Sfatare luoghi comuni e falsità, perché è giusto tassare i super-ricchi
Sfatare luoghi comuni e falsità, perché è giusto tassare i super-ricchi
Una tassa sulla ricchezza dei multimilionari è un tema su cui tutte le forze di centrosinistra potrebbero trovare un’ampia intesa e un consenso, ancora più ampio, fra i cittadini. Sarebbe anche il segno che si muovono su una prospettiva di chiara alternativa rispetto alle destre e di rottura con gli errori del passato
In Italia è ripartita la discussione sulla patrimoniale, che forse è meglio chiamare tassa sui multimilionari. Condita di luoghi comuni o falsità, su tutte quella che colpirebbe il ceto medio. O che sarebbe invisa agli elettori. In realtà, se bene impostata, una tassa sulla ricchezza dei multimilionari è un tema su cui tutte le forze di centro-sinistra potrebbero trovare un’ampia intesa e un consenso, ancora più ampio, fra i cittadini. Sarebbe anche il segno che si muovono su una prospettiva di chiara alternativa rispetto alle destre e di rottura con gli errori del passato. Vediamo perché.
Gli indirizzi del G20
Oggi i multimilionari pagano, come percentuale sul loro reddito, meno tasse degli altri. I nostri sistemi fiscali sono diventati in questi decenni scandalosamente regressivi. Non solo in Italia. Questo perché la gran parte dei redditi dei multimilionari deriva dal capitale, non dal lavoro. E le tasse sui redditi da capitale sono quasi tutte piatte e su livelli molto più bassi di quelle sui redditi da lavoro. È questo il motivo di fondo che giustifica una tassa sulla ricchezza dei multimilionari.
Difatti è un tema di cui si parla ormai in tutto il mondo: il G20 del 2024, in Brasile, si è chiuso con l’impegno di cooperare in questo senso, riconoscendo in modo esplicito, e solenne, che esiste un problema di sotto-tassazione dei super-ricchi. Sfatiamo quindi il primo mito. Tassare i super-ricchi è in linea con gli indirizzi e gli impegni del G20. Ed è una soluzione concreta a un problema oggettivo.
Il merito non c’entra
Non solo. Il patrimonio dei super-ricchi cresce a un tasso di molto superiore a quello del Pil mondiale (e ancor più del Pil italiano): senza che i super-ricchi facciano praticamente nulla! Ecco un secondo mito da sfatare. Il merito qui non c’entra. Basta limitarsi a fare gestire le grandi fortune a intermediari specializzati. Questo vuol dire che la quota di ricchezza dei centomilionari e dei miliardari tende a crescere sempre di più, automaticamente. Che le disuguaglianze aumentano.
Senza alcun legame con il merito, se non a volte nella fase iniziale di formazione di patrimonio (ma neanche questo: in Italia i due terzi della ricchezza dei miliardari è ereditaria). E ripetiamo pagando pochissime tasse. Tutto questo danneggia l’economia reale, orientando la ricchezza sulla rendita finanziaria. E danneggia la democrazia, che è incompatibile con livelli di concentrazione della ricchezza così elevati e che tendono a crescere sempre di più (e infatti la democrazia è in crisi…).
Per iniziare ad affrontare il problema, in Italia si può introdurre, come propone fra gli altri Gabriel Zucman, una tassa sui “centomilionari”, su quanti cioè hanno un patrimonio di almeno 100 milioni di euro. Stiamo parlando di circa 2.500 persone. Se ne potrebbero ricavare dagli 8 miliardi di euro (al 2 per cento) ai 15 miliardi (al 3 per cento), ogni anno. In modo perfettamente sostenibile nel tempo, dato che il tasso di crescita nominale di questi patrimoni è ben superiore a queste soglie.
Tassati una volta
Per inciso, e qui sfatiamo un terzo mito. I super-ricchi non verrebbero tassati più volte. In Italia le patrimoniali ci sono già, come in genere in tutti i paesi. Di solito progressive. Sulle seconde case e sulle auto, i conti corrente, i titoli, o le imbarcazioni. Cos’altro è ad esempio il bollo auto che la gran parte di noi versa, ogni anno? Quello che i centomilionari pagano già di “patrimoniale”, su questi beni specifici, verrebbe dedotto dalla nuova tassa: da corrispondere è solo la differenza.
Va messo in conto che ci sarebbero fenomeni di evasione ed elusione, che ridurrebbero il gettito. Questo è vero. Trattandosi di poche persone, la nostra amministrazione può però governare il fenomeno. Si può pensare, fra l’altro, a una “exit tax” per chi decide di trasferire la propria residenza all’estero, che, pur contenuta, in genere in questi casi si è dimostrata efficace nel contenere il problema. Senza contare che andare via ha comunque un costo, anche senza una sovrattassa.
E qui sfatiamo un quarto mito: la letteratura scientifica mostra che i casi di chi si trasferisce all’estero, pur presenti, hanno tutto sommato un impatto limitato (non più del 20 per cento), e che il fenomeno si può ridurre. Non è vero che tutti i capitali inevitabilmente vanno via. Anzi.
Ci sono poi problemi tecnici, vero anche questo, per il coordinamento delle informazioni con gli altri paesi. In proposito, l’Italia difficilmente può pretendere collaborazione fino a che mantiene un regime di concorrenza sleale, sui miliardari che decidono di trasferirsi da noi. Dal 2017, questi pagano solo 100mila euro all’anno sui redditi prodotti all’estero (sottraendo risorse ai paesi di provenienza), per 15 anni. La soglia è stata poi alzata a 200mila euro nel 2024 e a 300mila euro nel 2026, ma sempre solo per i nuovi residenti. Questo peraltro ha contribuito alla crisi abitativa nelle nostre grandi città, soprattutto a Milano. L’Italia dovrebbe impegnarsi ad abolire questo scandaloso dumping fiscale, in cambio di collaborazione sullo scambio di informazioni con gli altri paesi. Semmai, di questo bisognerebbe parlare accanto alla tassa sui multimilionari.
Imposte globali
Ovviamente imposte di questo tipo sarebbero più efficaci se introdotte a livello europeo, o ancor meglio globale, proprio per i problemi di coordinamento e condivisione delle informazioni di cui si diceva. Esiste infatti una proposta europea, a cura di Oxfam (Tax the Rich), cui il Pd italiano ha già aderito, per tassare lo 0,1 per cento dei cittadini più ricchi (e quindi a favore del 99,9 per cento!), a partire da un’aliquota dell’1 per cento.
In Italia sono 50mila cittadini adulti, che hanno patrimoni superiori a 5,4 milioni e una ricchezza pari a tre volte tanto (!) quella della metà più povera degli italiani (25 milioni). Applicare subito questa misura già solo a livello nazionale è però complicato, dato il carico di controllo che si porrebbe all’amministrazione su un numero molto maggiore di contribuenti.
E il gettito che se ne ricaverebbe in più, rispetto alla proposta Zucman, molto limitato, per via del peso maggiore, in questi casi, delle detrazioni (Imu sulle seconde e terze case, superbollo ecc.): probabilmente 2-3 miliardi. Si può però dare una prospettiva: partire subito con l’imposta sui centomilionari, a livello nazionale, per arrivare poi all’imposta sullo 0,1 per cento più ricco (a livello europeo o nazionale), predisponendo quindi gradualmente l’amministrazione a questa sfida.
Indicativamente, anche a netto di evasione ed elusione, da un’imposta di questo tipo, sui centomilionari, si potrebbero ricavare subito 10 miliardi l’anno. Non risolvono tutti i problemi, certo. Si pensi solo che l’evasione in Italia arriva a 100 miliardi di euro, oggi anno, e che grazie alle nuove tecnologie oggi può essere, finalmente, almeno dimezzata. Ma una cosa non esclude l’altra.
E 10 miliardi non sono una cifra piccola, che potrebbero andare a potenziare il nostro welfare e i servizi pubblici; in un paese dall’altissimo debito pubblico, con quasi sei milioni di persone in povertà assoluta. E sono anche un segnale importante di inversione di rotta, contro l’oligarchia e a favore della tenuta democratica. Una bandiera che la sinistra democratica deve fare propria, e con convinzione e coerenza, se vuole recuperare consenso fra le classi popolari: il ritorno alla progressività del fisco, a vantaggio della stragrande maggioranza dei cittadini. Ah, già. Che cosa c’entra il ceto medio con tutto questo? Nulla. Se non per un fatto: ne beneficia.
=================================
Ecco l'analisi completa dell'articolo di Emanuele Felice.
OCCHIELLO / PAROLE CHIAVE
Tassa sui multimilionari — patrimoniale progressiva — disuguaglianze — fiscalità regressiva — redditi da capitale — Gabriel Zucman — G20 2024 — exit tax — dumping fiscale — welfare — democrazia — centrosinistra
ANALISI PER PUNTI
1. Il problema di partenza: sistemi fiscali regressivi I redditi dei super-ricchi derivano prevalentemente dal capitale, non dal lavoro. Le tasse sui redditi da capitale sono quasi tutte piatte e strutturalmente più basse di quelle sui redditi da lavoro. Il risultato è che i multimilionari pagano, in percentuale sul reddito, meno tasse dei ceti medi e bassi. Felice qualifica questo come uno "scandalo" sistemico, non italiano ma globale.
2. La legittimità internazionale della proposta Il G20 del 2024 (Brasile) ha riconosciuto esplicitamente il problema della sotto-tassazione dei super-ricchi e ha assunto l'impegno di cooperare in questa direzione. Felice usa questo dato per smontare l'argomento della "marginalità" o "estremismo" della proposta: tassare i multimilionari è mainstream nelle sedi multilaterali.
3. Il mito del merito La ricchezza dei centomilionari e dei miliardari cresce automaticamente, a tassi superiori al PIL, grazie alla gestione finanziaria specializzata — senza alcun contributo attivo dei proprietari. In Italia, due terzi della ricchezza dei miliardari è ereditaria. Il legame tra tassazione patrimoniale e "punizione del merito" è quindi, nell'analisi di Felice, una mistificazione ideologica.
4. La proposta concreta: imposta sui centomilionari Seguendo la proposta di Gabriel Zucman, Felice identifica il target nella fascia con patrimonio superiore a 100 milioni di euro: circa 2.500 persone in Italia. L'aliquota del 2-3% produrrebbe un gettito annuo tra 8 e 15 miliardi lordi, stimato in circa 10 miliardi netti. Le imposte patrimoniali già esistenti (IMU, bollo auto, tasse su titoli e conti corrente) verrebbero dedotte dalla nuova imposta: non c'è doppia tassazione.
5. Il mito della fuga dei capitali La letteratura scientifica indica che i trasferimenti di residenza all'estero hanno un impatto contenuto (non oltre il 20% del gettito potenziale) e governabile. Una exit tax anche moderata si è dimostrata efficace nel ridurre il fenomeno. Felice nota inoltre che trasferirsi ha comunque costi reali per i contribuenti, indipendentemente dalla sovrattassa.
6. Il dumping fiscale italiano: la contraddizione interna Dal 2017 l'Italia offre ai miliardari stranieri che si trasferiscono un regime forfettario sui redditi esteri (100mila euro/anno, poi 200mila nel 2024, poi 300mila nel 2026) per 15 anni. Questo regime sottrae risorse ai paesi di provenienza e contraddice qualsiasi pretesa italiana di cooperazione internazionale sullo scambio di informazioni fiscali. Felice chiede l'abolizione di questo "dumping fiscale" come condizione per la credibilità della proposta complessiva.
7. La dimensione europea e la proposta Oxfam Esiste una proposta Oxfam (Tax the Rich), già sostenuta dal PD, per tassare lo 0,1% dei cittadini più ricchi (patrimoni superiori a 5,4 milioni) con un'aliquota dell'1% a livello europeo. In Italia si tratta di 50mila persone, con una ricchezza pari a tre volte quella della metà più povera degli italiani. Felice propone una sequenza graduale: partire subito con l'imposta sui centomilionari a livello nazionale, poi estendere la platea avvicinandosi alla soglia Oxfam, idealmente nel quadro europeo.
8. Il significato politico della proposta I 10 miliardi netti stimati non risolvono i problemi strutturali italiani (l'evasione fiscale vale 100 miliardi annui; le persone in povertà assoluta sono quasi 6 milioni). Ma rappresentano un segnale di inversione di rotta politica: il ritorno alla progressività fiscale come bandiera identitaria del centrosinistra per recuperare consenso nelle classi popolari. Il ceto medio, contrariamente al luogo comune della "patrimoniale che colpisce tutti", non è toccato dalla misura — ne beneficia.
ANALISI CRITICA
L'articolo di Felice ha il merito di affrontare frontalmente i luoghi comuni più radicati attorno alla tassazione patrimoniale, smontandoli uno per uno con dati e riferimenti alla letteratura scientifica. Il registro è volutamente divulgativo e polemico, adatto alla pubblicazione su un quotidiano di centrosinistra come Domani: non è un paper accademico, e non ambisce a esserlo.
Sul piano argomentativo, i punti più solidi sono quello sul carattere automatico e non meritocratico dell'accumulazione patrimoniale dei super-ricchi e quello sul dumping fiscale italiano — una contraddizione reale e spesso trascurata nel dibattito pubblico, che indebolisce qualsiasi posizione italiana nelle trattative internazionali sullo scambio di informazioni fiscali. Anche il richiamo al G20 del 2024 è pertinente come argomento di legittimazione politica.
Più debole, invece, la trattazione dei problemi tecnici. Felice li ammette ma tende a minimizzarli con un ottimismo che non è pienamente supportato dai dati citati. Affermare che i fenomeni di elusione e fuga dei capitali hanno un impatto "non più del 20%" presuppone condizioni di enforcement e cooperazione internazionale che in Italia sono storicamente precarie. L'amministrazione fiscale italiana, pur migliorata negli ultimi anni, non ha ancora dimostrato la capacità di gestire regimi di tassazione patrimoniale complessi su popolazioni anche ristrette ma dotate di strutture societarie opache e internazionalizzate.
Più in generale, la proposta sconta una tensione irrisolta: da un lato Felice afferma che l'imposta funzionerebbe meglio a livello europeo o globale, dall'altro la presenta come immediatamente applicabile a livello nazionale con effetti positivi certi. Le condizioni di efficacia di un'imposta sul patrimonio — informazioni affidabili, cooperazione internazionale, valutazione credibile degli asset illiquidi — sono proprio quelle che mancano nel contesto nazionale italiano.
Infine, la dimensione politologica dell'articolo — la proposta come "bandiera" del centrosinistra — rivela l'ambivalenza del testo: è allo stesso tempo un'analisi economica e un manifesto politico. Questa ambivalenza è legittima nel genere del "commento di economista", ma impone al lettore di tenere separati i due piani. I 10 miliardi netti stimati, per quanto non trascurabili, sono nell'ordine di grandezza di una manovra finanziaria parziale in un paese che spende oltre 1.000 miliardi l'anno; la loro rilevanza simbolica e di segnale politico supera di gran lunga quella quantitativa.






Commenti
Posta un commento