Lo Stato è tornato (nell'economia). La quarta ondata di nazionalizzazioni è in atto di Alessandro Farruggia
Lo Stato è tornato (nell'economia). La quarta ondata di nazionalizzazioni è in atto

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A volte ritornano. Dopo la tempesta della globalizzazione e l'ascesa dei privati nell'economia globale, soffia ora un vento nuovo, quello delle grandi nazionalizzazioni. A focalizzare il nuovo trend è l’economista Nicholas Mulder, professore di storia moderna presso la Cornell University e autore di The Age of Confiscation: Making and Taking Property in the Creation of the Modern World, che uscirà in autunno. "I governi - ha anticipato in un articolo per la rivista F&D del Fondo Monetario internazionale - stanno rilevando imprese private e risorse al ritmo più veloce degli ultimi 50 anni. Sulla base delle molteplici ondate di nazionalizzazioni del secolo scorso, questo cambiamento modificherà il panorama economico del mondo". Sebbene i dati siano oggetto di diverse interpretazioni, si stima che "nell’ultimo decennio tra 239 e 544 miliardi di dollari attività economiche sono stati nazionalizzati". E la valutazione di Mulder non è negativa. "L’instabilità geopolitica, le interruzioni del mercato delle materie prime e lo sviluppo delle energie rinnovabili - osserva - stanno guidando queste acquisizioni. E mentre sempre più governi abbracciano le politiche economiche interventiste, l'attuale ondata di nazionalizzazioni non mostra segni di rallentamento. Queste acquisizioni cambieranno ma non rallentano l'integrazione economica e finanziaria globale. Invece possono riorganizzare modelli a lungo termine di commercio e investimenti internazionali. L'ascesa delle nazionalizzazioni oggi nonostante l'integrazione storicamente elevata del mercato dei capitali punta a forti forze macroeconomiche e geopolitiche che favoriscono le acquisizioni e la crescente convinzione politica che le nazionalizzazioni siano uno strumento vitale della politica economica in un'epoca di frammentazione geoeconomica".
Come ha scritto Mulder nel suo blog Weltinnenpoltik, sulla piattaforma Substack, l’attuale tendenza rappresenta la quarta ondata distinta di nazionalizzazioni dell’ultimo secolo. La prima fu determinata dalla disgregazione economica globale causata dalla Grande Depressione (all’incirca 1931-1938); la seconda coincise con la ricostruzione postbellica (circa 1945-1952), e la terza arrivò con gli shock monetari ed energetici iniziati nel 1971 e protrattisi fino al 1979. Infine quella attualmente in corso. Nella nuova ondata Mulder identifica quattro tendenze: nazionalizzazioni di infrastrutture e servizi pubblici in Europa, nazionalizzazioni geopolitiche, nazionalizzazioni verdi e nazionalizzazione delle risorse nel Sud del mondo.
Per il primo comparto a innescare le polveri sono stati gli shock energetici del 2022 e del 2026 che hanno portato aziende di pubblica utilità in vari paesi, tra i quali Germania (53 miliardi di dollari) e Francia (11 miliardi di dollari) a finire sotto il cappello pubblico. In particolare, in Germania l’utility Uniper e SEFE (la ex Gazprom Germany), che il governo di Berlino ha acquisito al 99% pur impegnandosi con la Commissione Ue a scendere sotto il 25% entro il 2028. La tendenza ha riguardato anche le utility municipali europee e diverse e grandi città, come Parigi, Barcellona, Potsdam hanno riportato servizi, precedentemente gestiti da privati, sotto il controllo municipale, mentre gli abitanti di Berlino hanno votato in un referendum comunale nel 2021 (solo consultivo e per questo ora lo si vuole ripetere rendendolo vincolante) per espropriare la più grande società immobiliare della città, la Deutsche Wohnen & Co. Vista la pesante situazione di crisi nei conti (nel 2022 EDF registrò perdite per 17,9 miliardi di euro) e la volontà del governo Macron di provare ad avviare una nuova stagione di costruzione di centrali atomiche, il governo francese ha poi deciso del giugno 2023 di prendere il controllo totale di EDF, la compagnia energetica che gestisce in 56 reattori nucleari francesi, acquisendo dopo due decenni, al costo di 10 miliardi di euro, il 16% in mano a privati. Sull’esempio di Parigi anche il Belgio sta pianificando di riportare sotto il controllo pubblico le sue centrali nucleari.
Ma la Francia ha una anima statalistma e nazionalista, come esemplifica bene il caso, correva l‘anno 2017, della nazionalizzazione dei Chantiers de l‘Atlantique, ex STX France, gigante della cantieristica navale, per proteggerla (sia mai!) dall’acquisizione dell’italiana Fincantieri. E Parigi potrebbe andare oltre. La sinistra francese, in primis la gauche insoumise, ha infatti proposto la nazionalizzazione del produttore nazionale di acciaio Arcelor Mittal. Lo scorso 22 novembre ha fatto passare all’assemblea nazionale una legge in tal senso che però, contrastata dal governo e dalla proprietà dell’azienda, è stata stoppata dal Senato ed ora è tornata all’assemblea nazionale, dove ha appena avuto un nuovo voto favorevole. Su questa strada si muove anche la Gran Bretagna con la privatizzazione di quello che resta dell’acciaio britannico deciso dal governo Starmer, che per evitare la chiusura dell’acciaieria di Scunthorpe ha annunciato di voler nazionalizzare l’azienda ora di proprietà dei cinesi di Jingye. E la Gran Bretagna, sia detto per inciso, sta nazionalizzando anche i servizi ferroviari. Galles e Scozia hanno rinazionalizzato le ferrovie nel 2021 e nel 2022, mentre l’Inghilterra ha avviato lo stesso processo nel 2025 e prevede di avere ferrovie interamente di proprietà pubblica (35 miliardi di dollari) entro il 2027. Margaret Thatcher si rivolterà nella tomba.
Il vento spira anche negli Stati Uniti. Il governo degli Stati Uniti ha acquisito tramite il Dipartimento della Difesa una partecipazione del 15% nel produttore di terre rare MP Materials, di Mountain Pass in California, diventando il primo azionista e investendo 8,9 miliardi di dollari di finanziamenti del Chips Act. Ha acquisito anche una quota del dieci percento nel produttore di chip Intel, diventando così il terzo azionista dopo BlackRock e Vanguard. Per Trump sono investimenti strategici ma tra i dem c’è chi va oltre. Il senatore Bernie Sanders ha infatti annunciato che presenterà una proposta di legge che creerebbe un fondo sovrano controllato dal governo federale nel quale finirebbero il 50% delle società di intelligenza artificiale come OpenAI, Anthropic e xAI (la società Ai di Elon Musk). La proposta di legge prevede infatti che le aziende di AI che generano almeno 200 milioni di dollari di vendite annuali da AI debbano cedere il 50% delle proprie azioni al megafondo. Secondo le stime di Sanders, queste azioni alimenterebbero un fondo sovrano dal valore vicino a 7.000 miliardi di dollari. Il fondo sovrano inizialmente distribuirebbe dividendi universali ai cittadini americani e in seguito verrebbe utilizzato per finanziare beni pubblici come la sanità, l'istruzione e l'edilizia abitativa socialmente accessibili. “I benefici dell’AI – ha detto Sanders - non possono andare semplicemente a una manciata di aziende ricche. Devono essere condivisi dal popolo americano”. Socialismo da manuale.
Ma è anche la tendenza globale ad essere interessante. In vari Paesi si registrano ad esempio interventi statali volti ad aumentare il controllo su fattori produttivi critici per le energie rinnovabili, come il litio per le batterie. Tra i principali esempi di nazionalizzazione del litio si annoverano la messicana LitioMX Sonora (2022) e la compagnia mineraria statale cilena Codelco (2023) e più in generale emerge un trend verso la nazionalizzazione delle risorse nel sud del mondo, in particolare delle risorse aurifere e non solo. “Il Kirghizistan - scrive Mulder in Weltinnenpoltik - mha nazionalizzato la sua miniera di Kumtor nel 2021. Anche gli stati del Sahel hanno partecipato attivamente all’acquisizione di giacimenti auriferi, soprattutto dopo la serie di colpi di stato militari in Mali, Burkina Faso e Niger (che ha anche nazionalizzato la miniera di uranio francese di Somair). Infine, sotto la presidenza di Prabowo Subianto, l’Indonesia ha iniziato lo scorso anno a confiscare le piantagioni di palma da olio e le miniere di nichel di diverse aziende internazionali; in questo modo ha creato il più grande produttore mondiale di olio di palma sotto il diretto controllo statale, una società chiamata Agrinas, che ora controlla un patrimonio stimato tra i 22 e i 30 miliardi di dollari”. Per il capitalismo globale è forse ancora una increspatura o poco più nel mare magnum degli oceani nei quali naviga. Ma non deve sottovalutare la tendenza: tutte le tempeste iniziano dal mare calmo.
TESTO ADATTATO
Lo Stato è tornato (nell'economia). La quarta ondata di nazionalizzazioni è in atto
di Alessandro Farruggia
FONTE Lo Stato è tornato (nell'economia). La quarta ondata di nazionalizzazioni è in atto - HuffPost Italia
Ferrovie, società energetiche, miniere, nucleare: nell’ultimo decennio è scattata la più grande ondata di nazionalizzazioni degli ultimi 50 anni nell'economia globale. In Usa, Francia, Germania, Uk ma anche nel Sud del mondo. I motivi? Le dipendenze strategiche, la transizione green e i rischi geopolitici. L'analisi dell'economista Mulder
01 Luglio 2026 alle 11:30
A volte ritornano. Dopo la tempesta della globalizzazione e l'ascesa dei privati nell'economia globale, soffia ora un vento nuovo, quello delle grandi nazionalizzazioni. A focalizzare il nuovo trend è l’economista Nicholas Mulder, professore di storia moderna presso la Cornell University e autore di The Age of Confiscation: Making and Taking Property in the Creation of the Modern World, che uscirà in autunno. "I governi - ha anticipato in un articolo per la rivista F&D del Fondo Monetario internazionale - stanno rilevando imprese private e risorse al ritmo più veloce degli ultimi 50 anni. Sulla base delle molteplici ondate di nazionalizzazioni del secolo scorso, questo cambiamento modificherà il panorama economico del mondo". Sebbene i dati siano oggetto di diverse interpretazioni, si stima che "nell’ultimo decennio tra 239 e 544 miliardi di dollari attività economiche sono stati nazionalizzati". E la valutazione di Mulder non è negativa. "L’instabilità geopolitica, le interruzioni del mercato delle materie prime e lo sviluppo delle energie rinnovabili - osserva - stanno guidando queste acquisizioni. E mentre sempre più governi abbracciano le politiche economiche interventiste, l'attuale ondata di nazionalizzazioni non mostra segni di rallentamento. Queste acquisizioni cambieranno ma non rallentano l'integrazione economica e finanziaria globale. Invece possono riorganizzare modelli a lungo termine di commercio e investimenti internazionali. L'ascesa delle nazionalizzazioni oggi nonostante l'integrazione storicamente elevata del mercato dei capitali punta a forti forze macroeconomiche e geopolitiche che favoriscono le acquisizioni e la crescente convinzione politica che le nazionalizzazioni siano uno strumento vitale della politica economica in un'epoca di frammentazione geoeconomica".
Come ha scritto Mulder nel suo blog Weltinnenpoltik, sulla piattaforma Substack, l’attuale tendenza rappresenta la quarta ondata distinta di nazionalizzazioni dell’ultimo secolo. La prima fu determinata dalla disgregazione economica globale causata dalla Grande Depressione (all’incirca 1931-1938); la seconda coincise con la ricostruzione postbellica (circa 1945-1952), e la terza arrivò con gli shock monetari ed energetici iniziati nel 1971 e protrattisi fino al 1979. Infine quella attualmente in corso. Nella nuova ondata Mulder identifica quattro tendenze: nazionalizzazioni di infrastrutture e servizi pubblici in Europa, nazionalizzazioni geopolitiche, nazionalizzazioni verdi e nazionalizzazione delle risorse nel Sud del mondo.
Per il primo comparto a innescare le polveri sono stati gli shock energetici del 2022 e del 2026 che hanno portato aziende di pubblica utilità in vari paesi, tra i quali Germania (53 miliardi di dollari) e Francia (11 miliardi di dollari) a finire sotto il cappello pubblico. In particolare, in Germania l’utility Uniper e SEFE (la ex Gazprom Germany), che il governo di Berlino ha acquisito al 99% pur impegnandosi con la Commissione Ue a scendere sotto il 25% entro il 2028. La tendenza ha riguardato anche le utility municipali europee e diverse e grandi città, come Parigi, Barcellona, Potsdam hanno riportato servizi, precedentemente gestiti da privati, sotto il controllo municipale, mentre gli abitanti di Berlino hanno votato in un referendum comunale nel 2021 (solo consultivo e per questo ora lo si vuole ripetere rendendolo vincolante) per espropriare la più grande società immobiliare della città, la Deutsche Wohnen & Co. Vista la pesante situazione di crisi nei conti (nel 2022 EDF registrò perdite per 17,9 miliardi di euro) e la volontà del governo Macron di provare ad avviare una nuova stagione di costruzione di centrali atomiche, il governo francese ha poi deciso del giugno 2023 di prendere il controllo totale di EDF, la compagnia energetica che gestisce in 56 reattori nucleari francesi, acquisendo dopo due decenni, al costo di 10 miliardi di euro, il 16% in mano a privati. Sull’esempio di Parigi anche il Belgio sta pianificando di riportare sotto il controllo pubblico le sue centrali nucleari.
Ma la Francia ha una anima statalistma e nazionalista, come esemplifica bene il caso, correva l‘anno 2017, della nazionalizzazione dei Chantiers de l‘Atlantique, ex STX France, gigante della cantieristica navale, per proteggerla (sia mai!) dall’acquisizione dell’italiana Fincantieri. E Parigi potrebbe andare oltre. La sinistra francese, in primis la gauche insoumise, ha infatti proposto la nazionalizzazione del produttore nazionale di acciaio Arcelor Mittal. Lo scorso 22 novembre ha fatto passare all’assemblea nazionale una legge in tal senso che però, contrastata dal governo e dalla proprietà dell’azienda, è stata stoppata dal Senato ed ora è tornata all’assemblea nazionale, dove ha appena avuto un nuovo voto favorevole. Su questa strada si muove anche la Gran Bretagna con la privatizzazione di quello che resta dell’acciaio britannico deciso dal governo Starmer, che per evitare la chiusura dell’acciaieria di Scunthorpe ha annunciato di voler nazionalizzare l’azienda ora di proprietà dei cinesi di Jingye. E la Gran Bretagna, sia detto per inciso, sta nazionalizzando anche i servizi ferroviari. Galles e Scozia hanno rinazionalizzato le ferrovie nel 2021 e nel 2022, mentre l’Inghilterra ha avviato lo stesso processo nel 2025 e prevede di avere ferrovie interamente di proprietà pubblica (35 miliardi di dollari) entro il 2027. Margaret Thatcher si rivolterà nella tomba.
Il vento spira anche negli Stati Uniti. Il governo degli Stati Uniti ha acquisito tramite il Dipartimento della Difesa una partecipazione del 15% nel produttore di terre rare MP Materials, di Mountain Pass in California, diventando il primo azionista e investendo 8,9 miliardi di dollari di finanziamenti del Chips Act. Ha acquisito anche una quota del dieci percento nel produttore di chip Intel, diventando così il terzo azionista dopo BlackRock e Vanguard. Per Trump sono investimenti strategici ma tra i dem c’è chi va oltre. Il senatore Bernie Sanders ha infatti annunciato che presenterà una proposta di legge che creerebbe un fondo sovrano controllato dal governo federale nel quale finirebbero il 50% delle società di intelligenza artificiale come OpenAI, Anthropic e xAI (la società Ai di Elon Musk). La proposta di legge prevede infatti che le aziende di AI che generano almeno 200 milioni di dollari di vendite annuali da AI debbano cedere il 50% delle proprie azioni al megafondo. Secondo le stime di Sanders, queste azioni alimenterebbero un fondo sovrano dal valore vicino a 7.000 miliardi di dollari. Il fondo sovrano inizialmente distribuirebbe dividendi universali ai cittadini americani e in seguito verrebbe utilizzato per finanziare beni pubblici come la sanità, l'istruzione e l'edilizia abitativa socialmente accessibili. “I benefici dell’AI – ha detto Sanders - non possono andare semplicemente a una manciata di aziende ricche. Devono essere condivisi dal popolo americano”. Socialismo da manuale.
Ma è anche la tendenza globale ad essere interessante. In vari Paesi si registrano ad esempio interventi statali volti ad aumentare il controllo su fattori produttivi critici per le energie rinnovabili, come il litio per le batterie. Tra i principali esempi di nazionalizzazione del litio si annoverano la messicana LitioMX Sonora (2022) e la compagnia mineraria statale cilena Codelco (2023) e più in generale emerge un trend verso la nazionalizzazione delle risorse nel sud del mondo, in particolare delle risorse aurifere e non solo. “Il Kirghizistan - scrive Mulder in Weltinnenpoltik - mha nazionalizzato la sua miniera di Kumtor nel 2021. Anche gli stati del Sahel hanno partecipato attivamente all’acquisizione di giacimenti auriferi, soprattutto dopo la serie di colpi di stato militari in Mali, Burkina Faso e Niger (che ha anche nazionalizzato la miniera di uranio francese di Somair). Infine, sotto la presidenza di Prabowo Subianto, l’Indonesia ha iniziato lo scorso anno a confiscare le piantagioni di palma da olio e le miniere di nichel di diverse aziende internazionali; in questo modo ha creato il più grande produttore mondiale di olio di palma sotto il diretto controllo statale, una società chiamata Agrinas, che ora controlla un patrimonio stimato tra i 22 e i 30 miliardi di dollari”. Per il capitalismo globale è forse ancora una increspatura o poco più nel mare magnum degli oceani nei quali naviga. Ma non deve sottovalutare la tendenza: tutte le tempeste iniziano dal mare calmo.
ChatGPT
Volentieri. Il testo è molto ricco di informazioni, ma ha un taglio prevalentemente giornalistico. Per un paper A4 conviene riorganizzarlo in forma più analitica, eliminando espressioni colloquiali ("Margaret Thatcher si rivolterà nella tomba", "Socialismo da manuale", ecc.) e mettendo in evidenza il filo conduttore: il ritorno dello Stato come attore economico in un contesto di frammentazione geoeconomica.
Di seguito ti propongo un testo di circa una pagina A4.
OCCHIELLO
Parole chiave: nazionalizzazioni; Stato imprenditore; geoeconomia; sicurezza economica; sovranità industriale; politica industriale; transizione energetica; infrastrutture strategiche; deglobalizzazione; capitalismo di Stato.
Argomenti: Il ritorno delle nazionalizzazioni come strumento di politica economica; la quarta ondata di intervento pubblico secondo Nicholas Mulder; sicurezza nazionale e controllo delle infrastrutture strategiche; transizione energetica; competizione geopolitica; ridefinizione dei rapporti tra Stato e mercato.
Il ritorno dello Stato nell'economia: la quarta ondata di nazionalizzazioni
Negli ultimi anni l'economia mondiale sta assistendo a un fenomeno che fino a poco tempo fa sembrava appartenere al passato: il ritorno delle nazionalizzazioni come strumento ordinario di politica economica. Dopo oltre quarant'anni di privatizzazioni, liberalizzazioni e globalizzazione dei mercati, numerosi governi stanno recuperando il controllo diretto di imprese considerate strategiche, inaugurando quella che l'economista Nicholas Mulder, docente alla Cornell University, definisce la quarta ondata di nazionalizzazioni dell'ultimo secolo.
Secondo le stime richiamate da Mulder, nell'ultimo decennio sono stati trasferiti sotto controllo pubblico beni e imprese per un valore compreso tra 239 e 544 miliardi di dollari, configurando la più ampia stagione di intervento statale dagli anni Settanta.
La tesi centrale dell'autore è che questa nuova fase non rappresenta una parentesi, bensì la risposta strutturale ai profondi cambiamenti intervenuti nell'economia mondiale. Le principali cause sono riconducibili alla crescente instabilità geopolitica, alle vulnerabilità delle catene globali di approvvigionamento, agli shock energetici, alla transizione ecologica e alla necessità di assicurare il controllo nazionale su infrastrutture e tecnologie strategiche.
Mulder individua quattro direttrici fondamentali di questa nuova stagione.
La prima riguarda il ritorno della proprietà pubblica nei servizi essenziali. Gli shock energetici del 2022 e del 2026 hanno costretto diversi governi europei a intervenire direttamente nel settore delle utilities. Germania e Francia hanno nazionalizzato grandi imprese energetiche come Uniper, SEFE ed EDF, mentre numerose amministrazioni locali hanno riportato sotto controllo pubblico servizi idrici, energetici e di trasporto precedentemente privatizzati. Anche il Regno Unito ha avviato la rinazionalizzazione dell'intero sistema ferroviario e sta valutando interventi nell'industria siderurgica.
La seconda direttrice è rappresentata dalle nazionalizzazioni motivate da esigenze geopolitiche. In un contesto caratterizzato da competizione strategica tra grandi potenze, il controllo pubblico viene considerato uno strumento di sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti il governo federale è entrato nel capitale di imprese attive nei semiconduttori e nelle terre rare, considerate essenziali per l'autonomia tecnologica e militare del Paese.
Una terza dimensione riguarda la transizione energetica. Il controllo pubblico delle filiere del litio, del nichel e di altri minerali critici è diventato un elemento centrale delle politiche industriali. Messico, Cile e altri paesi produttori hanno rafforzato il ruolo delle imprese statali nell'estrazione e nella gestione delle materie prime indispensabili per batterie, mobilità elettrica e tecnologie rinnovabili.
Infine, Mulder evidenzia una crescente nazionalizzazione delle risorse naturali nel Sud globale. Dall'Asia centrale ai paesi del Sahel fino all'Indonesia, numerosi governi hanno recuperato il controllo di miniere, giacimenti e grandi piantagioni, perseguendo una strategia volta ad accrescere la sovranità economica e a trattenere una quota maggiore delle rendite derivanti dalle risorse naturali.
La particolarità dell'attuale fase consiste nel fatto che le nazionalizzazioni non segnano un ritorno alle economie pianificate del Novecento. Esse si sviluppano infatti all'interno di economie pienamente integrate nei mercati finanziari globali. Più che sostituire il mercato, lo Stato interviene per orientarne gli esiti, ridurre dipendenze strategiche e garantire la resilienza delle infrastrutture considerate essenziali.
In questa prospettiva, la nuova stagione delle nazionalizzazioni appare strettamente collegata all'affermarsi di una nuova geoeconomia, nella quale sicurezza nazionale, politica industriale e competizione tecnologica tendono a sovrapporsi. Dopo decenni dominati dal paradigma della privatizzazione, il rapporto tra Stato e mercato sembra quindi entrare in una nuova fase, nella quale l'intervento pubblico torna a essere considerato uno strumento ordinario di governo dell'economia.
Sintesi per punti
La tesi centrale
È in corso la quarta ondata di nazionalizzazioni dell'ultimo secolo.
Lo Stato torna protagonista nell'economia come risposta alle nuove condizioni geopolitiche.
Le cause
crisi della globalizzazione;
guerre e tensioni geopolitiche;
sicurezza economica;
transizione energetica;
vulnerabilità delle catene globali del valore;
autonomia tecnologica.
Le quattro forme individuate da Mulder
Rinazionalizzazione delle utilities e dei servizi pubblici (energia, ferrovie, acqua).
Nazionalizzazioni strategiche per la sicurezza nazionale (chip, terre rare, industria militare).
Nazionalizzazioni verdi, legate alle materie prime della transizione energetica.
Nazionalizzazione delle risorse naturali nei paesi del Sud globale.
I principali casi
Germania: Uniper e SEFE.
Francia: EDF e dibattito su ArcelorMittal.
Regno Unito: ferrovie e acciaierie.
Stati Uniti: MP Materials, Intel e proposte di fondo sovrano legato all'AI.
Messico e Cile: litio.
Kirghizistan, Niger, Indonesia: miniere e risorse naturali.
Significato storico
Non è un ritorno al dirigismo del Novecento.
È l'emergere di un nuovo Stato strategico, che utilizza la proprietà pubblica per garantire sicurezza economica, autonomia industriale e controllo delle filiere critiche.
Osservazione finale
Questo articolo si presta molto bene a essere messo in dialogo con alcuni temi che hai affrontato nei tuoi lavori recenti: il ritorno della politica industriale, il concetto di Stato produttivo, la riflessione di Mariana Mazzucato sullo Stato imprenditore, le analisi di Karl Polanyi sul riemergere dell'intervento pubblico e le dinamiche della frammentazione geoeconomica. Un confronto tra questi approcci permetterebbe di inserire il fenomeno delle nazionalizzazioni in un quadro teorico più ampio, andando oltre la semplice cronaca degli eventi.
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