Patrimoniale e prelievo forzoso, due strade non attuabili di Andrea Muratore
Patrimoniale e prelievo forzoso, due strade non attuabili
di Andrea Muratore
Nel contesto politico ed economico molte voci autorevoli si stanno levando a favore di forme di imposte patrimoniali o, addirittura, prelievi forzosi sui conti correnti degli italiani come mezzo di finanziamento per procacciare allo Stato risorse nella corsa contro il tempo per lenire l’emergenza economica del coronavirus. I finanziamenti e le coperture per le misure annunciate boccheggiano, e il governo in vista delle prossime manovre rischia di restare spalle al muro se anche le nuove, benvenute emissioni di titoli non bastassero a coprire le necessità.
In un intervista al Fatto Quotidiano, il patron di Eataly Oscar Farinetti ha recentemente appoggiato l’idea di operare un prelievo forzoso simile a quello compiuto nel 1992 dal governo di Giuliano Amato, avvenuto nella notte di venerdì 10 luglio 1992, legittimato con decreto d’urgenza pubblicato alla mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio. L’esecutivo Amato prelevò allora il 6 per mille da tutti i conti degli italiani e, per Farinetti, replicare una manovra di questo tipo oggigiorno garantirebbe allo Stato 82 miliardi di euro di risorse.
Nel campo del Partito Democratico, invece, l’ex ministro dei Trasporti Graziano Delrioha proposto l’istituzione di un contributo di solidarietà su base patrimoniale per i cittadini con redditi superiori agli 80.000 euro, ricevendo le brusche critiche di Movimento Cinque Stelle e Italia Viva, parte del governo, ma soprattutto dell’opposizione di centrodestra. Tra i sostenitori “civici” della maggioranza di governo la proposta più radicale è arrivata dal leader delle Sardine Mattia Sartori, che ha proposto di chiedere a tutti i cittadini italiani l’1% del proprio patrimonio per una linea di credito d’emergenza.
Tutte queste proposte scontano il limite di essere fortemente regressive, estremamente difficili da gestire e potenzialmente in grado di causare un effetto sfiducia nel Paese. “L’imposta patrimoniale, quale che essa sia, e misure similari nonché l’imposta straordinaria sul reddito oggi provocherebbero uno sconquasso”, nota Il Tempo. Esse “innescherebbero fughe di capitali; alimenterebbero una grande sfiducia nello Stato; graverebbero su chi paga le tasse e ancora un volta la farebbe franca la nutrita schiera degli evasori”, specie nel caso di un contributo di solidarietàreso operativo senza controlli approfonditi sui flussi finanziari, l’effettiva compliance fiscale, la trasparenza delle dichiarazioni dei cittadini.
Il prelievo forzoso colpirebbe poi in maniera duramente regressiva, facendosi sentire in maniera più pesante sui conti dei cittadini che fanno affidamento sul risparmio privato per superare questa fase di alta marea, come del resto già avvenuto nei difficili anni della crisi del debito. Penalizzare il risparmio finirebbe per gettare una profonda ombra di sconforto sulle capacità di ripresa del Paese. Oltre a compromettere l’immagine dello Stato agli occhi dei cittadini e degli operatori economici italiani e stranieri.
L’Italia, del resto, può sfruttare con forza la leva dell’emissione di titoli pubblici, che ha ricevuto di recente l’endorsement importante della finanza statunitense, e puntare su una mobilitazione non coercitiva del risparmio privato. Proposte quali il prestito nazionale ipotizzato da Giulio Tremonti e Giovanni Bazoli sono soluzioni più virtuose, perché coinvolgerebbero il risparmio in un’architettura più complessa, non riducendolo a “bancomat” a cui attingere per misure d’emergenza. Il prelievo forzoso di Amato del 1992 fu la manifestazione per eccellenza della crisi in cui l’Italia si dibatteva nella fase finale della Prima Repubblica e aumentò la percezione di vulnerabilità del Paese: poche settimane dopo sarebbero arrivati gli attacchi di Bundesbank alla lira,la successiva speculazione del finanziere George Soros e l’uscita di Roma dal sistema monetario europeo. Ora, nel pieno dell’incertezza comunitaria sul tema, porre in essere misure simili aiuterebbe solo a indebolire la già vulnerabile posizione negoziale dell’Italia, portando nel contempo a un declino ulteriore delle prospettive economiche nazionali.
SINTESI BY CLAUDE
Ecco l'analisi completa del testo di Andrea Muratore.
PAROLE CHIAVE
Prelievo forzoso — patrimoniale — conti correnti — Amato 1992 — regressività — fuga di capitali — risparmio privato — titoli pubblici — prestito nazionale — Tremonti — Farinetti — Delrio — Sardine — coronavirus — posizione negoziale italiana — crisi del debito
ANALISI PER PUNTI
1. Il contesto: aprile 2020 e l'emergenza di coperture finanziarie Come il testo di Coniare Rivolta — scritto nello stesso periodo — anche questo si colloca nel pieno della prima ondata pandemica, quando il governo cercava coperture per le misure di sostegno economico. Muratore registra un ventaglio di proposte circolanti nel dibattito pubblico: il prelievo forzoso alla Amato 1992 proposto da Oscar Farinetti (patron di Eataly); il contributo di solidarietà su base patrimoniale per redditi sopra gli 80.000 euro proposto dall'ex ministro PD Delrio; l'1% del patrimonio come linea di credito d'emergenza proposto dal leader delle Sardine Sartori. Il testo le valuta tutte negativamente.
2. La critica al prelievo forzoso: regressività e sfiducia Il prelievo forzoso — che Muratore distingue esplicitamente dalla patrimoniale progressiva — è la proposta più radicalmente criticata. I motivi sono tre. Primo: è strutturalmente regressivo, colpisce in proporzione uguale chi ha poco e chi ha molto sul conto corrente, penalizzando soprattutto chi fa affidamento sul risparmio liquido per attraversare la crisi. Secondo: innesca fuga di capitali e sfiducia nello Stato da parte di cittadini e operatori economici italiani e stranieri. Terzo: come nel 1992, graverà principalmente su chi le tasse le paga già, lasciando intatta la "nutrita schiera degli evasori" in assenza di controlli approfonditi.
3. Il precedente del 1992: una lezione da non ripetere Il prelievo Amato del luglio 1992 — 6 per mille su tutti i conti, in piena notte, con decreto d'urgenza — viene letto non come misura coraggiosa ma come manifestazione della crisi terminale della Prima Repubblica. Non risolse il problema: poche settimane dopo arrivarono gli attacchi della Bundesbank alla lira, la speculazione di Soros e l'uscita dell'Italia dallo SME. La lezione storica è che misure percepite come disperate aumentano la percezione di vulnerabilità del paese e ne indeboliscono la posizione negoziale internazionale, anziché rafforzarla.
4. Il contesto europeo come vincolo negoziale Muratore aggiunge una dimensione che Coniare Rivolta affronta sul piano giuridico ma che qui viene letta in chiave diplomatica: nel pieno dell'incertezza comunitaria sul tema — il 2020 è l'anno in cui si discute il Recovery Fund — introdurre misure patrimoniali o prelievi forzosi indebolirebbe ulteriormente la già vulnerabile posizione negoziale italiana in Europa. È un argomento di realpolitik: non si contesta il principio della redistribuzione ma la tempistica e il contesto istituzionale.
5. L'alternativa proposta: titoli pubblici e prestito nazionale volontario La soluzione indicata da Muratore è opposta alla coercizione: la leva dell'emissione di titoli pubblici — che aveva già ricevuto l'endorsement della finanza americana — e il prestito nazionale volontario ipotizzato da Tremonti e Bazoli. L'argomento è che coinvolgere il risparmio privato in un'architettura non coercitiva è più virtuoso perché non riduce il risparmio a "bancomat" emergenziale, non genera sfiducia e non compromette l'immagine del paese.
CONCLUSIONE CRITICA
Il testo di Muratore è il più debole del dossier sul piano analitico, e il più scopertamente ideologico nella direzione opposta rispetto alla maggioranza degli altri contributi: è una difesa del risparmio privato e della leva del debito pubblico come alternative alla tassazione patrimoniale, scritta da una posizione che si potrebbe definire conservatrice-sovranista — la firma viene da InsideOver, testata vicina a posizioni nazionaliste di destra.
Il punto più fondato è la critica al prelievo forzoso indiscriminato alla Amato, che è effettivamente regressivo e distinto dalla patrimoniale progressiva sugli ultraricchi. Confondere le due misure — come fanno implicitamente Farinetti e Sartori nelle proposte citate — è un errore analitico reale, e Muratore ha ragione a segnalarlo. Un prelievo del 6 per mille su tutti i conti correnti non è una patrimoniale progressiva: è una flat tax sul risparmio liquido che colpisce proporzionalmente di più chi ha meno liquidità alternativa.
Molto più debole è la critica alla patrimoniale progressiva in senso stretto, che il testo tende a trattare come equivalente al prelievo forzoso senza distinguerle adeguatamente sul piano tecnico. L'argomento della fuga di capitali è ripreso senza il rigore giuridico di Coniare Rivolta e senza i dati empirici della letteratura citata altrove nel dossier. Il riferimento al caso 2011-2012 — usato anche da Coniare Rivolta — viene qui attribuito genericamente al "timore di patrimoniale" senza precisare che quella fu principalmente una crisi del debito sovrano con cause molto più complesse.
L'alternativa proposta — titoli pubblici e prestito nazionale volontario — è la parte più problematica. I titoli pubblici sono debito: risolvono il problema del finanziamento immediato spostandolo nel tempo e aggiungendo oneri di interesse. In un paese con debito al 135% del PIL nel 2020 non è ovvio che questo sia "più virtuoso" di una patrimoniale progressiva. Il prestito nazionale volontario di Tremonti e Bazoli non è mai stato dettagliato operativamente e rimane un'idea suggestiva senza implementazione concreta. L'endorsement della "finanza americana" ai titoli pubblici italiani — citato come argomento a favore — è un elemento geopolitico contingente che non costituisce un fondamento strutturale.
Nel contesto del dossier, il testo è utile principalmente come voce dissonante che rappresenta la posizione conservatrice più articolata: non nega il problema delle disuguaglianze ma sostiene che le soluzioni fiscali coercitive siano controproducenti e che il mercato dei titoli pubblici sia lo strumento corretto. È una posizione politicamente rilevante perché è quella che di fatto ha prevalso nel decennio 2010-2020 in Italia, con i risultati in termini di disuguaglianze e stagnazione che gli altri autori del dossier documentano ampiamente.


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