Tassa ai super ricchi: la sinistra faccia una cosa di sinistra Piero Ignazi
Tassa ai super ricchi: la sinistra faccia una cosa di sinistra
Nulla può cambiare se la politica non ritorna al centro, e se lo stato non impone delle regole in direzione di un riequilibrio e di una maggiore giustizia sociale (un termine, questo, espulso dal dibattito pubblico). Il capitalismo è uscito dai binari che le democrazie avevano disegnato dopo la crisi del 1929
In Italia come in gran parte del mondo i ricchi sono diventati sempre più ricchi, e i in alcuni casi in maniera esponenziale, la platea dei poveri si è allargata, e chi stava in mezzo ha perso terreno.
Queste non sono impressioni: è quanto emerge da una montagna di statistiche e di studi. Eppure molti si voltano dall’altra parte o fanno finta di non vedere. O al peggio ammettono che va bene così perché la ricchezza dei pochi sgocciolerà anche agli ultimi. Questa insulsaggine è intrisa di un disprezzo da Inghilterra dickensiana: che un tozzo di pane vada anche a quegli affamati sotto la tavola.
Non è una fatalità che l’ attuale distribuzione delle risorse economiche sia così squilibrata verso l’alto. È il prodotto di scelte politiche che hanno favorito una tale sperequazione. La riduzione dello stato a spettatore imbelle di quanto accade nella giungla dell’economia ha spianato la strada a questo stato di cose.
Nulla può cambiare se la politica non ritorna al centro, e se lo stato non impone delle regole in direzione di un riequilibrio e di una maggiore giustizia sociale (un termine, questo, espulso dal dibattito pubblico).
Il capitalismo è uscito dai binari che le democrazie avevano disegnato dopo la crisi del 1929. Allora fu chiaro che quel modello economico andava guidato e sorvegliato affinché non producesse danni così devastanti. E sia da destra che da sinistra vennero presentate delle alternative.
Dopo la guerra la ricostruzione si è fondata sull’intervento pubblico in economia attraverso le nazionalizzazioni, la politica di piano e una tassazione fortemente progressiva. Quelle politiche hanno ridotto la diseguaglianza rispetto all’anteguerra. Mai nella storia la distanza tra ricchi e poveri si era tanto assottigliata, e mai tanti erano entrati in una confort zone di benessere tranquillo, pur senza squilli.
Per molto tempo, la sinistra, quella responsabile e di governo degli ultimi decenni, ha allontanato da sé come fosse una tentazione del demonio la promozione della giustizia sociale attraverso l’azione pubblica. L’unico intervento sostanziale adottato in questi anni, il reddito di cittadinanza, è stato demonizzato anche dalla sinistra. Certo, si limitava a tamponare i guasti peggiori. Ci vuole ben altro per incidere sulla distribuzione del reddito: l’imposizione fiscale.
Da tempo economisti di fama hanno proposto misure per aumentare le tasse alle fasce privilegiate della società, soprattutto sui patrimoni, quella ricchezza improduttiva che uno acquisisce senza fare nulla. In Italia siamo al punto zero sulla tassazione dei patrimoni e della successione.
È una delle tante eredità nefaste del qualunquismo populista di Silvio Berlusconi, con le sue purtroppo efficaci espressioni, come mettere le emani nelle tasche degli italiani (espressione che tanti sciocchi esponenti di sinistra hanno adottato, a riprova di una lunga sudditanza culturale). Se la sinistra ha convinzione nelle proprie idee, e sono ancora ispirate all’idea di eguaglianza, deve abbattere il pensiero egemonico che vuole intoccabili i ricchi.
Il privilegio della ricchezza è roba da ancien regime. Una società (tendenzialmente) giusta appiana sperequazioni che insultano la sua dignità e la sua coesione. Quando il benessere della stragrande maggioranza delle persone è intaccato dai redditi sfarzosi di una ristrettissima minoranza, la politica deve intervenire. Ci hanno provato in Francia con la tassa Zucman che puntava a far pagare gli straricchi (lo 0,0002 per cento della popolazione) più della misera aliquota del 26 per cento di cui usufruiscono.
In effetti, quando le 500 famiglie più benestanti di Francia nel 1996 disponevano di una ricchezza pari al 6 per cento del Pil francese, e oggi sono arrivate al 40 per cento, la concentrazione delle risorse e del potere mette in crisi un sistema democratico.
La situazione italiana non è molto diversa: è quindi tempo che la sinistra abbia il coraggio di proporre misure analoghe senza temere il lamento dei privilegiati. Una cultura politica progressista si distingue per il valore dato all’equità, non all’arricchimento e al privilegio. Se ne ricordino i suoi leader.
================================
CHATGPT
OCCHIELLO – PAROLE CHIAVE
Disuguaglianza – Patrimoniale – Giustizia sociale – Redistribuzione – Stato sociale – Tassazione progressiva – Egemonia neoliberale – Concentrazione della ricchezza – Democrazia economica – Sinistra
Oppure, in forma giornalistica:
"La ricchezza si concentra, la politica arretra: perché la sinistra dovrebbe tornare a parlare di redistribuzione"
SINTESI DEL TESTO PER PUNTI
1. La crescita delle disuguaglianze è un fatto documentato
Secondo Ignazi, in Italia e nelle principali economie occidentali:
i ricchi sono diventati più ricchi;
i ceti medi si sono impoveriti;
la povertà si è estesa.
Non si tratta di percezioni ma di dati confermati da numerosi studi economici.
2. Le disuguaglianze non sono fenomeni naturali
L'autore rifiuta la lettura secondo cui il mercato produrrebbe spontaneamente equilibrio e benessere diffuso.
Le attuali sperequazioni derivano da precise scelte politiche:
deregolamentazione;
riduzione dell'intervento pubblico;
riduzione della progressività fiscale.
3. Il neoliberismo ha svuotato la politica
La politica ha progressivamente rinunciato al proprio ruolo di regolazione.
Lo Stato è stato trasformato in spettatore passivo dei processi economici.
Per Ignazi occorre invertire questa tendenza.
4. Il dopoguerra come modello alternativo
L'autore richiama il periodo successivo alla crisi del 1929 e alla Seconda guerra mondiale.
In quella fase:
tassazione progressiva;
politiche pubbliche;
nazionalizzazioni;
programmazione economica
favorirono una significativa riduzione delle disuguaglianze.
5. Critica alla sinistra contemporanea
Ignazi accusa la sinistra di aver interiorizzato molti principi neoliberali.
Secondo lui:
ha smesso di parlare di redistribuzione;
ha abbandonato il tema della giustizia sociale;
ha accettato il tabù della patrimoniale.
6. La tassazione della ricchezza
La proposta centrale dell'articolo riguarda:
tassazione dei grandi patrimoni;
tassazione delle successioni;
maggiore progressività fiscale.
L'autore sottolinea che in Italia tali strumenti sono tra i meno sviluppati d'Europa.
7. La concentrazione della ricchezza minaccia la democrazia
Ignazi richiama il caso francese:
nel 1996 le 500 famiglie più ricche possedevano ricchezze pari al 6% del PIL;
oggi circa il 40%.
La concentrazione economica produce inevitabilmente concentrazione di potere politico.
8. La sinistra deve recuperare la propria identità
La conclusione è un appello politico:
la sinistra dovrebbe tornare a difendere apertamente l'eguaglianza e la redistribuzione senza inseguire il paradigma culturale dominante.
ANALISI E VALUTAZIONE CRITICA
La tesi centrale
L'articolo sostiene una tesi molto chiara:
la crescita delle disuguaglianze è il risultato di scelte politiche e può essere contrastata attraverso una rinnovata politica redistributiva fondata soprattutto sulla tassazione della ricchezza.
L'argomento si colloca nella tradizione della socialdemocrazia classica e del riformismo progressista.
I riferimenti teorici impliciti
Dietro il ragionamento di Ignazi si possono individuare diversi riferimenti.
Keynesismo
L'idea che il mercato debba essere regolato dallo Stato richiama la tradizione di:
John Maynard Keynes
e delle politiche economiche del dopoguerra.
Stato sociale europeo
Il modello evocato è quello della "golden age" del capitalismo (1945-1975):
welfare state;
piena occupazione;
tassazione progressiva;
forte contrattazione salariale.
Economia delle disuguaglianze
La riflessione è vicina alle analisi di:
Thomas Piketty
che ha documentato la crescente concentrazione della ricchezza nelle economie avanzate.
I punti forti del testo
1. Riporta il tema della distribuzione al centro del dibattito
Ignazi ricorda che la distribuzione della ricchezza non è una questione secondaria ma uno dei problemi fondamentali della politica democratica.
2. Sottolinea la natura politica delle disuguaglianze
Uno degli aspetti più convincenti è il rifiuto del determinismo economico.
Le disuguaglianze non sono eventi naturali ma prodotti storici e istituzionali.
3. Evidenzia il rapporto tra ricchezza e potere
L'autore coglie un punto cruciale:
quando la ricchezza si concentra, tende a concentrarsi anche il potere di influenzare:
media;
politica;
opinione pubblica;
processi decisionali.
I limiti dell'argomentazione
1. Una lettura forse troppo nostalgica del dopoguerra
Il modello socialdemocratico del secondo dopoguerra funzionava in un contesto molto diverso:
economie nazionali relativamente chiuse;
forte crescita industriale;
limitata mobilità dei capitali.
Oggi la globalizzazione rende più difficile applicare gli stessi strumenti.
2. La patrimoniale non viene problematizzata
Ignazi assume che la tassazione dei patrimoni sia la soluzione principale.
Restano però aperte questioni importanti:
fuga dei capitali;
elusione fiscale internazionale;
coordinamento europeo;
efficacia reale delle misure.
3. Manca una riflessione sul capitalismo digitale
L'articolo ragiona prevalentemente in termini di ricchezza patrimoniale tradizionale.
Non affronta pienamente il nuovo potere delle piattaforme digitali e delle Big Tech.
Collocazione politica e culturale
Il testo può essere collocato all'interno di una tradizione che va da:
Keynes;
Beveridge;
socialdemocrazia europea;
Piketty;
Stiglitz;
parte della nuova sinistra progressista contemporanea.
Non propone una critica radicale del capitalismo.
Propone piuttosto una sua correzione mediante:
redistribuzione;
progressività fiscale;
rafforzamento dello Stato.
CONCLUSIONE
L'articolo di Ignazi rappresenta un appello alla rinascita di una cultura politica della redistribuzione dopo decenni di egemonia neoliberale.
La sua forza consiste nel ricordare che la disuguaglianza non è un destino inevitabile ma una costruzione politica.
La sua debolezza consiste nel non affrontare pienamente le trasformazioni del capitalismo contemporaneo: globalizzazione finanziaria, piattaforme digitali, Big Tech e automazione.
In questo senso il testo si colloca nella tradizione della socialdemocrazia classica e apre una domanda più ampia:
è sufficiente tassare i super-ricchi per ridurre le disuguaglianze del XXI secolo, oppure occorre intervenire anche sulle nuove forme di proprietà e di potere generate dal capitalismo digitale e finanziario?
È probabilmente su questo terreno che si giocherà il confronto tra il riformismo redistributivo e le più radicali critiche contemporanee del capitalismo.





Commenti
Posta un commento