Che cosa vuole davvero il comunismo? di Lavinia Marchetti
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Che cosa vuole davvero il comunismo?
Una parola che fa paura, per spiegarla brevemente ai ragazzi
di Lavinia Marchetti
Poche parole spaventano come “comunismo”. Basta pronunciarla perché la conversazione si irrigidisca, e chi la usa venga sospettato di nostalgie per il filo spinato. Alcuni ragazzi di un college (canadese) mi hanno chiesto un documento dove rendessi intellegibile e molto brevemente la domanda: “ma cosa vuole davvero il comunismo?”. La sfida mi è piaciuta, anche a rischio di banalizzare un po’ e sintetizzare troppo con pochi distinguo. In Italia il comunismo ha una “sua” storia, complessa e articolata, ma raramente quando si parla di comunismo si va al “sodo”, ci disperdiamo tutti (me compresa) nella produzione dei più grandi intellettuali degli ultimi duecento anni, ognuno con la sua versione. Vorrei restituirle il suo senso andando al concreto, attraverso i pensatori che l’hanno costruita e corretta lungo quasi due secoli. Distinguo subito ciò che il senso comune tiene mescolato. Una cosa è la teoria con i suoi fini, un’altra cosa sono i regimi che ne hanno usurpato il nome.
Giudicare il comunismo dai gulag equivale a giudicare il cristianesimo dall’Inquisizione, con la differenza che del secondo nessuno pretende di liquidare l’idea a causa dei suoi tribunali.
1. LO SFRUTTAMENTO È LA REGOLA, NON L’ABUSO
Il punto di partenza di Marx è una scoperta che oggi appare banale, ma non lo era affatto quando l’ha formulato. Il profitto discende dalla struttura stessa del salario, e la disonestà del singolo padrone non c’entra, poiché la regola vale anche con il padrone “buono”. L’operaio produce in una giornata un valore superiore a quello che riceve, e quel di più, il plusvalore, resta a chi possiede i mezzi di produzione. Lo scambio appare libero e giusto, e proprio in questo sta la sua astuzia, perché l’estrazione avviene alla luce del sole, dentro un contratto firmato. Oggi la stessa logica governa il magazziniere cronometrato dall’algoritmo e il fattorino pagato a consegna. Il comunismo comincia dal rifiuto di considerare naturale questo prelievo quotidiano sulla vita altrui.
2. NON VOGLIONO IL TUO SPAZZOLINO
La confusione più diffusa riguarda la proprietà. Il comunismo prende di mira la proprietà privata dei mezzi di produzione, cioè le fabbriche e la terra, il capitale con cui si mette al lavoro il resto dell’umanità. La casa in cui vivi e i tuoi oggetti quotidiani appartengono a un’altra sfera, quella dei beni personali, che nessun testo seriamente marxista ha mai voluto requisire. Engels lo precisava già discutendo i programmi di partito. Il bersaglio è il potere che deriva dal possedere ciò da cui gli altri dipendono per vivere. Una cooperativa come Mondragón, nei Paesi Baschi, dove sono i lavoratori a possedere l’impresa e a eleggerne i vertici, dimostra che la questione resta concreta.
3. LO SCOPO VERO: RIAVERE SE STESSI
Sotto l’economia si nasconde una posta più profonda, che il giovane Marx formulò nei manoscritti del 1844. Il lavoro salariato estrania l’uomo dal prodotto che gli sfugge e dall’atto stesso del produrre, ridotto a puro mezzo, mentre trasforma i suoi simili in concorrenti. La parola che Marx adopera è alienazione, la perdita di sé dentro un’attività che non si governa. Il fine ultimo del comunismo è la fine di questa espropriazione interiore, una società in cui, secondo la formula del Manifesto, il libero sviluppo di ciascuno diventi la condizione del libero sviluppo di tutti. L’antropologo David Graeber, descrivendo i lavori privi di senso che milioni di persone svolgono senza crederci, ha dato a quella vecchia intuizione un volto attualissimo.
4. IL MATERIALISMO STORICO: SEGUIRE IL DENARO
La cassetta degli attrezzi di questo pensiero porta un nome, materialismo storico. L’idea è che le forme del diritto e della politica affondino nelle condizioni materiali con cui una società produce e riproduce la propria vita. Non si tratta di un rozzo determinismo economico, e già Engels, in una celebre lettera del 1890, avvertiva che la sovrastruttura reagisce sulla base e possiede una sua efficacia. Louis Althusser affinò l’idea con il concetto di sovradeterminazione. Applicato al presente, il metodo invita a chiedersi, davanti a una legge o a una guerra, a chi giovi materialmente, quali interessi la muovano sotto la superficie delle buone ragioni.
5. LO STATO NON È UN ARBITRO NEUTRALE
Contro l’immagine dello Stato come arbitro imparziale collocato al di sopra delle parti, la tradizione marxista sostiene che esso nasce per garantire un certo ordine di proprietà, e difende in ultima istanza chi quell’ordine avvantaggia. Lenin, in Stato e rivoluzione, riprende Marx ed Engels e annuncia perfino l’estinzione dello Stato una volta scomparse le classi. La storia successiva ha rovesciato quella promessa in uno Stato più ingombrante di prima, ed è una delle contraddizioni su cui torneremo. Nicos Poulantzas, negli anni Settanta, ha mostrato con finezza come lo Stato contemporaneo condensi i rapporti di forza tra le classi, restando permeabile alle pressioni popolari. La domanda che rimane riguarda chi governi davvero quando crediamo di essere governati soltanto dalle leggi.
6. PERCHÉ OBBEDIAMO? EGEMONIA E IDEOLOGIA
La domanda che tormenta i comunisti del Novecento è la più difficile: perché i dominati accettano il proprio dominio senza bisogno di catene. Antonio Gramsci, dal carcere fascista, rispose con il concetto di egemonia, il consenso che la classe dominante ottiene facendo passare i propri interessi per il senso comune di tutti. Louis Althusser vi aggiunse gli apparati ideologici di Stato, la scuola e i mezzi d’informazione che ci plasmano come sudditi docili, e chiamò interpellazione il gesto con cui l’ideologia ci assegna un posto e ci convince che sia il nostro. Chi legge queste righe riconoscerà il tema del mio lavoro, il modo in cui un potere persuade, chi subisce, di essere libero. La meritocrazia, con la sua promessa che ciascuno ottiene ciò che merita, è la forma odierna di quel consenso fabbricato.
7. UGUAGLIANZA E LIBERTÀ INSIEME: BALIBAR
Étienne Balibar ha coniato una parola che riassume l’ambizione più alta di questa tradizione, égaliberté, ugualibertà. La tesi è che libertà e uguaglianza non stanno semplicemente accanto, si implicano a vicenda, poiché è vuota la libertà di chi manca del necessario, ed è falsa l’uguaglianza tra servi. La libertà di dormire sotto un ponte, osservava con sarcasmo Anatole France, viene concessa in egual misura al ricco e al povero. Jacques Rancière ha radicalizzato il punto, ponendo l’uguaglianza come presupposto da praticare subito, e chiamando politica il momento in cui la parte esclusa, quelli che non contano, reclama la propria voce. Il comunismo vuole rendere materiale ciò che le costituzioni promettono soltanto sulla carta.
8. UNA FAMIGLIA LITIGIOSA
Chi immagina il comunismo come un blocco compatto ignora la sua storia reale, fatta di scissioni furibonde. Rosa Luxemburg, comunista fino al martirio, rimproverò a Lenin il soffocamento della libertà, e scrisse che la libertà è sempre la libertà di chi pensa diversamente. La Scuola di Francoforte, con Adorno e Horkheimer, rivolse gli strumenti di Marx contro le illusioni del progresso. Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, usciti dal marxismo rivoluzionario, dedicarono la vita a smascherare la burocrazia sovietica come nuova classe dominante. Questa tradizione ha prodotto da sé le requisitorie più implacabili contro i regimi che ne avevano rubato il nome, segno di un pensiero vivo, capace di giudicare se stesso.
9. PERCHÉ È DIVENTATA UNA BRUTTA PAROLA?
Restano da spiegare due processi diversi che hanno reso la parola impronunciabile. Il primo è reale e terribile. Nel nome del comunismo sono stati commessi crimini enormi, le carestie e il grande terrore staliniano, poi il balzo in avanti di Mao con i suoi milioni di morti per fame, infine lo sterminio cambogiano. Nessuna difesa seria può aggirare quei cumuli di cadaveri, e la parte più lucida di questa tradizione, da Luxemburg a Lefort, li ha denunciati prima e meglio dei suoi nemici. Lo storico François Furet ne fece il centro della propria requisitoria, mentre Eric Hobsbawm ed Enzo Traverso hanno insistito sul dovere di comprendere senza assolvere. Il secondo processo è propagandistico. La guerra fredda e il maccartismo hanno saldato la parola comunismo alla sola immagine del gulag, e hanno addestrato i cittadini a bollare come sovversiva qualunque misura di giustizia sociale, come la sanità pubblica o il salario minimo. Ancora oggi chi propone di curare i poveri viene sospettato di preparare i lager.
10. CHE COSA VUOLE, OGGI, IN CONCRETO
Spogliata delle caricature, la domanda comunista suona quasi ragionevole. Vuole estendere la democrazia dal recinto del voto al luogo dove passiamo la vita, l’economia, poiché appare strano eleggere i sindaci e subire i padroni come sovrani assoluti. Vuole sottrarre al mercato i beni da cui dipende la sopravvivenza, la salute e la casa, e restituire alla comunità il sapere. Nancy Fraser, nel suo capitalismo cannibale, mostra che questo sistema divora le stesse basi naturali e sociali che lo tengono in piedi, e da tale consapevolezza nasce l’ecosocialismo, l’idea che una crescita infinita su un pianeta finito sia una follia contabile. Vuole infine ridurre il tempo di lavoro, poiché Marx già nei Grundrisse vedeva nella liberazione del tempo la ricchezza autentica. Nell’anno in cui i dodici uomini più ricchi possiedono più della metà povera dell’umanità, oltre quattro miliardi di persone, e il patrimonio dei miliardari cresce dell’ottantuno per cento rispetto al 2020, domandare a chi debbano andare i frutti delle macchine intelligenti diventa la questione politica del secolo.
LE OBIEZIONI CHE RESTANO IN PIEDI
Sarebbe disonesto chiudere senza le obiezioni fondamentali, quelle che un comunismo adulto deve affrontare invece di schivare. Ludwig von Mises e Friedrich Hayek sostennero che, privata dei prezzi di mercato, un’economia pianificata resta cieca, incapace di sapere che cosa e in quale quantità produrre, e la penuria cronica del blocco sovietico diede loro ragione su molti punti. Resta poi il problema che assilla chiunque abbia letto la storia del Novecento, la concentrazione del potere economico e di quello politico nelle stesse mani invita alla tirannide, e nessuna buona intenzione ha finora impedito quella deriva.
Un pensiero all’altezza del proprio fine deve rispondere con istituzioni, il pluralismo dei partiti e la libertà di critica che Rosa Luxemburg esigeva contro Lenin. Il comunismo che mi interessa cerca di rendere la terra un poco meno ingiusta, senza promettere alcun paradiso, e accetta di essere giudicato sui risultati. Chi lo trasforma in una bestemmia impronunciabile, e insieme in un pretesto per non toccare nulla, difende un ordine che ha appena regalato a dodici uomini più ricchezza di quanta ne posseggano quattro miliardi di persone. La brutta parola, a ben guardare, serve a proteggere proprio questo.
Articolo del 5 luglio 2026, tratto da https://laviniamarchetti.substack.com/
CLAUDE 21-7-26
Scheda descrittiva
Autore: Lavinia Marchetti Titolo: Che cosa vuole davvero il comunismo? Una parola che fa paura, per spiegarla brevemente ai ragazzi Fonte: Sinistrainrete (sezione Marxismo); originariamente pubblicato su laviniamarchetti.substack.com (5 luglio 2026) Data pubblicazione: 19 luglio 2026 (Sinistrainrete); 5 luglio 2026 (Substack originale) URL: https://www.sinistrainrete.info/marxismo/33379-lavinia-marchetti-che-cosa-vuole-davvero-il-comunismo.html Tipo di testo: Saggio divulgativo a struttura decalogica, nato come risposta a una richiesta pedagogica (studenti di un college canadese)
Occhiello
Un decalogo divulgativo per rispondere alla domanda "cosa vuole davvero il comunismo?", distinguendo la teoria dai regimi che ne hanno "usurpato il nome". Da Marx a Gramsci, da Poulantzas a Balibar e Fraser, Marchetti ricostruisce in dieci punti il nucleo teorico della tradizione comunista — sfruttamento, alienazione, materialismo storico, egemonia, égaliberté — senza eludere le obiezioni storiche (i crimini dei regimi, il calcolo economico) né la propria distanza critica dal leninismo.
Parole chiave: plusvalore e sfruttamento; proprietà dei mezzi di produzione; alienazione; materialismo storico; Stato come rapporto di forza; egemonia (Gramsci); égaliberté (Balibar); crimini dei regimi comunisti; calcolo economico (Mises/Hayek); ecosocialismo
Abstract
Nato come sintesi pedagogica per studenti canadesi, il testo di Marchetti espone in dieci punti il nucleo teorico del comunismo, distinguendo sistematicamente la teoria dai regimi storici che ne hanno "usurpato il nome" (il parallelo proposto è con il rapporto cristianesimo/Inquisizione). I primi punti ricostruiscono l'impianto marxiano classico: lo sfruttamento come regola strutturale del salario e non come abuso individuale (punto 1); la proprietà privata dei mezzi di produzione — non dei beni personali — come bersaglio specifico, con l'esempio della cooperativa Mondragón (punto 2); l'alienazione come posta antropologica più profonda dello sfruttamento economico, con richiamo a Marx del '44 e a David Graeber (punto 3); il materialismo storico come metodo d'indagine, non determinismo meccanico, con riferimenti a Engels, Althusser (punto 4). Segue una sezione sul potere: lo Stato come rapporto di forza tra classi e non arbitro neutrale (Lenin, Poulantzas, punto 5); l'egemonia gramsciana e gli apparati ideologici althusseriani come spiegazione del consenso al dominio (punto 6); l'égaliberté di Balibar e la radicalizzazione ranciériana dell'uguaglianza come pratica immediata (punto 7). Il punto 8 sottolinea la natura litigiosa e autocritica della tradizione comunista (Luxemburg, Francoforte, Lefort, Castoriadis). Il punto 9 affronta direttamente perché "comunismo" sia diventata una parola impronunciabile, distinguendo un processo reale (i crimini dei regimi: URSS, Cina maoista, Cambogia) da uno propagandistico (la saldatura guerra fredda tra comunismo e gulag usata per delegittimare ogni misura di giustizia sociale). Il punto 10 traduce il programma in termini attuali: estensione della democrazia all'economia, sottrazione al mercato di beni essenziali, riduzione del tempo di lavoro, ecosocialismo (Nancy Fraser), nel contesto della concentrazione di ricchezza contemporanea. Il testo si chiude riconoscendo esplicitamente le obiezioni classiche (calcolo economico di Mises/Hayek; rischio di concentrazione di potere economico-politico) e affermando un comunismo pluralista e non salvifico, "che accetta di essere giudicato sui risultati".
Analisi per punti
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Premessa metodologica: teoria vs regimi. Marchetti apre distinguendo nettamente la teoria comunista dai regimi che ne hanno "usurpato il nome", proponendo l'analogia comunismo/gulag = cristianesimo/Inquisizione, con la notazione che nel secondo caso nessuno pretenderebbe di liquidare l'idea a causa dei suoi tribunali.
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Sfruttamento come struttura, non abuso (punto 1). Riprende la teoria marxiana del plusvalore: il profitto deriva dalla struttura stessa del rapporto salariale, indipendentemente dalla moralità del singolo datore di lavoro. Applica l'analisi al presente (magazziniere cronometrato dall'algoritmo, fattorino pagato a consegna), aggiornando l'esempio classico ai lavori di piattaforma.
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Proprietà dei mezzi di produzione vs beni personali (punto 2). Chiarisce la distinzione, spesso fraintesa nel senso comune, tra proprietà personale (mai in discussione) e proprietà privata dei mezzi di produzione (il bersaglio specifico), richiamando Engels sui programmi di partito e portando l'esempio concreto della cooperativa Mondragón nei Paesi Baschi come modello di proprietà collettiva dell'impresa.
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Alienazione come posta antropologica (punto 3). Attinge ai Manoscritti economico-filosofici del 1844: il lavoro salariato estrania l'uomo dal prodotto, dall'atto del produrre e dai propri simili, trasformati in concorrenti. Collega la formula del Manifesto ("il libero sviluppo di ciascuno... di tutti") al concetto contemporaneo di "bullshit jobs" di David Graeber.
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Materialismo storico come metodo, non determinismo (punto 4). Precisa — con riferimento alla lettera di Engels del 1890 e al concetto di sovradeterminazione di Althusser — che il materialismo storico non riduce meccanicamente sovrastruttura a struttura, ma invita a chiedersi "a chi giovi materialmente" ogni legge o guerra.
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Stato come rapporto di forza (punto 5). Contesta l'immagine dello Stato-arbitro neutrale, richiamando Lenin (Stato e rivoluzione) e la sua promessa dell'estinzione dello Stato — smentita dalla storia successiva, nota critica — e la teoria di Poulantzas dello Stato come condensazione di rapporti di forza tra classi, permeabile alle pressioni popolari.
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Egemonia e apparati ideologici (punto 6). Espone il concetto gramsciano di egemonia (il consenso ottenuto facendo passare gli interessi della classe dominante per senso comune) e gli apparati ideologici di Stato di Althusser (scuola, media, interpellazione), collegandoli alla meritocrazia come "forma odierna del consenso fabbricato" — un tema che l'autrice segnala come oggetto del proprio lavoro.
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Égaliberté e uguaglianza come pratica (punto 7). Presenta il concetto di Étienne Balibar (libertà e uguaglianza si implicano reciprocamente) e la radicalizzazione di Jacques Rancière (l'uguaglianza come presupposto da praticare subito, la politica come irruzione della "parte esclusa"), con la citazione di Anatole France sulla libertà "di dormire sotto un ponte" concessa in ugual misura a ricchi e poveri.
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Pluralismo interno e autocritica (punto 8). Sottolinea la natura non monolitica della tradizione comunista attraverso i suoi dissensi interni: Rosa Luxemburg contro Lenin sulla libertà di pensiero, la Scuola di Francoforte contro le illusioni del progresso, Lefort e Castoriadis nella denuncia della burocrazia sovietica come nuova classe dominante — presentati come prova di un pensiero "vivo, capace di giudicare se stesso".
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I due processi di delegittimazione (punto 9). Distingue esplicitamente un processo "reale e terribile" (i crimini storici: terrore staliniano, carestie, il Grande balzo in avanti maoista, lo sterminio cambogiano — richiamando Furet, Hobsbawm, Traverso) da un processo "propagandistico" (la saldatura guerra fredda/maccartismo tra comunismo e gulag, usata per delegittimare misure di giustizia sociale come sanità pubblica e salario minimo).
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Il programma attuale (punto 10). Traduce l'orizzonte comunista in termini presenti: estensione della democrazia all'economia; sottrazione al mercato di beni essenziali (salute, casa, sapere); ecosocialismo (con riferimento al "capitalismo cannibale" di Nancy Fraser); riduzione del tempo di lavoro (con richiamo ai Grundrisse). Chiude con dati sulla concentrazione di ricchezza globale (dodici uomini più ricchi di quattro miliardi di persone; crescita dell'81% del patrimonio dei miliardari dal 2020) e la questione di chi debba beneficiare dei frutti dell'automazione intelligente.
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Le obiezioni riconosciute. L'articolo si chiude affrontando esplicitamente due obiezioni classiche: il problema del calcolo economico sollevato da Mises e Hayek (un'economia pianificata priva dei prezzi di mercato sarebbe "cieca"), di cui l'autrice riconosce che "la penuria cronica del blocco sovietico diede loro ragione su molti punti"; e il rischio di concentrazione di potere economico e politico nelle stesse mani come invito alla tirannide. La risposta proposta è istituzionale: pluralismo dei partiti e libertà di critica nel senso rivendicato da Rosa Luxemburg contro Lenin.
Elenco concetti-soggetti chiave
- Plusvalore e sfruttamento come struttura del rapporto salariale
- Proprietà privata dei mezzi di produzione vs proprietà personale
- Alienazione (Marx, Manoscritti del 1844); David Graeber e i "bullshit jobs"
- Materialismo storico e sovradeterminazione (Engels, Althusser)
- Stato come rapporto di forza tra classi (Lenin, Poulantzas)
- Egemonia e apparati ideologici di Stato (Gramsci, Althusser)
- Égaliberté (Balibar) e uguaglianza come pratica (Rancière)
- Pluralismo e autocritica della tradizione comunista (Luxemburg, Scuola di Francoforte, Lefort, Castoriadis)
- Crimini dei regimi comunisti storici (URSS, Cina maoista, Cambogia) e loro storiografia (Furet, Hobsbawm, Traverso)
- Guerra fredda e delegittimazione propagandistica della giustizia sociale
- Ecosocialismo e "capitalismo cannibale" (Nancy Fraser)
- Obiezione del calcolo economico (Mises, Hayek)
- Concentrazione contemporanea della ricchezza globale
Conclusione critica
Il testo di Marchetti ha il pregio, raro nel genere divulgativo, di non evitare le obiezioni più serie alla propria posizione: riconosce esplicitamente che Mises e Hayek "diedero ragione su molti punti" rispetto alla penuria cronica del blocco sovietico, e non minimizza i crimini storici dei regimi comunisti, trattandoli come "reali e terribili" piuttosto che come deviazioni trascurabili. Questa onestà intellettuale, unita alla struttura chiara e alla ricchezza di riferimenti (dal Marx dei Manoscritti a Poulantzas, da Gramsci a Fraser), rende il pezzo efficace nel suo scopo dichiaratamente pedagogico.
Alcuni nodi critici da segnalare, in parte inerenti al formato stesso (sintesi divulgativa in dieci punti):
- La risposta alle obiezioni resta più enunciata che risolta. Il riconoscimento della fondatezza parziale della critica di Mises/Hayek sul calcolo economico non è seguito da un'indicazione di come un progetto comunista "adulto" risolverebbe oggi il problema dell'allocazione delle risorse senza prezzi di mercato: la risposta fornita (pluralismo dei partiti, libertà di critica) affronta il rischio di deriva autoritaria ma non il problema economico-calcolativo, che rimane sullo sfondo senza una controproposta esplicita.
- La distinzione teoria/regimi, per quanto legittima, rischia di essere impiegata in modo asimmetrico. L'analogia comunismo/cristianesimo e Inquisizione è retoricamente efficace ma isola la teoria dalla sua realizzazione storica in un modo che il testo stesso, nel punto 9, complica correttamente (riconoscendo che i crimini sono "reali", non solo propagandistici); resterebbe da approfondire — cosa che il formato divulgativo non consente — se vi siano nella teoria stessa (ad esempio nel rapporto tra dittatura del proletariato e pluralismo, discusso solo attraverso la citazione di Luxemburg contro Lenin) elementi strutturali che abbiano facilitato, e non solo tradito, gli esiti autoritari novecenteschi.
- L'eterogeneità delle fonti citate genera una sintesi ampia ma potenzialmente armonizzante. Il testo giustappone autori con presupposti teorici anche molto distanti tra loro (Althusser e Rancière, Poulantzas e Castoriadis, Gramsci e Balibar) in una sequenza che li presenta come tasselli complementari di un unico affresco, quando in realtà rappresentano posizioni in tensione o aperta polemica reciproca all'interno della tradizione marxista — una semplificazione comprensibile nel genere "decalogo per studenti", ma che andrebbe tenuta presente come limite dello strumento divulgativo.
- Il programma del punto 10 mescola registri diversi senza distinguerli esplicitamente. Estensione della democrazia economica, definanziarizzazione dei beni essenziali, riduzione dell'orario di lavoro ed ecosocialismo sono presentati come un programma unico e coerente, ma appartengono a tradizioni e strategie politiche non sempre sovrapponibili (riformismo di welfare universalistico vs trasformazione dei rapporti di proprietà vs decrescita ecologica) — la cui articolazione reciproca meriterebbe una trattazione a sé, che il formato del pezzo non permette.
- Solidità del nucleo teorico centrale. I punti 1-6 (sfruttamento, proprietà, alienazione, materialismo storico, Stato, egemonia) restano la parte più solida e rigorosa del testo, con un uso appropriato e ben contestualizzato delle fonti classiche — la parte in cui l'obiettivo pedagogico dichiarato (spiegare "brevemente ai ragazzi") viene raggiunto con maggiore efficacia.
In sintesi: un testo divulgativo di alta qualità nel suo genere, onesto nel misurarsi con le obiezioni storiche e teoriche più serie al comunismo, che riesce a restituire in poche pagine l'articolazione concettuale della tradizione marxista senza appiattirla in propaganda né liquidarla in caricatura; il prezzo pagato per questa sintesi efficace è, inevitabilmente, un certo appianamento delle tensioni interne alla tradizione citata e un rinvio implicito, più che una risposta, alle questioni più spinose (calcolo economico, rapporto tra teoria e deriva autoritaria) che il testo stesso individua con onestà ma non scioglie.
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