L’OCCIDENTE IN UN “CUL DE SAC”? Luciano Balbo giu 22
L’OCCIDENTE IN UN “CUL DE SAC”?
Non ci sono progetti di cambiamento percorribili a breve: serve una lunga e paziente battaglia
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La crescente insoddisfazione dei cittadini occidentali è evidente, e la “rabbia” è particolarmente diffusa tra i giovani; tra le persone delle fasce socioeconomico più basse ed infine tra coloro che vivono lontano dalle città.
Tutti questi gruppi hanno comuni ragioni di disagio, in particolare il fatto che vedano di fronte a sé poche opportunità di lavoro, di crescita economica e in generale di ascolto delle loro ragioni. Come ho più volte ribadito, il quadro di riferimento economico e tecnologico opera contro questi gruppi di persone: la finanziarizzazione dei beni di investimento - in particolare delle case - unitamente alla stagnazione dei salari rende per i giovani difficile costruirsi un minimo di indipendenza patrimoniale, che costituisce un elemento di sicurezza quasi indispensabile rispetto all’incertezza del futuro. L’automazione sta facendo diminuire i tipici lavori della classe media, con una polarizzazione tra quelli più remunerati, ma difficilmente accessibili, e quelli più semplici, ma mal pagati. Infine, le opportunità si concentrano nelle città, e nei luoghi in cui le aziende trovano le competenze e i servizi, mentre lontano da lì le attività economiche si riducono, e anche il livello dei servizi offerti, sia dal pubblico che dal privato, è molto più insoddisfacente.
I governi non riescono a modificare questa situazione, perché è al di fuori del loro controllo: le tecnologie modificano il mercato del lavoro, creando la polarizzazione sopra indicata; le attività economiche diffuse, che avevano portato benessere nel secondo dopoguerra, si stanno concentrando per ricercare l’efficienza che ottimizzi il ritorno finanziario del capitale; le aziende hanno sempre più potere per comprimere i salari dei lavori poco qualificati; infine gli stati altamente indebitati non riescono ad adeguarsi alle crescenti richieste della popolazione, in particolare nei piccoli centri.
Questa incapacità dei governi di rispondere alle esigenze dei cittadini - nonostante le promesse fatte di una quasi impossibile crescita economica - è la causa chiave della delusione dei cittadini, e anche di un crescente disamore verso le forme democratiche.
Le democrazie occidentali sono strettamente connesse all’idea di uno Stato Nazionale, il quale ha due caratteristiche essenziali: la capacità di legiferare liberamente sulla base delle indicazioni della maggioranza dei cittadini e la forte difesa ed espressione di un’identità culturale nazionale.
Queste due caratteristiche sono venute meno a seguito della svolta neoliberista degli anni ‘70.
Gli Stati, incapaci di affrontare la crisi inflazionistica e le pressioni redistributive, si sono affidati ai mercati, essenzialmente attraverso la libera circolazione dei capitali e un loro incremento di potere rispetto al lavoro. Ho già spiegato nel precedente post, come questa svolta abbia generato un fantastico processo di globalizzazione e un ciclo di innovazione intensissimo, il quale ha permesso la crescita di aziende che con le loro tecnologie stanno cambiando le modalità di lavoro e di vita. Tuttavia le poche aziende (statunitensi) che dominano le nuove tecnologie influenzano il mercato del lavoro e le relazioni sociali senza che i governi possano intervenire.
Questo predominio dei capitali e di alcune grandi aziende rispetto agli Stati è una situazione molto consolidata, in quanto i capitali sono l’insieme del risparmio mondiale e soprattutto di quello occidentale: ad esempio, i lavoratori americani sono i principali azionisti delle nuove grandi aziende attraverso i loro fondi pensione; e molta parte del risparmio europeo è ormai investito nella borsa statunitense. Tutti i risparmiatori sono quindi interessati a sostenere questa situazione, anche se in parte può non andare nel loro interesse come lavoratori. Questa è la contraddizione che “inchioda” il mondo occidentale, e che ha dato origine ad un sistema finanziario ipertrofico e potente. Tuttavia, anche chi non ha risparmi, e non è quindi investitore, sarebbe duramente colpito da una caduta di valore dei beni di investimento, perché essa genererebbe una situazione simile alla grande crisi finanziaria del 2007, cioè una recessione che colpirebbe anche loro. Questo sistema ha costruito anche una nuova “cultura” collettiva, che mette gli interessi degli investitori sopra ogni altra cosa.
Queste gigantesche aziende, con il potere tecnologico e finanziario, esercitano quindi la loro influenza su di noi, ma anche sugli Stati, per mantenere una legislazione a loro favorevole.
Ho spiegato, sempre nel post precedente, come sia molto difficile smembrare o regolamentare queste società e in particolare quelle dell’Intelligenza Artificiale. Questo implica che i Paesi che ospitano tali aziende hanno anch’essi una posizione monopolistica all’interno della geopolitica mondiale, e in particolare ciò vale, come abbiamo sotto gli occhi, per la Cina e gli Stati Uniti. La forza di questi Paesi deriva appunto dal monopolio che queste tecnologie possiedono - e che sono indispensabili a tutti -; quindi, il fatto di come essi regolamentano queste aziende dovrà essere subìto dagli altri Paesi.
Il resto del mondo, in particolare l’Europa, è sempre dipeso dalle tecnologie che sono state sviluppate nel secolo passato negli Stati Uniti; ma quelle non hanno mai generato, anche per l’intervento normativo del governo americano, dei monopoli tali da impedire agli altri Paesi di sviluppare proprie aziende, che si basassero su queste tecnologie. E l’elemento peculiare è che questa posizione di forza non deriva da brevetti, bensì dalla capacità di queste società di raccogliere in pochissimo tempo un enorme quantità di capitali, attirando anche tutte le competenze necessarie per raggiungere l’obiettivo. Altrove non sarebbe possibile perché è il predominio del mercato finanziario statunitense che genera questa loro posizione monopolistica e, ovviamente, del Paese che le ospita.
Dobbiamo quindi guardare agli Stati Uniti per capire il nostro futuro: l’ipotesi di una regolamentazione dell’AI appare improbabile, mentre sorprendentemente c’è una “inusuale” convergenza fra alcuni intellettuali e venture capitalist vicini agli interessi di queste aziende, e un politico di sinistra come Sanders. Costoro ritengono che una parte della ricchezza creata da queste debba essere ridistribuita, anche in vista della minaccia che l’intelligenza artificiale sta portando al mercato del lavoro. L’ipotesi è che una parte delle azioni di queste aziende venga messo in un fondo sovrano gestito dal governo nell’interesse degli americani, oppure che essa possa essere distribuita come salario minimo universale. Tutto è ancora molto vago, ma sta aumentando negli USA la consapevolezza che bisogna trovare una strada per ridurre la crescente opposizione all’applicazione dell’intelligenza artificiale nelle aziende e la scontentezza diffusa, che comunque l’amministrazione Trump non ha eliminato. Se così fosse, questo andrebbe solo a vantaggio dei cittadini americani e gli investitori esteri dovrebbero cedere una parte del loro valore proprio a vantaggio del Paese in cui hanno investito. È stato recentemente pubblicato un breve romanzo, il quale ipotizza che nel prossimo futuro i Paesi europei vedranno limitato il loro accesso all’intelligenza artificiale a causa del deficit di capacità computazionale (data center) che hanno, e addirittura che gli Stati Uniti userebbero questo fatto e altre pressioni – in stile Trump - per impadronirsi dell’azienda olandese ASML, che ha il monopolio dei macchinari per la fotolitografia utilizzati nell’industria dei semiconduttori.
Una breve ma efficace sintesi di questo racconto, forse non così improbabile, può essere trovata qui.
Si parla molto del distacco americano dall’Europa, facendo particolarmente riferimento ai rapporti militari, ma in realtà questo potrebbe essere davvero il terreno della separazione, anche al di là della presidenza Trump, e cioè del ristabilimento della priorità nazionale su ogni tipo di rapporto o di alleanza. I partiti populisti europei potrebbero scoprire, come è avvenuto in questi giorni per Giorgia Meloni, che il loro riferimento americano potrebbe presto svanire.
Tutto questo ci fa tornare al quesito iniziale, e cioè quali possano essere le soluzioni per le difficoltà e le scontentezze dei cittadini europei. L’unica proposta sul tavolo è quella che è stata definita “l’agenda Draghi”, e cioè una maggiore integrazione europea, soprattutto dei mercati finanziari, e più in generale delle regole del mercato dei servizi, per poter permettere maggiori investimenti nelle nuove tecnologie, costruire un mercato unico e cercare di ridurre il gap con gli Stati Uniti. La proposta è sensata, ma il suo obiettivo può solo essere di non perdere “peso geopolitico”, mentre non ridurrebbe l’insoddisfazione esistente; la prova viene dagli Stati Uniti, dove un settore tecnologico fortissimo permette la crescita economica ma, come ormai molti convengono e ho spiegato nel precedente post, i vantaggi di questa crescita rimangono molto concentrati nei detentori del capitale e in un limitato numero di persone che lavorano in questi settori, non risolvendo quindi i problemi che sono all’origine del disagio sociale.
L’ipotesi di una maggiore integrazione europea è comunque molto improbabile, proprio perché il superamento dell’ambito nazionale ha ancora troppe resistenze, mentre non vi è più tempo per tentare di recuperare il divario su quella che può diventare la tecnologia che dà un vantaggio geopolitico mondiale perché può essere negata ad altri e in ogni caso potrà essere fruita solo secondo le regole imposte dagli USA. Quindi l’unica proposta più realistica è che venga fatto uno sforzo specifico per sviluppare uno o più operatori europei di intelligenza artificiale, utilizzando l’approccio cinese, e cioè mettendo insieme imprenditorialità e capitali privati, ma anche risorse pubbliche. In particolare, le risorse pubbliche devono essere il motore e mantenere quel diritto di influenza che permetterà la regolamentazione di queste aziende, mentre le risorse private e i team imprenditoriali dovranno essere liberi di operare e di rispondere dei risultati, avendone gli adeguati ritorni. Se si ottenesse questo obiettivo, non solo si potrebbe creare un po’ di ricchezza da distribuire ai cittadini europei, ma soprattutto si potrebbe partecipare alla decisione sulla regolamentazione: ad esempio, rendendo questo tipo di prodotti “open source”, e anche evitando le applicazioni più negative e più rischiose per l’Intelligenza Artificiale. Si potrebbe quindi influenzare il futuro uso mondiale dell’AI. Mi sembra incredibile come continui questo sterile dibattito su un progetto di maggiore unità europea che non dà alcun segno di progresso - come dimostra l’opposizione del governo tedesco all’acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit - mentre manca la consapevolezza che bisogna tentare di fare qualcosa di possibile velocemente - e farlo bene - imparando da come altri - per esempio i cinesi, ma ora anche gli Stati Uniti nel settore dei microprocessori - stanno facendo.
Penso che in futuro, quando si scriverà la storia di questo periodo, emergerà la drammatica incapacità delle élite europee (e non solo quelle politiche, ma anche quelle del mondo intellettuale) e di tutti coloro che possono influenzare l’opinione pubblica.
Chiusa questa parentesi, che dovrebbe portarci ad un intervento di emergenza più fattibile, perché molto concentrato, rimane però aperto il tema di come togliere le cause che rendono oggi molti cittadini occidentali, inclusi gli americani, scontenti.
E qui non vi può essere una soluzione locale, neppure a livello europeo, perché il mercato dei capitali è oggi mondiale, e detta le regole nei rapporti di forza con gli altri fattori produttivi. Non ci può essere una regolamentazione locale - altrimenti il capitale boicotterebbe quel Paese o quella regione - e per modificare la situazione occorre un riequilibrio all’interno della società tra chi ha il capitale, cioè i risparmiatori, e chi non li possiede; questo vuol dire ridurre le aspettative di ritorno sugli investimenti, e puntare una diversa distribuzione del reddito già nel ciclo produttivo, e quindi accettare un maggior costo del lavoro e un minor livello di profitti. Infine, o forse all’inizio, serve un cambio culturale sulla necessità di modificare le modalità di uso della ricchezza per superare l’incongruenza che i capitali, che non sono mai stati così abbondanti, invece di essere poco cari come la teoria economica prevede per i beni non scarsi, hanno aspettative di ritorno elevate e per ottenerlo intervengono nella società, in modo anche negativo, facendo crescere il valore degli “asset” esistenti.
Per fare tutto questo serve un quadro internazionale di accordo, il che rende tutto difficilissimo e ci pone in una situazione di impotenza rendendo le proposte poco credibili.
Mi limito qua a citarne due per la rilevanza dei proponenti:
Piketty e altri illustri economisti hanno prodotto un ampio studio, il quale prevede una significativa tassazione su tutta la ricchezza mondiale per creare un fondo di investimento che promuova attività per la transizione energetica e di interesse collettivo: i ritorni di tali investimenti saranno distribuiti ai singoli Paesi per favorire interventi sociali. L’obiettivo è nel lungo termine di ridurre le disuguaglianze, sia a livello mondiale, sia a livello nazionale attraverso un trasferimento di ricchezza iniziale che diventi motore di questo cambiamento. Il progetto è assai complesso ed è anche stato criticato per l’assenza di un sostegno matematico adeguato e per alcune incongruenze. Ha però il pregio di disegnare un mondo diverso, certamente più equo dell’attuale, ma la sua realizzabilità appare così improbabile da rendere difficile sentirsi investiti della responsabilità di sostenerlo.
Acemoglu (professore al MIT e premio Nobel) sta conducendo da tempo una battaglia per la regolamentazione dell’intelligenza artificiale, e un suo utilizzo che non sia solo orientato a sostituire lavoratori e a dare vantaggi alle aziende. La sua tesi (già espressa in alcuni articoli e che verrà sintetizzata in un libro in uscita a breve) è che la democrazia può essere difesa solo se riuscirà a tornare a fare gli interessi della larga parte dei cittadini, e che quindi vada rivisto l’attuale assetto economico e sociale (proprio nella direzione che io ho indicato poco sopra, anche rifacendomi ad alcune sue proposte). Egli sostiene che gli Stati devono tornare ad avere il potere di regolamentare e in particolare devono farlo per evitare i monopoli e un uso non condiviso delle tecnologie. Propone scelte forti, ma difficili da attuare a breve, che implicano una battaglia intellettuale di lungo periodo, sapendo che passerà attraverso un tortuoso cammino, ma che, tuttavia, potrebbe trovare alla fine uno sbocco positivo, grazie al fatto che tutte le altre alternative non possono essere risolutive dei problemi che oggi il mondo occidentale sta vivendo.
Proprio per questo, cioè perché è necessario abbandonare le ricette facili e semplici - e soprattutto falsamente proposte come attuabili a breve - che bisogna prepararsi per una lotta intellettuale di lungo periodo, per costruire un consenso nella società verso queste soluzioni. È una lotta anche per rendere consapevoli della complessità dei problemi e smascherare l’inefficacia di soluzioni semplici, spesso fatte solo per ottenere consenso e perché gli umani fanno fatica a convivere con il fardello della complessità.
Quindi, il mio prossimo post - che concluderà il ciclo su questi temi - racconterà in termini personali come io vivo questa situazione, e perché penso che si debba innanzi tutto fare una battaglia culturale, prima che politica, per promuovere la consapevolezza che il cambiamento può solo avvenire se si modificano le condizioni che sono alla base dell’attuale situazione. Tutto ciò è molto difficile, ma questo sforzo può essere sostenuto dalla convinzione che le altre strade, apparentemente più facili, non sono efficaci.
E infine discuterò, qualora non fosse possibile riportate la gestione del capitale a vantaggio dell’intera società, l’unica alternativa possibile, da me non amata, e cioè l’UBI (universal basic income): un salario minimo garantito per tutti.
ANALISI BY CLAUDE
Parole chiave
Crisi delle democrazie occidentali – Finanziarizzazione dei beni d'investimento – Polarizzazione del mercato del lavoro – Monopolio tecnologico USA/Cina – Agenda Draghi – Acemoglu e regolamentazione dell'IA – Piketty e tassazione globale della ricchezza – Vincolo esterno geopolitico – Universal Basic Income – Approccio cinese (pubblico-privato)
Abstract
Balbo analizza la crescente "rabbia" dei cittadini occidentali — concentrata tra giovani, fasce socioeconomiche basse e popolazioni periferiche — come esito di un quadro economico-tecnologico strutturale: finanziarizzazione degli asset (in primis le abitazioni), stagnazione salariale, automazione polarizzante e concentrazione geografica delle opportunità. L'autore sostiene che i governi nazionali non possano intervenire su questa dinamica perché il predominio dei mercati finanziari globali e di poche grandi aziende tecnologiche statunitensi ha eroso le due caratteristiche fondative dello Stato-nazione democratico (sovranità legislativa e identità culturale), a partire dalla svolta neoliberista degli anni '70. Centrale è la tesi che il risparmio occidentale stesso (fondi pensione, investimenti in borsa USA) renda i cittadini complici, come investitori, del sistema che li danneggia come lavoratori — una "contraddizione che inchioda" l'Occidente. Sul piano geopolitico, Balbo descrive un mondo dominato dal monopolio tecnologico USA-Cina nell'intelligenza artificiale, di fronte al quale l'Europa rischia l'irrilevanza; critica l'"agenda Draghi" come insufficiente e propone invece, sul modello cinese, un mix di capitali pubblici e privati per creare operatori europei di IA. Sul piano delle soluzioni di lungo periodo, l'autore cita criticamente lo studio di Piketty sulla tassazione globale della ricchezza e valorizza la posizione di Acemoglu sulla necessità di restituire agli Stati il potere di regolamentazione, concludendo che serva una "lotta intellettuale di lungo periodo" piuttosto che soluzioni facili, e riservando come ultima ipotesi, "non amata", il reddito di base universale (UBI).
Sintesi per punti
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La rabbia diffusa. L'insoddisfazione cresce soprattutto tra giovani, fasce socioeconomiche basse e popolazioni che vivono lontano dalle città, unite dalla percezione di scarse opportunità lavorative, di crescita economica e di ascolto politico.
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Le cause economico-tecnologiche. Finanziarizzazione degli asset (specialmente le case) unita a stagnazione salariale impedisce ai giovani di costruire indipendenza patrimoniale; l'automazione polarizza il mercato del lavoro tra posti altamente remunerativi ma inaccessibili e posti semplici ma mal pagati; le opportunità si concentrano nelle città, lasciando indietro le aree periferiche.
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L'impotenza dei governi. Gli Stati non controllano queste dinamiche: le tecnologie polarizzano il lavoro, le aziende concentrano le attività per massimizzare il ritorno finanziario, hanno potere crescente di comprimere i salari, e gli Stati indebitati non riescono a rispondere alle richieste delle periferie.
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Crisi della fiducia democratica. L'incapacità dei governi di adempiere alle promesse di crescita economica genera delusione e disamore verso le forme democratiche stesse.
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Erosione dello Stato-nazione. Le due caratteristiche fondative della democrazia occidentale — capacità legislativa autonoma e identità culturale nazionale — sono venute meno con la svolta neoliberista degli anni '70, quando gli Stati, incapaci di gestire inflazione e pressioni redistributive, si sono affidati ai mercati e alla libera circolazione dei capitali.
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La contraddizione che "inchioda" l'Occidente. I capitali sono in larga parte risparmio occidentale (fondi pensione americani, risparmio europeo investito in borsa USA): i cittadini, in quanto risparmiatori, sono interessati a sostenere lo stesso sistema che li danneggia come lavoratori; anche chi non ha risparmi sarebbe colpito da un eventuale crollo finanziario in stile 2007-2008.
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Il monopolio tecnologico geopolitico. Le grandi aziende tech (specialmente IA) sono difficili da regolamentare o smembrare; ciò conferisce ai paesi che le ospitano (USA e Cina) una posizione monopolistica geopolitica, basata non su brevetti ma sulla capacità di raccogliere capitali enormi in tempi brevissimi — un vantaggio non replicabile altrove.
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Il dibattito USA su ridistribuzione e IA. Convergenza "inusuale" tra venture capitalist e Bernie Sanders sull'ipotesi di redistribuire parte della ricchezza creata dall'IA (fondo sovrano o salario minimo universale), motivata dal tentativo di ridurre la scontentezza sociale legata all'automazione.
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Lo scenario di un'Europa subordinata. Balbo cita un romanzo recente che ipotizza un futuro in cui l'Europa, priva di capacità computazionale propria, perderebbe accesso all'IA avanzata, e gli USA potrebbero arrivare a tentare di impadronirsi di ASML (monopolista olandese dei macchinari di fotolitografia per semiconduttori).
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Il distacco USA-Europa. Il riferimento militare americano per i partiti populisti europei (incluso il caso Meloni) potrebbe svanire, in un quadro di ristabilita priorità nazionale americana su ogni alleanza.
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Critica all'agenda Draghi. L'integrazione europea dei mercati finanziari e dei servizi, sebbene "sensata", avrebbe come unico obiettivo realistico di non perdere peso geopolitico, senza risolvere l'insoddisfazione sociale — come dimostrerebbe il caso USA, dove la crescita tecnologica resta concentrata in pochi soggetti.
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L'alternativa proposta: modello cinese. Data l'improbabilità di una maggiore integrazione europea (vista anche l'opposizione tedesca all'acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit), Balbo propone di sviluppare operatori europei di IA mescolando capitali pubblici (motore e garanzia del diritto di regolamentazione) e privati (libertà operativa e ritorni adeguati), eventualmente rendendo i prodotti open source.
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Il giudizio sulle élite europee. L'autore prevede che la storia futura giudicherà severamente l'incapacità delle élite europee (politiche e intellettuali) di agire con la rapidità necessaria.
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Il limite strutturale: il mercato globale dei capitali. Nessuna soluzione locale o europea è sufficiente perché il capitale è mobile a livello mondiale e boicotterebbe qualsiasi regolamentazione unilaterale; serve invece un riequilibrio interno tra capitale e lavoro (minori aspettative di ritorno sugli investimenti, maggior costo del lavoro, minori profitti) e un cambiamento culturale sull'uso della ricchezza.
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La proposta Piketty. Tassazione globale della ricchezza per creare un fondo per la transizione energetica e interventi sociali, redistribuendo i ritorni ai singoli paesi; criticata per l'assenza di un adeguato impianto matematico, valutata come "più equa" ma di realizzabilità molto improbabile.
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La posizione di Acemoglu. Battaglia per la regolamentazione dell'IA orientata a non sostituire indiscriminatamente i lavoratori; tesi secondo cui la democrazia può sopravvivere solo se torna a servire gli interessi della maggioranza, restituendo agli Stati il potere di regolamentazione contro i monopoli — scelta impegnativa ma, secondo Balbo, l'unica con uno sbocco potenzialmente positivo.
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Necessità di una "lotta intellettuale di lungo periodo". Balbo conclude scartando le "ricette facili", invocando una battaglia culturale prima che politica per costruire consenso, e preannuncia un futuro post personale e la trattazione, come ultima e non preferita alternativa, dell'UBI.
Elenco concetti-soggetti chiave
- Finanziarizzazione dei beni d'investimento – meccanismo che impedisce ai giovani l'accumulo patrimoniale e lega i risparmiatori al sistema che li danneggia come lavoratori
- Stato-nazione democratico – categoria storica la cui doppia funzione (sovranità legislativa, identità culturale) viene letta come eroso dal neoliberismo
- Svolta neoliberista degli anni '70 – cesura storica individuata come origine della subordinazione statale ai mercati
- Monopolio tecnologico USA-Cina (IA) – architettura di potere geopolitico contemporaneo, centrale per il futuro economico globale
- Agenda Draghi – proposta di integrazione europea giudicata insufficiente
- Modello cinese (pubblico-privato) – soluzione proposta da Balbo per lo sviluppo di un'IA europea competitiva
- Thomas Piketty – riferimento per la proposta di tassazione globale della ricchezza
- Daron Acemoglu – riferimento centrale per la tesi della necessità di regolamentazione statale dell'IA e della difesa della democrazia
- ASML – caso esemplificativo del monopolio tecnologico (fotolitografia per semiconduttori) come terreno di tensione geopolitica
- Universal Basic Income (UBI) – ipotesi finale, esplicitamente non preferita dall'autore, come possibile esito in assenza di alternative
Giudizio critico conclusivo
Il testo di Balbo si distingue per l'ampiezza dello sguardo, che intreccia in modo organico la dimensione socio-economica interna alle democrazie occidentali (polarizzazione del lavoro, finanziarizzazione, crisi di fiducia democratica) con quella geopolitica (monopolio tecnologico USA-Cina, posizione subordinata dell'Europa) e quella delle proposte di policy (Piketty, Acemoglu, agenda Draghi, UBI). Questa ampiezza è insieme il pregio e il limite del pezzo: l'autore offre una sintesi utile e ben informata del dibattito in corso, ma la trattazione di temi così diversi in un unico post inevitabilmente comprime ciascuno di essi, lasciando talvolta la sensazione di affermazioni asserite più che argomentate.
Il punto teoricamente più interessante è la tesi della "contraddizione che inchioda l'Occidente": i cittadini occidentali sarebbero al contempo vittime e sostenitori (in quanto risparmiatori/investitori, anche indirettamente tramite fondi pensione) del sistema finanziario che produce la loro stessa insicurezza economica. Questa intuizione dialoga in modo significativo con le analisi già processate di Vighi (sulla bolla IA-finanziaria) e di Volpi (sulla finanziarizzazione del risparmio verso le borse USA): tutti e tre gli autori individuano nel trasferimento di risparmio occidentale verso pochi titoli tecnologici USA un meccanismo strutturale di fragilità sistemica, sebbene con enfasi diverse — Vighi sul collasso speculativo, Volpi su una proposta di intervento normativo radicale, Balbo sulla dimensione di consenso politico e identità democratica. Per un lettore che segue questo filone editoriale, il pezzo di Balbo offre quindi una sintesi di raccordo utile, più moderata nelle conclusioni politiche rispetto sia a Vighi (lettura hegeliano-apocalittica) sia a Volpi (programma di rottura con patrimoniali e rinazionalizzazioni).
Va segnalato, però, che alcune affermazioni fattuali andrebbero trattate con cautela editoriale: il riferimento a un "breve romanzo" che ipotizza un'acquisizione USA di ASML è esplicitamente presentato come scenario fittizio ("forse non così improbabile"), e l'autore lo richiama come spunto speculativo, non come previsione fondata — distinzione che nel testo è chiara ma che andrebbe preservata in sede di pubblicazione per evitare che venga letta come previsione giornalistica. Allo stesso modo, l'affermazione sulla "drammatica incapacità delle élite europee" che "emergerà" nella futura storiografia è un giudizio politico dell'autore, non un dato consolidato.
Sul piano delle soluzioni proposte, il modello "misto pubblico-privato sul modello cinese" per lo sviluppo di un'IA europea è una proposta interessante ma lasciata a un livello di generalità che ne rende difficile la valutazione di fattibilità: non vengono specificati né l'ordine di grandezza degli investimenti pubblici necessari né i meccanismi di governance che eviterebbero la cattura dell'intervento pubblico da parte di interessi privati — un rischio che, paradossalmente, è proprio quello che l'autore denuncia nel rapporto attuale tra Stati e grandi aziende tecnologiche USA.
Infine, la contrapposizione tra la proposta di Piketty (giudicata "improbabile" ma "più equa") e quella di Acemoglu (giudicata più realistica perché fondata su una "battaglia intellettuale di lungo periodo") riflette una scelta valoriale dell'autore a favore di un riformismo regolatorio statale rispetto a una redistribuzione strutturale globale della ricchezza — posizione legittima, ma che meriterebbe di essere segnalata come tale al lettore, distinguendo tra le due proposte sul piano dei rapporti di forza politici che le renderebbero (o non renderebbero) effettivamente praticabili, piuttosto che limitarsi a un giudizio di "probabilità" che rischia di apparire come dato neutro quando è in realtà una valutazione politica dell'autore stesso.
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