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Ma i giovani sono davvero ignoranti?

 

L’ANALISI DEI RISULTATI INVALSI E DELLE INDAGINI INTERNAZIONALI

Ma i giovani sono davvero ignoranti? I dati dicono che i fragili sono gli adulti

Dopo la pubblicazione degli ultimi dati Invalsi sono fioccate – come da tradizione ormai pluridecennale – ambiziose analisi sul presunto peggioramento dell’alfabetismo tra le giovani generazioni. Una lettura le cui cause erano attribuite ieri alla tv e oggi agli smartphone e ai social. Ma prima di lanciarsi a spiegare le ragioni di un fenomeno bisognerebbe migliorare la sua descrizione. Perché l’analisi delle indagini nazionali e internazionali mostrano un quadro complesso che non evidenzia nessuna crisi delle conoscenze dei giovani

La pubblicazione dei risultati delle prove standardizzate sugli apprendimenti è usualmente seguita da lamentele e analisi sull’inesorabile peggioramento delle giovani generazioni. Come da pluridecennale tradizione, si parla di studenti che non saprebbero più leggere né fare conti e di una scuola incapace di incidere su una gioventù più ignorante che pria. Rispetto al passato, le novità di rilievo non sono rappresentate dall’affidabilità della diagnosi, che rimane su livelli piuttosto sconfortanti, ma dall’individuazione di colpe e rimedi. Da qualche anno, alle immancabili tirate contro la didattica attiva (che secondo improvvide analisi avrebbe deteriorato le conoscenze), si sono infatti aggiunte accuse contro social network e dispositivi digitali.

Le indagini

Prima di arrischiare ambiziose spiegazioni dei fenomeni, è bene provare a partire dalla loro descrizione. Conviene porsi una domanda: nel corso dell’ultimo quarto di secolo, abbiamo dati sufficienti per valutare l’evoluzione di apprendimenti di infanzia e adolescenza rispetto ai diversi ambiti disciplinari?

La risposta, fortunatamente, è positiva: disponiamo di una pluralità di fonti. In primo luogo, ci sono le indagini internazionali IEA e OCSE. Da un quarto di secolo, IEA-PIRLS indaga sulla comprensione del testo alla primaria e IEA-TIMSS su matematica e scienze sia alla primaria sia alla fine della scuola “media”. Sulla secondaria di I grado lavorano anche IEA-ICCS (conoscenze civiche) e ICILS (abilità informatiche). L’indagine più nota, OCSE-PISA, dal 2000 raccoglie dati su lettura, matematica e scienze (più altri ambiti che si sono aggiunti via via). Infine, OCSE-PIAAC indaga sulla popolazione adulta (16-65 anni).

In secondo luogo, abbiamo le rilevazioni INVALSI. Nella loro forma definitiva, dal 2018 offrono informazioni preziose su italiano, matematica, inglese dalla seconda classe della scuola primaria fino all’ultimo anno del secondo ciclo. Nei casi di sovrapposizione tra le prove INVALSI e quelle delle indagini internazionali (lettura e matematica), va segnalato che le indagini IEA e OCSE, non dovendo essere somministrate all’intera popolazione, fanno uso di una quota rilevante di quesiti a risposta aperta e complessa, fornendo una rappresentazione più ricca e articolata degli apprendimenti.

Se considerate nel loro insieme, cosa raccontano nel corso del tempo queste indagini?

Un quadro complesso

Sorprendentemente, le ricerche non restituiscono il peggioramento che pure ci aspetteremmo se prendessimo sul serio gran parte delle analisi stagionali. I dati offrono un quadro complesso: miglioramenti in alcuni ambiti, peggioramenti in altri, stabilità nel lungo periodo e, soprattutto, disuguaglianze socioeconomiche via via più rilevanti con l’andar del tempo e dell’età.

In uscita dalla primaria non si registra alcun tracollo. Per PIRLS in lettura passiamo dai 541 punti nel 2001 a 537 nel 2021: nonostante il calo più recente, la differenza non è significativa e i valori rimangono positivi. In TIMSS, la matematica migliora significativamente, da 503 punti nel 2003 a 513 nel 2023, mentre le scienze restano stabili. INVALSI mostra un’accresciuta fragilità negli ultimi anni in matematica, una maggiore tenuta in italiano e un miglioramento in inglese.

Tra la fine delle “medie” e l’inizio del secondo ciclo le fragilità sono più evidenti, ma non emerge un quadro univoco. La matematica per TIMSS migliora significativamente tra 1999 e 2023, mentre le scienze restano stabili, così come le conoscenze civiche secondo ICCS. I risultati di ICILS (capacità informatiche) crescono tra 2018 e 2023, ma restano poco rassicuranti come valore assoluto. L’ultima edizione di PISA registra per lettura sostanzialmente gli stessi punteggi del 2000 e stabili nel lungo periodo sono anche i punteggi in scienze e matematica, ma in quest’ultimo ambito l’Italia perde nel 2022 i progressi registrati tra il 2009 e il 2018. INVALSI, dal 2018, documenta invece un indebolimento in italiano e matematica e un rafforzamento in inglese.

Per la fine del secondo ciclo disponiamo solo dei dati INVALSI recenti, che restituiscono un quadro più problematico. I punteggi in italiano e matematica diminuiscono dopo il lockdown e poi oscillano senza recuperare, ma va decisamente meglio in inglese. L’incidenza delle variabili sociali, economiche e territoriali si accresce ulteriormente.

La situazione più critica in termini assoluti è quella della popolazione adulta. Secondo PIAAC, tra il 2012 e il 2023 le medie italiane di lettura e matematica nella popolazione tra 16 e 65 anni restano stabili, ma su valori poco lusinghieri. I punteggi più bassi si concentrano tra i 55-65enni. Inoltre, confrontando a dieci anni di distanza campioni diversi appartenenti alle medesime generazioni, emergono perdite significative nelle coorti che nel 2023 hanno almeno 35 anni, mentre la popolazione più giovane non evidenzia peggioramenti.

L’immaturità adulta

Nel complesso delle indagini considerate, in Italia il quadro più fragile e i peggioramenti più estesi riguardano la popolazione adulta, la stessa che sale in cattedra per denunciare la decadenza di infanzia e adolescenza e dispensare ricette salvifiche. A dispetto dei dati, ignorando ogni evidenza positiva e concentrandosi esclusivamente sugli aspetti problematici, si afferma una retorica della crisi che obbliga l’opinione pubblica a ragionare su un eterno tracollo e propone letture rozze non solo dei risultati, ma anche dei processi educativi. Così, il presunto peggioramento, che veniva attribuito ieri alla tv, è oggi addossato allo smartphone, al digitale o alla didattica attiva. Né le indagini IEA e OCSE né i rapporti INVALSI consentono di stabilire legami di causa-effetto tra risultati e variabili di processo.

Tuttavia, la ricerca di facili soluzioni a problemi mal posti piega i dati a tesi precostituite. Il dato non viene interrogato, ma arruolato per legittimare questa o quella soluzione. E poco importa se, in realtà, le ricerche empiriche sull’efficacia delle diverse scelte didattiche non mostrano affatto che l’uso del digitale in aula o le pratiche d’insegnamento attivo peggiorino gli apprendimenti.

D’altra parte, il soggetto che oggi si presenta come interprete del disastro sarà accreditato domani come somministratore della cura. Inoltre, la decadenza generazionale è un concetto profondamente autoassolutorio, dato che trasforma gli esiti di scelte politiche e sociali in deficit cognitivi o morali di migliaia di adolescenti. La sindrome apocalittica e l’incapacità di leggere la relazionalità delle dinamiche educative portano a privilegiare la ricerca di soluzioni immediate e irrelate. Sull’altare della semplificazione vengono sacrificati processi complessi, la cui efficacia andrebbe valutata osservando i contesti e tenendo conto degli obiettivi delle diverse azioni educative. Così, pratiche di antica o secolare tradizione — dalla disputatio al dibattito argomentato, dal laboratorio all’insegnamento tra pari — vengono periodicamente ribattezzate, “brandizzate” e lanciate nel mercato della formazione docente come innovazioni miracolose.

Dal canto suo il digitale, presentato ieri come panacea, è oggi derubricato a male assoluto da bandire. Nel frattempo, abbiamo accuratamente evitato di assumere le decisioni strutturali necessarie a rendere più attrattivo e remunerativo l’insegnamento, a qualificare la formazione docente (che oggi più di ieri è dominata dalla logica delle certificazioni) o a intervenire sull’edilizia scolastica. A queste condizioni, il fatto che non vi sia ancora un tracollo ha, in effetti, del miracoloso e, in ogni caso, le prospettive non sembrano ottimali.

I dati – come visto – non delineano un quadro roseo. Con l’avanzare del percorso, dalla primaria alla secondaria, i rendimenti medi sono meno solidi e le disuguaglianze sociali, economiche e territoriali si rafforzano. Si aggravano di pari passo le iniquità e le lacune. Dopo il primo ciclo, si attua una feroce segregazione: licei, tecnici e professionali concentrano popolazioni differenti per provenienza sociale e opportunità di apprendimento. Il sistema organizza le disuguaglianze in ambienti educativi separati, le consolida e le legittima.

Indubbiamente, le giovani generazioni e la scuola italiana hanno i loro problemi, ma i dati suggeriscono che sono messe decisamente meglio della società adulta che si ostina a giudicarle inadeguate.

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