Salario vitale: la mossa del cavallo… di Nico Maccentelli

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Salario vitale: la mossa del cavallo…

di Nico Maccentelli

Se gli USA e tutte le oligarchie capitalistiche e i vassalli presenti nel blocco occidentale dovessero avere a giusta causa (per loro) una ragione per liquidare la Cina con una guerra imperialista, ebbene questa non sarebbe la spartizione e il controllo delle risorse o dei mercati, o la competizione tecnologica, bensì la vecchia questione del comunismo.

Come si suol dire: adesso sì che avete una ragione.

Cai Fang non è il primo che passa, ma uno dei massimi economisti ed esponenti politici del PCC che lavora negli ambiti in cui vengono elaborate le dottrine ufficiali, e riprese poi su organi autorevoli di partito come il Qiushi, ha posto la questione di un cambio radicale nel suo sistema salariale per rispondere attivamente all’impatto dell’AI sull’occupazione. Il che non significa altro che fare fronte a un aumento considerevole e destabilizzante per la valorizzazione del capitale costante espresso in automazione (macchine, impianti, robotica sistemi digitali di produzione e creazione di capitale), disaccoppiando la valorizzazione del capitale dalle necessità di vita della popolazione.

La chiave di volta è il salario vitale, che non coincide con il salario minimo legale, né con il salario di mercato determinato dalla domanda e dall’offerta di lavoro. Esso rappresenta una soglia retributiva che consente al lavoratore e alla sua famiglia di vivere dignitosamente, partecipare alla vita sociale e sostenere i consumi necessari a una società sviluppata.

Negli ultimi anni Cai Fang ha inserito questo concetto all’interno della strategia cinese della “prosperità comune” e, più recentemente come già accennato, della risposta all’automazione e all’intelligenza artificiale.

Apro una parentesi per chiarire che la visione dell’economista cinese ha ben presente il cuore della teoria marxista sul capitale, ossia la teoria del valore: Nel primo libro de Il Capitale, Marx mostra come il profitto derivi dal plusvalore estratto dal lavoro salariato. Solo il capitale variabile, cioè la forza-lavoro acquistata dal capitalista, produce nuovo valore; il capitale costante (macchine, impianti, materie prime) trasferisce semplicemente il proprio valore nel prodotto senza crearne di nuovo. Da questa struttura deriva una delle principali contraddizioni del capitalismo: la tendenza storica all’aumento della composizione organica del capitale, cioè all’incremento del capitale costante rispetto al capitale variabile, con conseguenze sulla dinamica dell’accumulazione e sul saggio del profitto.

Il salario vitale entra in questa contraddizione, nel cuore del capitalismo stesso rivelando automaticamente come ogni altro espediente sia semplicemente riformista, ossia può al massimo introdurre elementi migliorativi delle condizioni di vita, salariali e di lavoro nel corpo della classe e nella società, ma senza incidere in questa contraddizione reale che nel corso dei secoli ha prodotto squilibri, tensioni, guerre e forme imperfette di democrazia (liberale o socialdemocratica), senza far progredire di un solo passo la comunità mondiale.

Lo stesso togliattismo, con la strategia della via pacifica al socialismo, non si poneva neanche più questa questione in una sorta di sviluppismo ingenuo, che sul piano dell’economia intendeva coniugare un progressismo democratico a una socializzazione quasi automatica dei mezzi di produzione, per via parlamentare. Oltre al fatto che riguardo la questione con il PCC avesse torto (le divergenze tra il compagni Togliatti e noi, ecc.), è “il gabbiano con le ali rattrappite” di Giorgio Gaber, senza nemmeno più l’intenzione di volare.

Oggi, in occidente, nei paesi in cui vige il capitalismo neoliberale, al massimo si può parlare di salario minimo e di forme di reddito che non vanno ad incidere sul mercato, ossia sui processi di produzione e circolazione del capitale che mettono al centro il profitto. E proprio qui sta il cambio di paradigma. Al centro del salario vitale c’è la prosperità sociale ossia della popolazione nel suo complesso, un ribaltamento totale poiché mercato e reddito sociale si disaccoppiano garantendo non la sopravvivenza in quanto forza-lavoro, ma la qualità della vita dignitosa in quanto cittadini. Ovviamente solo un paese orientato alla socializzazione dei mezzi di produzione in quanto transizione socialista nel controllo politico dell’economia da parte delle pianificazioni di stato può applicare un simile progetto. Ed è altrettanto evidente che se questo passaggio riuscisse la macchina capitalistica basata valore d’uso in funzione del valore di scambio diventerebbe un vecchio arnese gravido di contraddizioni sociali davanti a un modello che supera la povertà e l’ingiustizia sociale, le guerra e le politiche di dominio coloniale, neocoloniale e imperialista di secoli di precapitalismo e poi capitalismo occidentale.

Il modello sovietico non era riuscito in questo passaggio, benché fosse un motore propulsivo per le lotte anticoloniali e antimperialiste nel mondo, perché non aveva raggiunto, pur con tutti gli sforza stakanovisti, un’oggettiva superiorità di sistema riguardo il capitalismo, arrivando alla fine a implodere.

Al contrario la nuova “lunga marcia” cinese, aggredendo in forme inedite il mercato ha affrontato il capitalismo con i suoi stessi strumenti, sacrificando per un certo periodo le proprie masse popolari nelle contraddizioni tra città e campagne, con gli esodi verso le zone speciali e la salarizzazione nei cicli di produzione delocalizzati dall’Occidente, arrivando a impadronirsi e poi a generare quella composizione organica di capitale costante sempre più espresso in tecnologia avanzata e quello variabile in professionalità tecnica e cognitiva, è arrivata a quella “mossa del cavallo” che si prefigura oggi, con una Cina maggiore potenza economica mondiale probabilmente oltre gli USA stessi.

Sono ormai secoli che le contraddizioni del capitalismo, le crisi di sovrapproduzione di capitale in primis, la competizione intercapitalistica e la conflittualità di classe vengono “risolte” con la guerra imperialista, ossia con la distruzione di forze produttive, forza-lavoro, impianti infrastrutture, in pratica con la barbarie dispiegata e criminale. Lo stiamo vedendo soprattutto ora, che stiamo vivendo in Occidente il passaggio alla guerra imperialista che da pezzi sta diventando escalation contro i competitori dell’Occidente suprematista, raggruppati nei BRICS e che vedono in opposizione il tentativo di mantenere la supremazia imperialista nel pianeta da una parte e il proseguimento dei valori e delle direttrici nate dopo il secondo conflitto mondiale: un diritto internazionale che vede i popoli e i paesi in una relazione paritaria e dirimente secondo leggi delle controversie. Mai come oggi questa diversità confliggente è stata così chiara: da una parte i genocidi, i colpi di mano, il terrorismo false flag, le sanzioni, la pirateria, dall’altra la ricerca di equilibri basati sulla diplomazia e il ricorso alle leggi e al diritto internazionale.

Cai fang mette insieme al salario vitale altri due dispositivi che tendono alla centralità della prosperità sociale: il reddito di base universale e una pensione di base non contributiva che risponda al benessere incondizionati di tutti gli anziani, agendo quindi sul salario diretto, indiretto e differito. Lo si può fare ovviamente in un sistema dove lo stato controlla l’economia e non viceversa. Il viceversa lo conosciamo fin troppo bene: in Italia la riforma Amato del 1992, con partiti di centrosinistra (DC, PSI, PSDI e PLI) inaugurò l controtendenza neoliberista in materia di pensioni, anche con l’innalzamento dell’età pensionabile. Questa prima schifomra pensionistica ebbe poi seguito con la Legge 8 agosto 1995, n. 335, nota come riforma Dini (1), appoggiata e sostenuta dal PDS, PPI, Lega Nord, Verdi, Rinnovamento Italiano e altri gruppi centristi: in pratica le forze che abbiamo oggi nel bipolarismo attuale, configurate più o meno in modo differente ma sempre loro.

Questo ci fa capire come qualsiasi ipotesi di alternativa che possa nascere da questa sinistra istituzionale (vedi il “campo largo”) sia falsa e abbia dei pregressi ignobili, del tutto aderenti al neoliberismo occidentale europeista, che poi venne perfezionato con altre misure in ambito UE e imposte dalle euroburocrazie (mi limito qui ad accennare all’ambito pensionistico, ma capiamo bene cosa abbia significato per esempio “la riforma del Titolo V col pareggio di bilancio e i parametri imposti dalla UE).

Per quanto riguarda la Repubblica Popolare Cinese, va detto che senza Mao e la sua teoria della contraddizione, gli esperimenti economico-sociali falliti e il conflitto interno al PCC lungo il decennio a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, non sarebbe stato possibile arrivare a questo punto. E il nuovo corso di Xi Jinping riprende quegli elementi di socializzazione posti dal comunismo novecentesco e dal maoismo, ma con modalità dialettiche differenti e inedite, che vanno studiate e capite.

Se questo passaggio al salario vitale verrà applicato, come accennavo in precedenza, ciò non potrà non divenire un modello economico-sociale dirompente soprattutto in un occidente in agonia, dove la deindustrializzazione e la polarizzazione sociale va producendo forti squilibri. Detto per inciso: mentre nelle borghesie occidentali vediamo una progressiva precarizzazione e proletarizzazione, in Cina si è formata quella che probabilmente è la più vasta classe media su scala planetaria e che non accenna a fermarsi nel proprio sviluppo sociale.

Tornare a Marx significa apprendere la legge del valore, i processi economici del capitalismo nella produzione di plusvalore e della tendenza all’aumento del capitale costante in relazione al solo elemento che pertiene il plusvalore stesso: il capitale variabile. Questo i cinesi lo sanno molto bene e non distruggono uno stato di borghesia burocratica, ma si rimettono in discussione (Mao è servito), funzionalizzando lo stato piano (pianificatore) al superamento della teoria del valore (perché il salario vitale esprime questa tendenza) quindi avvicinandoci al Comunismo. Il mercato, ossia il sistema di riproduzione sociale che esprime l’organizzazione generale del lavoro nella produzione e circolazione del capitale, che si basa sul valore di scambio per il profitto si disaccoppia dal valore d’uso, ossia da quei mezzi per il benessere della popolazione, che hanno questo obiettivo e non dipendono dai tempi e dai modi della produzione capitalistica. Finalmente dunque la Cina se prende questa strada, può definirsi un modello di socialismo di transizione.

Ecco il perché della mia frase provocatoria iniziale: che cos’è il disaccoppiamento tra reddito e mercato, e quello conseguente tra valore di scambio (per il profitto) e valore d’uso come benessere sociale acquisito per tutta la popolazione, se non l’inizio del concetto espresso da Marx nella Critica al programma di Gotha (1875): “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.”

Elite imperialiste, tremate: stiamo tornando con una qualcosa di ben più utile nella nostra cassetta degli attrezzi.

1. Fu questa legge a introdurre il calcolo contributivo delle pensioni.La riforma stabilì tre regimi:

  • Chi aveva almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995
    • rimaneva interamente nel sistema retributivo.
  • Chi aveva meno di 18 anni di contributi
    • passava al sistema misto:
      • retributivo per gli anni fino al 1995;
      • contributivo per quelli successivi.
  • Chi iniziava a lavorare dal 1° gennaio 1996
    • entrava direttamente nel sistema contributivo puro.

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CLAUDE 21-7-26

Scheda descrittiva

Autore: Nico Maccentelli Titolo: Salario vitale: la mossa del cavallo… Fonte: Sinistrainrete (sezione Articoli brevi; originariamente su "Per la nuova resistenza") Data pubblicazione: 20 luglio 2026 (creato 15 luglio 2026) URL: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/33382-nico-maccentelli-salario-vitale-la-mossa-del-cavallo.html Tipo di testo: Intervento politico-analitico su rivista online di area comunista/antimperialista


Occhiello

Cai Fang, tra i massimi economisti del PCC, propone il "salario vitale" come risposta cinese all'impatto dell'AI sull'occupazione: disaccoppiare il reddito dal mercato del lavoro per garantire prosperità sociale indipendentemente dalla valorizzazione del capitale. Per Maccentelli si tratta di una mossa che tocca il cuore della legge del valore marxiana e apre la strada verso il superamento del capitalismo — a differenza del riformismo socialdemocratico occidentale, giudicato storicamente incapace di intaccare la stessa contraddizione.

Parole chiave: salario vitale; composizione organica del capitale; automazione e intelligenza artificiale; Cai Fang; prosperità comune; disaccoppiamento reddito-mercato; riformismo vs transizione socialista; Critica al programma di Gotha


Abstract

L'articolo prende spunto dalla proposta dell'economista cinese Cai Fang — figura di rilievo nell'elaborazione dottrinaria del PCC — di un "salario vitale" come risposta strutturale all'impatto dell'automazione e dell'intelligenza artificiale sull'occupazione. Il salario vitale viene definito come soglia retributiva che garantisce vita dignitosa e partecipazione sociale, distinta sia dal salario minimo legale sia dal salario di mercato. Maccentelli inquadra la proposta nella teoria del valore marxiana (Libro I del Capitale): poiché solo il capitale variabile produce plusvalore, l'aumento della composizione organica del capitale dovuto all'automazione mette sotto pressione il saggio del profitto; il salario vitale, disaccoppiando reddito e mercato, risponderebbe a questa contraddizione in modo strutturale, a differenza di ogni misura riformista occidentale (salario minimo, forme di reddito assistenziale) che lascia intatti i meccanismi di produzione e circolazione del capitale. L'autore colloca questa mossa nella traiettoria storica della Cina — dal maoismo, attraverso l'apertura al mercato e la costruzione della "più vasta classe media del pianeta", fino alla "prosperità comune" di Xi Jinping — contrapponendola sia al fallimento del modello sovietico sia al togliattismo e alla svolta neoliberista delle riforme pensionistiche italiane (Amato 1992, Dini 1995). Il pezzo si chiude riconnettendo il salario vitale alla formula marxiana della Critica al programma di Gotha ("da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni"), letta come orizzonte verso cui la mossa cinese si starebbe muovendo.


Analisi per punti

  1. Premessa geopolitica. L'articolo apre collocando la proposta di Cai Fang in un contesto di scontro sistemico USA-Cina, sostenendo che la vera posta in gioco di un eventuale conflitto imperialista contro la Cina non sarebbe il controllo di risorse o mercati né la competizione tecnologica, ma "la vecchia questione del comunismo".
  2. La proposta di Cai Fang. Il salario vitale viene presentato come risposta attiva all'automazione: fronteggiare l'aumento del capitale costante (macchine, AI, robotica) disaccoppiando la valorizzazione del capitale dalle necessità di vita della popolazione. Si definisce come soglia diversa sia dal salario minimo legale sia dal salario determinato dal mercato del lavoro.
  3. Inquadramento nella teoria del valore. Maccentelli richiama la distinzione marxiana capitale costante/capitale variabile (Libro I del Capitale): solo la forza-lavoro (capitale variabile) produce nuovo valore; il capitale costante trasferisce valore senza crearne. Da qui la tendenza storica all'aumento della composizione organica del capitale, con conseguenze sul saggio del profitto — la cornice teorica con cui l'autore legge la mossa cinese come intervento sulla contraddizione strutturale, non come mero correttivo.
  4. Critica del riformismo, occidentale e storico. Il testo traccia una linea di demarcazione netta tra misure che agiscono "nel corpo della classe" senza toccare il mercato (salario minimo, forme di reddito assistenziale) e un intervento che disaccoppia reddito e mercato. In questa cornice vengono liquidati sia il togliattismo e la "via pacifica al socialismo" (definita "gabbiano con le ali rattrappite", citando Gaber) sia le riforme pensionistiche italiane — Amato 1992 e Dini 1995 — presentate come l'inizio della "controtendenza neoliberista" sostenuta da un arco di forze (DC, PSI, PSDI, PLI; poi PDS, PPI, Lega Nord, Verdi) che l'autore fa coincidere sostanzialmente con l'attuale bipolarismo e con il "campo largo".
  5. Genealogia della traiettoria cinese. Maccentelli ricostruisce un percorso storico: dal fallimento del modello sovietico (che non avrebbe raggiunto una "oggettiva superiorità di sistema" rispetto al capitalismo) alla "lunga marcia" cinese, passata attraverso il sacrificio delle masse popolari nella fase di industrializzazione delocalizzata, fino alla formazione di una composizione organica di capitale avanzata e di una vasta classe media. Sottolinea il ruolo di Mao e della "teoria della contraddizione" come precondizione storica indispensabile, e legge il corso di Xi Jinping come ripresa dialettica di elementi del comunismo novecentesco.
  6. I tre dispositivi della "prosperità sociale". Il salario vitale viene affiancato da altri due strumenti attribuiti a Cai Fang: reddito di base universale e pensione di base non contributiva — agendo così su salario diretto, indiretto e differito. L'autore sottolinea che un simile impianto è realizzabile solo in un sistema in cui lo Stato controlla l'economia (e non viceversa).
  7. Chiusura teorico-programmatica. Il pezzo si chiude riconducendo il disaccoppiamento reddito/mercato — e valore di scambio/valore d'uso — alla formula della Critica al programma di Gotha, presentando la mossa cinese come un possibile avvicinamento al comunismo, e con un'esortazione polemica finale rivolta alle "elite imperialiste".

Elenco concetti-soggetti chiave

  • Salario vitale (Cai Fang)
  • Composizione organica del capitale e tendenza del saggio di profitto (Marx, Il Capitale Libro I)
  • Automazione, intelligenza artificiale e capitale costante
  • Prosperità comune e modello cinese post-maoista
  • Reddito di base universale e pensione non contributiva
  • Critica del riformismo socialdemocratico e del togliattismo
  • Riforme pensionistiche italiane: riforma Amato (1992), riforma Dini (L. 335/1995)
  • Modello sovietico e sua "implosione"
  • Mao Zedong e teoria della contraddizione
  • Marx, Critica al programma di Gotha (1875)
  • Guerra imperialista come "soluzione" storica alle crisi di sovrapproduzione

Conclusione critica

Il testo si inserisce nel filone di analisi filo-cinese presente in ampi settori della sinistra antimperialista, e ne condivide sia i punti di forza sia i limiti tipici del genere.

Aspetti di rilievo. L'inquadramento della proposta di Cai Fang nella teoria del valore marxiana è coerente e ben argomentato sul piano formale: la distinzione capitale costante/variabile e la sua applicazione al problema posto dall'automazione è un innesto teoricamente legittimo, e l'articolo ha il merito di collegare un dibattito di policy contemporaneo (l'impatto dell'AI sul lavoro) a una cornice di economia politica strutturale, anziché trattarlo come problema meramente tecnico-distributivo. Anche la ricostruzione storica delle riforme pensionistiche italiane (Amato 1992, Dini 1995) è puntuale nei riferimenti normativi.

Nodi critici.

  • Assenza di verifica empirica sulla proposta cinese. L'intero impianto argomentativo si fonda su un'attribuzione di intenzioni e di dottrina a Cai Fang di cui non vengono forniti riferimenti bibliografici precisi (testi, discorsi, documenti di partito, articoli su Qiushi), né dati su un'eventuale applicazione concreta della proposta. Il salario vitale viene trattato come misura già operante o prossima all'attuazione, mentre il testo stesso lo qualifica come "se questo passaggio verrà applicato" — una condizionale che indebolisce sensibilmente la portata delle conclusioni che ne vengono tratte.
  • Salto logico tra riforma salariale e "transizione al comunismo". Il passaggio dal disaccoppiamento reddito/mercato alla citazione della Critica al programma di Gotha ("da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni") comprime in un'unica traiettoria continua misure di welfare universalistico (reddito di base, pensione non contributiva, salario vitale) e il superamento della legge del valore in quanto tale. Si tratta di un salto qualitativo che l'articolo non argomenta nei suoi passaggi intermedi: un sistema che continua a produrre per il mercato mondiale e a competere sul piano dell'accumulazione capitalistica internazionale (come la Cina, esplicitamente descritta nel testo come "maggiore potenza economica mondiale probabilmente oltre gli USA") non coincide automaticamente, sul piano dei rapporti di produzione, con un movimento verso l'abolizione del valore di scambio.
  • Trattamento asimmetrico dei casi storici. Il fallimento del modello sovietico viene spiegato con l'assenza di "un'oggettiva superiorità di sistema" rispetto al capitalismo — una spiegazione che resta a un livello di generalità tale da non chiarire quali meccanismi strutturali specifici abbiano prodotto quell'esito, mentre alla traiettoria cinese viene invece riconosciuta un'articolazione dialettica complessa (il ruolo di Mao, il conflitto interno al PCC, la fase di apertura al mercato). L'asimmetria nel grado di dettaglio esplicativo tra i due casi indebolisce la comparazione.
  • La liquidazione del riformismo occidentale è netta ma non sviluppata. La critica al togliattismo e alle socialdemocrazie europee come incapaci di intaccare la contraddizione capitale costante/variabile è coerente con l'impianto teorico dell'articolo, ma resta enunciata più che argomentata: non vengono esaminate le condizioni storiche (rapporti di forza, collocazione internazionale, struttura produttiva) che avrebbero reso impraticabile in Europa occidentale un percorso assimilabile a quello cinese, lasciando aperta la domanda se la differenza di esito sia da attribuire a un errore politico-strategico delle sinistre occidentali o a condizioni strutturali oggettivamente diverse rispetto al caso cinese.

In sintesi: un intervento che applica con rigore formale gli strumenti dell'analisi di classe marxiana a un caso di attualità, ma che nella parte propositiva/prognostica (il salario vitale come anticipazione del superamento del capitalismo) si affida più all'affermazione teorica e alla suggestione storica che a una verifica empirica della proposta di Cai Fang o a un'argomentazione distesa del nesso fra riforma salariale e transizione ai rapporti di produzione post-capitalistici.

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