MA DAVVERO TUTTO STA CAMBIANDO? Luciano Balbo feb 09, 2026

 

MA DAVVERO TUTTO STA CAMBIANDO?

Forse meno di quanto pensiamo e ci viene detto: si ripropone sempre la dicotomia fra regole e mercato

Tutto il dibattito pubblico tende a concordare e a sottolineare che negli ultimi anni è in atto un totale cambiamento del quadro geopolitico ed economico mondiale.

Trump ha certamente contribuito ad accelerare un cambiamento, che era già comunque in atto, sia pure sottotraccia, da un po’ di anni. Infatti, l’utilizzo dell’attività economica come strumento di influenza politica era già praticato da un po’ di anni. La Cina lo utilizza sostenendo moltissimi settori, attraverso normative e risorse pubbliche, in modo che essi possano diventare dominatori incontrastati a livello mondiale, e di fatto non solo costituire una egemonia economica, ma anche indebolire le altre, e stabilire una leadership tecnologica. Gli Stati Uniti, già nell’amministrazione Biden, avevano iniziato a rispondere con dazi e tariffe, e Trump ha reso questi strumenti non solo un sistema di difesa economica, ma anche di offesa rispetto ai paesi che non si allineano alla geopolitica americana.

Più in generale sembra essere andato in crisi il quadro globale nato dopo la caduta del comunismo e che, sotto il nome di Neoliberismo, si basava su questi pilastri economici e culturali:

· Libera circolazione dei capitali e dei prodotti e servizi;

· Convergenza verso una coabitazione geopolitica positiva, in quanto guidata da comuni interessi economici: il mondo occidentale poteva godere dei bassi costi di produzione dei paesi in via di sviluppo, mentre questi ne traevano vantaggio grazie al loro sviluppo;

· Accettazione dei flussi migratori verso i paesi “ricchi”, come elemento di copertura a costi bassi dei lavori meno qualificati;

· Riduzione dei ruoli degli stati e dei governi a favore del mercato, come elemento regolatore delle relazioni economiche ed anche sociali.

Purtroppo, questi effetti positivi che effettivamente si sono realizzati, hanno mostrato nel tempo anche conseguenze non previste e negative, e cioè:

· Alcuni paesi in via di sviluppo, e particolarmente la Cina, non sono stati nel ruolo in cui li si voleva tenere, ma sono riusciti a diventare competitivi anche sulle tecnologie sofisticate, e hanno raggiunto un livello di ricchezza e potenza che li ha spinti a non volere più accettare un ruolo geopolitico subordinato;

· Il decentramento delle attività economiche ha dato vantaggi ai consumatori occidentali, ma ha anche dovuto pagare un tributo di riduzione di posti di lavoro specialmente nel settore manufatturiero;

· L’integrazione dell’immigrazione si è dimostrata molto più difficile del previsto, e le problematiche conseguenti hanno catalizzato la rabbia e lo scontento di molti ceti sociali;

· Il Mercato ha mostrato la sua grande capacità di creare innovazione attraverso l’imprenditorialità, ma ha anche creato posizioni di rendita attraverso il processo di finanziarizzazione, il quale ha portato alla crescita del valore dei beni patrimoniali - ed in particolare di quelli immobiliari - molto al di sopra dell’andamento economico.

Tutto questo ha spinto a parlare continuamente di una totale rottura rispetto al mondo politico ed economico precedente, ed in particolare ad indicare la fine del Neoliberismo, come era stato concepito dai suoi padri culturali, Hayek e Friedman, e poi sviluppato sia dal mondo politico conservatore (Reagan e Tatcher), sia da quello progressista (Clinton e Blair), e che poi è stato adottato da tutti i paesi occidentali.

Questa situazione ha portato molti commentatori ad utilizzare in modo emblematico una frase che Antonio Gramsci scrisse nel 1930: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore ed il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

Personalmente, concordo con lo storico dell’economia Adam Tooze, il quale sostiene che non siamo in un interregno, bensì già in un nuovo mondo, molto più difficile da interpretare e prevedere, anche perché non è vero che il mondo precedente è interamente finito.

Al contrario il processo di finanziarizzazione, che ne ha caratterizzato la sua fase finale, è tuttora attivo ed in pieno sviluppo.

Come ho più volte indicato, il parametro che permette di individuare questo fenomeno è il rapporto tra la ricchezza privata e l’andamento dell’economia, cioè il PIL. Il McKinsey Institute (MKI) è l’istituzione che ha meglio studiato questo fenomeno, e ci dice che negli ultimi 25 anni la ricchezza privata nel mondo occidentale, è passata da quattro a sei volte il PIL delle nostre economie. Quasi il 40% di questa crescita non è dovuta agli utili delle aziende o ai risparmi delle famiglie, o più in generale ai nuovi investimenti reali, ma al semplice aumento del valore dei beni mobiliari e immobiliari esistenti. Questa parte di crescita della ricchezza viene giustamente identificata, sempre da MKI, come “paper wealth”.

Questo trend non si è affatto interrotto nel 2025: infatti tutti gli indici borsistici mondiali sono cresciuti più del 15%, mentre la crescita degli utili è stata mediamente del 5%, ed anche i valori immobiliari sono aumentati più della crescita dell’economia, tranne che negli Stati Uniti. Quindi è stata creata una nuova “ricchezza di carta”.

Il processo di finanziarizzazione è dovuto, come ho più volte spiegato, al fatto che l’enorme ricchezza creatasi nel mondo viene investita prevalentemente su beni patrimoniali esistenti, facendone crescere il valore, e creando quindi una posizione di rendita per chi la possiede. Ciò crea due problemi negativi sempre più importanti e largamente documentati:

· Un incremento della disuguaglianza patrimoniale, la quale permette alle famiglie, con anche una modesta ricchezza, di avere una maggiore protezione contro eventi avversi, e di poter permettere ai figli ed ai nipoti una partenza avvantaggiata nel percorso di vita;

· Una crescente difficoltà ad accumulare ricchezza attraverso i risparmi, poiché i redditi da lavoro sono da molti anni stagnanti, e quindi una conseguente limitazione ad accedere a beni patrimoniali estremamente importanti come quello della casa.

La disuguaglianza patrimoniale è la vera nota di differenza che si è creata negli ultimi decenni, ed ha un’estrema influenza sui percorsi di vita delle persone, ed in particolare dei giovani.

Il MKI giustamente spiega che questo fenomeno può essere ridotto se si riesce a realizzare un importante incremento della produttività, cioè un miglioramento del rapporto tra l’output produttivo e la quantità di fattori (capitale e lavoro) necessari per ottenerlo. Questo miglioramento genererebbe un margine che può essere distribuito tra capitale e lavoro e quindi una ricchezza reale che può entrare in tutta la società, e non andare solo a beneficio di chi la ricchezza la possiede già. È probabilmente corretta l’aspettativa che l’applicazione dell’intelligenza artificiale possa realmente dare un incremento di produttività, ma, stante l’attuale rapporto di forza tra capitale e lavoro, è perlomeno dubbio che i benefici di tale aumento possano essere equamente distribuiti tra i due fattori produttivi.

Dunque molto sta cambiando, ma non la finanziarizzazione che ha caratterizzato in modo rilevante gli ultimi decenni. Questa situazione è strutturale nella società perché, come risultato del grande sviluppo economico del secondo dopoguerra, si è creato un eccesso di ricchezza che viene principalmente investita in beni patrimoniali esistenti, facendone crescere il valore proprio per l’eccesso di domanda, e quindi creando una posizione di rendita per chi la possiede.

È un tema che è alla base del libro che ho scritto e delle mie riflessioni e credo che sia il problema più complesso che le nostre società si trovino ad affrontare, in quanto è una discriminante sociale che sta diventando sempre più importante e sempre meno modificabile anche a causa della libera circolazione dei capitali che rende l’intervento in un solo paese quasi impraticabile.

Siamo nella strana situazione di un eccesso di capitale che dovrebbe portare un abbassamento del suo costo (cioè del suo rendimento atteso), mentre questo processo di crescita della ricchezza attraverso la “bolla” del valore degli “asset” permette di sfidare una delle regole d’oro dell’economia e cioè che l’abbondanza di un bene ne genera la discesa del prezzo.

È difficile da affrontare per due motivi:

· Per limitare il fenomeno occorrerebbe porre dei limiti o delle tassazioni maggiori alle transazioni finanziarie su beni patrimoniali esistenti (non su quelle primarie, cioè gli investimenti che sono rivolti a creare o far crescere nuove attività);

· Il mondo finanziario che gestisce questa immensa ricchezza è ormai potentissimo ed è un forte ostacolo al cambiamento;

· Infine si è affermato culturalmente il primato del capitale e la necessità ed aspettativa che possa offrire ritorni elevati, e ogni limitazione viene propagandata come un limite distorsivo del mercato, con poche voci che mettono in luce che al contrario è il fenomeno della finanziarizzazione ad essere una grande distorsione.

Una riduzione del processo di finanziarizzazione porterebbe a non far crescere ulteriormente il valore dei beni patrimoniali, anzi probabilmente a ridurlo, soprattutto nel mondo immobiliare, permettendo così un enorme effetto redistributivo, del quale ci sarebbe davvero bisogno, ma che non può avvenire senza un profondo confronto - e forse anche scontro – all’interno della società.

Sporadicamente queste tematiche vengono affrontate quando si creano nell’opinione pubblica forti risentimenti, come ad esempio in Germania, dove in alcune città sono state emanate regole per bloccare la crescita degli affitti, e lo stesso ha promesso di fare il nuovo sindaco di New York. Persino Trump sta intervenendo, ed ha annunciato una restrizione all’acquisto di immobili resistenziali da parte degli investitori istituzionali. Il problema è che queste norme locali spesso non sono efficaci perché possono portare ad uno “sciopero del capitale” che tende a scappare, ed a rifugiarsi dove non ha vincoli. È quindi molto difficile ottenere dei cambiamenti con interventi “locali”.

Serve invece affrontare questo tema in modo sistemico e cioè discutere apertamente il rapporto fra Mercato e Regole, e come rendere più equilibrato questo rapporto senza spegnere la grande forza del Mercato di creare innovazione e ricchezza, ma anche evitare le distorsioni e le posizioni di rendita e di potere che può generare.

Scarseggia però un dibattito aperto su questo macro-tema così vitale, e ciò pone un problema più generale: cioè perché oggi nel mondo occidentale, dove emerge tanto scontento e tanta insoddisfazione, manca uno sforzo collettivo per pensare ad un modello per il nostro futuro?

È questo tema che mi lascia attonito e al quale dedicherò i prossimi post.

CLAUDE 23-6-26

Occhiello (parole chiave) Continuità vs. rottura del Neoliberismo; Gramsci e l'interregno; Adam Tooze; "paper wealth" 2025; produttività come via d'uscita (McKinsey); sciopero del capitale; regole locali sugli affitti (Berlino, NY, Trump); rapporto Mercato-Regole.


Abstract

Contro la narrazione dominante di una rottura epocale del quadro geopolitico-economico (accelerata ma non originata da Trump), Balbo sostiene una tesi di continuità mascherata da discontinuità: il Neoliberismo nato dopo la caduta del comunismo — fondato su libera circolazione di capitali/merci, coabitazione geopolitica per interesse economico reciproco, accettazione dei flussi migratori a basso costo, e riduzione del ruolo statale a favore del mercato — avrebbe sì mostrato crepe vistose (ascesa geopolitica cinese, deindustrializzazione occidentale, fallimento dell'integrazione migratoria, finanziarizzazione/rendita), ma il suo nucleo più rilevante per l'autore, la finanziarizzazione, sarebbe non solo intatto ma in piena espansione anche nel 2025 (borse +15% contro utili +5%). Balbo richiama la celebre immagine gramsciana dell'interregno ("il vecchio muore e il nuovo non può nascere") solo per respingerla, schierandosi con la lettura di Adam Tooze secondo cui siamo già in un nuovo mondo, non in una fase di transizione. La parte centrale del pezzo è dedicata a un aggiornamento dei dati sulla "paper wealth" (concetto McKinsey già usato nel post precedente): ricchezza privata occidentale da 4 a 6 volte il PIL, con quasi il 40% della crescita non riconducibile a utili reali o risparmio ma alla pura rivalutazione di asset esistenti. Le conseguenze enfatizzate sono la disuguaglianza patrimoniale intergenerazionale e la crescente esclusione dall'accesso alla casa per chi vive di reddito da lavoro stagnante. La via d'uscita indicata da McKinsey stesso — l'aumento di produttività, eventualmente trainato dall'IA — viene accolta con scetticismo da Balbo, che dubita di un'equa distribuzione dei guadagni date le attuali asimmetrie di potere tra capitale e lavoro. L'articolo si conclude denunciando l'assenza di un dibattito sistemico sul rapporto Mercato-Regole, evidenziando come i tentativi locali di intervento (calmiere affitti a Berlino, promesse del sindaco di New York, restrizioni Trump sugli investitori istituzionali nel residenziale) siano probabilmente inefficaci per il rischio di "sciopero del capitale" indotto dalla sua mobilità internazionale.


Analisi per punti

  1. Tesi di apertura — continuità sotto la discontinuità apparente: l'uso geopolitico dell'economia non nasce con Trump ma era già praticato (Cina con i sussidi industriali, USA già sotto Biden con dazi); Trump avrebbe solo trasformato questi strumenti da difensivi a offensivi contro i paesi non alineati.

  2. I quattro pilastri del Neoliberismo post-1989 (elencati esplicitamente): libera circolazione di capitali/prodotti/servizi; coabitazione geopolitica fondata su interesse economico reciproco (basso costo di produzione per l'Occidente, sviluppo per i paesi emergenti); accettazione dei flussi migratori come manodopera a basso costo; riduzione del ruolo statale a favore della regolazione di mercato.

  3. Effetti collaterali non previsti (controparte negativa degli stessi pilastri): la Cina (e altri paesi emergenti) non si è mantenuta nel ruolo subordinato previsto, raggiungendo competitività tecnologica avanzata e potere geopolitico autonomo; il decentramento produttivo ha eroso posti di lavoro manifatturieri occidentali; l'integrazione migratoria si è rivelata più difficile del previsto, alimentando rabbia sociale; la finanziarizzazione ha creato rendite tramite la crescita del valore patrimoniale ben oltre l'andamento economico.

  4. Genealogia intellettuale del Neoliberismo: Hayek e Friedman come padri culturali, sviluppato sia da destra (Reagan, Thatcher) sia da sinistra di governo (Clinton, Blair) — punto che l'autore sottolinea per mostrare la natura trasversale, non solo conservatrice, dell'adesione a questo paradigma.

  5. Citazione e rigetto della cornice gramsciana dell'"interregno": Balbo riporta la celebre frase di Gramsci (1930) sulla crisi come morte del vecchio senza nascita del nuovo, ma si schiera con Adam Tooze nel sostenere che non siamo in un interregno ma già in un "nuovo mondo" — più difficile da interpretare, ma già esistente — e soprattutto che il vecchio mondo non è affatto del tutto morto: il suo elemento più persistente, la finanziarizzazione, resta vivo e attivo.

  6. Aggiornamento dati McKinsey (continuità con il post precedente): ricchezza privata occidentale da 4 a 6 volte il PIL negli ultimi 25 anni; circa il 40% di questa crescita non riconducibile a utili, risparmio o investimenti reali, ma alla pura rivalutazione di beni mobiliari/immobiliari esistenti — la "paper wealth" di MKI. Conferma che il trend non si è interrotto nel 2025: borse mondiali +15% contro crescita degli utili solo del 5%; immobiliare in crescita superiore all'economia ovunque tranne gli USA.

  7. I due problemi enfatizzati della finanziarizzazione: aumento della disuguaglianza patrimoniale (protezione da eventi avversi e vantaggio di partenza trasmesso a figli/nipoti per le famiglie anche modestamente patrimonializzate); crescente difficoltà di accumulo via risparmio da lavoro (redditi stagnanti) con conseguente esclusione dall'accesso alla casa.

  8. La produttività come via d'uscita indicata da McKinsey, e lo scetticismo di Balbo: un incremento di produttività (rapporto output/fattori produttivi) genererebbe un margine distribuibile tra capitale e lavoro, allargando la ricchezza reale; l'IA potrebbe realisticamente produrre questo incremento, ma l'attuale rapporto di forza tra capitale e lavoro rende dubbia un'equa distribuzione dei benefici — passaggio significativo perché introduce esplicitamente la categoria di "rapporto di forza", assente o sottotraccia in molti altri testi della serie.

  9. Natura strutturale, non congiunturale, del fenomeno: l'eccesso di ricchezza accumulata nel dopoguerra si indirizza prevalentemente verso beni esistenti, generando per eccesso di domanda una crescita di valore e quindi rendita — fenomeno aggravato dalla libera circolazione dei capitali, che rende impraticabile un intervento a livello di singolo paese.

  10. Il paradosso economico evidenziato: l'abbondanza di capitale dovrebbe abbassarne il rendimento atteso (legge della domanda e offerta), ma il meccanismo della "bolla" di valore degli asset permette di sfidare questa regola — punto analiticamente interessante perché formalizza ciò che negli altri post era solo descritto narrativamente.

  11. Tre ostacoli al cambiamento, esplicitati dall'autore: (a) la soluzione tecnica richiederebbe limiti o tassazione sulle transazioni finanziarie su beni esistenti (non sugli investimenti primari/produttivi) — una distinzione chiave che l'autore aveva già usato nel libro; (b) il mondo finanziario che gestisce questa ricchezza è enormemente potente e ostile al cambiamento; (c) si è affermato culturalmente il primato del capitale e l'aspettativa di rendimenti elevati come norma, al punto che ogni limitazione viene presentata come distorsione del mercato — mentre, ribatte l'autore, è la finanziarizzazione stessa la vera distorsione.

  12. Effetto redistributivo potenziale e condizione politica per realizzarlo: una riduzione della finanziarizzazione comporterebbe una flessione (o quantomeno uno stop alla crescita) del valore patrimoniale, soprattutto immobiliare, con un effetto redistributivo "di cui ci sarebbe davvero bisogno" — ma che richiederebbe un "profondo confronto, e forse anche scontro" sociale: prima menzione esplicita della parola "scontro" in tutta la serie analizzata, un cambio di registro rispetto al linguaggio più consensuale-tecnocratico dei testi precedenti.

  13. Esempi di interventi locali recenti: calmiere sugli affitti in alcune città tedesche; promessa analoga del nuovo sindaco di New York; restrizione Trump sull'acquisto di immobili residenziali da parte di investitori istituzionali — tutti presentati come segnali di un risentimento crescente, ma probabilmente inefficaci per il rischio di "sciopero del capitale" (fuga verso giurisdizioni senza vincoli), confermando l'impraticabilità di soluzioni solo locali/nazionali.

  14. Chiusura — assenza di dibattito sistemico: necessità di affrontare apertamente il rapporto Mercato-Regole in modo da preservare la capacità innovativa del mercato limitandone le distorsioni di rendita/potere; l'autore si dichiara "attonito" per la mancanza di un dibattito su questo tema cruciale nonostante il diffuso scontento, e annuncia di volervi dedicare i prossimi post.


Elenco concetti-soggetti chiave

  • Continuità della finanziarizzazione sotto l'apparente rottura geopolitica
  • I quattro pilastri del Neoliberismo post-1989 e i loro effetti collaterali
  • Hayek/Friedman e adozione trasversale (destra e sinistra di governo)
  • Gramsci, l'"interregno" e il suo rigetto tramite Adam Tooze
  • "Paper wealth" (McKinsey): aggiornamento dati 2025 (borse +15% vs. utili +5%)
  • Disuguaglianza patrimoniale intergenerazionale e accesso alla casa
  • Produttività e IA come leva distributiva, condizionata dal rapporto di forza capitale-lavoro
  • Paradosso dell'abbondanza di capitale che non ne abbassa il rendimento atteso
  • Distinzione tassazione su transazioni esistenti vs. investimenti primari
  • "Sciopero del capitale" come limite agli interventi locali (Berlino, New York, Trump)
  • Necessità di un dibattito sistemico su Mercato e Regole

Valutazione critica finale

Questo testo, rispetto agli altri della serie, presenta alcuni avanzamenti significativi sul piano analitico che vale la pena segnalare per primi. In particolare: (a) l'introduzione esplicita della categoria di "rapporto di forza tra capitale e lavoro" come variabile che condiziona la distribuzione dei guadagni di produttività — un lessico che si avvicina, più di quanto avvenga altrove nella serie, al vocabolario della political economy critica con cui Lei lavora abitualmente; (b) la menzione, altrettanto inedita nella serie, di un possibile "scontro" sociale necessario per realizzare l'effetto redistributivo, in luogo della consueta retorica della "consapevolezza collettiva" o della "battaglia culturale"; (c) la formalizzazione del paradosso economico (abbondanza di capitale che non genera caduta del suo prezzo) come violazione della legge di domanda-offerta, che dà sostanza teorica a intuizioni già presenti ma meno argomentate nei testi precedenti; (d) la distinzione tecnica, utile e riproposta con chiarezza, tra tassazione delle transazioni su beni esistenti e tassazione/limitazione degli investimenti produttivi primari — un punto rilevante perché permette di immaginare una policy mirata che non penalizzi l'imprenditorialità.

Restano tuttavia, anche qui, alcuni nodi critici tipici dell'impianto di Balbo, già rilevati nei testi precedenti:

  1. Il rigetto della cornice gramsciana è più assertivo che argomentato: l'autore liquida l'"interregno" preferendo la tesi di Tooze ("siamo già in un nuovo mondo"), ma la sua stessa analisi — persistenza intatta della finanziarizzazione, struttura di potere finanziario non scalfita, assenza di soluzioni politiche — sembra piuttosto confermare l'intuizione gramsciana di una fase in cui il vecchio ordine non riesce a riprodursi nelle sue forme consuete (coabitazione geopolitica, integrazione migratoria, multilateralismo) mentre nessun nuovo assetto politico è in grado di sostituirlo: ciò che Balbo chiama "nuovo mondo" potrebbe essere descritto altrettanto bene, nei termini della sua stessa evidenza, come precisamente l'interregno gramsciano nella sua fase finanziaria.

  2. Il "noi" indistinto torna anche qui: nonostante l'introduzione del rapporto di forza capitale-lavoro, la chiusura del pezzo ("perché manca uno sforzo collettivo per pensare a un modello per il nostro futuro") ripropone la cornice di una responsabilità diffusa e quasi culturale, in tensione con il riconoscimento, nello stesso testo, che il "mondo finanziario... è un forte ostacolo al cambiamento" — cioè che esistono attori specifici con interesse a che lo sforzo collettivo non avvenga, non solo un deficit generico di immaginazione politica.

  3. Gli esempi di intervento locale (Berlino, New York, Trump) sono trattati in modo un po' appiattito: equiparare un calmiere sugli affitti di matrice socialdemocratica/municipalista a una restrizione Trump sugli investitori istituzionali rischia di mettere sullo stesso piano logiche politiche molto diverse (redistribuzione del diritto alla casa vs. protezionismo nazionalista del mercato immobiliare residenziale), senza differenziarne gli orizzonti politici sottostanti — una distinzione che la tradizione critica italiana con cui Lei lavora terrebbe probabilmente più netta.

  4. La soluzione fiscale (tassare le transazioni su beni esistenti) resta, come nel libro sintetizzato, una misura di moderazione del fenomeno, non di redistribuzione della proprietà: l'autore stesso riconosce che servirebbe uno "scontro" sociale per realizzarla, ma non affronta la domanda più radicale — se la finanziarizzazione sia un fenomeno emendabile con correttivi fiscali entro l'attuale assetto proprietario, oppure se richieda un intervento più strutturale sulla proprietà degli asset e sulla governance dei grandi gestori patrimoniali (BlackRock, fondi sovrani, private equity) che, come l'autore stesso ha scritto altrove nella serie, controllano oltre il 50% del risparmio mondiale.

  5. Assenza di un confronto con le proposte fiscali già esistenti nel dibattito di sinistra: a fronte di una diagnosi che converge per molti aspetti con le tesi su rendita e disuguaglianza patrimoniale di autori come Piketty o con il dibattito italiano sulla patrimoniale (che Lei stesso ha trattato editorialmente in altri dossier), il testo non menziona né dialoga con queste proposte già formulate, restando più sul piano della diagnosi che su quello del confronto con alternative politiche concrete già in circolazione.

In sintesi, questo è probabilmente il testo più maturo della serie sul piano concettuale — introduce il rapporto di forza capitale-lavoro e la possibilità di uno "scontro" sociale, elementi che lo avvicinano di più al lessico della political economy critica — ma mantiene, nella sua conclusione, la cifra distintiva di tutta la serie di Balbo: la diagnosi di un blocco strutturale ben argomentato, a fronte di una proposta che resta sul piano della consapevolezza e del dibattito da avviare, piuttosto che dell'indicazione di soggetti politici e strumenti specifici capaci di condurre lo "scontro" che l'autore stesso, qui per la prima volta nella serie, riconosce come necessario.

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