USA e UE alla canna del gas di Giorgio Gattei SiR 13-7-26

 

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USA e UE alla canna del gas

di Giorgio Gattei

Sintesi per Compagni curiosi dell’intervento al Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?»  (Roma, 09/05/2026)

balcan 800x450 1.jpg1. Questa volta parlerò dell’imperialismo, che è la teoria marxista dei rapporti economici internazionali che sono caratterizzati dall’asimmetria tra un Centro dominante e una Periferia subalterna, alla faccia di tutti coloro che «non possono capire come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, dato che non vogliono nemmeno capire come, all’interno di un paese, una classe, possa arricchirsi a spese di un’altra» (scritto da Marx allo stesso tempo del Manifesto del Partito Comunista).

Tuttavia, nella invarianza del contenuto fondamentale, l’imperialismo nel tempo ha mutato la propria forma storica, avendo già percorso la prima fase del colonialismo, che è stato l’imperialismo del tempo di Marx che gli storici economici hanno poi chiamato «l’imperialismo del libero scambio», con il centro che esportava manufatti industriali verso una periferia da cui riceveva materie prime agricole secondo un rapporto di «scambio ineguale» per cui «il paese maggiormente favorito riceve un quantitativo di lavoro superiore a quello che offre in cambio» così che «il paese più ricco finisce per sfruttare quello più povero». È poi seguito, alla svolta del XX secolo, «l’imperialismo dei monopoli» divulgato da Lenin nel celebre testo del 1917 L’imperialismo fase ultima [ma non l’ultima!] del capitalismo nel quale «è diventata caratteristica l’esportazione di capitali» dal centro verso la periferia subalterna per ricavarne profitti e dividendi, così che Nikolaj Bucharin ha potuto parlare al proposito di un «capitalismo esportatore» e Rudolf Hilferding aggiungere che, così facendo, l’imperialismo si rendeva «esportatore non più di merci, ma della stessa produzione di merci» diffondendo il modo capitalistico di produzione dappertutto nel mondo.

Eppure tutta questa potrebbe essere storia passata, dato che se finora sono stati quelli i due imperialismi che ci vengono comunemente raccontati, non essendo ancora giunto a consapevolezza collettiva il fatto che col XXI secolo siamo entrati in una terza fase imperialistica che è il nostro imperialismo e che si caratterizza per essere un imperialismo del debito, dato che il centro non esporta più merci (come al tempo di Marx) ma non esporta nemmeno capitali (come al tempo di Lenin), essendo diventato sia importatore di merci che di capitali che riceve dalla periferia, che resta ciò nonostante subalterna, il che sarà ovviamente da spiegare: com’è possibile che chi esporta merci ed esporta capitali resta subalterno?

Io ho avuto intuizione di questa trasformazione riflettendo sui rapporti economici internazionali alla svolta del XXI secolo e ho provato a dirne anche qualcosa di sistematico in un forum del 2003 della Rete dei Comunisti, ma mi ero espresso soltanto in forma logica astratta (di “modello” come si dice), così che le conseguenze non ci sono state perché «ci vogliono i dati», mi sentivo ripetere, e senza dati sembra che oggi non si possa vivere. Così me ne sono stato zitto, finché i dati non sono arrivati per opera di Cristina Re e Gianmaria Brunazzi (Debt imperialism: from financial hegemony to the chaos of semi-peripheries, C. Re e G. Brunazzi, Università di Siena, gennaio 2026). Così che adesso posso riprendere qui l’argomento dando finalmente anche i numeri!

 

2. Ma prima di tutto come si è costituito questo terzo imperialismo? È stata la conseguenza dei due fatti storici del crollo del muro di Berlino con conseguente scomparsa dell’Unione Sovietica nel 1991 (mai sufficientemente esecrata) e dell’attentato alle torri gemelle del 2001 da cui è derivato l’accoglimento della Cina, pur rimasta “rossa” cioè comunista, nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001 (la cui importanza non è stata finora efficacemente considerata) purché partecipasse alla crociata antislamica.

Così è successo che, caduta quella cortina di ferro e di bambù che per tutto il periodo della guerra fredda aveva isolato il cosiddetto “mondo schiavo”, perché comunista, dall’autoproclamatosi “mondo libero” americano (nonostante il maccartismo e la guerra del Vietnam), il pianeta si è rifatto tutto «uno», come era stato al tempo della Belle Époque, o piuttosto, per dirla con il titolo di un libro di successo, si è fatto «piatto», invitando tutti i commensali presenti sul pianeta a mettersi a tavola per consumare al meglio proprio quel «piatto».

Così è successo che la Russia non più sovietica, integrata nel circuito degli scambi economici internazionali, si è messa a rifornire la costituenda Unione Europea delle proprie materie prime energetiche (petrolio e gas) e ad ottimo prezzo, incentivandone la vocazione a produrre merci da esportare sul grande mercato di sbocco degli Stati Uniti con il marchio di qualità made in UE. E altrettanto ha fatto la Cina “rossa”, esportando i suoi manufatti made in China a prezzi stracciati per il bassissimo (allora) costo della manodopera, grazie alla rivoluzione dei container che ha tagliato il costo del trasporto marittimo, dato che in fondo tra Cina e Stati Uniti ci sta appena l’Oceano Pacifico di mezzo.

E gli Stati Uniti? Si sono messi ad acquistare tutte quelle merci dall’estero invece di produrle in patria, sia perché di migliore qualità dall’Europa che di maggiore quantità dalla Cina, e di questo crescente potere d’acquisto hanno approfittato i salariati americani per aumentare i propri consumi nonostante la stabilità (ma forse anche la diminuzione) dei loro salari: infatti quando il salario venga interamente speso, esso si risolve in una quantità di merci acquistabili ai loro prezzi, ma se quei prezzi calano, allora la quantità acquistabile aumenta ed il consumatore ci guadagna in termini di valori d’uso (è il mercato, bellezza!).

Così è successo che la bilancia commerciale americana, che era stata attiva fino al 1975, ha preso ad andare in rosso precipitando fino al disavanzo (esportazioni meno importazioni) mostruoso di 1210 miliardi di dollari del 2024, e questo deficit rimane tale, ridimensionandosi appena, se si toglie l’attivo americano di 293 miliardi negli scambi di servizi.

Ma merita osservare quali sono i paesi che sono esportatori netti verso l’America, che in ordine crescente per il 2023 sono la Malesia (con 25 mld $) e poi a crescere Svizzera, Tailandia, Canada, India, Corea, Giappone, Taiwan, Vietnam e proprio in cima alla classifica la Cina con 273 mld e l’Unione Europea con 236 mld di dollari.

È noto a tutti che la Cina è una grande esportatrice di merci negli USA, ma che lo sia anche l’Unione Europea può sorprendere, ma solo perché nei dati statistici essa si presenta in ordine sparso per singole nazioni senza mai considerarla nel suo complesso geopolitico. Comunque, gli addetti ai lavori lo sanno benissimo, tanto che l’organo economico del Consiglio Europeo ha potuto commentare nel 2024 che con 1770 miliardi di scambi commerciali «Unione Europea e Stati Uniti vantano la più importante relazione economica più integrata del mondo: insieme rappresentano quasi il 30% degli scambi mondiali di beni e servizi e il 43% del PIL mondiale», così che «le due economie si completano molto bene a vicenda» con la sola differenza che una è in attivo netto di esportazioni (la UE) mentre l’altra è in passivo (gli Stati Uniti) e la differenza vorrà pur dire qualcosa!

 

3. Però la storia non finisce qui perché quello scompenso commerciale non dovrebbe prima o poi essere saldato? Il che si può fare, anno dopo anno, compensandolo in moneta ma con la conseguenza che gli Stati Uniti dovrebbero, anno dopo anno, stampare sempre più dollari a sua copertura provocando una inflazione progressiva (come è stato negli anni ’70). Ma si potrebbe anche rinviare il saldo al futuro, emettendo titoli di debito sull’estero che si pagherebbero soltanto alle rispettive scadenze, ma che nel frattempo peserebbero solo per gli interessi pattuiti, giusta l’equivalenza contabile per il debitore che nell’anno può scegliere di coprire le importazioni nette con moneta oppure con (debito + interessi) ed è ovvio che la scelta preferibile per il debitore è la seconda, con la conseguenza che quell’indebitamento dovuto alla bilancia commerciale passiva si accumulerà nel tempo perché «domani pagherò», il che è quanto è avvenuto per gli Stati Uniti ed è documentato da uno specifico indice statistico che riassume la Posizione Patrimoniale Netta sull’Estero (in gergo NIIP) che ha raggiunto nel dicembre 2025 la cifra, che non ha precedenti nella storia, di 27.537 miliardi di dollari e che Pierluigi Ciocca ha giustificato (sul “Manifesto” del 26 gennaio 2025) per la poca propensione al risparmio degli americani (che alla rovescia è per il troppo consumo!) dovuta ad una eccessiva disponibilità monetaria per le politiche di pieno impiego e gli alti salari, consigliando come rimedio l’aumento sia delle tasse che dei tassi d’interesse così da fargliela pagare a quei consumatori fin troppo compulsivi!

E nuovamente merita vedere quali sono, a fronte del grande debitore americano, i molti creditori e la risposta è semplice: sono gli stessi paesi esportatori netti verso gli Stati Uniti che nel tempo hanno accumulato i loro attivi commerciali a loro credito, e perciò quei maggiori paesi creditori saranno nel 2025, dentro il gruppo del G7 senza gli Stati Uniti, la Cina (4071 mld $), il Giappone (3671 mld $) e nuovamente l’Unione Europea per 2064 mld $.

È un teorema: chi esporta merci al netto si farà creditore di capitali, mentre chi le importa al netto si renderà a sua volta debitore! Ma allora lo vogliamo capire che l’Unione Europea, considerata come un tutto geopolitico, oltre ad avere una grande esportazione di merci verso gli Stati Uniti, è anche tra i suoi maggiori creditori di capitale? E allora come mai quel Centro imperialista che adesso, alla faccia di Marx, importa merci invece di esportarle e, alla faccia di Lenin, importa debito invece di esportare capitali, resta comunque al centro dell’impero, dominando quella sua periferia che è invece nei suoi confronti esportatrice netta di merci e creditrice di capitali? Siamo così arrivati all’ultima caratteristica di quel nostro imperialismo che altro non è se non l’imperialismo del grande debito americano.

 

4. Al solito, si tratta del fatto banale che le transazioni sia commerciali che finanziarie che si realizzano nel mondo sono prevalentemente realizzate in dollari, che è la moneta-veicolo emessa esclusivamente dagli Stati Uniti: si tratta di quell’«esorbitante privilegio» che negli anni ’60 aveva denunciato Valéry Giscard d’Estaing e di cui continuano ad approfittare gli USA, tanto che può scrivere Gianpaolo Galli (su “ISPI”, 8 novembre 2024) che quel suo debito è «il tetto che (per ora) non scotta» e che non scotta perché espresso in dollari!

È andata così: quando si dovette riorganizzare il sistema monetario internazionale a Bretton Woods nel 1944, si decise che soltanto il dollaro sarebbe stato la moneta mondiale assicurandone la convertibilità in oro al cambio fisso di 35 dollari per oncia. È stato questo il periodo del gold-dollar standard che è durato fino al 1971 quando il presidente americano Nixon ha dovuto abolire quella convertibilità in oro per la quantità esagerata di dollari che era stata emessa anche per finanziare la guerra del Vietnam. Infatti, che cosa sarebbe successo se tutti i loro possessori ne avessero richiesto la conversione in oro? Sarebbe stato il fallimento degli USA che tanto oro non ne possedevano! E allora che ciascuno si tenesse i suoi dollari in cassaforte senza più convertirli! Ma perché allora continuare ad usarli nelle transazioni commerciali e non passare ad altre monete come il rublo, lo yen o lo yuan? Ma perché il dollaro serve, eccome, per acquistare quella merce-regina della industrializzazione che è il petrolio, una materia prima per la quale storicamente ci si è messi anche a fare (e si continuano a fare) delle guerre.

E questa volta è andata così: siccome quel dollaro reso inconvertibile in oro non poteva restare per aria appeso ai propri capelli, occorreva l’aggancio a qualche bene materiale di assoluta necessità come quell’«oro nero» il cui prezzo era andato in fibrillazione con lo choc energetico del 1973. Si decise allora, con un accordo firmato il 14 luglio 1974 con l’Arabia Saudita e che è restato in vigore fino al 2024 (Addio petrodollari. L’Arabia Saudita fa saltare l’accordo per vendere il petrolio in dollari, in “Outsider News.it”, 14 giugno 2024; E. Occorsio, E il dollaro si trovò senza àncora, in “L’espresso”, 27 aprile 2026.), che le forniture petrolifere del Golfo persico sarebbero state fatturate esclusivamente in dollari in cambio della protezione americana nel caso di minacce sia esterne che interne. È stata questa la grande stagione dei «petrodollari» che però io preferisco chiamare il periodo dell’oil-dollar standard e il suo effetto è stato ottimo dato che chi doveva approvvigionarsi di petrolio da quei luoghi persici avrebbe dovuto vendere la propria moneta svalutandola, ed acquistare dollari rivalutandoli (e chi non si fosse adeguato alla nuova regola imperialistica l’avrebbe pagata con la vita, come è stato per Saddam Hussein nel 2006 e per Muammar Gheddafi nel 2011 che avevano provato entrambi a sottrarsi a quel «patto capestro»).

Dopodiché sarebbe bastato controllare le rotte petrolifere dal Golfo Persico verso i principali paesi creditori degli Stati Uniti (Cina, Giappone e Unione Europea) per garantirsi che continuassero ad acquistare dollari, mantenendo l’egemonia di quella moneta con una deterrenza ancora più efficace di una minaccia nucleare. Come avrebbe spiegato John Connally, nel 1971 segretario al tesoro, «il dollaro è la nostra moneta, ma il problema è vostro», specie per chi ne aveva bisogno per pagare quelle forniture petrolifere necessarie alle industrie che obbligatoriamente andrebbero fatturate in dollari quando provenienti dal Golfo Persico.

Così tutt’oggi il dollaro continua ad essere predominante per mancanza di alternative (secondo uno studio della Bank for International Settlements i titoli di debito in giro per il mondo sono per il 60% denominati in dollari, in euro per il 25% e il resto sono altre monete spicciole) specie se quella dominanza è sostenuta dalla forza delle armi: nel 2024 la spesa militare degli USA su di un totale mondiale di 2887 mld di dollari (dati “SIPRI”, 2025) è stata pari a 954 mld di dollari (il 33% del totale), a cui seguono la Russia (190 mld = 6,6%), la Cina (336 mld = 12%), mentre la solita Unione Europea, che in totale spende 449 mld (il 19%), si piazza al secondo posto dopo gli Stati Uniti (ma si sa che l’Unione Europea, a differenza dell’Italia, non ripudia la guerra!).

 

5. Eppure quella pesante situazione debitoria rappresenta comunque una minaccia alla stabilità degli Stati Uniti: che cosa succederebbe se tutti i creditori si presentassero per l’incasso? Per questo i presidenti americani, che non sono stupidi, se ne sono preoccupati da tempo, cercando di invertire quella tendenza alla crescita debitoria. Innanzitutto impedendo il consumo delle merci straniere, come aveva iniziato a fare Barack Obama, dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, con il Buy American Act (2009), e poi con la misura protezionistica dei dazi sulle merci importate che sono stati introdotti dal primo Trump nel 2018, mantenuti da Biden e infine sceneggiati clamorosamente dal secondo Trump con il Liberation day del 2 aprile 2025: un’indiscriminata applicazione di dazi sulle importazioni di 180 paesi (anche territori disabitati!) per poi trattare singolarmente con ciascuno di essi onde evitare ritorsioni equivalenti da parte degli stati sanzionati. Così tutti coloro che non riconoscono la necessità della svolta protezionistica degli Stati Uniti o sono in malafede oppure sono ignoranti della condizione dei rapporti economici internazionali e non sanno nulla del Grande Debito americano!

Ma in alternativa non sarebbe possibile aumentare le esportazioni di prodotti made in USA verso l’estero? E cosa ci sarebbe di meglio da esportare se non quel gas liquido (GNL) di cui gli Stati Uniti sono diventati il più grande produttore ed il primo venditore nel mondo che si può trasportare non solo per gasdotto ma anche per vie marittime con navi cisterna e rigassificatori nei porti di arrivo?

Bisognerebbe però indurre i paesi creditori a perseverare nel comprare quel petrolio persico fatturato in dollari oppure direttamente il gas liquido dall’America. E questo si può fare con la forza delle armi proprie, naturalmente, ma anche con una modifica non da poco conto nelle relazioni militari internazionali che oggi vedono che le guerre si possono far fare anche «per interposta persona», e quindi non più direttamente con spreco di vite americane, come in Vietnam o in Afghanistan, ma con degli «stati mercenari» che alla maniera delle compagnie di ventura del Medioevo, combattono per loro, così che i committenti non hanno più bisogno di mandare “gli scarponi sul terreno” perché sono i «capitani di ventura» a fare il lavoro sporco e a riportarsi a casa le salme dei caduti in battaglia (con tutti gli onori del caso naturalmente). E nei confronti del petrolio persico quale miglior «stato mercenario» se non Israele, che viene mantenuto in piedi dagli Stati Uniti con l’accordo Quantitative Military Edge stilato nel 2008, che stabilisce «l’obbligo legale per gli USA di garantire la superiorità militare di Israele rispetto a potenziali avversari nel Medio Oriente»?

È allora bastato a Trump scatenare Netanyahu contro il «nemico viscerale» iraniano con quell’attacco congiunto del 28 febbraio 2026 che ha portato alla morte della “guida suprema” Ali Khamenei per far reagire Teheran anche con la chiusura dello stretto di Hormuz, che gli Stati Uniti si sono precipitati a bloccare dall’altra parte così che nemmeno una goccia di petrolio arabo vi potesse transitare senza il loro beneplacito. Ma per danneggiare chi? Prima di tutto i loro creditori asiatici come Cina, Giappone, Corea del Sud, India, ma pure l’Unione Europea, sebbene soltanto in piccola parte dato che appena il 7% del petrolio che deve importare proviene dai paesi del Golfo. Più delicata è invece la questione del gas che l’Unione Europea riceveva dalla Russia tramite un gasdotto marittimo nel Baltico e due gasdotti terrestri attraverso la Polonia e l’Ucraina. Ma anche nel continente europeo gli Stati Uniti hanno trovato il loro «stato mercenario» in quella Ucraina di Zelensky, a cui è bastato offrire il suo possibile ingresso nella NATO (ma se l’UE avesse fatto storie? «Che la UE si fotta!» è sbottata nel 2014 Victoria Nuland, portavoce del dipartimento di stato del governo Obama a Kiev) perché la Russia di Putin reagisse alla prospettiva NATO dapprima con l’annessione della Crimea nel 2014 e poi con l’invasione armata del Donbass nel 2022. Ma per le forniture di gas dalla Russia che allora pesavano per il 45% del totale delle importazioni della UE? Intanto un comando ucraino si è precipitato a sabotare il gasdotto marittimo nel Mar Baltico e poi, in ottemperanza alle sanzioni alla Russia decise dal parlamento europeo, Polonia e Ucraina hanno ridotto il transito nei gasdotti che passavano per i loro territori fino al minimo del 6% del totale. Ma come sostituirlo in quanto per la UE è assolutamente necessario? Ma con il gas liquido americano che era gloriosamente in attesa di partire verso i porti europei dotati di rigassificatori costosi (compresa l’Italia) anche se a un prezzo più caro di quello russo ma comunque fatturabile in dollari! E in prospettiva? Per decisione del Parlamento europeo si dovrebbe arrivare allo stop definitivo delle forniture moscovite: «stiamo abbandonando la dannosa dipendenza dal gas russo e compiendo un passo importante verso un’Unione Europea dall’energia autonoma» ha commentato euforico Michael Damianos, ministro dell’energia di Cipro, così che «il mercato dell’energia dell’UE sarà più forte, più resistente e più diversificato». Ma sarebbe proprio così?

Claudio Tito ha avanzato una preoccupazione: «se gli Stati Uniti sono diventati i nostri fornitori più importanti, non è che l’Europa ha sostituito una dipendenza con un’altra?». Ma non era forse questo l’obiettivo che il Centro imperialista voleva conseguire portando anche l’Unione Europea alla propria canna del gas? E ci stanno riuscendo col beneplacito del parlamento europeo, che è il massimo della logica tafazziana del farsi del male da sé!


CLAUDE 13-7-26

Scheda bibliografica

Autore: Giorgio Gattei Titolo: USA e UE alla canna del gas Fonte: Sinistrainrete (testo redatto per il Forum della Rete dei Comunisti «Imperialismo: da liberista a predatorio?», Roma, 09/05/2026) Data pubblicazione: 13 luglio 2026 (redazione: 12 luglio 2026, Maggio Filosofico) URL: https://sinistrainrete.info/estero/33345-giorgio-gattei-usa-e-ue-alla-canna-del-gas.html Tipologia testuale: Saggio di teoria economica marxista con appendice geopolitica attuale — intervento a forum, sintesi divulgativa Soggetto: Teoria dell'imperialismo, egemonia del dollaro, squilibri commerciali USA-Cina-UE, dipendenza energetica europea


Occhiello / Parole chiave

Dall'imperialismo delle merci a quello del debito: come gli USA restano centro egemonico importando invece di esportare

KW: imperialismo del debito · egemonia del dollaro · NIIP (Net International Investment Position) · petrodollaro/oil-dollar standard · dipendenza energetica UE


Elenco contestualizzato di argomenti, concetti, soggetti focali

  • Le tre fasi storiche dell'imperialismo — colonialismo/libero scambio (Marx), imperialismo dei monopoli ed esportazione di capitali (Lenin, Bucharin, Hilferding), e la tesi originale dell'autore: un terzo stadio, l'"imperialismo del debito", in cui il Centro importa sia merci che capitali restando comunque egemone
  • Genesi storica della terza fase — crollo dell'URSS (1991) e ingresso della Cina nel WTO (2001) come condizioni di possibilità della "piattizzazione" del mercato mondiale
  • Squilibri commerciali quantificati — deficit commerciale USA (1.210 mld $ nel 2024), principali esportatori netti verso gli USA (Cina 273 mld, UE 236 mld), fonte dati: Re-Brunazzi, Università di Siena, gennaio 2026
  • La Posizione Patrimoniale Netta sull'Estero (NIIP) — 27.537 mld $ di debito USA a dicembre 2025, e il paradosso per cui i maggiori creditori (Cina, Giappone, UE) restano comunque periferia subalterna
  • Meccanismo storico dell'egemonia del dollaro — gold-dollar standard di Bretton Woods (1944-1971), passaggio all'oil-dollar standard con l'accordo USA-Arabia Saudita del 1974 (decaduto nel 2024), i casi Saddam Hussein e Gheddafi come sanzione della violazione del "patto capestro"
  • Strumenti di contenimento del debito — Buy American Act di Obama, dazi di Trump (Liberation Day, 2 aprile 2025), spinta all'esportazione di GNL statunitense
  • Gli "stati mercenari" come dispositivo geopolitico contemporaneo — Israele (Quantitative Military Edge, 2008) contro l'Iran; Ucraina come strumento contro la Russia, con richiamo alla dichiarazione di Victoria Nuland (2014)
  • La sostituzione energetica UE — dal gas russo (45% delle importazioni) al GNL americano dopo il sabotaggio del gasdotto baltico e la riduzione del transito attraverso Polonia e Ucraina; la domanda critica di Claudio Tito sulla sostituzione di una dipendenza con un'altra

Abstract

Gattei propone una tesi originale (già abbozzata nel 2003, ora suffragata dai dati di uno studio del 2026) secondo cui l'imperialismo contemporaneo ha superato sia la fase del libero scambio marxiana sia quella leninista dei monopoli, entrando in una terza fase: l'"imperialismo del debito". Gli Stati Uniti, pur importando nettamente merci e capitali dal resto del mondo (Cina, Giappone, UE in testa), restano centro egemonico grazie al ruolo del dollaro come moneta-veicolo mondiale, garantito storicamente prima dall'oro (Bretton Woods) e poi dal petrolio (patto con l'Arabia Saudita del 1974). L'autore ricostruisce come questa egemonia venga oggi difesa con strumenti protezionistici (dazi), con l'esportazione di GNL e con il ricorso a "stati mercenari" (Israele, Ucraina) per controllare le rotte energetiche e forzare i creditori — inclusa l'Unione Europea — a rimanere ancorati al dollaro, sostituendo la dipendenza dal gas russo con quella dal gas americano.


Analisi critica conclusiva

Il testo si distingue nel corpus dei materiali di teoria dell'imperialismo per il tentativo di innovazione categoriale esplicita: Gattei non si limita ad applicare gli schemi leniniani al presente, ma dichiara apertamente il loro superamento storico, proponendo una terza fase con una propria logica interna (importazione di merci e capitali come base della dominanza, anziché esportazione). Questo è un salto teorico più ambizioso — e più rischioso — di molte analisi che si limitano a "aggiornare" Lenin con dati contemporanei senza metterne in discussione l'architettura concettuale.

Il punto di forza è l'ancoraggio empirico: le cifre su NIIP, bilancia commerciale e spesa militare (fonti Re-Brunazzi, SIPRI, ISPI) danno struttura quantitativa a un'intuizione che l'autore stesso ammette essere rimasta per vent'anni priva di dati. La causalità proposta è coerente e strutturale: non si tratta di spiegare l'egemonia americana con la "superiorità" istituzionale o tecnologica, ma con un meccanismo preciso — il privilegio esorbitante della moneta-veicolo, sostenuto dalla forza militare e dal controllo delle rotte energetiche.

Il limite più rilevante riguarda la sezione finale sulla cronaca (attacco a Khamenei, chiusura di Hormuz, sostituzione del gas russo con quello USA): qui il registro cambia, passando dall'analisi strutturale a una ricostruzione cronachistica e fortemente militante, con inserti retorici (il calembour finale sulla "logica tafazziana" del Parlamento europeo) che indeboliscono il rigore analitico costruito nelle prime quattro sezioni. La domanda critica di Claudio Tito — se l'UE abbia sostituito una dipendenza con un'altra — è il punto più solido dell'intera parte finale, perché è l'unico momento in cui il testo lascia intravedere un'ipotesi alternativa non scontata (l'UE come periferia consapevole ma incapace di sottrarsi, piuttosto che come vittima ignara).

Rispetto ad altri testi del corpus che trattano l'imperialismo contemporaneo in chiave prevalentemente descrittiva o moralistica, questo si segnala per l'ambizione teorica della tesi delle "tre fasi", ma sconta — nella parte geopolitica più recente — una minore distanza critica dagli eventi narrati, con una selezione delle fonti (Nuland, Tito) che serve più a corroborare la tesi già formata che a metterla alla prova.


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