L’ITALIA È ANCORA UNA VOLTA ALL’AVANGUARDIA …Luciano Balbo mag 13, 2026

 

L’ITALIA È ANCORA UNA VOLTA ALL’AVANGUARDIA …

Verso la “pace dei sensi” dell’Europa

Il (previsto) successo del Partito populista Reform nelle elezioni amministrative inglesi dimostra che il Partito Laburista, nonostante il completo controllo del Parlamento, non riesce a realizzare (ma forse neppure pensare) politiche convincenti, e la sua crisi si affianca all’ormai triste fine dell’esperienza di Emmanuel Macron in Francia, e alle crescenti difficoltà del governo tedesco. Pedro Sanchez in Spagna sta portando avanti, unico in Europa, politiche sociali “di sinistra” e di integrazione dell’immigrazione, ma le previsioni per le prossime elezioni lo danno comunque perdente. Nonostante la sconfitta di Viktor Orban in Ungheria, i partiti populisti continuano a crescere.

La domanda molto diffusa, quindi, è quale possa diventare il volto dell’Europa quando Reform diventerà probabilmente il primo partito inglese nelle prossime elezioni politiche; l’estrema destra francese riuscirà quasi certamente a conquistare la presidenza della Repubblica; e la Democrazia Cristiana tedesca dovrà fare un accordo con l’estrema destra dell’AFD per governare.

Forse, per dare una risposta, basta guardare l’Italia di questi ultimi anni, e domandarsi se per caso ancora una volta il nostro Paese, senza accorgersene, non sia all’avanguardia nel mondo occidentale.

Perché ancora una volta?

Perché Silvio Berlusconi è stato, senza alcun dubbio, il primo leader populista del mondo occidentale, anche se in quegli anni il termine “populista” non aveva ancora assunto le caratteristiche e i contenuti che oggi accomunano questi movimenti politici.

Ma Berlusconi li aveva già praticati, ed ecco come:

· Personalizzazione completa della politica e costruzione di partiti che sono totalmente costruiti intorno al leader e alle sue idee, e che richiedono una fedeltà ad esse

· Comunicazione diretta e continua con gli elettori basata non su idee di programma, ma su poche indicazioni immaginifiche. In fondo, la proposta berlusconiana del “milione di posti di lavoro” può essere vista come antesignana dello slogan MAGA che ne amplifica l’idea, estendendola a un meraviglioso, quanto vago, futuro

· Capacità di rompere con il linguaggio tecnico e paludato della politica, per parlare direttamente soprattutto alle persone con minor formazione culturale e socialmente meno fortunate, e per far sentir loro che li rappresenta e ne comprende desideri e frustrazioni

· Abilità di smantellare alcune posizioni politiche, ormai del tutto superate e perdenti, delle élite liberaldemocratiche

· Insofferenza verso contrappesi della democrazia, che vengono indicati come dei vincoli all’azione politica, e quindi anche una scusante di eventuali risultati non ottenuti

· Individuazione dei problemi della sicurezza e della difficoltà di integrazione dell’immigrazione come un problema importante per molte persone, facendo diventare questi temi un emblema identificativo e una colpa di chi li ha trascurati

Berlusconi non aveva quel tocco sempre arrabbiato, divisivo, che hanno oggi i leader populisti e che Trump bene esprime. In fondo, “Silvio” si è sempre chiesto perché “i comunisti” (come chiamava i suoi avversari) non lo amassero anche loro.

Silvio Berlusconi ha quindi lasciato una grande eredità, sia perché ha trasformato la politica del nostro Paese, sia perché ha aperto la strada a tutti gli altri leader populisti. È doveroso chiedersi se questo leader ci abbia anche lasciato dei cambiamenti politici, economici e sociali significativi, sulla base pure della sua promessa iniziale che avrebbe reso il nostro paese più libero e più liberale, quasi ricordando alcune idee di Margaret Thatcher.

Personalmente, non riesco a ricordare niente di significativo, ma non essendo stato un estimatore di Berlusconi, ho voluto fare una verifica un po’ più indipendente, chiedendo a Chat GPT le leggi più importanti che i suoi governi ci hanno lasciato. Emerge che le uniche due leggi che possono essere considerate significative sono la legge Biagi e la Bossi-Fini. La prima ha formalizzato nuovi contratti di lavoro più flessibili, mentre la seconda ha regolamentato i criteri di immigrazione, mettendo maggiori controlli a quella illegale. Certamente la prima è significativa, ma è difficile trovare conferma che il lungo periodo di governo Berlusconi abbia lasciato dei segni importanti: nonostante le promesse e le visioni roboanti, il Paese ha proseguito nel suo cammino usuale fatto di sanatorie, condoni, rinvii di decisioni importanti, mentre la tanto promessa liberalizzazione dei mercati, dell’imprenditorialità e lo snellimento dell’amministrazione pubblica si sono ridotti alla libertà di arrangiarsi, magari anche nell’evadere il fisco.

Il decennio successivo alla caduta di Berlusconi ha visto un susseguirsi di governi tecnici, essenzialmente rivolti a curare le emergenze, e di vari colori “giallo verdi” e “giallo rossi”, che hanno di fatto coinvolto quasi tutte le forze politiche, ma non hanno modificato nulla, se non un cambiamento di linguaggio più sobrio, tranne nel breve periodo del successo del movimento Cinque Stelle.

Poi, ormai da quasi una legislatura, il Paese si è consegnato ad un governo dominato da due partiti, Fratelli d’Italia e Lega, che sono dichiaratamente nel solco del populismo contemporaneo. O, perlomeno, hanno conquistato la vittoria elettorale con queste sembianze, per poi offrirci un periodo governativo fondamentalmente tranquillo, nel quale sono sparite quasi tutte le pulsioni anti-sistema ed è anzi stata espressa una forte adesione all’attuale establishment dell’Unione Europea; si è mantenuta una rigorosità nella gestione della spesa pubblica, non difforme da quelle dei governi tecnici e si è cercato soprattutto di consolidare il proprio consenso verso quella che viene ritenuta la propria base elettorale, aumentando i limiti della de-tassazione delle partite IVA, con la creazione di una sperequazione totale di trattamento in funzione della tipologia di contratto di lavoro.

Tuttavia, gli italiani appaiono tranquilli: certamente non apprezzano gli eccessi e, quindi, il dibattito politico è acceso nelle parole e nelle personalizzazioni, ma assolutamente privo di contenuti. Il governo ne ha pochi e l’opposizione altrettanto pochi, limitandosi a criticare tutto quello che fa l’esecutivo senza essere propositiva e dimenticandosi dell’esperienza del periodo berlusconiano, quando continuare a criticarlo senza proporre alternative non ha quasi mai giovato.

Un Paese, quindi, che non ha più bisogno di promesse, ed ha anzi tranquillamente accettato un aumento dell’età pensionabile, fatto dagli stessi partiti che avevano - qualche anno fa - avanzato una misura esattamente opposta. Probabilmente è un Paese stanco soprattutto di continue promesse che non si avverano mai; è quindi meglio che spariscano dal dibattito pubblico in luogo di un’accettazione del fatto che cambiare non si può e si sta perdendo il senso di cosa si dovrebbe cambiare e perché farlo.

La rabbia che i Cinque Stelle e la Lega hanno catalizzato per un breve periodo sembra aver lasciato spazio alla rassegnazione.

Indubbiamente, questa è una strada di decadenza, perché continuiamo ad avere una amministrazione pubblica inefficiente, un bassissimo incremento della produttività, salari che non crescono, pochissima innovazione. Stiamo gradualmente consumando la ricchezza accumulata nei decenni del Dopoguerra, che permette ad un’ampia parte della popolazione di vivere abbastanza bene, anche attraverso sistemi di trasferimento familiare dai padri ai figli - la cosiddetta “eredità in vita” - mentre i giovani e alcune aree della popolazione soffrono, ma non hanno di fronte alcuno spiraglio per vedere i miglioramenti, accontentandosi o di non votare, o di aderire agli inviti sempre più frequenti della politica che addossano la colpa agli altri: gli immigrati, i cinesi, i vincoli europei che comunque dobbiamo accettare… e così via.

Le altre nazioni europee, invece, paiono avere ancora programmi e conflitti: i francesi hanno condotto una dura battaglia per non alzare l’attività pensionabile, che è la più bassa in Europa; i tedeschi hanno rotto il tabù del basso debito pubblico e stanno iniettando enormi quantità di denaro nell’economia - per ora senza risultati significativi - e infine gli inglesi appaiono in tutto il panorama europeo il Paese più in crisi, sia economica sia identitaria.

Inoltre, vi è l’Unione Europea: un sistema che ha avuto pregi enormi, ma che ora appare totalmente bloccato e ormai del tutto inadatto ad affrontare la nuova situazione; anch’esso continua a fare promesse, a varare progetti e a “sognare”, come nel caso del disegno di cambiamento proposto da Mario Draghi, senza che mai quasi nulla di tutto questo avvenga.

La dinamica delle promesse mancate e dell’allontanamento dai bisogni, ma soprattutto dal linguaggio dei cittadini, è alla base della crisi dei partiti tradizionali, ma nel lungo termine diventa insostenibile anche per le persone, e quindi la mia previsione è che, poiché ogni cambiamento sta diventando impossibile, anche per gli altri Paesi dovrà arrivare la rassegnazione italiana, cioè smettere di darsi ambizioni che non si riescono o non si vogliono raggiungere come unico modo di sfuggire ad una situazione di frustrazione continua.

Proprio per questo, penso che l’Italia sia, come era già successo con Berlusconi, il Paese in “avanguardia” in Europa, e che gli altri europei non potranno che imboccare la nostra stessa strada.

Rimane una domanda aperta: perché è così difficile, o sostanzialmente impossibile, cambiare, cioè trovare assetti produttivi, sociali e statali che siano più efficaci e più adatti al mondo contemporaneo, e che possano creare una società più equa, nella quale i cittadini siano meno arrabbiati (causa che sta portando al governo i paesi populisti, senza peraltro risolvere i problemi). La mia tesi è che, innanzitutto, sia molto difficile cambiare una società che ha comunque creato tanto benessere e tante rendite di posizione, e che è conservatrice, non tanto ideologicamente, ma semplicemente avversa a rinunciare a qualcosa ora per prendersi il rischio di un futuro migliore dopo.

Quindi la responsabilità non è dei politici, ma dell’intera società, e questo sarà il tema della mia prossima newsletter.

Ne approfitto per invitare coloro che ne avranno voglia a cimentarsi in un piccolo compito a casa, cioè riflettere su quali siano le cose che dovrebbero essere cambiate per migliorare, e come possa essere costruito il consenso per realizzarle.

CLAUDE 23-6-26

Occhiello (parole chiave) Italia come "avanguardia" del populismo; Berlusconi proto-populista; rassegnazione post-ideologica; governo Meloni-Salvini "pacificato"; conservatorismo da rendita di posizione; eredità in vita; confronto Francia-Germania-UK.


Abstract

Partendo dal successo del partito Reform nel Regno Unito e dalle difficoltà di Labour, Macron e del governo tedesco, Balbo formula una tesi provocatoria: l'Italia, già una volta "in avanguardia" con Silvio Berlusconi come primo leader populista occidentale (ante litteram), lo sarebbe di nuovo oggi, ma in una fase successiva del ciclo — quella della rassegnazione che segue il populismo, anziché quella della sua ascesa. L'autore analizza la parabola berlusconiana enumerandone i tratti proto-populisti (personalizzazione totale della politica, comunicazione immaginifica anziché programmatica, rottura del linguaggio tecnico delle élite, insofferenza verso i contrappesi democratici, centralità dei temi sicurezza/immigrazione) ma ne rileva, tramite una verifica anche "assistita" (chiede a ChatGPT le leggi più significative dei governi Berlusconi), la scarsa eredità concreta: solo legge Biagi e Bossi-Fini, a fronte di promesse roboanti di liberalizzazione mai realizzate. Il decennio successivo di governi tecnici e "giallo-verdi/giallo-rossi" non avrebbe cambiato la sostanza; e l'attuale governo Meloni-Salvini, pur nato con sembianze populiste, si sarebbe "pacificato" verso l'establishment UE, mantenendo rigore di bilancio e consolidando il proprio elettorato (detassazione partite IVA) senza pulsioni anti-sistema. La tesi centrale è che gli italiani, esauritisi rabbia e Cinque Stelle, siano passati alla rassegnazione: accettazione tranquilla anche di misure impopolari (aumento età pensionabile) e abbandono dell'aspettativa di cambiamento, mentre il declino strutturale (bassa produttività, salari stagnanti, amministrazione inefficiente) continua, mitigato dal consumo della ricchezza accumulata nel dopoguerra e dai trasferimenti intergenerazionali ("eredità in vita"). Per contrasto, Francia, Germania e UK mostrerebbero ancora conflitti e programmi attivi (battaglia pensioni in Francia, svolta sul debito in Germania, crisi inglese). La previsione di Balbo è che anche questi paesi finiranno per imboccare la stessa strada italiana della rassegnazione, perché il cambiamento è diventato sostanzialmente impossibile — non per colpa dei politici, ma per il conservatorismo di una società che ha troppo da perdere (benessere accumulato, rendite di posizione) per accettare il rischio di un cambiamento.


Analisi per punti

  1. Quadro politico europeo di apertura: crisi parallela di Labour (Reform in ascesa nonostante il controllo parlamentare), fine dell'esperienza Macron, difficoltà del governo tedesco, previsione di sconfitta per Sánchez nonostante politiche di sinistra distintive; nota la sconfitta di Orbán come eccezione che non inverte il trend generale di crescita dei populismi.

  2. Domanda guida: quale sarà il volto dell'Europa quando Reform, l'estrema destra francese e l'AfD (in coalizione con la CDU) diventeranno attori di governo centrali — e la risposta proposta è "guardare all'Italia".

  3. Tesi dell'"avanguardia italiana" — prima occorrenza: Berlusconi come primo leader populista occidentale, prima che il termine fosse codificato, con un elenco analitico dei tratti praticati in anticipo:

    • personalizzazione totale della politica attorno al leader;
    • comunicazione basata su slogan immaginifici anziché programmi (il "milione di posti di lavoro" come antesignano del linguaggio MAGA);
    • rottura del linguaggio tecnico-paludato delle élite per rivolgersi diretto ai ceti meno favoriti;
    • delegittimazione delle posizioni delle élite liberal-democratiche;
    • insofferenza verso i contrappesi democratici, presentati come vincoli/scuse per i risultati mancati;
    • centralità di sicurezza e immigrazione come temi identitari e "colpa" delle élite. Differenza rilevata: assenza nel caso Berlusconi della rabbia divisiva tipica dei populisti odierni (Trump), sostituita da un atteggiamento più conciliante verso gli avversari.
  4. Verifica empirica dell'eredità berlusconiana: l'autore, dichiarandosi non estimatore ma cercando un riscontro "indipendente" tramite ChatGPT, individua solo due leggi rilevanti (Biagi sulla flessibilità contrattuale, Bossi-Fini sui controlli migratori) a fronte di promesse di liberalizzazione mai realizzate; il paese sarebbe proseguito nel suo "cammino usuale" di sanatorie, condoni e rinvii.

  5. Decennio successivo: governi tecnici e di coalizione eterogenea ("giallo-verdi", "giallo-rossi") senza cambiamenti sostanziali, salvo un linguaggio più sobrio, con l'eccezione temporanea del successo M5S.

  6. Fase attuale — governo Meloni-Salvini: nato con sembianze populiste ma evolutosi in un periodo "tranquillo": sparizione delle pulsioni anti-sistema, forte adesione all'establishment UE, rigore di bilancio in continuità con i governi tecnici, consolidamento elettorale tramite detassazione delle partite IVA (con conseguente sperequazione tra tipologie contrattuali).

  7. Tesi della "rassegnazione" come stadio successivo al populismo: gli italiani avrebbero accettato anche misure impopolari (aumento dell'età pensionabile, fatto dagli stessi partiti che ne avevano promesso l'opposto) per stanchezza da promesse mai realizzate; la rabbia di Cinque Stelle e Lega avrebbe lasciato spazio alla rassegnazione, descritta come una rinuncia collettiva a comprendere cosa cambiare e perché.

  8. Lato oscuro della rassegnazione: continuità di inefficienza amministrativa, bassa produttività, salari stagnanti, scarsa innovazione; il benessere diffuso sarebbe sostenuto dal consumo della ricchezza accumulata nel dopoguerra e dai trasferimenti intergenerazionali ("eredità in vita"), mentre giovani e fasce deboli, senza prospettive, si rifugiano nell'astensione o nell'adesione a narrative di colpevolizzazione esterna (immigrati, cinesi, vincoli europei).

  9. Confronto con gli altri grandi paesi europei: Francia ancora capace di conflitto sociale attivo (battaglia sull'età pensionabile, la più bassa in Europa); Germania che rompe il tabù del basso debito pubblico con un grande stimolo fiscale (per ora senza risultati); UK descritto come il paese in maggiore crisi, sia economica sia identitaria; Unione Europea bloccata, esemplificata dal piano Draghi rimasto inattuato.

  10. Previsione conclusiva: la dinamica delle promesse mancate è insostenibile nel lungo periodo anche psicologicamente, per cui anche gli altri paesi europei finiranno per adottare la stessa "rassegnazione" italiana come unico modo per sfuggire alla frustrazione cronica — confermando l'Italia come precorritrice anche di questa seconda fase.

  11. Spiegazione causale proposta: il cambiamento è difficile non per colpa della classe politica, ma per il conservatorismo strutturale di una società che ha accumulato benessere e rendite di posizione, e che preferisce non rischiare un futuro migliore rinunciando a qualcosa nel presente — responsabilità quindi collettiva, sociale, non solo politica (tema annunciato per la newsletter successiva).

  12. Chiusura interattiva: invito esplicito ai lettori a riflettere su cosa cambiare e su come costruire consenso per il cambiamento — un elemento di apertura dialogica non presente negli altri testi della serie.


Elenco concetti-soggetti chiave

  • Berlusconi come proto-populista (categorie comparative con MAGA/Trump)
  • Legge Biagi e Bossi-Fini come unica eredità legislativa rilevante
  • Cicli politici italiani: berlusconismo → governi tecnici → governo Meloni-Salvini "pacificato"
  • "Pacificazione" del populismo di governo verso l'establishment UE
  • Rassegnazione come stadio post-populista (vs. rabbia anti-sistema)
  • Eredità in vita e consumo della ricchezza accumulata nel dopoguerra
  • Conservatorismo da rendita di posizione (non ideologico) come freno al cambiamento
  • Comparazione Francia (conflitto attivo) / Germania (svolta fiscale) / UK (crisi totale)
  • Blocco dell'Unione Europea e fallimento del piano Draghi
  • Italia come "laboratorio anticipatore" delle traiettorie politiche occidentali

Valutazione critica finale

Il punto di maggiore originalità di questo testo, rispetto agli altri della serie, è l'aver introdotto una distinzione temporale fine all'interno del ciclo populista — non solo "ascesa" ma anche "stadio successivo", quello della rassegnazione, di cui l'Italia sarebbe un caso anticipatore proprio perché ha attraversato prima degli altri la fase Berlusconi. È un'intuizione comparatistica interessante, e l'analisi dei tratti proto-populisti di Berlusconi (specialmente il parallelo con lo slogan MAGA) ha una solidità descrittiva apprezzabile.

Tuttavia, rispetto alla tradizione di economia politica critica e di analisi della politica italiana con cui Lei è abituato a confrontarsi, vanno segnalati alcuni nodi:

  1. Il metodo della "verifica con ChatGPT" come fonte storiografica: usare un chatbot per stabilire quali siano "le leggi più importanti" di un ventennio di governo è un procedimento metodologicamente fragile — non tanto per il risultato (che converge con letture storiografiche consolidate sul berlusconismo come fenomeno più mediatico-culturale che legislativo), quanto perché la legittimazione della tesi viene affidata a una fonte che restituisce sintesi di sintesi, senza un confronto con la storiografia sul periodo (ad esempio sul ruolo del berlusconismo nel processo di destrutturazione del sistema dei partiti, o sulle politiche fiscali e di privatizzazione effettivamente realizzate, su cui la storiografia di sinistra italiana ha prodotto letture più articolate).

  2. "Rassegnazione" come categoria psicologico-culturale più che politico-economica: come già rilevato negli altri testi della serie, anche qui il fenomeno descritto (accettazione di misure impopolari, assenza di mobilitazione) viene spiegato in termini di stanchezza collettiva e conservatorismo diffuso, piuttosto che come esito di rapporti di forza specifici — ad esempio la debolezza organizzativa del movimento sindacale italiano, la frammentazione della sinistra, l'assenza di soggetti politici capaci di tradurre il malcontento in conflitto organizzato (a differenza della Francia, che l'autore stesso cita come controesempio di mobilitazione efficace sulle pensioni). Il "perché" italiano non mobilita e quello francese sì meriterebbe un'analisi di tipo organizzativo/storico-politico, non solo caratteriale ("siamo più rassegnati").

  3. Trattamento ambivalente del governo Meloni-Salvini: descriverlo come "pacificato" e in continuità con i governi tecnici sul rigore di bilancio è un'osservazione empiricamente fondata e in linea con letture anche di sinistra sulla "normalizzazione" del governo di destra-centro; ma la formula rischia di minimizzare elementi di rottura comunque presenti nell'azione di governo (premierato, autonomia differenziata, politiche su giustizia e informazione, posizionamento su immigrazione e diritti) che la tradizione critica italiana non liquiderebbe come semplice "tranquillità" priva di contenuti — l'assenza di "pulsioni anti-sistema" sul piano macroeconomico ed europeo non equivale necessariamente ad assenza di trasformazioni significative su altri piani istituzionali e culturali.

  4. La responsabilità "della società" come esito retorico che individualizza la colpa: la chiusura ("la responsabilità non è dei politici, ma dell'intera società") rischia — come già notato per la serie sulla crisi liberal-democratica — di diluire in una colpa collettiva indistinta dinamiche che restano comunque diseguali nei loro effetti: chi possiede una "eredità in vita" da trasmettere e chi no, chi può permettersi di essere "rassegnato" comodamente e chi subisce la rassegnazione altrui come immobilismo che aggrava la propria condizione, sono posizioni sociali diverse, anche se l'autore le tratta come un'unica "società conservatrice".

  5. Assenza di analisi del ruolo dei media e della comunicazione politica nel produrre rassegnazione: a fronte di un'analisi dettagliata della comunicazione berlusconiana come tecnica politica, sorprende che l'autore non applichi lo stesso strumento critico all'attuale fase, dove il "linguaggio più sobrio" e l'assenza di "contenuti" nel dibattito pubblico (di governo e di opposizione) potrebbero essere a loro volta letti come tecnica di gestione del consenso (depoliticizzazione strategica) piuttosto che come semplice esito spontaneo della stanchezza collettiva.

In sintesi, il testo offre una lettura comparativa stimolante e una buona ricostruzione critica della parabola berlusconiana, ma — coerentemente con il resto della serie — tende a spiegare l'immobilismo politico italiano (e la sua presunta esportabilità europea) attraverso categorie di psicologia collettiva ("rassegnazione", "conservatorismo non ideologico") più che attraverso un'analisi dei rapporti di forza politici e sociali specifici che la tradizione critica con cui Lei lavora abitualmente porrebbe al centro della spiegazione.


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