Marx e Spinoza “fuori programma” di Vincenzo Capodiferro

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Marx e Spinoza “fuori programma”

di Vincenzo Capodiferro

Che Marx e Spinoza siano fuori dalle aule, come discoli allievi messi alla porta, o inginocchiati sui ceci, come si faceva un tempo, siano dei “fuori programma” non è una novità. Lo furono anche in vita: Spinoza bandito dalla sinagoga e maledetto con candele nere fumiganti, Marx bandito dagli ambienti accademici, temuto come uno spettro rossastro che si aggira per le strade, ed in parte lo era se lo si fosse veduto seduto da qualche parte o assiepato su di un’antica panchina di qualche parco londinese. Marx e Spinoza, due ebrei dissidenti, eretici, ognuno a modo suo! Uno panteista innamorato perdutamente dell’Assoluto, l’altro ateista (non ateo!), innamorato perdutamente dell’Assoluta, cioè della Materia, la grande Madre, la “Grande Proletaria”, ricca di figli. Marx e Spinoza come il crocefisso, cacciato dalle aule! Cristo, Spinoza e Marx, cacciati: tre ebrei dissidenti! Si caccia dalle aule ciò che è scomodo, pernicioso, ciò che può suscitare, o inculcare grilli volanti per la testa. Entrambi innamorati perdutamente della libertà.

«L’uomo libero a niente pensa meno che alla morte e la sua saggezza non consiste nel meditare sulla morte, ma sulla vita»[1].

«Solo gli uomini liberi possono nutrire vicendevolmente la massima gratitudine»[2].

«L’uomo libero non agisce mai con dolo, ma sempre in buona fede»[3].

Soprattutto sono tre sognatori. Hanno sognato un mondo nuovo. Con la loro vita hanno pagato il peso della libertà. Essere liberi veramente, e non solo sulla carta, o per scherzo, o per finta, pesa, dà fastidio. È come essere veri. La verità suscita quasi sempre odio di per sé. Non s’accetta. Cassandra fu respinta! La libertà? Non si sa gestirla. Si preferisce esser liberi sotto un duce, in un gregge, nell’ovile. Sapere aude! Sapere aude! Ecco un altro che dobbiamo neutralizzare. O ridurre al minimo. La morale kantiana, se non bene intesa, conduce dritto al totalitarismo col suo dovere assoluto. La volontà generale di Rousseau: un’altra idea pericolosissima. Fa in modo che la tua volontà possa diventare universale! O che la tua massima possa diventare universale! Lenin l’ha seguito alla lettera! Anche Benito, purtroppo!

Non possiamo togliere la filosofia, ma possiamo renderla innocua, tranquilla. Povera e nuda vai Filosofia! Da te solo possiamo ricevere i De consolazione!

«La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotto dell’ambiente e dell’educazione, e che pertanto, uomini mutati sono prodotto dell’ambiente e dell’educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotto di un mutato ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini a modificare l’ambiente e che lo stesso educatore deve essere educato»[4].

«I filosofi hanno soltanto variamente interpretato il mondo, si tratta però ora di mutarlo»[5].

Marx e Spinoza hanno avuto l’ardore di sognare il loro migliore dei mondi possibili. Fosse anche sbagliato il loro sogno! Fosse irraggiungibile, utopistico, surreale, fosse un incubo! Ma possiamo impedire ad un uomo giammai di sognare?

«La saggezza deve determinare variazioni. Moltiplicare unicamente la stessa cosa, per quanto possa essere nobile, sarebbe una superfluità, sarebbe una povertà. Possedere mille Virgilio ben rilegati nella propria biblioteca, cantare sempre le arie dell’opera di Cadmo e di Ermione, rompere tutte le porcellane per avere solo tazze d’oro, non avere che dei bottoni di diamanti, non cibarci che di pernici, non bere che vino d’Ungheria o di Syras: si chiamerebbe ragionevole tutto ciò?»[6].

Che noioso sarebbe vagare in una foresta in cui tutti gli alberi sono eguali! Che noioso se fossimo tutti gemelli, eguali: razza ariana, capelli biondi, occhi cerulei. In base al principio degli indiscernibili, non riusciremmo a discernerci. Non si compirebbe il principium indiviudationis. Ma è appunto ciò che vuole ciascuna forma di totalitarismo: politico, sociale, economico. Oggi nelle democrazie occidentali vigono forme di totalitarismo economico e sociale.

Dovremmo cacciare dalle aule anche tutti i teologi della liberazione, i papi socialisti come Leone e la sua “Rerum Novarum”, i “liberi e forti” di Don Luigi, i Don Milani, tutti i preti rivoluzionari. Dovremmo cacciare tutti i “cattivi maestri”, quelli che nel Sessantotto volevano cambiare il mondo. Il Potere, di solito – ma non sempre! Meno male! – è quasi sempre contrario alla cultura. Gramsci l’aveva capito! Classe dirigente e classe dominante! Ma adesso non c’è più niente. Tutti i cervelli son bruciati dalle novelle droghe telematiche dei cellulari deformanti. Ogni tanto sorge qualche “voce di uno che grida nel deserto”, voce tonante e forte che invita al risveglio! Voce che si rivolge ai dormienti, non ai desti, coloro che già guardano al mondo nella visione sinottica. Solo i desti guardano al “Panta rei”, cioè al “Panta”, al tutto e non alla parte, cioè alla loro parte, al proprio. Tutti gli occhi debbono essere rivolti al mondo: ecco l’occhio del mondo! Solo dodici professori non firmarono: si misero contro il Duce. Sono come i dodici apostoli che si misero contro il mondo.

Ma perché Marx e Spinoza danno così fastidio? Il processo di aziendalizzazione, non solo della formazione culturale, come della sanità, della pubblica amministrazione, di tutti i settori pubblici, dello stato stesso (lo “stato imprenditore”) ha origini antiche. In Italia si è fortificato col berlusconismo. Sono rinati i culti della personalità. È chiaro che lo stato-azienda, o lo stato-fabbrica non ha più interesse alla formazione di veri cittadini, o di cittadini autentici. Un segno evidentissimo è l’abolizione della leva obbligatoria: all’esercito nazionale e popolare si sostituisce di nuovo l’esercito mercenario dei signori feudali. L’Italia è stata la patria delle Signorie e del Fascismo. Ed ecco che le Signorie tornano, con i principati regionali, quello che sono diventate le regioni. L’umanesimo è sempre una spada a doppio taglio, porta alla redenzione, ma anche al signorismo.

C’è una differenza però tra una comune azienda e lo stato, a parte che lo stato è un’azienda indebitata fino al collo, cioè fallita. Questa differenza non la vogliamo spiegare. Ogni comunissimo cittadino dovrebbe saperla, o per lo meno intuirla. Quando il potere politico si pone al servizio dei feudatari del capitale, ecco che abbiamo un nuovo feudalesimo super-capitalistico globalizzato. Un indebitato fino al collo potrà mai essere libero? Sarà schiavo dei suoi debitori. Così è lo stato. La libertà, la democrazia: tutte chiacchiere, finzioni! Dove è la libertà, se nel mondo dell’economia vige ancora la schiavitù? Solo sulla carta! Prima col triangolo commerciale prendevano gli schiavi d’Africa e li portavano in America. Adesso gli schiavi vengono da soli, inseguendo il loro “ultimo raggio di sole”, il loro miraggio. Come tanti Ercolini, superano sette e sette immani fatiche per attraversare il cimitero del mondo, il Mediterraneo. Ma per venire a fare cosa? Un fatidico titanismo che si conclude non in gloria, ma in amen. Questi eroi divengono gli schiavi del nuovo, ma sempre antico, sistema economico, colorato di nuovo, ma ammuffito, stantio.

Un esempio: competenze, competenze! Abilità, abilità! Non si parla più di conoscenze. Non servono. Competenza significa saper fare, non saper sapere. Al sistema non interessano pensatori, ma meri esecutori, yes-man, uomini-cammello, non leoni, o peggio bambinoni. Quali competenze possono offrire Marx e Spinoza? Spinoza è il maestro di Rousseau, che è il maestro di Marx. La competenza alla libertà può mai servire? Non dobbiamo insegnare alla libertà. Qui servono competenze alla schiavitù. Ecco perché siamo costretti a presentarli come “fuori programma” se vogliamo. Essi d’altronde sono nati liberi, sono già nati come “fuori programma”, come possiamo ingabbiarli? Cristo ha dimostrato che Dio è contro i capitalisti, che Dio ci vuole liberi, che siamo liberi, nati liberi. «L’uomo, nato libero, è ovunque in catene», catene oggi sottili, impercettibili, che si legano alla telefonia, o telepatia senza fili dei cellulari.


[1]Ethica, IV, prop. 46.

[2]Ivi, prop. 71.

[3]Ivi, prop. 73.

[4]Glosse a Feuerbach, III.

[5]Ivi, XI.

[6]Leibniz, Teodicea, II, 124.

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Analisi CLAUDE 28-6-26

SCHEDA ANALITICA

Occhiello / parole chiave: Spinoza e Marx — Libertà come scandalo — Aziendalizzazione dello Stato — Competenze vs conoscenza — Eresia ebraica dissidente — Critica del totalitarismo

Abstract: Capodiferro propone un accostamento speculativo, in forma di pamphlet filosofico, fra Spinoza e Marx come pensatori "fuori programma": espulsi a vario titolo dalle istituzioni del proprio tempo (sinagoga, accademia) in quanto portatori di una libertà ritenuta intollerabile. Da questa premessa biografico-simbolica l'autore sviluppa una critica del presente, dove l'"aziendalizzazione" dello Stato e la sostituzione della conoscenza con la "competenza" tecnica vengono lette come dispositivi di neutralizzazione preventiva del pensiero libero — di cui Marx e Spinoza restano, secondo l'autore, i testimoni più scomodi e per questo più rimossi.

Analisi per punti:

  1. Premessa biografico-simbolica: Spinoza (bandito dalla sinagoga) e Marx (escluso dall'accademia, temuto come "spettro") sono presentati come eretici accomunati da un'origine ebraica dissidente e da un amore radicale per la libertà, sigillato da citazioni dall'Etica sull'uomo libero.

  2. La libertà come ciò che "dà fastidio": l'autore sostiene che la libertà autentica, a differenza di quella "sulla carta", è strutturalmente scomoda e suscita rigetto sociale (l'analogia con Cassandra); da qui una rassegna di dottrine filosofico-politiche (l'imperativo categorico kantiano, la volontà generale di Rousseau) presentate come potenzialmente scivolose verso il totalitarismo se non "bene intese" — con il duplice riferimento a Lenin e a Mussolini come esecutori letterali di tali principi.

  3. Espansione del catalogo dei "cacciati dalle aule": l'argomentazione si allarga per analogia ai teologi della liberazione, a Don Milani, ai "cattivi maestri" del Sessantotto, fino a una citazione gramsciana sulla distinzione classe dirigente/classe dominante, per sostenere che il potere contemporaneo non ha più bisogno di "cacciare" il pensiero critico perché lo ha già reso irrilevante tramite la distrazione tecnologica diffusa.

  4. Critica dell'aziendalizzazione dello Stato: l'autore individua nel berlusconismo l'innesco italiano di un processo di trasformazione dello Stato in "azienda" (sanità, scuola, PA), collegandolo all'abolizione della leva obbligatoria come segno della fine dell'idea di "cittadino" a favore di un esercito mercenario — letto come ritorno a logiche di tipo feudale.

  5. Lo Stato indebitato come Stato non libero: analogia diretta fra indebitamento personale e indebitamento statale: uno Stato "fallito" e indebitato non può essere realmente sovrano, ed è quindi soggetto ai "feudatari del capitale" — da cui la tesi (enunciata ma non argomentata economicamente) che libertà e democrazia siano "tutte chiacchiere" in un sistema economico ancora segnato da forme di schiavitù.

  6. Excursus sulle migrazioni: breve passaggio, fortemente connotato retoricamente, sulla traversata mediterranea dei migranti, letta come "nuova schiavitù" funzionale al medesimo sistema economico — passaggio che resta più evocativo che analiticamente sviluppato.

  7. Competenze vs. conoscenza: la chiusura del testo individua nel lessico contemporaneo delle "competenze" (sostitutivo di quello della "conoscenza") il sintomo linguistico di un sistema che non vuole più pensatori ma "esecutori"; in questo quadro, Marx e Spinoza — definiti "maestri della libertà" — risultano per definizione incompatibili con qualsiasi curriculum per competenze, da cui il titolo "fuori programma".

Elenco concetti-soggetti chiave:

  • Spinoza, Etica (libertà, gratitudine, buona fede dell'uomo libero)
  • Marx, Tesi su Feuerbach (III, XI)
  • Eresia ebraica come figura del dissenso (Spinoza, Marx, e — per estensione retorica — Cristo)
  • Totalitarismo come esito distorto di Kant e Rousseau
  • Gramsci: classe dirigente / classe dominante
  • Aziendalizzazione dello Stato (sanità, scuola, PA)
  • Berlusconismo e culto della personalità
  • Stato indebitato come Stato non sovrano
  • Competenza vs. conoscenza nel discorso educativo contemporaneo
  • Leibniz, Teodicea (citato come contrappunto sulla varietà/molteplicità)

Conclusione critica: Il testo si muove in un registro saggistico-aforistico più che analitico-argomentativo: procede per accostamenti, accumulazioni retoriche e analogie suggestive (Spinoza-Marx-Cristo come "tre ebrei dissidenti"; lo Stato-azienda indebitato; i migranti come "nuovi schiavi") piuttosto che per concatenazioni causali verificabili. Il suo punto di forza è la capacità di collegare in poche pagine un arco molto ampio di riferimenti (Spinoza, Marx, Kant, Rousseau, Gramsci, Leibniz) attorno a un tema effettivamente rilevante per il tuo corpus — la trasformazione neoliberale dello Stato e la sostituzione della cultura critica con un sapere "tecnico" e immediatamente funzionale al sistema produttivo, tema che dialoga bene con i testi di Demichelis sulla tecno-archía e con le tue letture su Munzi e Signorelli sull'economia politica dell'IA e della formazione. Il limite più evidente, per un uso comparativo nella tua corpus di schede, è la scarsa tenuta argomentativa: affermazioni potenzialmente rilevanti (l'equiparazione Stato indebitato = Stato non libero; il nesso fra abolizione della leva e mercificazione della cittadinanza) restano enunciate per assertività retorica anziché sostenute con dati o riferimenti teorici precisi, e l'escursus sui migranti rischia di scivolare in un'estetizzazione del tema che ne appiattisce la complessità storica e politica reale. Si tratta quindi di un testo utile più come testimonianza di un certo filone di critica filosofico-umanistica alla "aziendalizzazione" — da leggere in tensione critica, non in continuità diretta, con l'impianto più rigorosamente economico-politico dei tuoi altri schede (Brancaccio, Fazi, Formenti), di cui non condivide il livello di argomentazione strutturale.

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