Nave dei folli di Lelio Demichelis

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La Tecno-archía - ovvero la Nave dei folli

di Lelio Demichelis

jrtiubDi Lelio Demichelis è da poco uscito un nuovo saggio di critica radicale dei sistemi tecnici e del capitalismo, della modernità industriale e della sua volontà di onnipotenza che produce nichilismo ed ecocidio - saggio che ha per titolo: Tecno-archía o la Nave dei folli. La banalità digitale del male, pubblicato da DeriveApprodi (p. 294, € 23,00). E se la critica alla modernità non è ovviamente cosa nuova, nuovo è dire che la modernità è diventata una archía, un potere archico – e quindi in conflitto ontologico e teleologico con libertà, democrazia, società e biosfera. Da cui si può/deve uscire quindi solo con un pensiero anti-archico/an-archico (ma in un senso diverso dall'anarchismo classico) e cioè demo-cratico. Ovvero non basta uscire dal capitalismo (ammesso che qualcuno lo pensi ancora...) e dai sistemi tecnici integra(n)ti e totalizzanti se a monte non si esce da ciò che li predetermina. Appunto la tecno-archía.

Per gentile concessione dell’Editore ne pubblichiamo alcuni estratti, presi dall’Introduzione e dall’ultimo capitolo dedicato alla sinistra.

* * * *

L’era della tecno-archía – e dei suoi tecno-oligarchi sembra essere iniziata il 20 gennaio 2025, ma è il nome che qui diamo alla modernità/iper-modernità come combinazione di calcolo, rivoluzione scientifica e industriale; di capitalismo e di sistema tecnico; di positivismo e pragmatismo; e poi di complesso militare-industriale-scientifico; di illibertà mascherata da libertà; di ingiustizia e disuguaglianza come scelta politica; di finzioni di democrazia e di governo reale del mondo da parte di imprenditori autocratici e del capitale; di ecocidio compulsivo; di razionalità strumentale/calcolante-industriale che ha prodotto l’eclisse della ragione (richiamando Max Horkheimer).

 

Non le oligarchie, non la tecnocrazia, ma la tecno-archía

Nome – tecno-archía – che nasce analizzando la sua ontologia, teleologia, teologia, le forme e i modi del suo potere, la sua nichilistica banalità del male e banalità dell’ecocidio. Per sostenere quindi che oggi non vi è nessuna crisi della modernità, ma modernità alla sua massima potenza – l’iper-modernità digitale e della IA – che è, ma come era già nelle sue premesse e nella sua storia, potere archico autocratico, auto-referenziale, auto-poietico e auto-telico. Che va urgentemente destituito. In nome di libertà, democrazia e biosfera. Ma per destituirlo va prima appunto riconosciuto come potere archico e totalitario.

[…] Ma quel giorno non si è verificato, come si dice, un cambio di paradigma bensì – come cercheremo di dimostrare nelle pagine a seguire – si è compiuto un ulteriore passo verso la realizzazione piena dell’arché/tecno-archía, sempre più autoritaria/repressiva, per una società totalmente e totalitariamente automatizzata, cioè sempre più organizzata-pianificata, amministrata, comandata e controllata-sorvegliata da macchine/algoritmi, oltre che dal capitale. Secondo una razionalità strumentale/calcolante-industriale funzionale all’accrescimento incessante e illimitato della tecno-archía e alla integrazione di tutti e di tutto nel Tutto dell’arché tecno-archía. Che amplia sempre più il proprio spazio vitale (vitale per il profitto capitalistico e per l’accrescimento del sistema tecnico) che si estende sull’intero pianeta, qui applicando il concetto di Lebensraum/spazio vitale che Friedrich Raztel teorizzò a fine Ottocento e che venne poi usato dal nazismo per sostenere il proprio espansionismo. L’arché della modernità colonizzando e valorizzando prima la Terra e gli altri popoli, poi il Lebenswelt/mondo della vita, poi creando un Lebenswelt virtuale […]. Sempre in nome del profitto e della tecnica.

E [quindi] – ecco il punto di novità di questa nostra analisi - il sistema del capitale e il sistema tecnico, non sono anarchici – lo sono solo in apparenza o per la propaganda anarco-capitalista – ma archici e totalitari.

[…] Per comprendere il processo avvenuto, può sembrare banale e scontato ma è invece necessario ripartire da qui: Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo, scrivevano Marx ed Engels nel 1848 appunto nel Manifesto del partito comunista. E continuavano: «Tutte le potenze della vecchia Europa, il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi si sono alleate in una santa caccia spietata contro questo spettro». E «qual è il partito d’opposizione che non sia stato tacciato di comunista dai suoi avversari che si trovano al potere. […] Questo spettro – il comunismo – oggi però non si aggira più, né in Europa né altrove e il proletariato e le classi medie votano per il tecno-fascismo olig-archico o populista; e il Manifesto è stato dimenticato anche o soprattutto dalle sinistre – ma viene evocato come pericolo anche oggi dai populismi, dalle democrature, dai (neo/Ur)fascismi e soprattutto dalle olig-archíe del tecno-capitale che accusano di comunismo, terrorismo, estremismo, radicalismo, sovversivismo chiunque si opponga al (loro) sistema di potere, alla loro olig-archía (che in realtà è l’archía dell’arché della modernità); e non si fanno scrupoli, rivendicandolo anzi con orgoglio, nell’essere eversori e disruptivi del diritto internazionale e dei diritti umani, della giustizia, della democrazia, della società, della biosfera e della responsabilità. In questo, tra l’Ottocento di Marx ed Engels e oggi, molte sono le somiglianze oltre alle differenze, ma uguale è la coazione a ripetersi, accrescendosi sempre più, del potere archico.

[…] Quello spettro non esiste più, nessuno (o pochissimi) si dice oggi comunista o socialista; ed esiste invece un altro spettro – e lo scriveva Erich Fromm già nel 1968: «Uno spettro si aggira fra noi ma solo pochi lo vedono con chiarezza. […]. È qualcosa di nuovo: una società completamente meccanizzata [oggi, digitalizzata], che ha per scopo la massima produzione materiale e il massimo consumo e che è diretta dai calcolatori. […] Condizionati da una credenza tradizionale, che risale al XIX secolo, secondo la quale la macchina aiuterà l’uomo a sopportare il suo fardello e continuerà a essere un mezzo e non un fine, essi non intuiscono il pericolo che, concedendo alla tecnologia di seguire la sua stessa logica [quella che noi chiamiamo razionalità strumentale/calcolante-industriale, l’ontologia/teleologia/teologia della modernità], questa si svilupperà come un cancro che alla fine minaccerà il sistema strutturato della vita individuale e di quella sociale» e di quella ambientale. […]

E anche per le sinistre dirsi anti-capitaliste e dire rivoluzione è ormai impossibile, avendo da tempo, in realtà dall’inizio della loro storia, introiettato l’epistéme della modernità – epistéme nel suo significato di conoscenza certa e indiscutibile e innegabile delle cause e degli effetti del divenire, una verità che si stabilisce im-ponendosi al di sopra di ogni possibilità di dubbio e di critica (Severino 2023) – che non è più la filosofia dei greci ma appunto la ragione strumentale/calcolante-industriale che si impone sostenendo che non ci sono alternative al neoliberalismo, al capitalismo, alla tecnica, alla crescita sempre e comunque delle forze produttive, a quella che qui appunto chiamiamo tecno-archía della modernità.

[…] E non si esce da questa arché/archía, da questo totalitarismo tecnico e capitalistico, se non si diventa (riprendiamo e sviluppiamo la tesi di Donatella Di Cesare, 2024) an-archici [ma in un senso tutto diverso dall’anarchismo classico]. Quindi demo-cratici, quindi revocando il potere e la potenza del potere archico che invece si crede e si fa credere originario e immutabile; […] perché, di nuovo, il moderno è archico all’ennesima potenza; e se sembrano morte le grandi narrazioni otto-novecentesche, totale e totalitaria/unidimensionale è la grande narrazione dell’arché/modernità-ipermodernità – oggi veicolata dall’IA.

Si aggirava, dunque, quello spettro evocato da Marx ed Engels – forse – allora; ora certamente non più, mentre lo spettro di Fromm è entrato sempre più dentro ciascuno e quindi dimenticata è ogni idea di rivoluzione. Ma perché questa idea è scomparsa dalla scena politica, sociale e intellettuale? Perché nessuno chiede di rivoluzionare questo pessimo modo di produzione e di consumo e di spionaggio di massa – una way of life che sta diventando sempre più una nichilistica ed ecocida way of death? Perché nessuno più ha il coraggio di dirsi anti-capitalista? E perché tutti [oggi con l’IA] si comportano come il maggiore «King» Kong a cavalcioni della bomba atomica appena sganciata dall’aereo nel film del 1964 di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore, mentre cade sul bersaglio sovietico, urlando di gioia e agitando il suo cappello da cow-boy come se fosse a cavallo di uno stallone in un rodeo?

Noi siamo nella stessa situazione, il maggiore Kong come personificazione della razionalità strumentale/calcolante-industriale – dell’arché/tecno-archía – a cavallo di se stessa come arché, urlando di gioia e agitando nichilisticamente il suo cappello da cow-boy, puntando contro la biosfera e la vita umana in nome del profitto e oggi dell’intelligenza artificiale.

 

La Nave dei folli

E perché questa follia collettiva, questa disumana Nave dei folli (riprendendo l’immagine dall’opera del 1494 del pittore fiammingo Hieronymus Bosch), una Nave alla deriva, senza vele e timone, che naviga portando con sé un carico di umanità impazzita e insaziabile? Nave archica, Nave della follia archica quella della modernità; che però, a differenza della Nave di Bosch ha invece un timone ben fermo e vele spiegate chiamate profitto e sfruttamento di uomini e biosfera (la lucida follia/irrazionalità della razionalità strumentale/calcolante-industriale), con una umanità comunque folle o resa folle, intenta (indotta) solo a soddisfare la volontà di pluspotenza dell’arché [insaziabile] e il suo godimento individuale e individualistico.

[…] Rivoluzione permanente [quella imposta dalla tecno-archía, si pensi alle continue rivoluzioni industriali e alla incessante disruption], contro la quale sembra cadere ogni possibilità di rivoluzione o anche di riformismo di segno marxista o democratico o ambientalista, il marxismo credendo (è, lo scriviamo da tempo, un suo tragico errore) che per arrivare alla società socialista si debbano sviluppare al massimo grado le forze produttive, per di più riconoscendo alle macchine un carattere liberatorio (il general intellect) quando è vero esattamente il contrario: le macchine della modernità/arché [tutte diverse dalle macchine precedenti] determinano ed esercitano sempre e comunque, in quanto macchine basate sul calcolo e su una razionalità industriale [e sulla loro crescente convergenza/integrazione in megamacchine] un proprio potere oppressivo, alienante, annichilente e sussumente/totalizzante sugli individui, anche o soprattutto quando si presentano come gioco o come smart – su tutto, come razionalità ed efficienza [quando in realtà sono appunto irrazionali, vedi crisi climatica e sociale]. Ed è la tecno-archía delle macchine, delle forze produttive. E anche Jean Baudrillard riconosceva che «è un errore fantastico di Marx aver creduto, nonostante tutto, all’innocenza delle macchine, della tecnica, della scienza; che tutto questo potrebbe ridiventare lavoro sociale una volta liquidato il sistema del capitale. Mentre è precisamente là che esso si fonda».

[…] Nessuna de-globalizzazione, dunque, neppure nella guerra dei dazi trumpiana. Nessuna sconfitta dell’Occidente (secondo Todd, invece, l’Occidente si sta distruggendo da sé); nessuna crisi del capitalismo e del neoliberalismo; nessuna crisi della modernità, diventata semmai iper-modernità; nessuna «cultura occidentale che ovunque intorno a noi oggi si disfa e dissolve», secondo Agamben): ma il trionfo globale e imperiale/imperialistico/totalitario (l’egemonia) dell’arché/tecno-archía. Perché «l’espansione della megamacchina – il suo regno, la sua potenza, la sua gloria» non è solo «la fissazione ossessiva dell’uomo occidentale» (Mumford 2011), ma è appunto nell’essenza dell’arché/tecno-archía, che ormai accomuna Occidente, Cina, India, Brasile e Brics. Per la integrazione archica di tutte le parti nella (concetto che rielaboriamo da Agamben 2022) macchina ontologica/teleologica/teologica dell’arché della modernità diventata oggi potere archico.

[…] Con il consenso di massa dei potenzialmente fascisti (tecno-fascisti) [qui richiamando la ricerca coordinata da Adorno sulla personalità potenzialmente autoritaria negli Usa del 1950] – e davvero sembra [scriveva Adorno] «che l’individuo non soltanto non tenga conto dei propri interessi materiali, ma addirittura vada contro di essi». Perché «il fascismo, per avere successo, deve avere una base di massa; deve garantirsi non soltanto la sottomissione atterrita ma anche la collaborazione attiva della grande maggioranza della popolazione [come oggi nel digitale/i.a. per il tecno-fascismo – N.d.A.]. Dal momento che per sua stessa natura favorisce i pochi a spese dei molti […] deve fare appello soprattutto non all’interesse personale razionale, ma ai bisogni emotivi, spesso ai desideri e ai timori più primitivi e irrazionali» [i migranti, per esemplificare]. E per questo serve appunto la propaganda, capace di attivare il fascista potenziale dei molti. Sfruttando anche l’ignoranza e la confusione politica, favorite «da un sistema educativo che tende a scoraggiare tutto ciò che viene considerato speculativo» – ed è la paidéia dell’ignoranza attraverso una illusione di conoscenza grazie alla rete e oggi con l’IA – «cercando un sostituto alla propria impotenza sociale nella supposta onnipotenza di grandi personalità».

 

E le sinistre?

[…] Il suicidio della sinistra (e non solo) non sta quindi solo nella sua resa al neoliberalismo e al capitale, quest’ultimo vissuto anche da sinistra come un dato di fatto ormai immodificabile e da accettare come compimento della storia, e se non con entusiasmo messianico certo con positivistica rassegnazione – e ricordiamo che per il positivista Comte l’ordine nella scienza e l’ordine nella società si devono unire in un insieme indivisibile e la meta finale consiste nel giustificare e rinforzare l’ordine sociale, favorendo una saggia rassegnazione. Il suicidio della sinistra (e non solo) sta soprattutto nella sua incomprensione del potere archico della tecnica e del capitale. […] Un potere tecnico sì legato e funzionale a, ma anche distinto da quello del capitale e comunque finalizzato a sovra-ordinare l’ordine della tecnica (e non solo del mercato) a società e Stato. Questo potere archico/autocratico della tecnica le sinistre continuano a non vederlo, da sempre. […] E quindi, la sinistra – in realtà tutti noi – sopra tutto non capisce (eppure dovrebbe essere ormai più-che-evidente) che tra biosfera e società-libertà-demo-crazia e uomo/umanità da un lato e tecno-archía dall’altro, vi è un conflitto strutturale/ontologico/teleologico insanabile e che quindi, se si vuole salvare la biosfera, la società, la libertà e la demo-crazia bisogna essere radicalmente anti-archici, anti-tecno-archía. E quindi nessun compromesso o riformismo, neppure radicale, è possibile, sarebbe solo un imbroglio politico, ontologico, antropologico – per usare Dario Paccino che scriveva di imbroglio ecologico. Conflitto ontologico che può essere risolto solo eliminando il primo termine, cioè la tecno-arché/archía. Unico modo, unica libertà per poi immaginare e costruire un progresso diverso e non ecocida.

Di più: la sinistra – tutti noi – dovrebbe quindi attivare anche una lotta di classe – di tutti noi forza-lavoro contro la nuova classe delle macchine [in nome del diritto alla nostra libertà cognitiva, cioè libertà di pensare e immaginare, sviluppando una Intelligenza Naturale senza delegare tutto a una stupida, capitalistica e tayloristica Intelligenza Artificiale - che poi è solo tecno-arché/archía in una nuova fase].

[…] Per una rivoluzione «con nessun altro obiettivo che il bene della libertà», scriveva Hannah Arendt a proposito della rivoluzione ungherese del 1956; a cui oggi va aggiunto il bene della Terra. Perché senza la Terra non vi può essere neppure la libertà.

CLAUDE 24-6-26

Scheda

  • Autore: Lelio Demichelis
  • Titolo: La Tecno-archía – ovvero la Nave dei folli (estratti dall'Introduzione e dall'ultimo capitolo dedicato alla sinistra, dal saggio Tecno-archía o la Nave dei folli. La banalità digitale del male, DeriveApprodi, pp. 294, € 23,00, pubblicati per gentile concessione dell'editore)
  • Fonte: Sinistrainrete, sezione "Teoria" — Pubblicato: 2 ottobre 2025
  • URL: https://sinistrainrete.info/teoria/31373-lelio-demichelis-la-tecno-archia-ovvero-la-nave-dei-folli.html

1. Occhiello/KW

Tecno-archía, ragione strumentale (Horkheimer), arché/an-archia, banalità digitale del male, megamacchina (Mumford), critica del general intellect, tecno-fascismo, lebensraum digitale, Nave dei folli (Bosch), sinistra e suicidio teorico


2. Abstract

Demichelis propone una categoria nuova — la "tecno-archía" — per leggere la modernità/iper-modernità come potere archico: autocratico, autoreferenziale, autopoietico e autotelico, in conflitto ontologico e teleologico con libertà, democrazia, società e biosfera. Non si tratterebbe di oligarchia né di semplice tecnocrazia, ma di un'archía che precede e fonda sia il capitalismo sia il sistema tecnico, ai quali la tradizione critica (compreso il marxismo) avrebbe attribuito erroneamente un potenziale liberatorio (il general intellect). Da Marx ed Engels (lo "spettro del comunismo" del 1848) a Fromm (1968, lo spettro della società meccanizzata) fino a oggi, l'autore traccia una linea di continuità che culmina nell'IA come ultima e più totalizzante manifestazione dell'arché. La metafora della "Nave dei folli" di Bosch viene rovesciata: a differenza dell'originale (senza timone), la nave della modernità ha timone fermissimo — profitto e sfruttamento — e vele spiegate. Il capitolo finale, dedicato alla sinistra, ne diagnostica il "suicidio" teorico: non solo la resa al neoliberalismo, ma l'incapacità strutturale di riconoscere il potere archico della tecnica come distinto (pur se funzionale) da quello del capitale. La conclusione invoca una via "an-archica" (nel senso di Donatella Di Cesare, non anarchismo classico) e "demo-cratica", l'attivazione di una lotta di classe contro "la nuova classe delle macchine", e il richiamo arendtiano a una rivoluzione che abbia come unico obiettivo "il bene della libertà" — a cui aggiungere oggi "il bene della Terra".


3. Analisi sintetica per punti

  1. Definizione della tecno-archía: non crisi della modernità ma modernità alla sua massima potenza — combinazione di calcolo, rivoluzione scientifica-industriale, capitalismo, sistema tecnico, positivismo/pragmatismo, complesso militare-industriale-scientifico, finzioni di democrazia, ecocidio compulsivo, eclisse della ragione (Horkheimer).

  2. Distinzione concettuale chiave: non oligarchia, non tecnocrazia, ma tecno-archía — l'anarco-capitalismo è una finzione propagandistica; capitale e sistema tecnico sono archici e totalitari, non anarchici.

  3. 20 gennaio 2025 come data-soglia (insediamento Trump, non nominato esplicitamente ma implicito): non un cambio di paradigma ma un ulteriore passo verso la piena realizzazione dell'arché — società totalmente automatizzata, amministrata, comandata da macchine/algoritmi e dal capitale.

  4. Lebensraum digitale: ripresa esplicita del concetto di Ratzel (poi usato dal nazismo) per descrivere l'espansione dell'arché — dalla colonizzazione della Terra e dei popoli al Lebenswelt, fino al Lebenswelt virtuale.

  5. Genealogia degli "spettri": dallo spettro del comunismo (Marx-Engels 1848, oggi scomparso) allo spettro descritto da Fromm nel 1968 (società meccanizzata/digitalizzata diretta da calcolatori, introiettata "dentro ciascuno") — la sostituzione di uno spettro mobilitante con uno spettro interiorizzato e quindi neutralizzato.

  6. Critica radicale al marxismo classico sul general intellect: tesi centrale e più controversa — attribuire alle macchine un "carattere liberatorio" sarebbe un "tragico errore" del marxismo; le macchine della modernità esercitano sempre un potere oppressivo, alienante, sussumente, indipendentemente da chi le possiede. Richiamo a Baudrillard contro l'"innocenza delle macchine" presunta da Marx.

  7. Metafora della Nave dei folli (Bosch, 1494): rovesciamento dell'immagine originale — non nave alla deriva senza timone, ma nave con timone ben fermo (profitto e sfruttamento) e umanità folle/resa folle, indotta a soddisfare la "volontà di pluspotenza" dell'arché.

  8. Globalizzazione dell'arché oltre l'Occidente: nessuna de-globalizzazione nei dazi trumpiani, nessuna crisi del capitalismo, nessuna decadenza occidentale (critica indiretta a Todd e Agamben) — l'arché/tecno-archía accomuna oggi Occidente, Cina, India, Brasile, BRICS; richiamo alla "megamacchina" di Mumford.

  9. Tecno-fascismo e basi di massa: ripresa della ricerca di Adorno sulla personalità autoritaria (1950) — il fascismo necessita collaborazione attiva di massa, non solo sottomissione; appello ai bisogni emotivi e irrazionali (esemplificato con la questione migratoria) sostenuto da un sistema educativo che scoraggia il pensiero speculativo, oggi amplificato da rete e IA.

  10. Diagnosi del "suicidio della sinistra": non solo resa al neoliberalismo (letta anche con categorie comtiane di "rassegnazione positivistica"), ma soprattutto incomprensione del potere archico della tecnica come distinto da quello del capitale, pur funzionale ad esso.

  11. Rifiuto di ogni riformismo: il conflitto tra biosfera/società/libertà/democrazia e tecno-archía è "strutturale, ontologico, teleologico, insanabile" — nessun compromesso possibile, nemmeno radicale (richiamo a Dario Paccino, "imbroglio ecologico").

  12. Proposta finale: lotta di classe della forza-lavoro contro "la nuova classe delle macchine" in nome della libertà cognitiva; chiusura con Hannah Arendt (rivoluzione ungherese 1956) — rivoluzione per "il bene della libertà", a cui aggiungere oggi "il bene della Terra".


4. Elenco concetti-soggetti chiave

  • Tecno-archía (categoria originale dell'autore)
  • Arché / an-archia (Donatella Di Cesare) / demo-crazia
  • Ragione strumentale e eclisse della ragione (Horkheimer)
  • Megamacchina (Lewis Mumford)
  • Lebensraum digitale (Friedrich Ratzel)
  • Spettro del comunismo (Marx-Engels) vs spettro della società meccanizzata (Erich Fromm)
  • Critica al general intellect come "errore tragico" del marxismo
  • Baudrillard contro l'innocenza delle macchine
  • Nave dei folli (Hieronymus Bosch, rovesciata)
  • Personalità autoritaria e basi di massa del fascismo (Adorno)
  • Tecno-fascismo / oligarchia del tecno-capitale
  • Suicidio teorico della sinistra
  • Lotta di classe contro "la classe delle macchine"
  • Hannah Arendt, rivoluzione e libertà

5. Conclusione critica

Il testo di Demichelis si situa in una posizione singolare e per certi versi eccentrica rispetto al canone della political economy critica che Lei sta mappando (Brancaccio, Harvey, Arrighi, Monthly Review): non è un'analisi di rapporti di produzione o di classe in senso classico, ma una filosofia della tecnica radicale, con ascendenze che vanno da Heidegger (la tecnica come destino ontologico, qui non nominato ma presente in filigrana) a Severino (citato esplicitamente sull'epistéme) a Mumford, fino a una rilettura di Adorno e Fromm in chiave aggiornata al digitale. È utile collocarlo come caso-limite nella Sua mappatura del riformismo post-1989 in rapporto al marxismo contemporaneo: Demichelis si pone agli antipodi sia del riformismo tecno-regolativo (Balbo) sia del marxismo "produttivista" classico, che accusa esplicitamente di aver commesso un "tragico errore" nel general intellect.

Tre nodi critici meritano attenzione:

  1. La tesi sul general intellect come rovesciamento drastico, non semplice correzione: l'affermazione che le macchine esercitino "sempre e comunque" un potere oppressivo "anche o soprattutto quando si presentano come gioco o smart" sposta l'argomento dal terreno dei rapporti sociali di produzione (chi controlla i mezzi di produzione e a quali fini) a un terreno quasi essenzialista delle macchine in sé — una tecnica "intrinsecamente" archica indipendentemente dal modo di produzione che la genera. Questo è in tensione diretta con l'impianto storico-materialista che innerva la maggior parte dei testi da Lei finora trattati (Brancaccio, Formenti/Visalli, lo stesso Munzi sull'IA), dove la critica resta ancorata ai rapporti di proprietà e di classe come variabile determinante, non alla tecnica come tale. Demichelis sembra qui più vicino a una linea ereditata (criticamente) dalla Scuola di Francoforte e dall'ontologia della tecnica heideggeriana che al materialismo storico — un'eccentricità che vale la pena segnalare esplicitamente nella Sua mappatura comparativa.

  2. Conseguenza politica di questa premessa — l'impossibilità di ogni riformismo "anche radicale": se il conflitto è "ontologico" e risolvibile solo "eliminando il primo termine" (la tecno-archía), la proposta finale (lotta di classe contro "la classe delle macchine", libertà cognitiva contro delega all'IA) resta sul piano dell'enunciazione di principio, senza una mediazione istituzionale o organizzativa paragonabile, per dire, alla discussione sulla socializzazione del general intellect che si trova nel testo di Munzi sull'autofagia dei dati — anzi Demichelis critica esplicitamente quella stessa nozione di general intellect come errore. C'è qui una tensione potenzialmente produttiva da esplorare nel Suo lavoro comparativo: due testi recenti sulla stessa area tematica (IA/capitalismo digitale) che arrivano a conclusioni quasi opposte sul ruolo del general intellect — Munzi lo vede come ciò che va socializzato contro l'autofagia capitalistica, Demichelis lo bolla come l'illusione liberatoria che ha disarmato il marxismo.

  3. L'equiparazione fra arché occidentale e modello cinese/BRICS: l'affermazione che la tecno-archía "accomuna ormai Occidente, Cina, India, Brasile e Brics" si pone in tensione diretta con l'impianto di Visalli/Formenti (Oltre l'Occidente) già da Lei analizzato, dove il modello cinese (Tianxia, cosmotecnica alternativa) viene presentato come possibile fuoriuscita, almeno parziale, dalla logica egemonica occidentale. Demichelis nega in radice questa possibilità di alternativa geopolitica, rendendo i due testi — se messi a confronto nel Suo lavoro di mappatura — paradigmatici di due letture incompatibili sulla questione se esista oggi un "fuori" reale (geopolitico, civilizzazionale) dalla logica techno-capitalistica dominante, o se questa logica sia ormai planetaria e indifferente ai blocchi geopolitici.

Nel complesso, un testo di forte impatto retorico e concettualmente ambizioso, ma che richiede — più di altri nella Sua rassegna — un vaglio critico sul piano della consistenza interna fra critica radicale della tecnica e tradizione marxista che l'autore stesso dichiara di voler superare, non semplicemente integrare.


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