Quelli che la Cina non è socialista di Carlo Formenti (libro)

https://sinistrainrete.info/marxismo/33214-carlo-formenti-quelli-che-la-cina-non-e-socialista.html

 

Quelli che la Cina non è socialista

di Carlo Formenti

Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli spiegano alla sinistra radicale perché la Cina è socialista, ma è come descrivere il rosso ai ciechi

la via cinese al socialismo.jpgNell’ultimo post, in coda a una recensione del libro di Cremaschi Solo il socialismo ci può salvare (1), ho commentato un documento, pubblicato sul sito chinadiplomacy.org da un think tank cinese che si occupa di relazioni internazionali. Quel testo, a conclusione di un’ampia analisi dell’evoluzione delle relazioni Cina-USA, sostiene che tale rapporto si trova oggi in un fase di “stallo strategico”(2) e che ciò alimenta la possibilità di evitare lo scoppio di una Terza guerra mondiale. Nel post, prima di discutere il documento, avvertivo che avrei dato per scontato che la Cina è socialista e, a sostegno di tale giudizio, rinviavo a precedenti testi del sottoscritto e a Oltre l'Occidente, un libro di imminente uscita (3).

In attesa di presentare i due volumi dell’opera in questione, firmati da Alessandro Visalli e dal sottoscritto, mi occupo volentieri di un testo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, pubblicato su “World Politics Blog” (4). Molti degli argomenti avanzati in questa raccolta di articoli convergono con quelli che potete trovare in alcuni miei lavori. Mi riferisco, in particolare, al primo articolo che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto ad esempio e modello dei pregiudizi ideologici (e degli svarioni teorici) che ispirano l’atteggiamento delle sinistre radicali occidentali che etichettano il sistema cinese come “capitalismo di Stato”.In un precedente post su queste pagine (5), mi ero a mia volta occupato delle tesi di Screpanti, che liquidavo ironicamente senza attribuirvi peso. Gli autori dell’articolo le prendono invece sul serio, sfruttandole come spunto per stilare un elenco delle “rimozioni” che impediscono a un certo marxismo occidentale di prendere atto dell’immensa portata storica dell’esperimento cinese.

Prima di entrare nel merito delle argomentazioni dell’articolo richiamo l’attenzione sul titolo: “La Cina (prevalentemente) socialista”. L’aggettivo fra parentesi evoca un punto di vista che si pone a centottanta gradi rispetto alla vulgata secondo la quale un determinato sistema socioeconomico può essere solo socialista o capitalista. Gli autori condividono cioè l'approccio di Alberto Gabriele (6) , il quale nega la possibilità di classificare i sistemi socioeconomici in campi nettamente distinti e contrapposti, applicando in modo astratto e formale (antistorico) il concetto marxiano di modo di produzione.

Nella concreta realtà storica, secondo Gabriele, il primato di un determinato modo di produzione può essere, in differenti contesti, assoluto o relativo. Gli Stati Uniti sono un esempio di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, viceversa in altre formazioni socioeconomiche, due o più modi di produzione possono coesistere, né si può stabilire a priori quale di essi prevarrà nel lungo periodo.

Ricordando che la forza storica del marxismo consiste appunto “nella capacità di analizzare la realtà concreta, di coglierne le trasformazioni, di sviluppare nuove categorie e di misurarsi con il progresso delle forze produttive”, gli autori dell’articolo apparso sul “World Politics Blog” adottano un punto di vista analogo, per cui osservano che la presenza di imprese private, investimenti esteri e relazioni mercantili non giustificano l’affermazione di chi, come Screpanti, sostiene che la Cina è un Paese capitalista. Per definirne la natura occorre, piuttosto che stabilirne l’appartenenza a uno dei due campi contrapposti che esistono nella testa dei marxisti volgari, chiedersi qual è la sua posizione nel continuum di sistemi concreti, storicamente esistenti, che va dal capitalismo al socialismo, il che significa stabilire “quali rapporti di proprietà siano egemoni nei settori decisivi, chi controlli la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione”.

Prima di rispondere a tali interrogativi, occorre sgombrare il terreno da un equivoco che è inscritto nel concetto stesso di capitalismo monopolistico di Stato. Concetto, notano gli autori dell’articolo, che una sinistra occidentale in cui convivono subalternità ideologica al liberalismo e radicalismo verbale mutua dalla propaganda occidentale, ignorandone le stesse origini nella tradizione teorica del marxismo rivoluzionario. Già Lenin, polemizzando con la “sinistra” bolscevica e con alcuni esponenti dei partiti comunisti occidentali (7), aveva chiarito la radicale differenza fra il capitalismo monopolistico di Stato dei Paesi capitalisti e la proprietà pubblica dei mezzi di produzione instaurata dalla Rivoluzione d’Ottobre. Riferendosi implicitamente a quelle critiche, Burgio Chinappi Leoni e Sidoli sottolineano come nel capitalismo di Stato che esiste negli Stati Uniti, nella Ue, in Giappone e in Corea del Sud, l’azione dello Stato è finalizzata a servire la riproduzione del capitale privato, salvando dalla crisi banche e grandi gruppi industriali, finanziando monopoli, coprendo perdite, garantendo mercati di sbocco e proteggendo le rendite, viceversa in Cina il settore pubblico non agisce come stampella degli interessi del capitale privato, ma come motore e supervisore dell’accumulazione, della modernizzazione industriale e della sicurezza economica della nazione. In altre parole: non ogni intervento dello Stato è “capitalismo di Stato”, e non ogni mercato implica egemonia capitalistica (8).

Inoltre il capitalismo di Stato occidentale è stato, tanto durate l’era coloniale quanto in quella postcoloniale, uno strumento (finanziario, politico, diplomatico e militare) dell’oppressione e dello sfruttamento imperialista nei confronti dei popoli del Sud del mondo, laddove la Cina, scrivono i nostri, “non si limita a crescere dentro l’ordine esistente, ma contribuisce a incrinarne le gerarchie, offrendo a molti Paesi del Sud globale margini più ampi di sovranità, sviluppo infrastrutturale, accesso al credito, cooperazione tecnologica e autonomia rispetto ai vecchi centri imperialisti”. Per inciso, ricordo che, come ho messo in luce nel post citato in precedenza, lo stesso Screpanti riconosce quest’ultimo dato fatto, dopodiché afferma – con supremo sprezzo del ridicolo – che questo “imperialismo di tipo particolare”, ancorché apprezzato dai Paesi che ne sono beneficiari, non cessa di essere tale, perché la Cina trae a sua volta vantaggio dai propri investimenti esteri...

Veniamo ora alla lunga serie di omissioni e rimozioni dei marxisti occidentali nei confronti di tutti quegli aspetti dell’economia e della società che connotano in senso socialista (ancorché assumendo l’aggettivo nel significato “debole” che vi attribuisce Gabriele - vedi sopra) il sistema cinese. Qui di seguito cito quasi parola per parola alcuni passaggi dell’articolo che sto commentando.

1) Proprietà della terra. “molti economisti occidentali non informano i loro lettori sul fenomeno indiscutibile per cui in Cina, da molti decenni e senza soluzione di continuità, vige la proprietà statale (di tipo collettivo nelle campagne, invece) del suolo e del sottosuolo, forniti in usufrutto a precise condizioni dal Governo e dalle autorità locali rurali”.

2) Fonti energetiche. “le preziose terre rare vengono estratte e raffinate sul suolo cinese solo da parte di grandi imprese pubbliche, sotto lo stretto controllo dell'apparato statale; un ragionamento analogo va effettuato anche per le risorse di idrocarburi del gigantesco paese asiatico, quasi tutte in mano a potenti aziende di matrice statale”.

3) Cooperative di produzione. “Molti studiosi occidentali hanno commesso la non piccola "dimenticanza" di non citare mai i due milioni di cooperative di produzione agricola registrate ufficialmente nel 2024 in Cina: strutture organizzative con molte decine di milioni di soci e di lavoratrici/lavoratori che operano al loro interno, tutelati da una serie di associazioni di carattere nazionale”.

4) Finanza. “Anche all’interno del centrale e strategico settore finanziario, la Cina è contraddistinta, senza soluzione di continuità, dall’egemonia quasi totale delle banche statali, le Big Four, e cioè Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank e Bank of China.

5) Pianificazione e regolazione economica. “Troppi analisti occidentali fingono di ignorare che in Cina, anche dopo il 1976, è continuato il processo di pianificazione economica, il quale incide in modo sensibile sulla dinamica e sulle priorità dell’intero processo produttivo cinese: non a caso, all’inizio del 2026 è stato approvato il XV Piano Quinquennale, di grande rilevanza. Uno degli scopi centrali del piano in oggetto è costituito dal progetto concreto di stimolazione della domanda interna introducendo ampi sussidi per la sostituzione di elettrodomestici, mobili e veicoli, migliorando il settore dei servizi destinati agli anziani e alla sanità e innalzando il reddito del mondo rurale e dei ceti con guadagni medio-bassi”.

6) Infrastrutture. “Negli ultimi decenni ferrovie e/o autostrade sono state privatizzate in importanti Paesi quali Australia, Argentina, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna, mentre negli USA prevale il settore privato del trasporto merci su rotaie e opera altresì una gestione mista tra pubblico e privato per le strade; invece in Cina le infrastrutture sopracitate rimangono di proprietà pubblica, a partire dai circa 200.000 chilometri di autostrade e gallerie costruite nel paese asiatico durante gli ultimi decenni. Un discorso analogo vale per il sistema ferroviario (…). La China State Railway Group Co. Ltd. è infatti una impresa integralmente statale sottoposta alla gestione del governo centrale, e proprio sotto questa direzione pubblica la rete ferroviaria cinese ha raggiunto nel 2025 i 165.000 chilometri complessivi, di cui oltre 50.000 di linee ad alta velocità: la più grande rete ferroviaria veloce del pianeta”.

7) Moneta e finanza digitale. “Oltre al continuo controllo statale del tasso di cambio della moneta nazionale con le altre valute, nel febbraio del 2026 la Cina ha proibito la legalità sia dell’emissione non statale di bitcoin/stablecoin sullo yuan che di patrimoni tokenizzati: ossia beni fissi (immobili, ecc.) o finanziari (azioni, obbligazioni) che sono stati convertiti in unità di valore crittografiche, registrate su un elenco digitalizzato”.

8) Composizione della forza lavoro e salari. “persino Milanović, che valuta la Cina come un capitalismo di Stato, ha ammesso che nel gigantesco paese asiatico gli agricoltori sono ‘principalmente lavoratori autonomi inquadrati in quella che la terminologia marxista chiama semplice produzione di merci’. Non è quindi casuale che gli studi di A. Gabriele abbiano dimostrato come, ancora nel 2018, solo poco più di un quarto del totale della popolazione attiva cinese lavorasse all’interno di imprese capitaliste, mentre la grande maggioranza di essa era invece costituita da lavoratori autonomi o da persone impiegate in organizzazioni non capitalistiche” (…). Nel 2017, persino l’insospettabile istituto Euromonitor International aveva attestato come, tra il 2005 e il 2016, i salari operai cinesi fossero triplicati”.

9) Rapporti con il Sud del mondo. Le accuse di coloro che descrivono la Cina come un Paese imperialista non reggono a fronte di alcuni dati di fatto: “Agli inizi di maggio 2026, la Cina ha esteso il trattamento a dazio zero alle importazioni provenienti da tutti i 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche. La misura (…) punta a favorire l’accesso dei prodotti africani al mercato cinese, in controtendenza rispetto al protezionismo occidentale”. Questa politica, aggiungono gli autori, “si inserisce in una strategia più ampia di cooperazione con il Sud globale. La Global Development Initiative promossa dalla Cina concentra infatti la propria azione su settori come riduzione della povertà, sicurezza alimentare, sanità, finanziamento dello sviluppo, transizione verde, industrializzazione, economia digitale e connettività”. Niente a che fare con l'approccio dei Paesi occidentali che utilizzano “aiuti”, prestiti e accordi commerciali come strumenti di pressione politica.

Secondo i quattro autori, queste caratteristiche, assieme ad altre che non ho inserito nell’elenco, smentiscono categoricamente la tesi di Screpanti (e di gran parte degli intellettuali della sinistra “radicale”) secondo la quale la Cina sarebbe una peculiare forma di capitalismo di Stato. È infatti grazie ad esse, cioè al fatto che i rapporti di produzione prevalenti al suo interno sono di tipo collettivistico, al ruolo determinante della pianificazione, nonché all’egemonia della proprietà pubblica in settori strategici (credito, infrastrutture, energia, moneta, ecc.) che il Paese non ha sofferto se non in misura marginale degli effetti delle crisi cicliche del capitalismo mondiale.

L’esempio più recente di tale differenza è il modo in cui la Repubblica Popolare ha saputo assorbire il colpo che il conflitto mediorientale scatenato da USA e Israele ha inferto al mercato mondiale, certificando la propria capacità di sottrarsi al ricatto delle avventure militari occidentali. Da un lato, lo Stato ha dimostrato di essere in grado di creare una barriera politica “contro l’effetto domino che, in altre economie, trasforma uno shock esterno in inflazione interna, panico, accaparramento e instabilità sociale”, dall’altro lato è emersa l’efficacia della gestione cinese della transizione energetica.

“È qui, leggiamo, che la superiorità del sistema cinese appare nella sua forma più concreta (…) si tratta della superiore capacità di uno Stato socialista di assorbire gli urti, distribuire i costi, proteggere i settori popolari e coordinare il lungo periodo con il breve. Laddove il neoliberismo tende a scaricare l’intero prezzo delle crisi sulle famiglie, sui lavoratori e sulle piccole imprese, la Cina interviene per smorzare l’onda d’urto. Laddove le potenze occidentali rispondono spesso agli shock che esse stesse provocano con ulteriori militarizzazioni o con misure tampone, Pechino integra l’emergenza nel quadro più ampio della transizione energetica, della sicurezza nazionale e della stabilità sociale”.

Gli intellettuali della sinistra radicale ignorano i fatti elencati dai quattro autori del documento? È vero che i livelli di ignoranza in quest’area politico-culturale sono a dir poco scoraggianti (soprattutto in merito alla storia passata e recente dei popoli e delle nazioni non occidentali). Tuttavia mi pare difficile sostenere che il mancato riconoscimento della natura (prevalentemente: vedi sopra) socialista della Cina derivi dall’ignoranza.

La causa va dunque cercata nella disonestà e nella mala fede? La realtà è nota ma si finge di ignorarla? Nemmeno questa tesi, che pure aleggia in alcuni passaggi del testo di cui sto qui discutendo, mi sembra convincente (anche se in certi casi appare giustificata). La vera questione è, a mio avviso, per quale motivo certi fatti, anche se conosciuti, non vengono considerati sufficienti a definire socialista il sistema cinese.

Nella seconda parte di questo post, descriverò in primo luogo le critiche che i quattro autori rivolgono alle sinistre “negazioniste” in merito al tema in questione, poi spiegherò perché, dal mio punto di vista, i negazionisti hanno ragione se definiamo il socialismo in base ai criteri classici (ottocenteschi) enunciati dai padri fondatori del marxismo, hanno torto marcio se lo definiamo in relazione ai concreti processi storici di costruzione del socialismo. Spiegherò inoltre (anticipando alcune tesi del libro di prossima pubblicazione cui accennavo in apertura) perché, sempre dal mio punto di vista, da un lato la conversione al liberalismo del marxismo occidentale, dall’altro il trasferimento della guida della lotta anticapitalista ai movimenti marxisti dei Paesi del Sud del mondo, siano l’esito storico, altamente probabile se non necessario, che alcuni autori avevano previsto da tempo, dei profondi processi di trasformazione che il sistema capitalista mondiale ha subito a partire dalla seconda metà del secolo scorso.

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I testi raccolti ne La Cina (prevalentemente) socialista danno giustamente spazio alla lotta delle idee fra capitalismo e socialismo, al peso enorme della “guerra fredda culturale” nella battaglia fra due visioni del mondo che sono l’incarnazione ideale di due formazioni socioeconomiche che - se pur possono convivere in determinate fasi storiche – tendono necessariamente a prevalere l’una sull’altra. L’odio dei liberali di destra centro e sinistra nei confronti della parola stessa comunismo, nonché per gli emblemi e i simboli che ne incarnano il significato storico politico, è dunque comprensibile, per cui il fatto che, qualche anno fa, il Parlamento europeo si sia macchiato dell’infamia di equiparare nazismo e comunismo, può suscitare indignazione ma non stupore.

Meno scontato il fatto che il PCI, a partire dal 1989, abbia a sua volta ripudiato il proprio nome, una decisione che, come ha dimostrato la storia successiva di quell’organizzazione, ha significato anche abbandonare l’identità di classe associata al nome. Il partito post comunista nato alla Bolognina non si è infatti trasformato in partito socialdemocratico, non ha cioè abbracciato una tradizione politico-culturale che rappresenta gli interessi del proletariato con programmi più riformisti, “moderati”di quelli tipici della tradizione comunista, si è trasformato direttamente in partito liberale “di sinistra”, scegliendo di rappresentare gli interessi, la cultura e i valori “postmoderni” delle nuove classi medie generate dalla transizione al capitalismo “terziarizzato” e “postindustriale” e concentrate nei centri delle grandi città (9).

Tornerò più avanti sulle radici profonde che hanno favorito questa mutazione – apparentemente sorprendente – di larga parte del marxismo occidentale. Radici che non vengono adeguatamente approfondite dal documento dei quattro, i quali, come si è detto, si concentrano – giustamente ma con enfasi troppo esclusiva - sulla storia della guerra fredda della cultura, il che li porta, fra le altre cose, a dare un peso a mio avviso eccessivo al ruolo del trotzkismo in quanto personificazione della strategia USA di “combattere i comunisti con gli ex comunisti”.

Il documento cita, fra gli altri, Arthur Schlesinger, laddove costui spiega che “elementi del governo erano giunti sempre più a comprendere e a sostenere le idee di quegli intellettuali che, disillusi del comunismo, rimanevano tuttavia fedeli agli ideali del socialismo”. Questi intellettuali “di sinistra” che avevano preso le distanze dal comunismo - ma soprattutto dal cosiddetto “socialismo reale” – rappresentavano il “nerbo” di un “socialismo democratico” che, sono ancora parole di Schlesinger, era il baluardo più efficace contro il totalitarismo”, di quella Non-Communist Left che mandava in estasi i burocrati che gestivano la politica estera USA.

Gli eredi di quella tradizione, vicina alla Quarta Internazionale, leggiamo nel documento, sono oggi coloro che appoggiano apertamente gli studenti anticomunisti di piazza Tienanmen, la causa del separatismo tibetano (“riuscendo persino a cercare di far dimenticare la matrice feudale del Dalai Lama”), oppure gli studenti – anch’essi anticomunisti e filo-occidentali – di Hong Kong, “senza aver alcun problema nel ritrovarsi all’interno dello stesso fronte politico anticinese con Salvini e Trump, oltre che senza mostrare reazioni negative di fronte al vergognoso spettacolo delle bandiere inglesi e statunitensi sventolate dalle forze separatiste di Hong Kong, servi dei legittimi eredi di quel colonialismo occidentale che scatenò la prima e atroce ‘guerra dell’oppio’ contro la Cina nel 1839-1842”.

Giusto. Ma magari simili atteggiamenti si limitassero agli eredi della Quarta Internazionale: i trozkisti, ridotti a una galassia di sparuti gruppuscoli in competizione reciproca, sono un’infima frazione di una sinistra radicale occidentale, con gli allievi post operaisti di Antonio Negri in testa, la cui stragrande maggioranza condivide queste posizioni, senza distinguersi dagli ex comunisti transitati dal PCI al PD. Ecco perché, evitando la facile tentazione di aderire alla tesi del “tradimento” e/o dell’incapacità di resistere all’enorme potenza di mezzi di persuasione in mano al nemico di classe, occorre indagare le radici del problema, analizzando, in particolare: 1) gli intrinseci limiti teorici e ideologici connaturati al marxismo occidentale; 2) le mutazioni socioeconomiche che hanno consentito al capitalismo delle metropoli di integrare larghi settori delle proprie classi subalterne (e quindi anche le formazioni politiche che le rappresentano e i cosiddetti “nuovi movimenti sociali”); 3) l’incapacità di superare la visione ottocentesca (eurocentrica) dell’utopia socialista e di riconoscere nei concreti processi storici di costruzione del socialismo il prodotto del rinnovamento teorico del marxismo messo in atto dalle lotte rivoluzionarie dei popoli del Sud del mondo. Sono i temi di fondo del sopracitato Oltre l’Occidente, di imminente uscita per i tipi di Meltemi. Qui di seguito ne anticiperò alcune argomentazioni.

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Partendo dall’ultimo dei tre punti appena elencanti, citerò alcuni stralci di un paragrafo del capitolo 14, intitolato “Perché marxisti dogmatici e sinistre radicali negano il carattere socialista della Cina”.

Chi nega il carattere socialista del sistema cinese può andare in cerca di argomenti nella teoria “classica” della transizione che, in buona sostanza, si fonda sulla Critica al Programma di Gotha e su alcuni passaggi del Capitale di Marx e sull’Antiduhring di Engels. Soprattutto in quest’ultima opera, l’autore scrive che il socialismo, in quanto fase di transizione al comunismo, non è solo caratterizzato dalla socializzazione dei mezzi di produzione ma implica la scomparsa della produzione mercantile e dei rapporti monetari. Lenin manda in pensione tale tesi nei primi anni Venti (siamo ai tempi della NEP), allorché liquida le posizioni della sinistra bolscevica e ammette che la transizione sarebbe stata lunga e inevitabilmente caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari.

Fu già allora che all’interno dell’ala sinistra del comunismo internazionale cominciò a circolare la tesi della restaurazione del capitalismo in Russia e la definizione del sistema sovietico come “capitalismo di Stato”. Nell’antologia di scritti di Lenin Economia della rivoluzione (10), curata da Vladimiro Giacché, troviamo un articolo in cui il leader rivoluzionario replica che “il capitalismo di Stato di cui si parla in tutti i libri di economia è quello che esiste nel sistema capitalistico, dove lo Stato mette sotto il suo diretto controllo alcune imprese capitalistiche. Ma (...) il capitalismo di Stato che abbiamo introdotto nel nostro Paese è di tipo speciale (…) Noi occupiamo tutte le posizioni chiave. La terra è nostra [il che] è estremamente importante…”.

Quel dibattito si trascina da allora ai giorni nostri, soprattutto perché, come nota Rita di Leo (11), tutte le analisi della transizione scontano il fatto che “non esiste una credibile teoria marxista della transizione, o meglio, non esiste una teoria in grado di rendere conto delle dinamiche evolutive di una società in cui uno Stato socialista convive con un'economia in cui permangono elementi di capitalismo”. Di fronte a queste formazioni socioeconomiche “ibride”, la sinistra occidentale (…) reagisce affermando che non si tratta di società ‘veramente’ socialiste bensì di varie forme di capitalismo di Stato.

La mia tesi è che l’unico criterio in grado di dirimere la controversia in questione è politico: “quello che veramente occorre capire, scrivo, è chi detiene il potere politico e quali interessi di classe promuove e difende”. Tornando alla Cina: è evidente che, in base alla definizione “canonica” di socialismo, non possiamo considerarla tale, la risposta è del tutto opposta se ci chiediamo in che direzione politica si muove questo grande Paese e in questo senso le risposte formulate nel documento dei quattro mi paiono inconfutabili e decisive.

Naturalmente le sinistre occidentali possono replicare che i successi cinesi dimostrano solo che il capitalismo di Stato funziona, non che non si tratta di capitalismo, e da questo circolo vizioso si esce solo accettando la lezione di Gabriele citata in precedenza: nella concreta realtà storica non esistono formazioni socioeconomiche puramente socialiste, ma concreti processi di transizione che possono o meno sboccare nella realizzazione di una società socialista, la quale, tuttavia, non sarà mai una replica del modello ottocentesco descritto da Marx ed Engels.

Quanto appena affermato ci conduce al secondo punto: i socialismi realmente esistenti non corrispondo all’ideale classico perché sono il prodotto di un’applicazione creativa della teoria marxista alle concrete condizioni socioeconomiche, nonché alle tradizioni storiche, civili e culturali in cui sono avvenute le rivoluzioni che li hanno generati. E le sole rivoluzioni vittoriose sono avvenute in Paesi del Sud del mondo, perché l’evoluzione del sistema capitalistico mondiale ha creato, ad un tempo, le condizioni per l’integrazione di larghi strati delle classi subalterne metropolitane e quelle per la lotta rivoluzionaria delle larghe masse dei Paesi periferici e semiperiferici. Non mi è qui possibile sintetizzare le centinaia di pagine del libro in cui argomento tale tesi, per cui mi limito ad anticipare che essa si fonda, fra i vari argomenti, sulle analisi che storici di lungo periodo come Braudel hanno condotto sulle origini e la storia del capitalismo, sulle analisi di quegli autori marxisti (Luxemburg, Baran, Sweezy e altri) che hanno dimostrato che il sistema capitalista metropolitano può riprodursi solo sfruttando le aree periferiche e semiperiferiche mantenute in condizione di dipendenza (vedi Arrighi, Samir Amin, Frank e Wallerstein), nonché sulla storia delle lotte rivoluzionarie in Asia, Africa e America Latina e sulle teorie elaborate dai loro leader.

Vengo infine al primo punto, cioè ai limiti intrinseci del marxismo occidentale. I limiti teorici risalgono assai indietro, fino a certi aspetti delle teorie di Marx ed Engels che si fondavano (né avrebbe potuto essere altrimenti) sull’analisi del concreto livello di sviluppo raggiunto dal capitalismo del XIX secolo, per cui ne estraevano generalizzazioni e previsioni che non potevano tenere conto dell’enorme estensione e complessità dei successivi sviluppi storici. Anche se va ricordato che Marx ha messo in guardia contro ogni indebita interpretazione della propria opera come una descrizione delle leggi generali della storia, valide per ogni tempo e in ogni contesto geografico, civile e culturale (12). Ammonizione bellamente ignorata dal marxismo occidentale che ha prodotto una pletora di interpretazioni deterministe, economiciste, meccaniciste e scientiste della teoria marxiana: vedi in merito il geniale, quanto ignorato, lavoro di “restauro” operato da Gyorgy Lukacs (13).

Quanto ai limiti ideologici, essi sono strettamente associati alle trasformazioni della composizione di classe (l’essere sociale determina la coscienza) che le società occidentali hanno subito dopo la Seconda guerra mondiale. La parabola dei “nuovi movimenti”, dalla fine degli anni Sessanta alla odierna parodia “woke”, coincide con la formazione, il consolidamento e l’ascesa delle nuove classi medie “creative”, generate dai processi di terziarizzazione e deindustrializzazione della seconda metà del secolo XX, vertiginosamente accelerati dalla rivoluzione digitale iniziata alla fine dei Novanta. È in quei decenni che va individuato il crogiolo delle sinistre “liberali”, una cultura che non può comprendere il socialismo cinese perché è “geneticamente” anticomunista.


Note
(1) G. Cremaschi, Solo il socialismo ci può salvare, Mimesis, Milano 2026.
(2) Il termine fu coniato da Mao in un testo del 1938, nel quale scrisse che ci sono tre fasi per vincere una guerra prolungata da parte di una potenza più debole contro un avversario più forte (all’epoca si riferiva al Giappone): difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica. Il termine stallo strategico si riferisce alla fase di equilibrio fra le forze, dopo la prima fase in cui la parte debole riesce a evitare l’annientamento e prepara la terza fase, in cui la parte inizialmente più debole assume l'iniziativa e vince.
(3) Il primo volume, autore Alessandro Visalli, uscirà fra tre giorni, il secondo, autore il sottoscritto, nella prima metà di Luglio.
(4) Il testo si trova all’indirizzo https://giuliochinappi.com/2026/06/07/la-cina-prevalentemente-socialista/
(5) vedi https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/search?q=Screpanti
(6) Cfr. A Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China. Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Springer Nature, Singapore 2020; vedi anche (con A. Jabbour) Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, Routledge, London-New York 2022; vedi infine L’economia cinese contemporanea. Imprese, industria e innovazione da Deng a Xi, Diarkos, Santarcangelo di Romagna 2024.
7) Fra i critici della NEP vi fu anche Rosa Luxemburg, oltre a Bordiga e ad altri esponenti della sinistra della III Internazionale.
8) Sulla necessità di non identificare il capitalismo con l’esistenza di relazioni di mercato vedi, in particolare, F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.
(9) Sulla distribuzione geografica della composizione di classe nel tardo capitalismo cfr., fra gli altri, C. Guilluy, La France périphérique. Comment on a sacrifié les classes populaires, Flammarion, Paris 2014.
(10) Lenin, Economia della rivoluzione (a cura di V. Giacché), il Saggiatore, Milano 2017.
(11) Cfr R. di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Futura editrice, Roma 2012.
(12) Mi riferisco alla nota replica di Marx al recensore russo del Capitale, inserita nell’antologia India, Cina, Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, (a cura di B. Maffi), il Saggiatore, Milano 1960.
(13) Del contributo di G. Lukacs alla riattualizzazione della teoria marxiana, con particolare riferimento alla sua Ontologia dell’essere sociale (4 voll. Meltemi, Milano 2023) mi occupo nella prima parte del secondo volume di Oltre l’Occidente, in via di pubblicazione.

CLAUDE 23-6-26

Occhiello (parole chiave) Cina "prevalentemente socialista"; Alberto Gabriele e il continuum capitalismo-socialismo; capitalismo monopolistico di Stato vs. proprietà pubblica; Lenin e la NEP; teoria della transizione; marxismo occidentale e sue "rimozioni"; Sud globale e non-allineamento; mutazione del PCI; Lukács contro il marxismo deterministico.


Abstract

Formenti commenta e fa propria la tesi del testo collettivo La Cina (prevalentemente) socialista (Burgio, Chinappi, Leoni, Sidoli), che polemizza con la lettura "capitalismo di Stato" della Cina sostenuta da Ernesto Screpanti e da gran parte della sinistra radicale occidentale. Il punto di partenza teorico è l'approccio di Alberto Gabriele, che rifiuta la classificazione binaria capitalismo/socialismo a favore di un continuum storico-concreto in cui più modi di produzione possono coesistere, con un'egemonia relativa o assoluta dell'uno o dell'altro. Applicando questo criterio, gli autori sostengono che in Cina i rapporti di proprietà egemoni nei settori strategici (terra, energia, credito, infrastrutture, moneta) sono pubblici/collettivi, a differenza del capitalismo di Stato occidentale, che agirebbe invece come "stampella" del capitale privato. Formenti riporta in dettaglio nove ambiti di "rimozione" del marxismo occidentale (proprietà della terra, risorse energetiche, cooperative agricole, sistema bancario, pianificazione quinquennale, infrastrutture pubbliche, controllo statale su moneta/cripto, composizione della forza lavoro, rapporti col Sud globale) e ne ricava che la sinistra radicale non ignora questi fatti per pura ignoranza o malafede, ma per ragioni più profonde che intende esplorare nella seconda parte dell'articolo (qui solo anticipata): da un lato i limiti teorici intrinseci al marxismo occidentale (l'eredità del paradigma ottocentesco di Marx-Engels, irrigidito da letture deterministiche ed economiciste contro cui già Lukács aveva lavorato), dall'altro le trasformazioni di classe del secondo dopoguerra (terziarizzazione, ascesa delle nuove classi medie "creative") che avrebbero prodotto una sinistra occidentale "geneticamente anticomunista" pur dichiarandosi di sinistra. Formenti propone come criterio dirimente per la natura socialista di un sistema non la definizione "canonica" ottocentesca (socializzazione dei mezzi di produzione + scomparsa di mercato e moneta, secondo Engels) ma un criterio politico: chi detiene il potere e quali interessi di classe promuove. Annuncia che il proprio libro di prossima uscita, Oltre l'Occidente, svilupperà la tesi secondo cui le uniche rivoluzioni vittoriose sono avvenute nel Sud del mondo, mentre il marxismo occidentale, integrato dal capitalismo metropolitano del dopoguerra, si è convertito progressivamente al liberalismo — esempio paradigmatico: la mutazione del PCI dopo la Bolognina, che non sarebbe diventato socialdemocratico ma "liberale di sinistra", rappresentando gli interessi delle nuove classi medie urbane postindustriali.


Analisi per punti

  1. Cornice di apertura: il post si inserisce in un dibattito già aperto da Formenti su un documento del think tank cinese chinadiplomacy.org sullo "stallo strategico" Cina-USA (termine che l'autore fa risalire a Mao, 1938, nella teoria delle tre fasi della guerra prolungata: difesa strategica, stallo strategico, controffensiva strategica) e annuncia un proprio libro di imminente pubblicazione, Oltre l'Occidente (Meltemi), in due volumi con Alessandro Visalli.

  2. Oggetto del commento: il testo collettivo La Cina (prevalentemente) socialista (Burgio, Chinappi, Leoni, Sidoli, World Politics Blog), che polemizza con Ernesto Screpanti, assunto a simbolo dei "pregiudizi ideologici" della sinistra radicale occidentale che classifica la Cina come "capitalismo di Stato".

  3. Il dispositivo teorico di Alberto Gabriele: rifiuto della classificazione binaria e astratta (un sistema è "solo" capitalista o "solo" socialista) in favore di un continuum storico-concreto in cui più modi di produzione coesistono con egemonia relativa o assoluta; criterio operativo proposto: individuare quali rapporti di proprietà sono egemoni nei settori decisivi (terra, infrastrutture, credito, energia, grandi imprese, reti logistiche, telecomunicazioni, risorse strategiche, strumenti di pianificazione).

  4. Distinzione leninista tra capitalismo monopolistico di Stato e proprietà pubblica socialista: richiamo a Lenin contro la "sinistra" bolscevica, per sostenere che non ogni intervento statale è "capitalismo di Stato" — la differenza decisiva è se l'azione statale serva a riprodurre il capitale privato (salvataggi bancari, finanziamento di monopoli, protezione delle rendite — il caso occidentale) oppure agisca come motore e supervisore dell'accumulazione e della sicurezza economica nazionale (il caso cinese, secondo la tesi sostenuta).

  5. Argomento anti-imperialista: il capitalismo di Stato occidentale sarebbe stato storicamente strumento di oppressione imperialista (coloniale e postcoloniale), mentre la Cina offrirebbe ai paesi del Sud globale "margini più ampi di sovranità" — con la postilla polemica che persino Screpanti riconoscerebbe questo dato di fatto, qualificandolo però come "imperialismo di tipo particolare", giudizio che Formenti definisce con "supremo sprezzo del ridicolo".

  6. I nove ambiti di "rimozione" elencati e citati quasi testualmente dal documento originale:

    • proprietà statale/collettiva della terra;
    • controllo statale su terre rare e idrocarburi;
    • due milioni di cooperative agricole di produzione (dato 2024);
    • egemonia delle quattro grandi banche statali (Big Four);
    • persistenza della pianificazione economica (XV Piano Quinquennale, 2026, focalizzato su stimolo della domanda interna, sussidi, servizi per anziani/sanità, redditi rurali);
    • proprietà pubblica delle infrastrutture (autostrade, rete ferroviaria ad alta velocità, la più estesa al mondo), in contrasto con le privatizzazioni occidentali;
    • controllo statale su cambio valutario e divieto di criptovalute/asset tokenizzati non statali (febbraio 2026);
    • composizione della forza lavoro: citazione di Milanovic sugli agricoltori come "semplice produzione di merci" in termini marxiani, e di Gabriele sulla quota minoritaria (poco più di un quarto, dato 2018) della popolazione attiva impiegata in imprese capitaliste;
    • rapporti con il Sud globale: dazio zero per 53 paesi africani (maggio 2026), Global Development Initiative su povertà, sicurezza alimentare, sanità, transizione verde.
  7. Tesi sulla resilienza cinese alle crisi capitalistiche cicliche: esempio recente, la capacità cinese di assorbire lo shock del conflitto mediorientale scatenato da USA e Israele senza l'effetto domino (inflazione, panico, instabilità sociale) tipico delle economie capitalistiche, attribuita alla capacità di uno "Stato socialista" di distribuire i costi e proteggere i settori popolari, in contrasto con la tendenza neoliberista a scaricare il prezzo delle crisi su famiglie e lavoratori.

  8. Domanda critica centrale posta da Formenti: perché la sinistra radicale occidentale, pur conoscendo (almeno in parte) questi fatti, non li considera sufficienti a definire socialista il sistema cinese? Formenti scarta sia la spiegazione dell'ignoranza sia quella della pura malafede, per orientarsi verso una spiegazione più strutturale, da sviluppare nella "seconda parte" (qui solo anticipata in nuce).

  9. Excursus storico-teorico sulla teoria della transizione: richiamo alla tesi "classica" (Engels nell'Antiduhring) secondo cui il socialismo implicherebbe la scomparsa di produzione mercantile e rapporti monetari; superamento di tale tesi da parte di Lenin negli anni della NEP, che ammette la persistenza necessaria e prolungata di rapporti mercantili/monetari durante la transizione; nascita, già allora, della tesi della "restaurazione del capitalismo" e del "capitalismo di Stato" applicata all'URSS (critici: ala sinistra della Terza Internazionale, inclusa Rosa Luxemburg); citazione di Lenin (da Economia della rivoluzione, ed. Giacché) sulla differenza specifica del capitalismo di Stato sovietico ("Noi occupiamo tutte le posizioni chiave. La terra è nostra").

  10. Citazione di Rita Di Leo: assenza di una "credibile teoria marxista della transizione" capace di rendere conto di società ibride in cui uno Stato socialista convive con elementi di economia capitalistica — premessa usata per giustificare il bisogno di un criterio diverso da quello classico.

  11. Criterio dirimente proposto da Formenti — politico, non strutturale: la domanda decisiva non è "quale modo di produzione prevale in senso tecnico" ma "chi detiene il potere politico e quali interessi di classe promuove e difende"; applicato alla Cina, la risposta sarebbe "del tutto opposta" a quella della definizione canonica, e le conclusioni del documento dei quattro autori vengono giudicate "inconfutabili e decisive".

  12. Anticipazione di replica al circolo vizioso "successo = funziona, non prova che non sia capitalismo": Formenti propone di uscirne accettando la lezione di Gabriele — nella storia concreta non esistono formazioni socioeconomiche puramente socialiste, solo processi di transizione che possono o meno sfociare in una società socialista, comunque mai identica al modello ottocentesco di Marx-Engels.

  13. Tesi sul Sud del mondo come unico terreno di rivoluzioni vittoriose: richiamo a Braudel sulla storia di lungo periodo del capitalismo, e alla tradizione di Luxemburg, Baran, Sweezy, Arrighi, Samir Amin, Frank, Wallerstein sul nesso strutturale tra capitalismo metropolitano e dipendenza delle aree periferiche/semiperiferiche — premessa per la tesi (sviluppata nel libro annunciato) secondo cui lo stesso processo che ha permesso l'integrazione delle classi subalterne occidentali ha prodotto le condizioni per la lotta rivoluzionaria nelle periferie.

  14. Limiti teorici del marxismo occidentale: radicati nell'analisi marxiana del capitalismo del XIX secolo, da cui derivano generalizzazioni inadeguate ai sviluppi successivi; richiamo alla nota cautela di Marx stesso (nella replica al recensore russo del Capitale) contro l'uso della propria opera come legge generale della storia valida ovunque — cautela "bellamente ignorata" dal marxismo occidentale, che avrebbe prodotto interpretazioni deterministe, economiciste, meccaniciste; cita il lavoro di "restauro" teorico di Lukács (Ontologia dell'essere sociale) come contributo geniale ma ignorato.

  15. Limiti ideologici legati alla trasformazione di classe: la parabola dei "nuovi movimenti sociali", dagli anni '60 alla "parodia woke" contemporanea, coinciderebbe con l'ascesa delle nuove classi medie "creative" generate da terziarizzazione, deindustrializzazione e rivoluzione digitale — il "crogiolo" di una sinistra liberale "geneticamente anticomunista".

  16. Caso paradigmatico — la mutazione del PCI: a differenza dei partiti comunisti che si sarebbero potuti trasformare in socialdemocrazie (riformiste ma di classe), il PCI dopo la Bolognina (1989) si sarebbe trasformato direttamente in partito "liberale di sinistra", abbandonando l'identità di classe per rappresentare gli interessi delle nuove classi medie urbane postindustriali (riferimento a Christophe Guilluy sulla geografia di classe del tardo capitalismo).

  17. Critica al documento commentato — eccesso di enfasi sulla guerra fredda culturale: Formenti riconosce la qualità dell'analisi storica sulla "guerra fredda culturale" (citazione di Arthur Schlesinger sulla "Non-Communist Left" come baluardo anti-totalitario funzionale alla politica estera USA, e sul ruolo della tradizione trotzkista/Quarta Internazionale nell'appoggio a Tiananmen, separatismo tibetano, proteste di Hong Kong), ma giudica eccessivo il peso attribuito al trotzkismo, oggi ridotto a "gruppuscoli" marginali, mentre la convergenza con posizioni anticinesi riguarderebbe la stragrande maggioranza della sinistra radicale occidentale, post-operaisti (allievi di Negri) compresi, senza che si distinguano dagli ex comunisti transitati dal PCI al PD.

  18. Rifiuto della tesi del "tradimento": Formenti respinge sia la tesi del tradimento personale sia quella dell'incapacità di resistere alla potenza persuasiva del "nemico di classe", proponendo invece un'indagine strutturale su tre fronti (limiti teorici del marxismo occidentale; mutazioni socioeconomiche dell'integrazione delle classi subalterne metropolitane; incapacità di superare la visione eurocentrica ottocentesca dell'utopia socialista) — i tre assi del libro annunciato.


Elenco concetti-soggetti chiave

  • Alberto Gabriele: continuum capitalismo-socialismo, primato relativo/assoluto del modo di produzione
  • Distinzione leninista: capitalismo monopolistico di Stato vs. proprietà pubblica socialista
  • I nove ambiti di "rimozione" del marxismo occidentale sulla Cina (terra, energia, cooperative, banche, piano quinquennale, infrastrutture, moneta/cripto, forza lavoro, Sud globale)
  • Resilienza cinese alle crisi cicliche del capitalismo mondiale
  • Teoria della transizione: Engels (Antiduhring) vs. Lenin (NEP) vs. Rita Di Leo (assenza di una teoria marxista della transizione)
  • Criterio politico di Formenti: potere politico e interessi di classe difesi, non struttura formale dei rapporti di produzione
  • Braudel e la scuola della dipendenza (Luxemburg, Baran, Sweezy, Arrighi, Samir Amin, Frank, Wallerstein)
  • Limiti teorici del marxismo occidentale: eurocentrismo, determinismo, contributo di Lukács
  • Limiti ideologici: nuove classi medie "creative" e sinistra "geneticamente anticomunista"
  • Mutazione del PCI post-Bolognina: da comunismo a "liberalismo di sinistra"
  • Guerra fredda culturale: Non-Communist Left, trotzkismo, Tienanmen, Tibet, Hong Kong
  • Annuncio del libro Oltre l'Occidente (Formenti/Visalli, Meltemi)

Valutazione critica finale

Visto il contesto della Sua ricerca (riformismo post-1989 e suo rapporto col marxismo contemporaneo), questo testo è particolarmente utile come contrappunto: non è un testo riformista ma un testo di marxismo militante che si rivolge polemicamente contro un'altra area della sinistra radicale (non contro il riformismo liberal-democratico), e che quindi permette di mappare una frattura interna al campo marxista stesso — tra chi (Screpanti, gran parte della sinistra radicale occidentale) legge la Cina come "capitalismo di Stato" e chi (Formenti, Gabriele, Burgio-Chinappi-Leoni-Sidoli) la legge come formazione "prevalentemente socialista".

Osservazioni analitiche, nel registro che Lei utilizza abitualmente per queste analisi:

  1. Il dispositivo teorico di Gabriele (continuum, non dicotomia) è metodologicamente interessante e ha un pregio reale: permette di evitare sia il dogmatismo classificatorio ("o tutto socialista o tutto capitalista") sia l'opposto eccesso descrittivo (rinunciare a ogni giudizio sulla natura del sistema). Tuttavia, applicato come qui avviene, il criterio rischia di diventare elastico quanto basta per accogliere quasi ogni evidenza a sostegno della tesi prestabilita: l'elenco dei nove punti è composto in modo da mostrare egemonia pubblica nei settori "decisivi", ma la selezione di cosa sia "decisivo" (terra, energia, banche, infrastrutture, moneta) è essa stessa un atto interpretativo che esclude altri indicatori potenzialmente significativi in senso opposto — ad esempio il ruolo del settore privato nell'occupazione urbana, nella tecnologia di consumo, nell'export manifatturiero, nella formazione del profitto aggregato, su cui il testo non si sofferma con lo stesso livello di dettaglio quantitativo.

  2. Il criterio politico finale ("chi detiene il potere e quali interessi di classe promuove") è la mossa teorica più scoperta del testo: Formenti lo presenta come "l'unico criterio in grado di dirimere la controversia", ma è precisamente il punto più contestabile, perché sposta l'asse della definizione di "socialismo" dalla struttura economica (rapporti di proprietà, rapporti sociali di produzione — il criterio storicamente usato dal marxismo classico per cui lo stesso testo riconosce l'assenza di una "teoria della transizione" condivisa) a un giudizio sulla direzione politica del potere statale — un criterio che, applicato con lo stesso metro, potrebbe in linea di principio qualificare come "socialista" qualunque Stato capitalista che persegua politiche ritenute favorevoli ai "settori popolari", rendendo la categoria meno operativa di quanto l'autore ritenga.

  3. L'argomento sulla "resilienza cinese alle crisi" come prova della natura socialista del sistema è logicamente debole nella sua forma attuale: la capacità di uno Stato di assorbire shock esterni attraverso strumenti di intervento pubblico forte è compatibile anche con letture alternative (capitalismo di Stato efficace, keynesismo autoritario, modello di sviluppo guidato dallo Stato sul modello dei "tigri asiatiche" pur capitaliste) — il testo tratta questa resilienza come prova decisiva della natura socialista, ma il nesso causale (Stato forte → resilienza; resilienza → socialismo) non è stabilito, solo asserito.

  4. La spiegazione delle "rimozioni" della sinistra radicale tramite mutazione di classe (nuove classi medie "creative") è la parte più originale e potenzialmente più fertile per il Suo studio comparativo, perché converge — pur da prospettive opposte — con alcune diagnosi che Lei ha già incontrato nei testi di Balbo sulla "disuguaglianza patrimoniale" e sulla frattura tra "chi possiede" e "chi non possiede": entrambi gli autori, da campi politici opposti, individuano nelle classi medie urbane postindustriali un blocco sociale che ha "tradito" (nel linguaggio di Formenti) o semplicemente "non rappresenta più" (nel linguaggio più neutro di Balbo) gli interessi dei ceti popolari — un punto di convergenza diagnostica interessante da annotare, pur restando le conclusioni politiche diametralmente opposte (per Formenti la soluzione è il rilancio della lotta anticapitalista guidata dal Sud del mondo; per Balbo la moderazione fiscale interna al sistema).

  5. Assenza, in questo estratto, di un confronto con i costi sociali del modello cinese: il testo elenca con grande dettaglio gli indicatori di proprietà pubblica e pianificazione, ma non affronta (almeno in questa parte dell'articolo) temi come il controllo politico-repressivo, la disuguaglianza interna cinese (pur in diminuzione secondo alcuni indicatori), le condizioni di lavoro nel settore privato che pure il testo riconosce esistere — un'asimmetria che riflette la natura dichiaratamente polemica e tesi-orientata del pezzo, comprensibile nel genere del saggio militante ma da segnalare per completezza nella Sua mappatura.

Collocazione per il Suo studio sul rapporto riformismo/marxismo moderno: questo testo non è propriamente "riformista" — è marxismo rivoluzionario che critica frontalmente sia il "marxismo occidentale" (per le sue rimozioni e la sua deriva liberale) sia, implicitamente, ogni posizione che si limiti a correggere il capitalismo esistente. È utile per il Suo studio soprattutto come termine di paragone esterno: mentre Balbo e gli altri autori riformisti analizzati cercano correttivi interni al capitalismo finanziario occidentale senza metterne in discussione l'impianto proprietario, Formenti rappresenta l'estremo opposto dello spettro — la tesi secondo cui l'unica alternativa storicamente reale al capitalismo si sta costruendo non in Occidente (dove la sinistra si sarebbe "liberalizzata") ma nei processi di transizione del Sud globale, di cui la Cina sarebbe il caso più avanzato. Se vuole, posso costruirle una mappa comparativa che colloca su uno stesso asse Balbo/Stiglitz/Piketty (riformismo tecnico-regolatorio), Brancaccio/Fazi (riformismo monetario-radicale, più vicino al marxismo ma ancora interno alla cornice statale-nazionale), e Formenti/Gabriele/Losurdo (filo-cinismo teorico, transizione guidata dal Sud globale) — i tre poli che sembrano emergere con chiarezza dal materiale che Lei mi ha sottoposto finora.

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