Ripensare l’intervento pubblico? Un pamphlet britannico

 

Ripensare l’intervento pubblico? Un pamphlet britannico

Partendo dall’esperienza del neo-leader laburista Burnham a Manchester, si cerca di costruire una teoria dello Stato produttivo come terzo pilastro dell’economia politica. Un testo utile per ipotizzare cosa succederà in UK

Roberto Romano 24 Giugno 2026

Ripensare l’intervento pubblico? Un pamphlet britannico - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro


Che l’ingresso al numero 10 di Downing street di Andy Burnham significhi il ritorno dello Stato in economia nel Paese che prima e più di tutti ha privatizzato larga parte del settore pubblico e dei servizi? Lo scopriremo nei prossimi anni se il futuro premier laburista sarà coerente con quel che ha fatto da sindaco di Manchester tra il 2017 e il 2026 – e se avrà margini di manovra. Quel che sappiamo è che due studiosi/attivisti hanno cercato di tracciare un’ipotesi di cosa e come lo Stato possa tornare a svolgere un ruolo, usando come punto di partenza quello che viene chiamato “Manchesterism” (noi forse diremmo “modello Manchester”). Con The Productive State. A Framework for Manchesterism (Mainstream, 2026), Lawrence M. e Alex Williams cercano di costruire una teoria dello Stato produttivo come terzo pilastro dell’economia politica, distinto sia dal mercato sia dal tradizionale welfare state. Il punto di partenza è una diagnosi della crisi britannica che va oltre gli shock congiunturali – inflazione, Brexit, crisi energetica o austerità – per individuare un problema strutturale: l’incapacità dell’economia di costruire, investire e fornire beni essenziali in quantità e qualità adeguate.

Gli anni del trionfo del mercato

Secondo gli autori, questa incapacità è il risultato di oltre quarant’anni di privatizzazioni. Energia, acqua, trasporti, edilizia sociale e altri servizi fondamentali sono stati progressivamente affidati a operatori privati, sostituendo istituzioni orientate all’interesse collettivo con imprese il cui obiettivo principale è la remunerazione del capitale. Ne deriva un’economia nella quale la ricerca della rendita prevale sull’investimento produttivo, il coordinamento tra settori viene meno e il maggior costo del capitale privato viene trasferito direttamente ai cittadini attraverso tariffe e prezzi più elevati.

La tesi centrale del libro è che la politica economica degli ultimi decenni abbia affrontato soltanto gli effetti di questo processo, senza intervenire sulle cause. I trasferimenti monetari sostengono il reddito delle famiglie ma finiscono spesso per alimentare rendite nei mercati dell’energia o dell’abitazione; la regolazione tenta di correggere i fallimenti dei mercati senza modificare gli assetti proprietari; le riforme della pianificazione urbanistica possono accelerare le autorizzazioni ma non garantiscono che gli investimenti vengano effettivamente realizzati. In altre parole, lo Stato continua a finanziare le conseguenze del fallimento del mercato, anziché intervenire direttamente sui meccanismi che lo producono.

Il concetto forse più originale del volume è quello di privatisation premium, ossia il sovraccosto che deriva dall’affidamento delle infrastrutture essenziali al capitale privato. Tale sovraccosto non nasce da una maggiore qualità dei servizi, ma dall’esigenza di remunerare azionisti e finanziatori attraverso dividendi, interessi e rendite finanziarie. A questo si aggiungono costi di coordinamento più elevati e investimenti spesso inferiori al necessario. Il risultato è duplice: aumentano i prezzi pagati da famiglie e imprese e cresce, parallelamente, la spesa pubblica destinata a compensare tali aumenti mediante sussidi e trasferimenti.

Gli autori definiscono questo processo fiscal escalator. Lo Stato, invece di investire direttamente nella produzione dei beni essenziali, è costretto a destinare crescenti risorse a sussidiare gli effetti della loro scarsità o del loro elevato costo. In questo modo la spesa pubblica aumenta senza accrescere il patrimonio collettivo né la capacità produttiva del Paese.

Lineamenti di un governo progressista

Da questa diagnosi nasce la proposta del Productive State. Lo Stato non dovrebbe limitarsi a redistribuire reddito o a regolare il funzionamento dei mercati, ma diventare nuovamente investitore, proprietario e produttore nei settori essenziali dell’economia. Attraverso imprese pubbliche dotate di autonomia gestionale e finanziaria, esso dovrebbe investire nelle infrastrutture strategiche, coordinare gli investimenti di lungo periodo, ridurre il costo dei beni fondamentali e perseguire obiettivi sociali che il mercato non è in grado di garantire.

È importante sottolineare che gli autori non propongono una generalizzata sostituzione del mercato. Il loro criterio è funzionale e non ideologico: i mercati continuano a svolgere un ruolo fondamentale nei settori caratterizzati da concorrenza effettiva e rapida innovazione tecnologica. L’intervento pubblico diventa invece necessario nei monopoli naturali, nei comparti caratterizzati da lunghi tempi di investimento, forte rilevanza sistemica e scarsa capacità del capitale privato di garantire investimenti adeguati, come energia, acqua, trasporti, edilizia sociale e cura delle persone.

Uno degli aspetti più interessanti del libro riguarda la definizione dei criteri che giustificano l’intervento pubblico. Gli autori individuano cinque condizioni principali:

  • esaurimento dei guadagni di produttività (productivity exhaustion); 
  • prezzi sistemicamente rilevanti per l’intera economia; 
  • insufficienza degli investimenti privati (investment withdrawal); 
  • presenza di bisogni sociali essenziali; 
  • perseguimento di obiettivi strategici di politica pubblica, quali sicurezza energetica, transizione ecologica e sovranità economica. 

Quando ricorrono una o più di queste condizioni, sostengono Lawrence e Williams, la proprietà pubblica non rappresenta un’anomalia, ma la soluzione economicamente più efficiente.

L’esempio richiamato è quello della Greater Manchester guidata da Andy Burnham, dove il maggiore controllo pubblico dei trasporti, dell’edilizia sociale e degli investimenti locali viene presentato come un laboratorio di questa nuova strategia.

Sebbene innovativa l’argomentazione, si tratta di esperienze note nell’economia pubblica. Il volume è un documento programmatico di un’ala dei Laburisti (Mainstream, appunto) più che una ricerca accademica. Tuttavia, esso ha il merito di riportare al centro una questione quasi rimossa nel dibattito economico contemporaneo: non soltanto quanto lo Stato redistribuisce, ma anche cosa produce direttamente e come organizza l’offerta dei beni essenziali.

Sotto questo profilo, la proposta del Productive State appare meno innovativa di quanto gli autori lascino intendere. Gran parte della letteratura sull’intervento pubblico, da Hirschman a Minsky, fino ai contributi più recenti sullo Stato imprenditore, ha già sottolineato il ruolo strategico dell’investimento pubblico nella trasformazione strutturale dell’economia. Nel contesto italiano il richiamo è ancora più evidente. Molte delle caratteristiche attribuite allo Stato produttivo richiamano infatti la riflessione di un lungo dibattito sull’economia pubblica e i fallimenti del mercato, sulla finanza funzionale e il “dominio” degli assets strategici, cioè uno Stato che non si limita a correggere i fallimenti del mercato, ma interviene direttamente nella formazione della struttura produttiva, negli investimenti strategici e nell’organizzazione dei beni collettivi.

La novità del volume, quindi, non consiste tanto nell’invenzione di una nuova teoria dell’intervento pubblico, quanto nel tentativo di aggiornare quella tradizione alle sfide contemporanee: transizione energetica, crisi delle infrastrutture, finanziarizzazione dell’economia e crescente vulnerabilità geopolitica.

In un’economia caratterizzata da profondi cambiamenti tecnologici e strutturali, lo Stato è chiamato a orientare gli investimenti, costruire capacità produttive e intervenire direttamente nei settori strategici, contribuendo alla formazione delle condizioni dello sviluppo. Pur muovendosi in un contesto diverso e con un linguaggio differente, Lawrence e Williams sembrano recuperare questa intuizione: la qualità dell’intervento pubblico non si misura soltanto dalla sua capacità di correggere i fallimenti del mercato, piuttosto dalla sua funzione di produttore di beni collettivi, infrastrutture e capitale sociale, elementi indispensabili per sostenere produttività, innovazione e coesione economica.

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