Prima che tutto crolli Luciano Balbo giu 13, 2025
Prima che tutto crolli
Sintesi del libro "Prima che tutto crolli" che ho appena pubblicato sul tema della finanziarizzazione.
Il termine finanziarizzazione è molto usato, ma il suo significato è spesso poco spiegato e ancor meno quindi compreso; perciò il mio libro ha l’obiettivo di dare una interpretazione chiara di questo fenomeno e delle sue conseguenze.
La finanziarizzazione consiste nell’enorme flusso di denaro che va ad acquistare beni d'investimento esistenti (mobiliari e immobiliari) facendone crescere il valore: in particolare il valore delle case è aumentato più dell’inflazione , come pure i criteri di valutazione delle aziende e inoltre gli investimenti si sono diretti verso nuovi beni, come le materie prime.
Questo fenomeno è il frutto di una pluralità di eventi: la crescita della ricchezza generatasi nel secondo dopoguerra, la libera circolazione dei capitali avviata dalla svolta neoliberista degli anni '80 del secolo passato ed infine il "leverage", cioè la disponibilità delle banche a finanziare tali acquisti con una quota crescente del prezzo e riducendo quindi il fabbisogno di capitale per attuarli.
Siamo abituati a pensare che la ricchezza sia frutto dello sviluppo economico che fa crescere i salari e gli utili aziendali, ma in questo ultimo trentennio la crescita economica è stata modesta rispetto ai decenni precedenti, mentre la ricchezza è cresciuta prevalentemente per l'aumento di valore dei beni patrimoniali, passando nel mondo occidentale da 4 a 6 volte il PIL.
Questa evoluzione ha creato importanti conseguenze nella società: innanzi tutto ha trasformato molti beni d'uso, la casa in primis, in beni d’investimento, rendendone più difficile l'accesso a chi non la possiede. Inoltre ha accresciuto la disuguaglianza patrimoniale e vi sono ormai chiare evidenze che tale differenza genera percorsi di vita lavorativa e sociale diversi a favore di chi ha almeno un minimo di riserva patrimoniale . Infine si è ormai diffuso il fenomeno del trasferimento ereditario durante la vita che perpetua la differenza patrimoniale e le sue conseguenze.
Ma vi è anche un effetto globale sulla società perché la crescita del valore dei beni d'investimento generata da acquisti a debito inserisce un rischio sistemico nell'economia creando delle bolle speculative continue che, se crollano, provocano delle perdite anche sul debito che le sostiene; ciò innesca una crisi bancaria e quindi una recessione come è avvenuto della grande crisi finanziaria del 2008. Quindi le emergenze create da questi eccessi vanno a colpire anche le fasce sociali più deboli.
L'intero sistema degli investimenti mobiliari è comandato da un limitato numero di grandi operatori che gestiscono il risparmio globale. Essi costituiscono i " Mercati" , che vengono presentati come qualcosa di esterno e superiore, ma in realtà è l'insieme dei nostri risparmi .
Quindi la crescita di valore, che comprensibilmente noi tutti desideriamo, è ora l'obiettivo supremo a discapito di ogni altra componente della società e in special modo del lavoro.
In modo provocatorio Ross Baird, giovane venture capitalist americano, ha detto che i fondi pensioni investono i soldi dei lavoratori per finanziare aziende che hanno la priorità di ridurre il costo del lavoro.
I Mercati, cioè il risparmio mondiale gestito da pochi operatori in modo molto simile, distribuiscono le risorse secondo priorità che spesso non vanno nell’interesse della collettività e soprattutto hanno in larga parte sostituto gli Stati nelle decisioni delle priorità, come dimostra la totale dominanza delle grandi aziende private nello sviluppo e nell’applicazione dell’Intelligenza Artificiale oppure nell’orientamento delle aziende farmaceutiche a sviluppare prodotti carissimi per quei sistemi sanitari e quelle fasce della popolazione che possono permetterseli, tralasciando lo sviluppo di nuovi antibiotici, che non siano resistenti ai batteri, perché sono un mercato poco remunerativo, anche se potrebbero dare un benefico ben più ampio all’umanità.
Gli Stati che erano i regolatori dei Mercati sono diventati dipendenti da essi per la crescente necessità di attirare risorse per finanziare il debito pubblico; salvo poi dover intervenire a salvare l’attività economica tutte le volte che viene minacciata delle crisi prodotte dagli eccessi della stessa finanziarizzazione.
Questo quadro ha portato ad un’impasse nel mondo occidentale: bassa crescita economica, con la sola eccezione degli ultimi tre anni negli Stati Uniti, con una conseguente stagnazione dei salari, mentre la ricchezza cresce perché autoalimenta se stessa grazie all’aumento del valore dei beni patrimoniali. Ciò ha creato una posizione di rendita nella società per chi possiede della ricchezza rispetto a chi ne è escluso.
Questa situazione è uno degli elementi dello sconvolgimento politico e del successo dei partiti populisti. Le fasce sociali economicamente più deboli e parte della stessa classe media sono deluse da questo stallo che ha tolto loro prospettive positive che invece erano state loro promesse dalle cosiddette “elite”.
L’obiettivo del libro è innanzi tutto di creare consapevolezza rispetto a questa situazione.
E’ difficile trovare soluzioni, anche perché non possono essere trovate solo a livello nazionale, e lo è ancor più per la scarsezza di analisi adeguate, come il libro evidenzia.
Serve in ogni caso affrontare le cause prime della situazione e cioè costruire un percorso di “DEFINANZIARIZZAZIONE”
Un primo passo potrebbe consistere nell’ eliminare la deducibilità degli interessi sul debito che viene utilizzato per acquisire beni di investimento esistenti.
La non deducibilità degli interessi riduce i ritorni finanziari poiché rende più cara l'assunzione del debito e può essere un disincentivo agli investimenti più speculativi che sono in larga parte finanziati a debito.
Più in generale vanno stabilite regole che limitino la crescita speculativa del valore dei beni d’uso: un valido esempio è quello di Vienna di limitare l’acquisto delle case ai non residenti.
Il capitale e i risparmi sono abbondanti ed è una contraddizione che possano ottenere ritorni finanziari elevati, prevalentemente autoalimentando il valore dei beni patrimoniali esistenti senza un beneficio per l’intera società e l’economia. Al contrario essi dovrebbero essere disponibili per investimenti , con ritorni più bassi, e orientati all'interesse collettivo. Inoltre un disincentivo alla ricerca spasmodica della massimizzazione del valore porterebbe una minore pressione alla riduzione del costo del lavoro, e quindi un riequilibro sociale.
Negli ultimi 40 anni si è affermata la convinzione che il capitalismo e la società siano dei sistemi migliori se si riducono le regole. Non è così, le società hanno bisogno di incentivi e di proibizioni che devono essere orientati agli obiettivi. L’abbattimento delle regole in modo eccessivo e l ’assenza di riflessione su dove si voglia andare genera invece un apparente senso di libertà per tutti, ma in realtà è la supremazia del più forte. La forza positiva del capitalismo è l’imprenditorialità, mentre la rendita e la concentrazione di potere sono i suoi possibili effetti indesiderati che vanno combattuti.
CLAUDE 23-6-26
Occhiello (parole chiave) Finanziarizzazione: definizione e meccanismi; leverage e bolle speculative; beni d'uso trasformati in beni d'investimento; "Mercati" come risparmio gestito da pochi operatori; definanziarizzazione; deducibilità degli interessi; caso Vienna; rendita vs. imprenditorialità.
Abstract
Questo testo è la sintesi d'autore del libro Prima che tutto crolli, e funziona quindi come matrice teorica esplicita dei post successivi della stessa serie. Balbo definisce la finanziarizzazione come l'enorme flusso di capitali che si dirige verso l'acquisto di beni d'investimento esistenti (immobili, aziende, materie prime), facendone crescere il valore in modo sproporzionato rispetto alla crescita economica reale — la ricchezza occidentale sarebbe passata da 4 a 6 volte il PIL. Tre fattori abilitanti vengono individuati: l'accumulo di ricchezza nel secondo dopoguerra, la liberalizzazione dei movimenti di capitale dagli anni '80, e il leverage bancario che riduce il capitale proprio necessario per questi acquisti. Le conseguenze sono molteplici: trasformazione di beni d'uso (la casa) in beni d'investimento con minore accessibilità; aumento della disuguaglianza patrimoniale con effetti diretti su traiettorie di vita e lavoro; diffusione del trasferimento ereditario in vita; rischio sistemico e bolle speculative (esempio 2008); sostituzione di fatto degli Stati da parte dei "Mercati" (cioè il risparmio mondiale gestito da pochi grandi operatori) nelle decisioni di allocazione delle risorse, con effetti distorsivi anche su settori cruciali come IA e farmaceutica (sottoinvestimento in antibiotici non redditizi). Gli Stati, da regolatori, sono diventati dipendenti dai Mercati per finanziare il debito pubblico, salvo doverli salvare nelle crisi che essi stessi producono. L'esito è uno stallo occidentale — bassa crescita, salari stagnanti, ricchezza patrimoniale autoalimentata — che alimenta il successo dei partiti populisti tra le fasce deluse dalle promesse delle élite. La proposta programmatica del libro è un percorso di "definanziarizzazione": eliminazione della deducibilità fiscale degli interessi sul debito usato per acquisire beni esistenti, regole anti-speculative sui beni d'uso (esempio: restrizioni di Vienna sull'acquisto di case da parte di non residenti), e un riorientamento del capitale verso investimenti a beneficio collettivo anche a costo di rendimenti più bassi.
Analisi per punti
-
Definizione operativa di finanziarizzazione: flusso di capitali verso beni d'investimento esistenti (non verso nuova produzione), che ne fa crescere il valore — casa, valutazioni aziendali, materie prime — più dell'inflazione e della crescita economica.
-
Tre fattori abilitanti: (a) accumulo di ricchezza nel secondo dopoguerra; (b) liberalizzazione dei movimenti di capitale dalla svolta neoliberista anni '80; (c) leverage bancario, che riduce il capitale proprio necessario e amplifica gli acquisti a debito.
-
Dato quantitativo chiave: la ricchezza occidentale sarebbe passata da 4 a 6 volte il PIL, segno che la crescita patrimoniale si è sganciata dalla crescita economica reale (definita "modesta" nell'ultimo trentennio rispetto ai decenni precedenti).
-
Conseguenze sociali enumerate:
- trasformazione dei beni d'uso (in primis la casa) in beni d'investimento, con minore accessibilità per chi non li possiede già;
- aumento della disuguaglianza patrimoniale con effetti dimostrati su percorsi di vita lavorativa e sociale;
- diffusione del trasferimento ereditario in vita, che perpetua e consolida le differenze patrimoniali nel tempo.
-
Rischio sistemico: gli acquisti a debito introducono fragilità strutturale nell'economia tramite bolle speculative ricorrenti; il loro scoppio genera perdite sul debito sottostante, crisi bancarie e recessione (esempio 2008), con effetti che colpiscono anche le fasce sociali più deboli, estranee all'origine del fenomeno.
-
I "Mercati" come categoria da demistificare: l'autore insiste che i "Mercati" non sono un'entità esterna o superiore alla società, ma semplicemente l'insieme aggregato dei risparmi di tutti, gestito però da un numero limitato di grandi operatori — un punto concettualmente importante perché sposta la questione dalla "natura" dei mercati alla loro governance concentrata.
-
Distorsione delle priorità collettive: la crescita di valore finanziario diventa "obiettivo supremo" a scapito del lavoro; citazione provocatoria di Ross Baird sui fondi pensione che finanziano aziende orientate a comprimere il costo del lavoro dei propri stessi sottoscrittori — un paradosso strutturale.
-
Sostituzione dello Stato nelle scelte allocative: i Mercati, più che gli Stati, decidono le priorità di sviluppo, con esempi concreti: dominanza privata nello sviluppo dell'IA; orientamento dell'industria farmaceutica verso prodotti costosi per popolazioni che possono permetterseli, a scapito di ricerche socialmente più utili ma meno remunerative (nuovi antibiotici).
-
Inversione del rapporto Stato-Mercato sul piano fiscale: gli Stati, da regolatori, sono diventati dipendenti dai Mercati per finanziare il debito pubblico, ma devono comunque intervenire (salvataggi) quando gli eccessi della finanziarizzazione stessa producono crisi — un meccanismo di responsabilità asimmetrica (privatizzazione dei guadagni, socializzazione delle perdite, sebbene il testo non usi questa formula).
-
Esito politico: bassa crescita, salari stagnanti, ricchezza patrimoniale autoalimentata generano una posizione di rendita per chi possiede patrimonio; la delusione di ceti popolari e classe media rispetto alle promesse di mobilità sociale delle "élite" alimenta il successo populista — tesi che ritroviamo, sviluppata, negli articoli successivi della stessa serie.
-
Obiettivo dichiarato del libro: creare consapevolezza, più che fornire soluzioni complete; l'autore riconosce esplicitamente la difficoltà di soluzioni solo nazionali e la scarsità di analisi adeguate sul tema.
-
Proposte programmatiche di "definanziarizzazione":
- eliminare la deducibilità fiscale degli interessi sul debito usato per acquisire beni d'investimento esistenti, per rendere più caro l'indebitamento speculativo e scoraggiare gli acquisti a leva;
- regole specifiche anti-speculazione sui beni d'uso, con l'esempio di Vienna (restrizioni all'acquisto di case da parte di non residenti);
- riorientamento strutturale del capitale abbondante verso investimenti a rendimento più basso ma a beneficio collettivo, anche per alleviare la pressione verso la riduzione del costo del lavoro.
-
Chiusura ideologica: critica esplicita alla convinzione, affermatasi negli ultimi 40 anni, che capitalismo e società funzionino meglio con meno regole; tesi opposta dell'autore: le regole vanno orientate a obiettivi espliciti, perché l'eccesso di deregolamentazione produce solo "supremazia del più forte" sotto l'apparenza di libertà generalizzata. Distinzione finale tra imprenditorialità (forza positiva del capitalismo, da preservare) e rendita/concentrazione di potere (effetto indesiderato, da combattere).
Elenco concetti-soggetti chiave
- Finanziarizzazione: definizione e meccanismi (leverage, liberalizzazione dei capitali)
- Rapporto ricchezza patrimoniale/PIL (4x → 6x)
- Trasformazione dei beni d'uso in beni d'investimento (caso casa)
- Disuguaglianza patrimoniale e trasferimento ereditario in vita
- Rischio sistemico e bolle speculative (riferimento al 2008)
- "Mercati" come risparmio aggregato gestito da pochi operatori
- Sostituzione dello Stato nelle scelte allocative (IA, farmaceutica/antibiotici)
- Dipendenza fiscale dello Stato dai Mercati per il debito pubblico
- Ross Baird: paradosso dei fondi pensione
- Definanziarizzazione come programma
- Non deducibilità degli interessi sul debito speculativo
- Caso Vienna: restrizioni all'acquisto immobiliare da non residenti
- Imprenditorialità vs. rendita come dialettica interna al capitalismo
Valutazione critica finale
Il pregio principale di questo testo — e la sua funzione specifica nella serie — è di fornire l'impianto teorico esplicito che gli altri post applicano a casi specifici (mercato del lavoro, Stato-piattaforme, crisi liberal-democratica, stallo occidentale). La distinzione tra crescita reale e crescita patrimoniale, il dato sul rapporto ricchezza/PIL, e soprattutto la demistificazione dei "Mercati" come semplice risparmio aggregato gestito in modo concentrato sono acquisizioni analiticamente solide e in linea con una letteratura critica consolidata (Piketty sul rapporto capitale/reddito, ma anche posizioni più vicine a Brancaccio sulla natura politica, non naturale, della "disciplina dei mercati").
Rispetto alla tradizione di economia politica critica con cui Lei lavora abitualmente, restano tuttavia alcuni nodi da segnalare, alcuni già emersi negli altri testi della serie e qui ancora più visibili perché si tratta del nucleo teorico:
-
La proposta principale (non deducibilità degli interessi) è una misura fiscale di moderazione, non una misura di redistribuzione del potere: agisce sul margine di profittabilità della speculazione a debito, ma non tocca la proprietà degli asset né la governance dei grandi operatori finanziari che gestiscono il risparmio aggregato. È una misura coerente con un keynesismo regolatorio classico, ma resta dentro la cornice della finanziarizzazione esistente (ne disincentiva gli eccessi) più che proporne il superamento strutturale — un limite che la tradizione operaista o la political economy radicale (Brancaccio, Fazi, Formenti — tutti autori con cui Lei ha lavorato) leggerebbe come insufficiente rispetto alla profondità del problema diagnosticato.
-
Il caso Vienna è citato come "esempio valido" senza esplicitarne i limiti di scala: una misura efficace a livello di singola città su un mercato immobiliare locale non è automaticamente trasferibile al problema sistemico globale della finanziarizzazione descritto nel resto del testo (flussi di capitale internazionali, leverage bancario su scala mondiale) — l'autore stesso riconosce altrove che "non possono essere trovate soluzioni solo a livello nazionale", ma non risolve la tensione tra la scala del problema e la scala degli esempi proposti.
-
L'opposizione finale "imprenditorialità buona vs. rendita cattiva" rischia di essere una semplificazione utile didatticamente ma teoricamente scivolosa: nella tradizione marxista che Lei conosce bene, la distinzione tra profitto d'impresa e rendita finanziaria è più sfumata di una dicotomia morale, perché entrambe le forme di accumulazione discendono dai medesimi rapporti di proprietà e di potere sul capitale — la rendita non è un'eccezione patologica del capitalismo "sano", ma una sua tendenza storica ricorrente (Hilferding, ma anche le letture più recenti sul "capitalismo di rendita" di Christophers o Durand).
-
L'esempio di Ross Baird è efficace retoricamente ma resta aneddotico: il paradosso dei fondi pensione che finanziano la compressione salariale dei propri sottoscrittori meriterebbe un'analisi più sistemica (governance dei fondi, fiduciary duty orientato al rendimento di breve periodo, ruolo degli asset manager come BlackRock/Vanguard) piuttosto che una singola citazione provocatoria, soprattutto in un testo che si propone come sintesi di un libro intero sul tema.
-
L'assenza di riferimento ai rapporti di forza politici che hanno reso possibile la finanziarizzazione: come negli altri testi della serie, la liberalizzazione dei capitali degli anni '80 è menzionata come dato storico ("svolta neoliberista") ma non come esito di un conflitto politico vinto da specifiche coalizioni di interessi (capitale finanziario, classi possidenti, blocchi politici precisi) — un'omissione che rende la proposta di "definanziarizzazione" più una correzione tecnica auspicabile che un programma politico che identifichi gli avversari sociali concreti da affrontare per realizzarla.
In sintesi, questo testo-sintesi conferma e rende espliciti i meriti e i limiti già rilevati negli altri post della serie: ottima capacità diagnostica e di comunicazione di un fenomeno complesso a un pubblico ampio, ma un impianto propositivo che resta nell'alveo di una regolazione correttiva del capitalismo finanziario esistente, senza affrontare direttamente la questione del potere — chi decide, chi possiede, chi può essere costretto a cedere — che la tradizione critica italiana con cui Lei è abituato a confrontarsi pone solitamente al centro dell'analisi.

Commenti
Posta un commento