QUALCUNO STA PROGETTANDO IL NOSTRO FUTURO Luciano Balbo
QUALCUNO STA PROGETTANDO IL NOSTRO FUTURO
Dalla contrapposizione fra Stato e Mercato alla loro simbiosi
Ho parlato più volte della contrapposizione tra Stato e Mercato e cioè dell’influenza di questi due attori nello stabilire le regole delle nostre società. Utilizzo per entrambi la parola regole, perché nel sentire comune essa si applica solo allo Stato, mentre il Mercato viene spesso interpretato come una liberazione dalle regole; ed è vero che spesso ci libera dall’imposizione degli Stati, ma gradualmente esso costruisce nuove regole che non sono codificate nelle leggi, ma conformano la società secondo nuovi rapporti di forza . L’equilibrio è difficile, come insegna la storia del secondo dopoguerra, poiché troppi vincoli pubblici tendono a spegnere l’imprenditorialità e l’innovazione, mentre una forte predominanza del Mercato tende a favorire gli interessi del capitale e degli investitori rispetto a tutte le altre forze sociali.
Tuttavia, sta succedendo un evento nuovo e cioè una saldatura tra Stato e Mercato ed in particolare, nel mondo occidentale un “take over” dello Stato da parte del Mercato ( cioè dei capitali ), che di fatto ne sta diventando il principale azionista , perché:
Gli Stati hanno deficit pubblici sempre più crescenti e la loro sostenibilità dipende dalla capacità di attrarre capitali, cioè il risparmio nazionale di internazionale, e quindi, sono obbligati a fare politiche che facilitano questa attrazione. Inoltre, gli Stati e le banche centrali, la cui indipendenza è sempre più aleatoria, devono mantenere il tasso di interesse il più basso possibile per poter contenere del costo del debito. Ciò non dispiace ai mercati finanziari e quindi ai risparmiatori, perché permette condizioni favorevoli per investimenti a “leverage” e quindi sostiene il valore dei beni di investimento, attraverso il processo di finanziarizzazione che ho più’ oltre descritto nei miei post.
Le grandi aziende tecnologiche conformano ormai la nostra società: ci informiamo con Google, compriamo con Amazon e ora con l’intelligenza artificiale, dipendiamo sempre più’ da questo strumento e dalle tecnologie ( Nvidia ) che ne permettono l’espansione. Queste aziende non sono quindi dei fornitori di servizio, ma delle piattaforme entro cui noi viviamo, lavoriamo, comunichiamo, e sviluppiamo le nostre relazioni sociali. Ma queste piattaforme sono altrettanto necessarie per gli Stati che ne hanno bisogno per gestire le loro infrastrutture ed ora anche i sistemi di sicurezza digitali ( per esempio con Palantir ) ed anche i sistemi militari, che sempre più dipendono dalle soluzioni digitali che sono ormai totalmente dominate dagli attori privati.
L’enorme valore di queste aziende discende proprio dalla convinzione che tutti gli investitori hanno che esse si sono trasformate da puri attori economici a strutture di potere all’interno della nostra società. La loro dimensione finanziaria influenza la direzione degli investimenti molto più degli Stati ed ha di conseguenza anche un enorme impatto sulla politica. Si può notare che la maggioranza di questi considerazioni riguardi gli Stati Uniti, ma va riconosciuto che nel mondo occidentale oggi questo paese detiene il predominio economico e tecnologico ed inoltre vi vengono decise le regole che governano l’utilizzo del capitale, cioè quelle del mondo finanziario, e le altre nazioni non possono altro che adeguarsi.
La dimostrazione che si è formato un enorme potere privato, che va ben oltre gli aspetti economici, è confermata dal fatto che esso si preoccupa del futuro della società. I media tendono darci una visione dei “Giant Tech” e dei loro azionisti principali solo basata sulla loro ricchezza e anche sui loro eccessi, mentre intorno a loro si è creato un gruppo di persone che sta riflettendo sul nostro prossimo futuro.
Vi è, tra loro, una linea di pensiero, per esempio quella di Balaji Srinivasan, che prevede una fine degli Stati nazionali, proprio perché stanno perdendo potere rispetto ai capitali internazionali e alle tecnologie e quindi prevede una ulteriore sfida sull’unica area in cui hanno ancora il monopolio e cioè quella della moneta. Da qui i disegni che le criptovalute possano diventare delle monete alternative per sostituire quelle regolamentate dagli Stati. È un progetto molto improbabile per ora, ma è interessante vedere come viene formulato e cioè come un processo libertario di uscita dai vincoli coercitivi degli Stati, mentre nasconde il fatto che non c’è struttura sociale che non abbia regole e pertanto dietro questo sogno di libertà c’è la quasi certezza che le nuove regole siano solo in definitiva quelle di chi ha il capitale e le tecnologie insieme.
Più realistico è invece il disegno di coloro che pensano che gli Stati siano uno strumento utile e necessario e che quindi ciò che importa è poterli controllare per garantire la libertà di azione che queste grandi aziende hanno ed anche di decidere dove e come utilizzare, senza vincoli, le loro immense risorse . Dall’altro lato si pongono anche il tema di sostenere una minima coesione sociale ed anche di continuare ad avere un mercato. Una delle tesi più globali ed anche per certi aspetti affascinante è quella di Peter Diamandis, imprenditore tecnologico di successo e ormai futurologo. In un recente articolo ha disegnato un mondo in cui l’intelligenza artificiale e la robotica faranno crollare i costi dei prodotti ed anche dei servizi, ma che essi dovranno essere mantenuti ai livelli attuali, per permettere agli Stati di raccogliere tasse, dirette ed indirette, che possano permettere un salario universale a sostegno di questo mondo con poco lavoro. E’ la completa saldatura del potere economico con quello dello Stato che diventa semplicemente lo strumento del primo per controllare la società attraverso le tecnologie e dare ai cittadini un reddito da spendere.
Questa simbiosi tra Stato e capitale avrà forme davvero incerte, ma pare un trend molto forte e per alcuni aspetti inarrestabile.
Interessante notare che invece avviene in Cina l’opposto, dove è lo Stato che è diventato azionista del Mercato. Anche in Cina vi è una fiorente imprenditorialità e lo dimostra il grande successo tecnologico delle loro aziende, ma a causa di un minor dimensione del mercato privato dei capitali e soprattutto del desiderio di controllo totale dello Stato, le aziende dipendono tantissimo dai finanziamenti delle banche pubbliche. Queste finanziamenti hanno due caratteristiche fondamentali:
Sono estremamente generosi e con tassi di interesse bassissimi e quindi permettono alle aziende di fare investimenti di lunghissimo periodo e di poter competere senza un obiettivo di ritorno finanziario a breve, che diventa la base del loro successo.
Ma lo Stato controlla anche a chi dare i capitali e quindi controlla la direzione degli investimenti e addirittura quando le aziende non seguono queste indicazioni, interviene direttamente, come per esempio, nel caso di Alibaba, esautorando l’imprenditore e smembrando la società
Il mondo è quindi guidato dall’evolversi dei rapporti tra questa triade sempre più intrecciata: Capitale, Tecnologia, Potere statale.
Nel prossimo post cercherò di spiegare perché il mondo intellettuale e politico liberal democratico è attonito e senza idee né progetti alternativi
CLAUDE 23-6-26
Occhiello (parole chiave) Stato e Mercato; simbiosi capitale-potere; Big Tech come strutture di potere; finanziarizzazione del debito pubblico; Balaji Srinivasan e il network state; Peter Diamandis e il "salario universale tecnologico"; modello cinese Stato-azionista; triade Capitale-Tecnologia-Potere.
Abstract
Balbo descrive un passaggio epocale dalla classica contrapposizione Stato/Mercato a una loro progressiva "saldatura", configurata però come un take over del Mercato sullo Stato nel mondo occidentale. Il meccanismo è duplice: da un lato i deficit pubblici crescenti rendono gli Stati dipendenti dai capitali privati e dai tassi bassi che ne sostengono il valore (finanziarizzazione); dall'altro le grandi aziende tecnologiche (Google, Amazon, Nvidia, Palantir) non sono più semplici fornitori ma "piattaforme" infrastrutturali di cui anche gli Stati — incluse sicurezza digitale e sistemi militari — sono divenuti dipendenti. Attorno a questo potere si è formato un pensiero esplicito sul futuro della società, di cui Balbo presenta due varianti: quella libertaria-secessionista di Balaji Srinivasan (fine degli Stati nazionali, sostituzione della moneta statale con le criptovalute) e quella, più realistica secondo l'autore, di Peter Diamandis, che immagina Stati ridotti a strumenti del potere economico-tecnologico, utili a tassare e ridistribuire un reddito universale in un mondo a basso lavoro. L'articolo chiude con un confronto: in Cina il rapporto si inverte, essendo lo Stato ad agire da azionista di controllo sul mercato (tramite credito pubblico a basso costo e interventi diretti, come nel caso Alibaba), disegnando così due modelli opposti — ma entrambi centrati sulla stessa triade Capitale-Tecnologia-Potere statale.
Analisi per punti
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Premessa concettuale: sia lo Stato che il Mercato producono "regole" — quelle statali codificate per legge, quelle di mercato non scritte ma capaci di conformare i rapporti di forza sociali. L'equilibrio storico tra i due poli (vincoli pubblici eccessivi vs. predominanza del capitale) è il tema di fondo del dopoguerra.
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Tesi della "saldatura" Stato-Mercato: non si tratta più di equilibrio ma di un take over del Mercato sullo Stato, con il capitale che ne diventa "principale azionista" attraverso due canali:
- a) dipendenza fiscale-finanziaria: deficit pubblici crescenti costringono gli Stati a politiche di attrazione dei capitali e a mantenere tassi bassi (anche a scapito dell'indipendenza delle banche centrali), il che a sua volta alimenta il leverage finanziario e sostiene i valori patrimoniali;
- b) dipendenza infrastrutturale-tecnologica: le Big Tech sono diventate "piattaforme" esistenziali (informazione, commercio, IA) di cui anche gli apparati statali — sicurezza digitale, difesa — dipendono structurally (esempi: Palantir, Nvidia).
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Le Big Tech come "strutture di potere": il loro valore di mercato non riflette solo performance economica ma la convinzione degli investitori che esse abbiano funzione politico-sociale; questo dà loro capacità di influenzare investimenti globali e politica più degli Stati stessi. Balbo nota l'asimmetria geografica: il fenomeno è prevalentemente statunitense, ma gli USA fissano comunque le regole finanziarie globali a cui gli altri Stati si devono adeguare.
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Esistenza di un pensiero esplicito sul futuro prodotto attorno a questi attori (in contrappunto alla narrazione mediatica centrata su ricchezza/eccessi):
- Linea Srinivasan: previsione del declino degli Stati nazionali sotto la pressione di capitali e tecnologie, con sfida finale sul monopolio statale della moneta tramite criptovalute. Balbo giudica il progetto "improbabile" ma ne smaschera la retorica libertaria: ogni struttura sociale richiede regole, dunque dietro la "liberazione" si cela la probabile sostituzione con regole dettate da chi possiede capitale e tecnologia insieme.
- Linea Diamandis (definita "più realistica" e "affascinante"): gli Stati restano strumento utile, da controllare per garantire libertà d'azione al capitale; previsione di un mondo dove IA e robotica abbattono i costi produttivi, ma i prezzi vengono mantenuti artificialmente alti per permettere allo Stato di tassare e finanziare un reddito universale in un'economia con poco lavoro — saldatura completa tra potere economico e Stato, quest'ultimo ridotto a strumento di gestione sociale del primo.
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Contrappunto cinese: rapporto invertito, con lo Stato come azionista del Mercato. Meccanismo: credito pubblico generosissimo e a tassi bassissimi che consente investimenti di lungo periodo senza pressione di ritorno a breve; ma in cambio lo Stato controlla la direzione degli investimenti e interviene direttamente in caso di disallineamento (caso Alibaba, con l'azienda smembrata e l'imprenditore esautorato).
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Sintesi finale: il mondo è governato dall'evoluzione dei rapporti tra una triade — Capitale, Tecnologia, Potere statale — declinata in due modelli opposti (Occidente: Mercato che assorbe lo Stato; Cina: Stato che controlla il Mercato). L'articolo si chiude annunciando un post successivo sull'afasia del mondo liberal-democratico, collegandosi così direttamente al pezzo già analizzato ("La crisi del mondo liberal democratico").
Elenco concetti-soggetti chiave
- Regole statali vs. regole di mercato non codificate
- Take over del Mercato sullo Stato / Stato come "azionariato" del capitale
- Finanziarizzazione del debito pubblico e dipendenza dai tassi bassi
- Big Tech come piattaforme infrastrutturali (non semplici imprese)
- Dipendenza statale dal digitale privato per sicurezza e difesa (Palantir, Nvidia)
- Balaji Srinivasan / network state / criptovalute come sfida al monopolio monetario statale
- Peter Diamandis / abbondanza tecnologica, prezzi artificiali, reddito universale
- Modello cinese: Stato-azionista, credito pubblico diretto, caso Alibaba
- Triade Capitale-Tecnologia-Potere statale come chiave di lettura globale
Valutazione critica finale
Il merito principale del pezzo è l'aver individuato con chiarezza un fenomeno che la pubblicistica mainstream tende a trattare in modo frammentario — il legame strutturale tra debito pubblico, finanziarizzazione e potere delle piattaforme tecnologiche — e averlo sintetizzato in una cornice unica e comunicabile. La distinzione tra modello occidentale (mercato che "compra" lo Stato) e modello cinese (Stato che controlla il mercato) ha un effetto eurístico immediato e dialoga, anche se l'autore non lo richiama esplicitamente, con la letteratura su platform capitalism (Srnicek) e su capitalismo politico di Stato (Milanovic), oltre che con le analisi più recenti sul nesso tra Big Tech, sicurezza nazionale e nuovo complesso militare-digitale.
Tuttavia, rispetto alla tradizione di economia politica critica con cui Lei lavora abitualmente, l'articolo presenta alcuni limiti significativi:
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Naturalizzazione del vincolo del debito pubblico: Balbo descrive la dipendenza degli Stati dai mercati finanziari come un dato quasi oggettivo ("sono obbligati a fare politiche che facilitano questa attrazione"), senza interrogarsi sulle scelte politiche (liberalizzazione dei movimenti di capitale, indipendenza delle banche centrali, austerità) che hanno costruito storicamente questo vincolo. È esattamente il punto su cui autori come Brancaccio insistono: il debito pubblico come "vincolo esterno" non è un fatto di natura ma il prodotto di rapporti di forza politici precisi — la stessa critica che si potrebbe muovere al precedente articolo sulla crisi liberal-democratica.
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Trattamento equiparante delle due "visioni del futuro": presentare Srinivasan e Diamandis come i due polmoni del pensiero sul futuro tecnologico-statale rischia di restringere lo spettro a una disputa interna alla Silicon Valley libertaria/tecno-solutionista, lasciando fuori sia le critiche radicali al capitalismo digitale (Zuboff, Morozov) sia le proposte di intervento pubblico forte sulle infrastrutture digitali (tassazione delle rendite digitali, nazionalizzazione di asset strategici, regolazione antitrust strutturale) che pure esistono nel dibattito.
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Il reddito universale "diamandisiano" come pacificazione sociale: l'articolo descrive questo scenario con un certo fascino analitico ("affascinante") senza esplicitare la sua funzione di legittimazione di un ordine in cui il surplus tecnologico resta saldamente in mano privata mentre lo Stato è ridotto a cinghia di trasferimento — uno schema che la critica marxista leggerebbe come forma aggiornata di sussunzione del lavoro vivo sotto il capitale digitale, più che come una "terza via" neutra tra Stato e Mercato.
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Asimmetria nell'analisi del caso cinese: il modello cinese viene descritto con toni relativamente neutri (credito generoso, investimenti di lungo periodo) ma l'intervento statale diretto (caso Alibaba) è citato senza approfondire le implicazioni in termini di libertà d'impresa e di rischio di arbitrio politico — un trattamento che resta più descrittivo che valutativo, a differenza della carica critica riservata al modello occidentale.
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Mancanza del nesso con il lavoro e i rapporti di classe: a differenza della tradizione operaista/marxista con cui Lei ha familiarità, l'articolo guarda al rapporto Stato-Mercato-Tecnologia quasi esclusivamente dal punto di vista degli attori di vertice (Stati, multinazionali, miliardari-futurologi), lasciando sullo sfondo la questione di chi produce valore in questo nuovo assetto e di come la "triade" capitale-tecnologia-potere ridefinisca anche i rapporti di forza interni al mondo del lavoro.
In sintesi, il pezzo offre una mappa lucida e ben scritta delle tendenze in atto, utile come ricognizione fenomenologica, ma — come il precedente articolo della stessa serie — tende a presentare dinamiche di potere come esiti quasi spontanei di "trend" tecnico-economici, più che come il risultato di scelte politiche specifiche e di rapporti di forza che restano, in linea di principio, contestabili e rovesciabili.

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