Z. Bauman e la critica impotente di Salvatore Bravo
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Z. Bauman e la critica impotente
di Salvatore Bravo
Il capitalismo trova i suoi sostenitori più solidi tra i critici del modo di produzione capitalistico. Vi sono “analisi estreme del sistema” che con il loro successo editoriale e con le loro critiche ben fondate trovano ampio sostegno nei media e nell’editoria. Apparentemente siamo dinanzi a giudizi radicali e dal successo delle critiche si potrebbe dedure l’imminente crollo del “sistema capitale”. La verità è ben altra, le critiche ardite riguardano unicamente gli elementi sovrastrutturali, queste sono accolte dai media, in quanto non toccano il problema nella sua causa prima: la struttura economica. L’ampio spazio che ricevono è “il segno” della loro impotenza.
Si critica il sistema, ma non si mette in discussione la causa profonda che è all’origine dei disastri antropologici e ambientali, anzi la “critica è evirata della causa prima” ed essa diviene il mezzo col quale il “sistema capitale” può presentarsi ai popoli dichiarandosi democratico e mondandosi da colpe e da contraddizioni sanguinarie. La critica debole, dunque, permette il consenso verso il sistema a capitalismo reale ed è usata per contrapporre le democrazie liberiste ai sistemi oligarchici. In tal modo i sudditi del sistema capitale non percepiscono di essere in piena oligarchia, mentre si tagliano i servizi e si investe nelle armi nel timore che la Russia con i suoi 19 mln di Kmq possa invadere l’Europa povera di risorse.
Si critica, ma non si elaborano alternative, pertanto il sistema ringrazia.
Z. Bauman sociologo e pensatore scomparso nel 2017 e autore di innumerevoli saggi di “grande successo” ha analizzato nei suoi scritti le miserie antropologiche e le derive distruttive e classiste del sistema capitalistico, ma si è astenuto dall’uso della categoria della “totalità”, non ha messo in discussione il sistema nella sua interalità.
Nei suoi saggi non vi è la condanna filosofica ed etica al mercato in sé e vi è quasi la speranza che il sistema possa autocorreggersi attraverso l’analisi critica delle tragedie nell’etico come direbbe Hegel.
La stessa filosofia per Bauman dev’essere un’attività incompiuta, che oscilla tra risposte e domande, si lascia, di conseguenza, ampio spazio all’indeterminazione.
Nel tempo del nichilismo, invece, abbiamo bisogno del “pensiero forte” per emanciparci dalla palude del capitalismo in cui stiamo affondando. Siamo in un tempo storico, invece, che esige la nettezza e la radicalità delle risposte. Una filosofia incapace di fondare una “ben tonda verità” è la via moderata al relativismo e di conseguenza è incapace di elaborare percorsi alternativi reali al capitalismo. La filosofia come eterna incompiuta non può che diventare organica al capitalismo, essa diviene liquida, mentre il capitalismo si struttura in modo solido, poiché nulla pare fermare la sua corsa:
“Dicendo che Rorty è un grande filosofo, intendo tutt’altra cosa. Rorty è grande nel senso che, dopo quello che ha dichiarato, non si può più filosofare come prima, anche se l’oggetto del filosofare dovesse essere il disaccordo e la polemica nei confronti fi quel che Rorty ha detto. Ma il filosofare dopo Rorty è necessario, poiché l’impossibilità di filosofare alla vecchia maniera indica appunto l’impossibilità di una filosofia che vive-verso-la morte; l’impossibilità del “limite della filosofia”. La “grandezza” di Rorty trae il proprio senso da una filosofia diversa, una filosofia guidata da Eros e, diciamo così, libidinale; una filosofia che si compie in una condizione di eterna incompiutezza e pone domande che temono risposte definitive più di quanto temano di restare senza risposte1”.
La filosofia senza verità e senza progettualità non può che piacere al capitalismo che ha fatto della morte della verità la sua forza. Per Bauman la filosofia deve rinunciare a ciò che la connota per diventare inclusiva e adeguata a rispondere al nostro tempo. “Filosofia libidinale” la definisce, che si apre al mondo e rinuncia alla sistematicità veritativa, ancora una volta campeggia in modo silente il pregiudizio verso la verità associata al totalitarismo e, si vuol ignorare, che il capitalismo reale presenta se stesso come la verità ultima della storia.
Il pellegrino, il turista e il vagabondo
La modernità ha annichilito l’esistenza secondo la categoria del pellegrinaggio, ovvero non vi è meta veritativa e non vi sono salde identità comunitarie. Gli altari sono stati rovesciati, tutto è divenuto mobile e metamorfico, si può essere ingoiati dal dinamismo deregolamentato e si vive da serfista. Ogni centro permanente è stato mercificato. Anche in questo caso non vi è nessun cenno alla causa strutturale. Il sistema capitale ne esce parzialmente indenne. Si descrivono gli effetti, ma è rimossa la causa strutturale, in quanto non vi è che l’opzione liberale-liberista:
“Com’è possibile pianificare la propria vita come un pellegrinaggio verso una meta, se i luoghi santi non hanno un indirizzo fisso, se si aggirano per il mondo, se vengono in continuazione profanati e riconsacrati, ma sempre in un lasso di tempo incomparabilmente più breve di quello necessario al pellegrinaggio?2”.
L’alternativa al pellegrinaggio è l’identità liquida. Le identità mercificate sono come vestiti, passano di moda, sono soltanto orpelli con cui l’essere umano ridotto a manichino perennemente in esposizione veste il “niente”. Si tratta della morte dell’uomo. Vi è una morte biologica e una morte politica. Il capitalismo produce identità in serie per i suoi clienti, l’offerta delle identità intercambiabili sono sul mercato, niente è vero, tutto è merce da consumare:
“Non si tratta quindi di scoprire in sé una vocazione data una volte per tutte, né di costruire con pazienza, mattone per mattone, il proprio essere; si tratta invece di “non lascarsi definire”, in modo che ogni identità adottata sia una veste e non una pelle, e che non aderisca troppo strettamente alla persona: così, appena se ne presenti il bisogno o il desiderio, uno se la potrà togliere di dosso come una camicia intrisa di sudore3”.
Il turista è la metafora utilizzata da Bauman per rappresentare “l’uomo del nostro tempo”. Il turista è l’essere umano deterritorializzato e deresponsabilizzato che vive senza legami con il proprio territorio e con la comunità. La condizione economica è il fondamento del turista. Egli vive il pianeta come un immenso parco giochi, in cui gli incontri liquidi si consumano in un arco di tempo veloce. Il turista si consuma fino ad evaporare in esperienze estetiche mutanti, è la nuova ignoranza assoluta. Si ignora la realtà politica dei luoghi abituali come dei distanti, li si usa per il proprio piacere e per curare la noia di un’esistenza che precipita nel “non senso”. Ciò malgrado il turista si percepisce libero e aperto al mondo delle differenze ridotte a folklore:
“La figura del turista è la personificazione di tale dribbling. Con tutta evidenza i turisti degni del loro nome sono maestri supremi nell’arte di sciogliere i nodi e di liquefare i corpi solidi4”.
Il turista è senza meta, non ha un percorso, pensa di scegliere e di essere l’archetipo della libertà, in realtà non ha prospettiva storica. La sua biografia si consuma in rapide vedute disfunzionali ad una visione olistica e reale della condizione storica in cui è gettato. Si sposta per il mondo, gioca con le differenze; tutto si celebra all’interno di una individualità senza essenza, dal caos del totalitarismo del mercato si fugge e ci si consola derealizzandosi tra viaggi ed esperienze multicolori ma senza concetto. La vita estetica descritta da Kierkegaard è pienamente realizzata:
“Il mondo del turista si compone di vedute non di forme5”.
L’antitesi del turista è il vagabondo. Quest’ultimo è il paria dell’economicismo globale. È lo sconfitto dal sistema, è colui che è stato usato e gettato via come scarto. Il turista e il vagabondo sono interscambiabili: l’uno può diventare l’altro. Tutto è mezzo nella globalizzazione capitalistica, pertanto ogni essere umano può iniziare la sua vita da turista e può terminarla da vagabondo che si consuma nelle migrazioni senza identità e senza progettualità. Il vagabondo è carne da cannone che con il suo dolore irrora il plusvalore delle oligarchie e del servidorame. Tutti siamo “vagabondi” nel capitalismo:
“Il vagabondo viaggia perché non ha altra via d’uscita. È solo per mancanza di scelta che diventa una caricatura del turista6”.
Bauman coglie il rifiuto del turista nel vedere nel vagabondo se stesso, ma non ne analizza la motivazione profonda. Il turista è sottilmente disperato, perché sa che vive in un sistema violentissimo e irriformabile e il vagabondo è l’essenza-verità di una struttura economica iniqua e nichilistica che persegue solo gli interessi oligarchici:
“Non c’è da stupirsi che l’anima del turista sia lacerata per quanto riguarda il rapporto con il vagabondo. Il vagabondo scimmiotta il turista e al tempo stesso ne ridicolizza lo stile di vita. Come caricatura del turista, il vagabondo fa emergere la bruttezza nascosta dallo strato nascosto del belletto7”.
Dietro il belletto del turista non c’è il vagabondo ma il capitalismo nella sua verità. Bauman non si spinge a denunciare il sistema liberale che crede si possa riformare con appelli alla solidarietà. Non si può cambiare la natura della bestia del capitale globalizzato, non si può chiedere alla tigre di essere un agnello. L’egoismo trionfa e il capitalismo è la divinità pagana che decreta quotidianamente la caduta di tanti e la vittoria di pochi:
“Le sofferenze del vagabondo, visibili a tutti, inducono chi le guarda a ringraziare Dio ogni mattina per averlo fatto diventare un turista8”.
Bauman immagina e ipotizza un’alternativa al vagabondo e al turista, ma tale alternativa non parte da un fondamento veritativo, si risolve in un fare. Le identità si costruiscono a posteriori in una comunità progettuale. Non vi è un a priori, ma senza la chiarezza del bene e della verità la stessa progettualità è impossibile, si è sottoposti alle tempeste ingovernabili della storia:
“I costruttori del Municipio di Leeds non erano venuti al mondo pronti come i loro nonni e bisnonni. Non sapevano chi erano finchè non cominciavano a vivere in modo corrispondente a quello che erano. Per essere qualcuno, dovevano prima diventare qualcosa. L’identità non precedeva le loro azioni, ma veniva al loro seguito (…). Noi, le generazioni dei loro pronipoti, per essere dobbiamo diventare come loro. Tuttavia, a differenza di loro, non disponiamo di quei potenti alleati9”.
Il problema del fondamento
Le critiche di Bauman sono preziose per decodificare il presente globale, ma il vuoto veritativo non può che essere consustanziale all’appiattimento delle differenze all’interno di una modalità di vita esclusivamente sincronica. Senza verità tutto è disposto sulla medesima linea d’orizzonte, ogni progettualità politica decade a semplice chiacchiera con grande soddisfazione del modo di produzione capitalistico. Per oltrepassare il nichilismo capitalistico e l’irrilevanza onto-assiologica è necessario il “ fondamento veritativo”:
“Quando la sincronia scalza la diacronia, quando la successione cede il posto alla compresenza, e un eterno presente si sostituisce alla storia, allora si ha la concorrenza invece della crociata e sparisce ogni traccia di missione, di promozione, di verità assoluta capace di mettere fine alle mezze verità. Tutti gli stili, vecchi e nuovi, devono ottenere il proprio diritto di esistere con gli stessi mezzi, soggiacendo alle leggi che oggi governano l’insieme delle creazioni artistiche calcolate, secondo l’eccellente definizione di George Steiner, per <<produrre il massimo effetto possibile e subito sparire>>10”.
Affinché le figure del turista e del vagabondo si dissolvano è necessaria la progettualità politica. Senza fondamento veritativo le critiche al capitale non possono che trasformarsi, malgrado le intenzioni degli autori, in oggetto di mercato usate dal sistema per autocelebrarsi come democratico e come il “migliore dei mondi possibili”:
“Bauman non offre affatto un pensiero che favorisca la costituzione di anticorpi culturali alla attuale società liquida, ma lascia anzi sostanzialmente passare come neutrale ed ineluttabile il fatto che le persone debbano sentirsi <<liquide>> come l’acqua per il semplice motivo di doversi adattare, per sopravvivere, al recipiente capitalistico che le contiene11”.
Il lavoro dello spirito che ci attende “nel presente” consiste nel riorientarci verso una prospettiva politica alternativa; senza il fondamento veritativo vi sono solo visioni che appaiono e si dileguano nel nulla della macina del capitalismo. Per fermare la spremitura a cui l’umanità è sottoposta, dunque, è necessario l’impegno corale verso il comunismo dialettico e democratico consapevole degli errori del passato al fine di riprogettare il comunismo nel presente:
“Porre l’essenza razionale e morale dell’uomo a fondamento della vita sociale aiuta a comprendere ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è ingiusto: non porre l’uomo come fondamento della verità, ovvero lasciare oscuro il tema del fondamento, può al più portare a dichiararsi “riformisti”, ossia a dire che ci vuole “più solidarietà”, “più democrazia”, ecc., ma ciò non consente alcuno strutturato miglioramento della vita sociale complessiva (la quale appunto dovrebbe fondarsi su una differente struttura socio-economica)12”.
Le critiche non sono sufficienti per rimettere al centro l’essere umano, solo la verità coralmente elaborata può condurre alla liberazione dal giogo invisibile del capitale che si insinua vischioso nell’anima e nel corpo per deformarli. La natura umana resta, malgrado i cantori della morte dell’uomo e della natura umana. In primis bisogna riattivare la categoria della totalità per rendere palese il legame tra struttura e sovrastruttura, in modo che ogni alternativa possa essere radicale, ovvero vera e reale nel suo intento teorico e pratico. Non si può chiedere al capitalismo di riformare una sua parte lasciando invariato il resto, tale prospettiva è debole e irrazionale in sé e dunque non percorribile. Verità e Totalità sono i capisaldi di ogni nuovo inizio, sono le categorie metafisiche da riattivare malgrado i ricatti e l’ostracismo del sistema capitale. Per fondare la verità e la progettualità i critici del capitale devono abbandonare la grammatica del narcisismo e del protagonismo con cui il capitalismo attraverso i media sollecita il narcisismo fonte di divisioni e duplicazione della grammatica emotiva da esso pianificata. Siamo dinanzi ad una contingenza storica estrema e di questo dobbiamo prenderne atto. Senza conversione interiore e politica non ci sarà esodo dal capitalismo.
Note
1 Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità, Laterza Bari, 2024
2 Ibidem pp. 123 124
3 Ibidem pag. 126
4 Ibidem pag. 126
5 Ibidem pag. 128
6 Ibidem pag. 131
7 Ibidem pag. 133
8 Ibidem pag. 134
9 Ibidem pp. 122 123
10 Ibidem pag. 141
11 Luca Grecchi, Il Presente della filosofia nel mondo, Petite Plaisance, Pistoia 2012, pag. 20
12 Ibidem pag. 37
CLAUDE 21-7-26
Scheda descrittiva
Autore: Salvatore Bravo Titolo: Z. Bauman e la critica impotente Fonte: Sinistrainrete (sezione Teoria) Data pubblicazione: 19 luglio 2026 URL: https://www.sinistrainrete.info/teoria/33380-salvatore-bravo-z-bauman-e-la-critica-impotente.html Tipo di testo: Saggio filosofico critico, con ampio apparato di citazioni dirette da Bauman (Il disagio della postmodernità, Laterza 2024) e da Luca Grecchi (Il Presente della filosofia nel mondo, Petite Plaisance 2012)
Occhiello
La fortuna editoriale delle "critiche estreme" al capitalismo — Bauman in testa — è il segno della loro impotenza: colpendo solo la sovrastruttura e mai la causa strutturale, offrono al sistema un'immagine di sé democratica e autocorreggibile. Bravo ricostruisce le figure baumaniane del pellegrino, del turista e del vagabondo per mostrare come, in assenza di un "fondamento veritativo" e della categoria di totalità, la critica sociologica si risolva in descrizione impotente, incapace di produrre alternativa politica reale.
Parole chiave: critica sovrastrutturale vs strutturale; società liquida (Bauman); turista e vagabondo; nichilismo filosofico; fondamento veritativo; categoria della totalità; comunismo dialettico e democratico
Abstract
Bravo muove da una tesi generale: le critiche al capitalismo di maggiore successo editoriale — proprio per la loro visibilità mediatica — sono spesso le più innocue, perché colpiscono gli "elementi sovrastrutturali" senza toccare la causa prima, la struttura economica; la loro ampia diffusione sarebbe anzi "il segno della loro impotenza", funzionale a legittimare il sistema come democratico e autoriformabile. Su questa base l'autore esamina l'opera di Zygmunt Bauman, di cui riconosce l'acume nella diagnosi delle "miserie antropologiche" del capitalismo contemporaneo, ma a cui rimprovera l'assenza della categoria di "totalità" e il rifiuto di una filosofia fondata sulla verità, sostituita da una "filosofia libidinale" perennemente incompiuta (con riferimento esplicito all'apprezzamento di Bauman per Rorty). Bravo ripercorre le figure baumaniane del pellegrino (la ricerca di senso propria della modernità solida, oggi impossibile), del turista (l'uomo contemporaneo deterritorializzato, esteta del "non senso", libero solo in apparenza) e del vagabondo (il suo rovescio, lo scarto del sistema, "carne da cannone" del plusvalore), sostenendo che Bauman ne descrive gli effetti senza risalire alla causa strutturale — il capitalismo stesso. La conclusione, sostenuta anche attraverso Luca Grecchi, è che senza un fondamento veritativo (l'essenza razionale e morale dell'uomo) e senza il recupero della categoria di totalità (il nesso struttura/sovrastruttura), ogni critica resta "riformismo" debole, incapace di generare alternativa reale; l'unica via d'uscita indicata è un "impegno corale verso il comunismo dialettico e democratico".
Analisi per punti
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Tesi di apertura: il paradosso della critica di successo. Bravo enuncia una tesi generale prima di applicarla a Bauman: le analisi "estreme" del sistema capitalistico che godono di ampio successo editoriale e mediatico sono, proprio per questo, prive di reale pericolosità per il sistema — colpiscono la sovrastruttura, non la struttura economica, e la loro visibilità è "il segno della loro impotenza". La critica debole diventerebbe così strumento di legittimazione del sistema, utile a contrapporre le "democrazie liberiste" ai "sistemi oligarchici" mentre — nota l'autore con un riferimento polemico all'attualità — si tagliano servizi sociali e si investe in armamenti nel timore di un'invasione russa.
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L'assenza della categoria di totalità in Bauman. Il nucleo dell'accusa: Bauman analizza le "derive distruttive e classiste" del capitalismo ma si astiene dalla categoria di totalità, non mettendo in discussione il sistema nella sua interezza; nei suoi saggi non vi sarebbe condanna filosofico-etica del mercato in sé, ma quasi la speranza di un'autocorrezione del sistema attraverso l'analisi critica.
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La critica alla "filosofia incompiuta" e all'apprezzamento per Rorty. Bravo cita direttamente Bauman sul giudizio elogiativo verso Rorty (una "filosofia libidinale", eternamente incompiuta, che teme le risposte definitive più che restare senza risposte) per sostenere che una filosofia incapace di fondare una verità stabile finisce per essere "organica al capitalismo": diventa liquida essa stessa, mentre il capitalismo, al contrario, si struttura in modo solido.
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Le figure baumaniane: pellegrino, turista, vagabondo. Attraverso ampie citazioni dirette da Il disagio della postmodernità, Bravo ricostruisce la tipologia bahumaniana:
- il pellegrino, figura della modernità solida ormai impraticabile (i "luoghi santi" non hanno più un indirizzo fisso);
- il turista, l'uomo contemporaneo deterritorializzato e deresponsabilizzato, che vive il mondo come parco giochi e scambia la libertà apparente per assenza di legami — "il mondo del turista si compone di vedute non di forme";
- il vagabondo, l'antitesi/rovescio del turista: il paria dello stesso sistema, scarto della globalizzazione, la cui sofferenza rassicura il turista sulla propria condizione ("per averlo fatto diventare un turista"). Bravo sostiene che Bauman coglie l'interscambiabilità delle due figure ma non ne indaga la causa strutturale: dietro il "belletto" del turista non ci sarebbe il vagabondo, ma il capitalismo stesso nella sua verità.
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Il limite della proposta baumaniana. Bauman, secondo Bravo, immagina un'alternativa a turista e vagabondo fondata su una costruzione dell'identità "a posteriori" (l'esempio dei costruttori del Municipio di Leeds), ma senza un fondamento veritativo a priori — il che, per l'autore, rende la stessa progettualità politica impossibile, esposta alle "tempeste ingovernabili della storia".
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Il problema del fondamento: sincronia vs diacronia. Nella sezione conclusiva, Bravo utilizza ancora Bauman (via la citazione su sincronia/diacronia e la definizione di George Steiner sull'arte contemporanea "calcolata per produrre il massimo effetto possibile e subito sparire") per sostenere che l'appiattimento della storia su un "eterno presente" annulla ogni criterio di verità assoluta, riducendo ogni progettualità politica a "chiacchiera" funzionale al modo di produzione capitalistico.
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Il ricorso a Luca Grecchi. Bravo si appoggia esplicitamente a Il Presente della filosofia nel mondo di Luca Grecchi per due affermazioni chiave: che Bauman lascia passare come "neutrale e ineluttabile" la liquidità imposta dal "recipiente capitalistico"; e che, senza porre l'essenza razionale e morale dell'uomo a fondamento della vita sociale, ogni critica resta "riformismo" (più solidarietà, più democrazia) incapace di produrre miglioramento strutturato, perché non tocca la struttura socio-economica.
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La conclusione politica. Il saggio si chiude con un'indicazione programmatica esplicita: riattivare le categorie metafisiche di verità e totalità, ricomporre il nesso struttura/sovrastruttura, abbandonare "la grammatica del narcisismo e del protagonismo" indotta dai media, e intraprendere un "impegno corale verso il comunismo dialettico e democratico", consapevole degli errori storici, come unica via per l'"esodo dal capitalismo".
Elenco concetti-soggetti chiave
- Critica sovrastrutturale vs critica strutturale del capitalismo
- Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità (Laterza, 2024)
- Categoria della totalità (nesso struttura/sovrastruttura)
- Fondamento veritativo ed essenza razionale-morale dell'uomo
- Filosofia "liquida"/"libidinale" e critica a Richard Rorty
- Figure del pellegrino, del turista e del vagabondo
- Sincronia vs diacronia; "eterno presente" (con riferimento a George Steiner)
- Luca Grecchi, Il Presente della filosofia nel mondo (Petite Plaisance, 2012)
- Riformismo ("più solidarietà", "più democrazia") come alternativa debole
- Comunismo dialettico e democratico come orizzonte politico
Conclusione critica
Il saggio di Bravo si muove coerentemente nel registro dell'analisi strutturale che caratterizza questo corpus: la critica a Bauman non riguarda la qualità descrittiva della sua sociologia (esplicitamente riconosciuta come "preziosa per decodificare il presente globale"), ma la sua incapacità di risalire dalla sovrastruttura (le forme culturali e identitarie della postmodernità) alla causa strutturale (il modo di produzione capitalistico) — un impianto metodologico limpido e ben applicato al caso specifico.
Alcuni nodi critici da segnalare:
- Il criterio "successo editoriale = impotenza critica" è una generalizzazione non argomentata nei suoi meccanismi. La tesi di apertura — che la diffusione mediatica di una critica sia "il segno" della sua innocuità per il sistema — è suggestiva ma resta un'inferenza non dimostrata: non vengono esaminati casi contrari (critiche di ampio successo editoriale che abbiano effettivamente inciso sul dibattito pubblico strutturale, o critiche strutturali di scarsissima diffusione ma altrettanto neutralizzate). Il rischio è che il criterio diventi non falsificabile: qualunque critica di successo verrebbe classificata a priori come sovrastrutturale proprio in virtù del suo successo.
- La lettura di Bauman rischia di essere in parte selettiva. Bravo costruisce l'argomento quasi esclusivamente su Il disagio della postmodernità, un singolo testo (per quanto rappresentativo) all'interno di una produzione molto più ampia; l'accusa di "assenza della categoria di totalità" andrebbe verificata anche su altri lavori bahumaniani più esplicitamente centrati sul rapporto tra economia e società (ad esempio i suoi scritti sulla globalizzazione o sul lavoro), che il saggio non prende in considerazione.
- Il rimedio proposto (fondamento veritativo + totalità + "comunismo dialettico e democratico") resta enunciato a un livello di generalità programmatica. Il saggio è efficace nella diagnosi negativa (cosa manca a Bauman) ma non specifica in che modo il recupero della categoria di totalità e del fondamento veritativo si traducano in un progetto politico concreto, né affronta le ragioni storiche del fallimento delle esperienze comuniste novecentesche oltre il generico richiamo alla necessità di essere "consapevoli degli errori del passato" — un'endiadi che, dato il rilievo della domanda, avrebbe richiesto uno sviluppo più disteso.
- Tensione irrisolta tra critica del relativismo e uso stesso della critica sovrastrutturale. Bravo rimprovera a Bauman il rifiuto di un "pensiero forte" e la scelta di una filosofia "incompiuta"; tuttavia l'intero impianto argomentativo del saggio si costruisce attraverso un'ampia mediazione di citazioni (Bauman stesso, Grecchi) più che attraverso un'esposizione sistematica e autonoma della propria posizione teorica — un tratto stilistico che non inficia la validità dell'argomento ma ne rende la lettura più simile a un commento ravvicinato che a un trattato autosufficiente.
- Solidità del nucleo interpretativo su turista e vagabondo. La lettura delle due figure come rovesci strutturali l'una dell'altra, e la tesi secondo cui "dietro il belletto del turista non c'è il vagabondo ma il capitalismo nella sua verità", è il punto più efficace e originale del saggio: riconduce con chiarezza un apparato concettuale sociologico (spesso ricevuto in modo acritico nel dibattito pubblico) alla logica dei rapporti di produzione, senza però sviluppare ulteriormente — cosa che avrebbe rafforzato l'argomento — il collegamento esplicito tra questa dinamica turista/vagabondo e i meccanismi concreti di estrazione del plusvalore che pure vengono nominati ("carne da cannone che con il suo dolore irrora il plusvalore delle oligarchie").
In sintesi: saggio ben costruito e coerente nell'applicazione del proprio criterio metodologico (struttura vs sovrastruttura) a un caso specifico e rilevante, con un'analisi puntuale e ben documentata (tramite citazioni dirette) delle figure baumaniane di turista e vagabondo; la sua parte più debole resta la sezione propositiva, che affida a un lessico di forte carica metafisica ("fondamento veritativo", "totalità", "comunismo dialettico e democratico") un compito esplicativo che il saggio non sviluppa fino in fondo sul piano storico-politico.
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