La guerra del termine. Brancaccio, Zhok e il "sovranismo" che nessuno vuole ma tutti usano 𝗱𝗶 𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗯𝗿𝗮𝘀

 

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La guerra del termine. Brancaccio, Zhok e il "sovranismo" che nessuno vuole ma tutti usano

𝗱𝗶 𝗣𝗶𝗻𝗼 𝗖𝗮𝗯𝗿𝗮𝘀

brancaccio zhok.jpgLa polemica tra Brancaccio e Zhok vale più del suo oggetto dichiarato: dietro la guerra del termine "sovranismo" si nasconde una domanda reale su come si costruisce oggi una critica efficace al capitalismo

Ci sono polemiche che valgono più del loro oggetto dichiarato. Quella scoppiata negli ultimi giorni tra l’economista Emiliano Brancaccio e il filosofo Andrea Zhok – nata da un commento di una riga, esplosa in una catena di invettive, approdata a mezzo milione di visualizzazioni e a una sfida pubblica rimasta senza seguito – è di questo tipo. Formalmente, il contenzioso riguarda una parola: “sovranismo”. Sostanzialmente, riguarda qualcosa di più grande: chi ha il diritto di definire il campo della critica al capitalismo, con quale metodo, e secondo quale idea di legittimità intellettuale.

Vale la pena sostare su entrambe le questioni, separatamente.

 

𝗜. 𝗟𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮

Zhok aveva commentato un articolo di Brancaccio con un’osservazione brusca: usare la parola “sovranista” in modo impreciso “avrebbe alquanto rotto le palle”. Il turpiloquio è discutibile, ma l’obiezione di fondo non lo è. Il termine “sovranismo” ha una storia filologica precisa: nasce nel dibattito politico canadese e nordirlandese come sinonimo di rivendicazione d’indipendenza nazionale, e nel contesto italiano ha indicato, prima della sua colonizzazione mediatica, un insieme eterogeneo di istanze critiche verso la subordinazione della sovranità popolare a poteri sovranazionali: NATO, UE, mercati finanziari internazionali.

Brancaccio risponde che il termine è ormai “palesemente fascistizzato”, che usarlo equivale a fare il gioco della destra, e che chi ancora vi si riconosce è nella migliore delle ipotesi un ingenuo e nella peggiore un “nemico di classe travestito da interclassista”.

È una posizione coerente con una certa tradizione di critica al populismo, quella che rimanda a Laclau e Mouffe, e che Brancaccio stesso cita. Ma presenta un problema strutturale che merita di essere nominato con precisione.

Il senso comune politico non si governa per decreto accademico. Una parola che ha circolato per anni in contesti eterogenei – movimenti per la sovranità alimentare, critici della finanziarizzazione, europeisti critici, sindacalisti ostili al dumping salariale – non viene neutralizzata perché un professore stabilisce che è “fascistizzata”. Quella parola continua a funzionare come punto di raccolta per sensibilità reali, frustrazioni legittime, intuizioni politiche ancora da elaborare. Abbandonarla ai suoi usi peggiori senza combattere per il suo significato non appare come una scelta di rigore, ma come una resa del campo.

C’è del resto una tradizione costituzionale che conosce bene questa tensione: l’articolo 1 della Costituzione italiana afferma che la sovranità appartiene al popolo. Non a Bruxelles, non ai mercati, non alla BCE. Chi rivendica quella sovranità contro i poteri che la erodono non sta facendo propaganda fascistizzata: sta leggendo la Carta.

La storia dei grandi termini politici – “democrazia”, “libertà”, “nazione”, persino “socialismo” – è la storia di battaglie continue per il loro significato. Ogni termine è un terreno conteso. Dichiararne la “fascistizzazione” irreversibile e passare oltre significa concedere quel terreno a chi lo occupa peggio. È una strategia politicamente autolesionista, per quanto possa sembrare igienicamente drastica.

Zhok ha ragione su questo punto, anche se la sua argomentazione si allontana poi verso direzioni meno ferme. L’intuizione di fondo – che rinunciare al termine “sovranismo” significhi consegnare un campo semantico importante alla destra – è esatta. E coincide, paradossalmente, con una delle lezioni più elementari sull’egemonia culturale: chi si afferma nel presidio del linguaggio controlla le possibilità del pensiero politico.

 

𝗜𝗜. 𝗜𝗹 𝗺𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼

La questione terminologica, però, è quasi un pretesto. Il vero oggetto del contendere è metodologico, e riguarda il rapporto tra competenza tecnica e critica politica.

Brancaccio sostiene – ed è questa la sua tesi più seria – che senza padronanza dei meccanismi tecnici dell’economia internazionale (controllo dei movimenti di capitali, posizione patrimoniale netta sull’estero, standard sociali nelle relazioni commerciali, strutture di controllo del capitalismo finanziario globalizzato) qualsiasi critica al capitalismo è destinata all’impotenza pratica. Chi governa senza questi strumenti viene catturato dalle logiche che voleva combattere. È la lezione greca, è il castigo di ogni governo progressista che si è trovato nelle “stanze delle decisioni” senza sapere come funzionano i meccanismi reali del potere economico. Io ebbi modo di vedere da vicino ad esempio il Movimento 5 Stelle, che pure aveva conquistato enormi praterie elettorali solo con l’alludere a una “rivoluzione antiliberista”, annaspare in quanto incapace di affrontare uno per uno i fili del vincolo esterno alla politica economica italiana. Combattevo ogni giorno con gente che pensava di governare i milioni di euro, ma lasciava ad altri il governo dei miliardi e non comprendeva nemmeno basicamente il potere soverchiante di quelli che maneggiavano le migliaia di miliardi.

Questa tesi è sostanzialmente corretta, e sarebbe un errore liquidarla come arroganza accademica. La storia recente la conferma con una crudeltà che non lascia margini di dubbio. Tsipras non è stato sconfitto solo dalla cattiveria della Troika, quando cedeva al “waterboarding” di Merkel & C.: è stato sconfitto anche dall’impreparazione tecnica del suo governo, dall’assenza di strumenti alternativi credibili, dall’incapacità di gestire la minaccia della fuga di capitali. Brancaccio era fra quelli che come noi lo aveva detto prima, non dopo.

Tuttavia la competenza tecnica, per quanto necessaria, è una condizione necessaria ma non sufficiente. E qui si apre il limite più serio della sua posizione.

La riproduzione del capitalismo non avviene solo attraverso i meccanismi che Brancaccio descrive con tanta precisione. Avviene anche – e forse prima di tutto – nel campo della formazione delle soggettività, del desiderio, dell’immaginario collettivo. Le persone non subiscono il capitalismo finanziario perché ignorano la “net international investment position” del loro paese: lo subiscono perché il capitalismo ha colonizzato il modo in cui desiderano, si identificano, costruiscono senso. Smontare questo lavoro richiede un’elaborazione culturale che non si riduce alla competenza economica, per quanto raffinata.

C’è di più. La stessa insistenza di Brancaccio sulla competenza tecnica come criterio di legittimità produce un effetto paradossale: stabilisce una gerarchia di accesso al discorso critico che replica, su un altro piano, la logica degli esperti contro cui la critica al capitalismo dovrebbe andare. Chi non conosce il TFUE e i meccanismi del controllo dei capitali non ha diritto di parlare di sovranità. È una forma di esclusione che, per quanto motivata da ragioni serie, rischia di restringere il perimetro della critica a un ceto di specialisti, producendo esattamente il tipo di “intellettuale senza radici di massa” che non riesce a costruire egemonia, ma solo a certificarne l’assenza altrui.

 

𝗜𝗜𝗜. 𝗖𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹𝗱𝗶𝘀𝘀𝗶𝗻𝗴𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮

C’è infine una terza questione, che riguarda non i contenuti ma il formato dello scontro.

Brancaccio ha scelto deliberatamente il registro del “dissing” – parola che usa lui stesso – rivendicando che quella rissa abbia prodotto “mezzo milione di visualizzazioni” e portato gente distante dalla politica di classe a porsi domande più serie. Non è un argomento da scartare: i formati della comunicazione contano, e il conflitto personalizzato funziona come vettore di attenzione in un ecosistema mediatico saturo. Il problema è che Brancaccio non si limita a usare il conflitto strumentalmente: lo celebra, lo estetizza, lo trasforma in performance. Marx che fa il “dab” con la tazza “Red-Brown Alliance: Two Colors, One Disease”. Il paragone con “Bad Blood contro Swish Swish”. L’annuncio di aver «scalzato Zhok dal suo ipocrita equilibrismo» come se fosse una vittoria al ring.

Tutto questo rivela che anche Brancaccio sa – contro la sua teoria esplicita – che il campo culturale e simbolico non è una sovrastruttura secondaria. Sa che l’immaginario conta, che la narrazione ha un’influenza strutturale, che il registro emotivo pesa tantissimo. Lo sa così bene da usarlo con abilità non trascurabile. Ma lo usa senza teorizzarlo, quasi per non dover ammettere che il terreno su cui combatte Zhok – quello della cultura, dell’identità, del senso comune – è altrettanto materiale del terreno su cui combatte lui.

Per capire davvero il punto di Zhok bisogna evitare una caricatura ormai automatica del suo pensiero come semplice reazione “anti-woke”. Il nucleo della sua riflessione è molto più profondo e riguarda il tipo umano prodotto dal capitalismo contemporaneo: un individuo sradicato, privatizzato, sciolto da appartenenze stabili, continuamente riconfigurabile secondo le esigenze del mercato e della tecnica. La sua critica della dissoluzione antropologica moderna non nasce da nostalgia conservatrice, ma dall’idea che nessuna emancipazione collettiva sia possibile se ogni legame sociale, simbolico e perfino biologico viene trattato come materiale infinitamente manipolabile: inclusi quei dati della natura umana che il mercato vorrebbe “plastici” per definizione, ma che pongono limiti reali a qualsiasi progetto di riconfigurabilità totale. In questo senso la sua attenzione per i temi della sovranità, dell’identità culturale o dei limiti della mercificazione non è separabile dalla critica del capitalismo: ne rappresenta piuttosto un’estensione verso territori che una parte della sinistra economicista continua a considerare secondari o sospetti.

Zhok, dal canto suo, aveva mostrato in un primo momento compostezza: il suo “comunicato di servizio” era un esercizio di distacco calibrato. Ma poi ha letto il libro di Brancaccio e ha risposto con sarcasmo prolungato, battute su Netflix e una diagnosi preelettorale affermata come certezza. La polemica, insomma, divampa da entrambe le parti. D’altronde – pochi lo sanno – Brancaccio ha fatto pugilato e Zhok karate. Forse era inevitabile.

La risposta sostanziale di Zhok merita comunque attenzione.

I quattro “punti ciechi” che Zhok attribuisce al marxismo postmoderno di Brancaccio (sovranità nazionale, natura umana, scienza e società, rapporto con altre culture) non sono l’inventario di un conservatorismo travestito da critica: sono, almeno in parte, il tentativo di nominare le forme attraverso cui il capitalismo contemporaneo estende il proprio dominio ben oltre i meccanismi finanziari che Brancaccio analizza con inflessibile precisione tassonomica.

Prendere sul serio la critica alle derive “woke” non significa necessariamente schierarsi a destra: significa riconoscere che il capitalismo delle piattaforme e delle grandi corporation ha incorporato e monetizzato il linguaggio della liberazione individuale, svuotandolo di qualsiasi conflitto di classe e trasformandolo in un formidabile strumento di distrazione e frammentazione. Brancaccio chiama tutto questo “esocapitale”: forze che operano al di fuori della contabilità ordinaria dei prezzi ma che la determinano dall’interno, colonizzando sfere della vita precedentemente estranee alla logica di mercato.

La gestazione per altri – che molti, me incluso, chiamano senza eufemismi utero in affitto – è il caso più lampante. Si tratta dell’ingresso del mercato nel corpo femminile, nella riproduzione biologica, in una sfera che nessuna tradizione critica – marxista, femminista, o semplicemente umanista – aveva mai considerato mercificabile senza residuo. Eppure in certi ambienti progressisti chi solleva obiezioni si vede appioppare con disinvoltura l’etichetta di fascista, come se la difesa del corpo dalla logica di mercato fosse diventata, per qualche alchimia ideologica, una posizione reazionaria. Lo stesso accade con tutto ciò che viene raccolto sotto il termine inglese “queer”, categoria imposta dalla lingua egemone del capitalismo globale, che in quanto tale meriterebbe già qualche sospetto critico prima di essere abbracciata come orizzonte emancipativo universale. Non si tratta di negare le istanze di libertà che quei movimenti portano, che sono reali e legittime. Si tratta di chiedersi – con gli strumenti che Brancaccio stesso fornisce – chi guadagna dalla loro forma attuale, chi li finanzia, quale funzione svolgono nella riproduzione del consenso al capitalismo centralizzato.

Brancaccio nel suo “Manifesto” elenca “transfemministi, lgbtqiapk+, per i rifugiati e gli immigrati” come componenti naturali del fronte libercomunista, senza porsi questa domanda. È una lista, non certo un’analisi. Per giunta, una lista che assomiglia pericolosamente al catalogo delle cause patrocinate dalle grandi fondazioni filantropiche americane, strettamente avvitate ai processi di centralizzazione del capitale: quelle stesse che finanziano le università, le piattaforme, i media progressisti. Il fatto che George Soros e BlackRock abbiano posizioni favorevoli su molte di queste istanze non le invalida automaticamente, ma dovrebbe almeno indurre a chiedersi dove finisce l’emancipazione e dove inizia l’ideologia funzionale al capitale centralizzato. È esattamente la domanda che Brancaccio fa su tutto il resto, e che stranamente non fa qui.

Ancora più significativa è la questione della gestione della pandemia. Brancaccio cita con orgoglio l’imminente dibattito con Jean-Luc Mélenchon come prova della sua collocazione nel campo della sinistra critica internazionale; quasi a dire: ho ben altri interlocutori, a ben altro livello, con cui ragionare di sovranità. Ma Mélenchon è stato uno dei più netti oppositori, in Francia, alle misure liberticide connesse alla gestione covid: il pass vaccinale obbligatorio, le restrizioni draconiane, l’uso emergenziale del potere esecutivo, già spinto in Francia, ma diventato nel Draghistan italiota un unicum mondiale presentato come l’unica via possibile, in realtà un tragico esperimento autoritario provinciale. La critica di Zhok all’acquiescenza del marxismo italiano verso ogni prevaricazione condotta “nel nome della Scienza” non è una boutade reazionaria: è una questione che divide la sinistra europea in modo tutt’altro che banale, e le misure adottate in Italia – tra le più pesanti e prolungate del mondo occidentale – sono criticabilissime nel merito, indipendentemente da qualsiasi posizione “no vax”. Prima di distribuire patenti di provincialismo, bisogna fare attenzione a non guadagnarsele.

 

𝗜𝗩. 𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮

Torniamo alla parola, perché è lì che si decide qualcosa di pratico.

“Sovranismo” è un termine logorato, ambiguo, parzialmente colonizzato dalla destra, soprattutto quella dei “sovranisti di cartone” alla Meloni? Tutto questo è vero. Ma è anche un termine che continua a nominare qualcosa di reale: la tensione tra sovranità popolare e poteri che sfuggono al controllo democratico. Quella tensione non scompare perché la parola che la nomina viene dichiarata inagibile.

Proprio la lettura diretta di Libercomunismo rivela qui una contraddizione che la polemica social aveva lasciato nell’ombra. A pagina 112 Brancaccio scrive: «Respingere le idiozie populiste della ‘moneta sovrana’ come panacea di ogni male. In regime di libera circolazione dei capitali non sussiste ‘sovranità’, tantomeno democratica.» Appena due righe dopo, propone di «promuovere il controllo politico dei movimenti di capitale e delle relazioni economiche internazionali». La distinzione che Brancaccio fa è reale: la sovranità monetaria unilaterale è una truffa perché senza bloccare i movimenti di capitali qualsiasi valuta resta ostaggio dei mercati; il controllo dei capitali è invece la leva concreta per ricostruire margini di autonomia democratica. È un argomento tecnicamente fondato, ed è esattamente la lezione che il premier greco Tsipras pagò cara non applicandola.

Ma questa distinzione – per quanto importante – non autorizza a liquidare come “idiozia” chiunque parta dalla medesima diagnosi di fondo: che senza controllo sui capitali non esiste sovranità democratica reale. È precisamente questa diagnosi che accomuna Brancaccio ai “sovranisti” che critica. La differenza riguarda la terapia – coordinata e internazionale per lui, nazionale e unilaterale per molti di loro – non la diagnosi. Senonché Brancaccio stesso rivendica una misura unilaterale nazionale, seppure agganciata a una clausola del TFUE (il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea): il blocco dei movimenti di capitali che la Grecia di Tsipras avrebbe dovuto imporre. Una decisione sovrana nel senso più classico del termine, presa da uno stato in solitudine contro i mercati e contro i partner europei. Chiamarla “sovranismo” sarebbe scorretto? O è sovranismo solo quando lo fa la destra? E il termine “sovranismo”, nel suo uso critico più serio, nomina quella diagnosi condivisa, non la terapia sbagliata. Trattare i due livelli come se fossero la stessa cosa serve a chiudere il dibattito, non certo ad aprirlo. E consegna il campo semantico esattamente a chi lo merita meno, magari alla Meloni e a Giorgetti che fanno anche loro da scendiletto all’Europeismo Reale.

La risposta corretta non è abbandonare il termine né difenderlo in modo acritico: è lavorare per ri-articolarlo, distinguendo con precisione tra le sue versioni regressive – quelle che fanno della sovranità nazionale un feticcio identitario – e le sue versioni emancipatorie, quelle che usano la leva della sovranità per ricostruire margini di controllo democratico su processi economici che oggi non ne hanno nessuno.

Un esempio concreto è la proposta di legge che elaborai e proposi nel 2019 d’intesa con il Gruppo della Moneta Fiscale: i Certificati di Credito Fiscale (CCF), titoli di credito fiscale differito circolabili come mezzo di pagamento complementare all’euro, compatibili con i criteri Eurostat e non classificabili come debito pubblico. Non “moneta sovrana” nel senso grossolano della lira-di-ritorno, ma ingegnerizzazione pratica della stessa esigenza che Brancaccio teorizza: ricostruire margini di autonomia democratica dentro spazi da allargare pragmaticamente. Chi lavora su quel piano non merita la stessa etichetta di chi agita la sovranità come bandiera identitaria per poi tradirla, come i sovranisti di cartone del governo.

Questa distinzione non è nuova, né è semplice. Ma è il lavoro intellettuale che serve. Ed è un lavoro che richiede sia la competenza tecnica che Brancaccio rivendica – perché senza sapere come funzionano i “capital controls” non si può nemmeno capire in che senso la sovranità sia stata erosa – sia la sensibilità culturale che Zhok richiama: perché senza capire come si forma il consenso, come si costruisce identificazione collettiva, come si combatte sul terreno del senso comune, nessuna proposta tecnica troverà mai i soggetti disposti a portarla avanti.

Vale la pena notare che il medesimo schema si ripete con interlocutori apparentemente molto più vicini a Brancaccio. Il fisico Francesco Sylos Labini, che dichiara esplicitamente di essere “in genere d’accordo” con lui, a suo tempo gli ha contestato proprio il punto metodologico centrale sulla guerra in Ucraina: “segui i soldi” non basta, o meglio, quali soldi? La crisi debitoria americana spiega la forma attuale della crisi, ma non la struttura degli interessi in campo: quella logica di potenza di lungo periodo, documentata da analisti come George Friedman – di cui ho curato la traduzione italiana oltre dieci anni fa – che precede di decenni i movimenti finanziari di questo decennio e che ha una logica propria rispetto ad essi. Quando anche chi condivide il tuo impianto teorico dissente, il problema non è la loro presunta ignoranza dei meccanismi economici. È il riduzionismo di chi pretende che un solo livello di analisi esaurisca la realtà.

So bene che l’accusa di riduzionismo è tra quelle che fanno più irritare i professori, i quali – oltre alle proprie specializzazioni – costruiscono spesso la loro autorevolezza e la carriera sull’idea di muoversi con disinvoltura nella complessità. Ma non di rado la complessità esibita serve anche a coprire l’incapacità di riconoscere i propri punti ciechi.

Una polemica da mezzo milione di visualizzazioni che finisce senza confronto dal vivo e senza che nessuno dei due abbia cambiato idea su nulla di sostanziale. Nel frattempo, il “sovranismo” nominale – quello della destra al governo – continua indisturbato a occupare il campo che altri si rifiutano di contendere.

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PROMPT

ciao, leggi ed analizza con attenzione questo saggio. Poi produci - descrizione di tipo bibliografico (autore, titolo, fonte, URL ...) - Focus (breve occhiello, Subject) - Descrizione analitica per punti - Elaborazione della struttura logica del testo con i riferimenti concettuali, autoriali, bibliografici - Conclusione critica * Descrizione semantica: Subject, Contesto tematico/disciplinare, Contesto spaziale/geografico, Contesto temporale (riferito alla narrazione del testo) SEGUE TESTO DA ANALIZZARE

CHATGPT 22-8-26

Ciao. Ho letto il saggio integralmente e ho verificato anche la pagina originale di Sinistra in Rete, compresi datazione, autore e alcuni dei riferimenti bibliografici e concettuali richiamati nel testo. L'articolo risulta pubblicato il 31 maggio 2026, creato il 28 maggio, ed è attribuito a Pino Cabras; la pagina lo presenta come contenuto proveniente da MegaChip. (Sinistra in Rete)

Il testo è interessante perché, pur presentandosi come analisi della polemica Brancaccio-Zhok sul termine "sovranismo", è in realtà un saggio di teoria politica sulla costruzione di una critica anticapitalistica contemporanea. La polemica è il punto di partenza; il vero problema affrontato da Cabras è il rapporto fra economia, sovranità, cultura, egemonia, tecnica e costruzione del consenso.


1. Descrizione bibliografica

Autore: Pino Cabras
Titolo: La guerra del termine. Brancaccio, Zhok e il "sovranismo" che nessuno vuole ma tutti usano
Fonte: Sinistra in Rete, area Politica italiana
Testata/origine editoriale indicata: MegaChip
Data di pubblicazione: 31 maggio 2026
Data di creazione indicata dalla testata: 28 maggio 2026
Genere: saggio politico-analitico / intervento di polemica politico-culturale
Lingua: italiano
URL: Articolo originale su Sinistra in Rete (Sinistra in Rete)

Autore discusso: Emiliano Brancaccio
Altro autore centrale: Andrea Zhok
Autore del saggio: Pino Cabras

Riferimenti bibliografici e teorici principali

Il saggio richiama, esplicitamente o implicitamente:

  • Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, per la questione del populismo e della costruzione egemonica del significato politico;

  • Antonio Gramsci, soprattutto per il concetto di egemonia culturale e di controllo del senso comune;

  • Karl Marx, utilizzato sia come riferimento teorico sia come elemento della comunicazione visuale e polemica di Brancaccio;

  • Emiliano Brancaccio, Libercomunismo. Scienza dell'utopia (Feltrinelli, 2026), che costituisce il principale testo di riferimento della polemica; il volume viene presentato dall'editore come analisi della tendenza alla centralizzazione del capitale e dell'"esocapitale". (Feltrinelli Editore)

  • Alexis Tsipras e la crisi greca, come caso esemplare del rapporto fra sovranità politica, vincolo esterno e competenza economica;

  • Jean-Luc Mélenchon, relativamente alla sinistra francese e alla questione della sovranità;

  • Francesco Sylos Labini, quale esempio di critica interna al riduzionismo economico;

  • George Friedman, relativamente alla geopolitica e alla guerra in Ucraina;

  • il Gruppo della Moneta Fiscale e la proposta dei Certificati di Credito/Compensazione Fiscale (CCF);

  • il TFUE e i capital controls;

  • la Costituzione italiana, in particolare l'art. 1 sulla sovranità popolare.

È importante osservare che non tutti questi riferimenti sono sviluppati bibliograficamente: molti vengono utilizzati come argomenti polemici o punti di appoggio, più che come fonti documentarie sottoposte a verifica.


2. Focus / occhiello

Focus

La polemica sul termine "sovranismo" diventa, nel saggio di Pino Cabras, il pretesto per discutere quale debba essere oggi una critica efficace al capitalismo: una critica fondata non soltanto sulla competenza economico-finanziaria, come in Brancaccio, ma anche sulla capacità di intervenire sul terreno della cultura, dell'identità, del senso comune e della costruzione egemonica del consenso, come suggerisce Zhok.

In forma più sintetica

Sovranismo, capitalismo e sinistra: oltre l'opposizione fra competenza economica e critica culturale.

Tesi centrale

La tesi fondamentale di Cabras può essere ricostruita così:

Brancaccio ha ragione a sostenere che senza competenza sui meccanismi economici del capitalismo globale non è possibile costruire una politica realmente emancipatoria; Zhok ha però ragione nel ricordare che il capitalismo non riproduce soltanto rapporti economici, ma anche soggettività, identità, desideri e senso comune. Una critica anticapitalistica efficace deve quindi integrare i due livelli.

Da questa tesi deriva la posizione sul "sovranismo": il termine non deve essere né abbandonato alla destra né assunto come feticcio nazionalista, ma riarticolato in senso democratico e anticapitalistico.


3. Descrizione semantica

Subject

Sovranismo, critica del capitalismo, sovranità democratica, centralizzazione del capitale, egemonia culturale, competenza economica, identità e costruzione del consenso.

Contesto tematico/disciplinare

Il testo si colloca all'intersezione fra:

  • economia politica;

  • marxismo contemporaneo;

  • teoria politica;

  • filosofia politica;

  • teoria dell'egemonia;

  • critica del capitalismo;

  • sovranità nazionale e sovranazionale;

  • politica economica europea;

  • comunicazione politica e social media;

  • critica culturale;

  • geopolitica.

Non è dunque propriamente un saggio di economia né un saggio filosofico sistematico. È soprattutto un saggio politico interdisciplinare, costruito attraverso una polemica contemporanea.

Contesto spaziale/geografico

Il baricentro è italiano, con particolare riferimento a:

  • Italia;

  • Unione Europea;

  • rapporti Italia-UE;

  • BCE;

  • Grecia;

  • Francia.

Il quadro viene poi allargato al capitalismo globale attraverso:

  • Stati Uniti;

  • Cina;

  • mercati finanziari internazionali;

  • guerra in Ucraina;

  • Medio Oriente;

  • capitalismo finanziario transnazionale.

Il livello spaziale del testo è quindi multiscalare: nazionale → europeo → globale.

Contesto temporale

Il piano narrativo principale è il presente politico del 2026, in particolare la polemica sviluppatasi nelle settimane precedenti alla pubblicazione.

Ma il saggio utilizza continuamente diversi livelli temporali:

  1. presente immediato: polemica Brancaccio-Zhok;

  2. anni recenti: governo italiano, Movimento 5 Stelle, pandemia, Meloni;

  3. 2015-2019: Grecia, Syriza, proposta della moneta fiscale e CCF;

  4. ultimo decennio: finanziarizzazione e trasformazione del capitalismo;

  5. periodo storico più ampio: globalizzazione, integrazione europea, trasformazione della sovranità;

  6. orizzonte teorico di lungo periodo: Marx, Gramsci, Laclau e Mouffe.

Il testo quindi opera attraverso una stratificazione temporale, utilizzando episodi recenti per discutere problemi strutturali di più lunga durata.


4. Descrizione analitica per punti

4.1. La polemica come sintomo

Cabras parte da una premessa metodologica importante:

la controversia non vale tanto per l'oggetto immediato quanto per ciò che rivela.

Il conflitto Brancaccio-Zhok viene quindi interpretato come sintomo di una frattura più profonda nella sinistra critica.

La domanda sottostante diventa:

chi può definire ciò che è una critica legittima al capitalismo?

E, soprattutto:

quali competenze e quali strumenti sono necessari per costruire un'alternativa?


4.2. Primo livello: la battaglia sul significato di "sovranismo"

Cabras contesta la decisione di Brancaccio di considerare il termine "sovranismo" ormai "fascistizzato".

Il suo ragionamento è:

  1. le parole politiche sono storicamente contendibili;

  2. il significato di un termine non viene stabilito una volta per tutte;

  3. "sovranismo" è stato utilizzato da soggetti politici differenti;

  4. il termine continua a esprimere una domanda reale di controllo democratico;

  5. abbandonarlo significa lasciare alla destra il controllo del relativo campo semantico.

Qui emerge il primo grande concetto teorico:

la politica è anche una lotta per il significato delle parole.

È una concezione eminentemente egemonica del linguaggio politico.

Il riferimento implicito è gramsciano: chi controlla il senso comune dispone di una risorsa politica fondamentale.


5. Sovranità ≠ nazionalismo

Questo è uno dei nodi più importanti dell'intero articolo.

Cabras cerca di distinguere:

sovranità democratica

da

sovranità come feticcio nazionalista.

La prima indica la possibilità per una collettività di controllare democraticamente le condizioni economiche e politiche della propria riproduzione.

La seconda trasforma invece la nazione in un valore assoluto.

Questa distinzione consente a Cabras di sostenere che può esistere un:

sovranismo emancipatorio

contrapposto a un:

sovranismo identitario/regressivo.

Questa è probabilmente la proposta teorica più originale del saggio.


6. Secondo livello: competenza tecnica contro critica politica?

Cabras riconosce a Brancaccio un punto decisivo.

Non è sufficiente denunciare genericamente il capitalismo.

Bisogna comprendere:

  • movimenti internazionali di capitale;

  • posizione patrimoniale netta sull'estero;

  • vincoli finanziari;

  • rapporti commerciali;

  • architettura dell'euro;

  • meccanismi della finanza;

  • capital controls;

  • vincoli derivanti dall'integrazione europea.

La Grecia di Tsipras viene utilizzata come caso paradigmatico.

La lezione sarebbe:

un governo politicamente determinato a rompere con l'austerità può essere sconfitto se non dispone degli strumenti tecnici necessari per sostenere il conflitto.

Questa è la parte del ragionamento nella quale Cabras è più vicino a Brancaccio.


7. Il limite del tecnicismo

Ed è qui che avviene il passaggio fondamentale.

Cabras sostiene che:

competenza tecnica = necessaria

ma:

competenza tecnica ≠ sufficiente.

Perché?

Perché il capitalismo non domina solamente attraverso:

  • prezzi;

  • mercati;

  • debito;

  • capitale finanziario;

  • vincoli istituzionali.

Domina anche attraverso:

  • desideri;

  • identità;

  • linguaggio;

  • immaginario;

  • valori;

  • cultura;

  • forme di riconoscimento;

  • costruzione delle soggettività.

Qui Cabras sposta il discorso dall'economia politica alla teoria dell'egemonia.


8. La contraddizione performativa attribuita a Brancaccio

Questa è una delle parti più interessanti dell'articolo.

Cabras osserva che Brancaccio, pur attribuendo grande importanza alla competenza economica, utilizza intenzionalmente:

  • provocazione;

  • conflitto;

  • ironia;

  • meme;

  • immagini;

  • linguaggio aggressivo;

  • personalizzazione dello scontro;

  • performance comunicativa.

La polemica ottiene, secondo il testo, circa mezzo milione di visualizzazioni.

Cabras ne ricava una sorta di contraddizione performativa:

Brancaccio mostra con la propria pratica comunicativa che la dimensione simbolica e affettiva è materialmente importante, anche se nella sua impostazione teorica tende a privilegiare il livello economico-strutturale.

Questo è un passaggio concettualmente forte.

Il messaggio è:

la comunicazione non è una semplice sovrastruttura della politica economica; è parte della costruzione della forza politica necessaria per realizzarla.


9. La rivalutazione di Zhok

Cabras compie poi un'operazione di riabilitazione teorica di Zhok.

Rifiuta di interpretarlo semplicemente come:

"anti-woke" / conservatore / reazionario.

Secondo Cabras, Zhok pone questioni più profonde:

  • dissoluzione delle appartenenze;

  • individualizzazione;

  • mercificazione;

  • trasformazione dell'individuo in soggetto flessibile;

  • rapporto fra tecnica e natura umana;

  • identità;

  • limiti della manipolabilità dell'umano.

Il capitalismo contemporaneo viene così interpretato come sistema che tende a rendere plastiche e mercificabili sfere della vita precedentemente sottratte al mercato.


10. Corpo, riproduzione e mercificazione

Il testo porta questa tesi sul terreno della:

  • gestazione per altri;

  • riproduzione;

  • corpo;

  • identità sessuale;

  • movimento queer;

  • transfemminismo.

Qui il saggio diventa più controverso.

Cabras pone una domanda genuinamente marxiana:

chi beneficia economicamente e istituzionalmente di determinate forme di emancipazione?

È una domanda perfettamente legittima dal punto di vista della critica dell'ideologia.

Ma il testo compie anche un salto problematico quando tende ad associare il sostegno a determinate istanze progressiste alla funzione ideologica del capitale senza fornire un apparato empirico sufficiente.

Il ragionamento:

Soros/BlackRock sostengono alcune istanze → dunque bisogna interrogarsi sulla funzione capitalistica di tali istanze

è legittimo come domanda di ricerca, ma non è sufficiente come dimostrazione causale.

Questa distinzione è importante.


11. La pandemia come seconda linea di frattura

Cabras introduce poi la gestione del Covid come ulteriore terreno di conflitto.

Qui il suo argomento è:

  • la sinistra non dovrebbe identificare automaticamente "Scienza" con decisioni politiche concrete;

  • bisogna distinguere sapere scientifico e uso politico della scienza;

  • le misure restrittive devono essere sottoposte a critica politica;

  • la sinistra dovrebbe interrogarsi sul rapporto fra emergenza, potere esecutivo e libertà.

Anche questo tema serve a sostenere la tesi generale:

una sinistra realmente critica deve essere capace di mettere in discussione anche ciò che viene presentato come tecnicamente indiscutibile.


12. Il cuore teorico: la contraddizione di Brancaccio sul sovranismo

Questa è probabilmente la parte più forte dell'argomentazione.

Cabras prende Libercomunismo e mette a confronto due proposizioni:

  1. senza controllo dei movimenti di capitale non esiste una vera sovranità democratica;

  2. la "moneta sovrana" proposta dal populismo è un'illusione.

Brancaccio, secondo Cabras, non è quindi contrario alla sostanza della sovranità economica.

È contrario a una determinata concezione della sovranità.

La distinzione è:

sovranità monetaria nazionale → insufficiente

contro:

controllo politico dei movimenti di capitale → necessario.

Il punto dell'autore è che questa seconda posizione presenta comunque un elemento di riappropriazione della sovranità.

Il testo quindi sostiene:

Brancaccio combatte il "sovranismo" sul piano terminologico mentre, sul piano sostanziale, sostiene alcune politiche che implicano il recupero di capacità sovrane.

Questa è la principale accusa di contraddizione formulata da Cabras.


13. Sovranismo come problema di terapia, non di diagnosi

La distinzione può essere schematizzata così:

LivelloBrancaccioSovranisti criticati da Brancaccio
Diagnosiperdita di controllo democratico sull'economiaperdita di controllo democratico
Problemamovimenti di capitale e vincoli sovranazionaliUE, mercati, globalizzazione
Soluzionecontrollo politico dei capitalirecupero della sovranità nazionale
Scalaprevalentemente coordinata/internazionaleprevalentemente nazionale
Politica monetariacritica alla "moneta sovrana" come soluzionecentralità della sovranità monetaria
Rischiotecnicismonazionalismo/feticismo nazionale

Cabras sostiene dunque che la divergenza non è totale.

È soprattutto una divergenza sulla terapia e sulla scala istituzionale della soluzione.


14. La proposta dei CCF

A questo punto Cabras introduce la propria esperienza politica.

Il riferimento è alla proposta dei:

Certificati di Credito/Compensazione Fiscale.

La proposta non nasce originariamente da Cabras: la genealogia del progetto risale al lavoro di Marco Cattaneo e del Gruppo della Moneta Fiscale; Cabras fu però protagonista politico della proposta legislativa del 2019-2020. Le fonti disponibili confermano il suo coinvolgimento nella presentazione di una proposta sui CCF e la successiva iniziativa parlamentare. (sovranitapopolare.org)

Il punto teorico è interessante:

non uscire necessariamente dall'euro attraverso il ritorno alla lira, ma creare strumenti che permettano di recuperare margini di autonomia economica.

Questa soluzione rappresenta per Cabras un modello di:

sovranità pragmatica

anziché:

sovranità identitaria.


15. La critica al riduzionismo economico

Nell'ultima parte Cabras estende la propria critica a un'altra questione: la guerra in Ucraina.

Qui introduce Francesco Sylos Labini.

La formula criticata è:

"follow the money".

Cabras non nega che gli interessi economici siano importanti.

Sostiene però che:

gli interessi economici non esauriscono la spiegazione geopolitica.

Esistono anche:

  • strategie di potenza;

  • interessi geopolitici;

  • continuità strategiche;

  • strutture imperiali;

  • rapporti internazionali di lungo periodo.

Il riferimento a George Friedman serve proprio a sostenere la necessità di un livello geopolitico distinto dall'analisi economico-finanziaria.


16. Struttura logica complessiva

Il ragionamento del saggio può essere rappresentato attraverso questa sequenza:

Polemica Brancaccio-Zhok

Contesa sul significato di "sovranismo"

Problema dell'egemonia linguistica

Problema più profondo: come costruire una critica efficace al capitalismo

Prima risposta: competenza economico-tecnica

Limite della risposta economicista

Il capitalismo produce anche soggettività, identità e immaginario

Necessità della dimensione culturale

Riabilitazione parziale della critica di Zhok

Problema della mercificazione della vita

Problema del rapporto fra emancipazione e ideologia capitalistica

Ritorno alla sovranità

Contraddizione interna attribuita a Brancaccio

Distinzione fra sovranismo regressivo e sovranismo emancipatorio

Proposta dei CCF come esempio di sovranità pragmatica

Critica finale al riduzionismo economico

Conclusione: servono competenza tecnica + egemonia culturale.


17. Mappa concettuale degli autori

AutoreFunzione nel saggioConcetto associato
Marxriferimento generalecapitalismo, conflitto, classe
Gramsciriferimento implicito/esplicitoegemonia, senso comune
Laclauriferimento teoricopopulismo, significante politico
Moufferiferimento teoricoconflitto, egemonia
Brancaccioprincipale interlocutorecentralizzazione del capitale, esocapitale, competenza economica
Zhokinterlocutore alternativoidentità, natura umana, cultura, mercificazione
Tsiprascaso empiricosovranità, vincolo esterno, capital controls
Mélenchonriferimento politicosinistra e sovranità
Sylos Labinicritica internalimiti del "follow the money"
George Friedmanriferimento geopoliticostrategia e potenza
Cabrasautore/proponentesovranità pragmatica, CCF

18. Relazione con Libercomunismo

È importante non considerare il saggio isolatamente.

Cabras sta implicitamente reagendo alla struttura teorica di Libercomunismo, il cui asse fondamentale è la centralizzazione del capitale. La presentazione editoriale di Feltrinelli descrive infatti il libro come un'analisi della tendenza del capitalismo contemporaneo a concentrare il potere nelle mani di pochi grandi soggetti e introduce il concetto di "esocapitale". (Feltrinelli Editore)

Anche altre letture contemporanee del libro sottolineano questo impianto, collegando centralizzazione del capitale, crisi della democrazia e conflitti internazionali. (Sinistra in Rete)

Cabras non rifiuta questa impostazione.

La sua critica è più sottile:

la centralizzazione del capitale è una spiegazione necessaria, ma non può diventare una spiegazione totalizzante.

Questo è il vero bersaglio del saggio.


19. Le due concezioni del capitalismo che emergono

In forma schematica:

Brancaccio

Capitalismo

→ centralizzazione del capitale
→ concentrazione economica
→ finanza
→ potere transnazionale
→ erosione della democrazia
→ necessità di controllo politico.

Cabras/Zhok

Capitalismo

→ centralizzazione economica
→ mercificazione
→ finanziarizzazione
→ trasformazione delle istituzioni
→ trasformazione delle soggettività
→ trasformazione dell'identità
→ colonizzazione dell'immaginario
→ erosione della sovranità.

Cabras sostiene dunque una concezione più multidimensionale del capitalismo.


20. Il vero concetto chiave: riduzionismo

A mio giudizio, il concetto più importante dell'intero saggio non è "sovranismo".

È:

riduzionismo

Cabras accusa implicitamente Brancaccio di due possibili riduzionismi:

Riduzionismo economico

La realtà politica viene spiegata prevalentemente attraverso:

  • capitale;

  • finanza;

  • debito;

  • flussi monetari;

  • interessi economici.

Riduzionismo metodologico

Un livello di causalità viene utilizzato come se potesse spiegare tutti gli altri.

La risposta di Cabras è una concezione multilivello:

economia + istituzioni + geopolitica + cultura + soggettività + linguaggio.

Questa è probabilmente la chiave interpretativa più utile per comprendere il saggio.


21. Valutazione critica

Qui occorre distinguere la qualità della tesi dalla qualità della dimostrazione.

Punti di forza

1. Individua un problema reale

La distinzione fra:

sovranismo nazionale-identitario

e

sovranità democratica come capacità di controllo

è teoricamente importante.

2. Coglie una possibile tensione in Brancaccio

Il saggio mette bene in evidenza la differenza fra il rifiuto terminologico del sovranismo e la rivendicazione di strumenti di controllo sui movimenti di capitale.

È un punto che merita discussione.

3. Supera l'opposizione semplicistica Brancaccio/Zhok

Cabras non dice semplicemente:

Brancaccio ha torto, Zhok ha ragione.

Costruisce invece una sintesi:

Brancaccio → competenza economica

Zhok → dimensione culturale

=

critica anticapitalistica più completa.

4. Introduce il tema dell'egemonia

È probabilmente l'aspetto teoricamente più fertile.

Una politica alternativa non può limitarsi a elaborare una buona politica economica: deve produrre anche soggetti politici capaci di sostenerla.


22. Limiti del saggio

Qui emergono però problemi importanti.

22.1. Il testo è più polemico che dimostrativo

Cabras utilizza frequentemente:

  • ironia;

  • sarcasmo;

  • analogie;

  • giudizi personali;

  • formule iperboliche;

  • caratterizzazioni polemiche.

Questo rende il testo efficace comunicativamente, ma riduce talvolta la precisione analitica.


22.2. Le tesi su "woke", Soros e BlackRock sono insufficientemente dimostrate

Il passaggio:

fondazioni → finanziamento di determinate istanze → compatibilità con interessi del capitale → funzione ideologica

richiederebbe una vera analisi empirica.

Il fatto che un grande investitore o una fondazione sostenga una determinata causa non dimostra di per sé che quella causa sia stata prodotta dal capitale o che abbia una funzione di dominio capitalistico.

La domanda è legittima.

La dimostrazione nel testo è invece insufficiente.


22.3. Rischio di "guilt by association"

Il saggio tende talvolta a costruire associazioni del tipo:

progressismo → fondazioni → grandi capitali → ideologia capitalistica.

Questo schema può essere euristicamente utile, ma diventa problematico se l'associazione viene trattata come spiegazione causale.


22.4. Zhok viene probabilmente valorizzato più di quanto venga analizzato

Cabras presenta una versione relativamente sofisticata di Zhok.

È un'operazione legittima, ma il saggio tende a privilegiare gli aspetti della sua filosofia compatibili con la propria critica del capitalismo, lasciando relativamente sullo sfondo le componenti più problematiche del suo pensiero politico.

In altre parole:

Zhok viene utilizzato come correttivo teorico di Brancaccio.

Non viene realmente sottoposto allo stesso livello di critica.


23. Un problema ancora più profondo: che cosa significa "sovranità"?

Qui, a mio avviso, il saggio avrebbe potuto essere molto più rigoroso.

Esistono almeno quattro concetti distinti:

  1. sovranità statale;

  2. sovranità nazionale;

  3. sovranità popolare;

  4. sovranità economica.

Cabras tende a farli convergere.

Ma non sono equivalenti.

È perfettamente possibile avere:

sovranità statale senza sovranità popolare

oppure:

sovranità nazionale senza autonomia economica

oppure ancora:

sovranità monetaria senza capacità di controllo sui capitali.

Il problema teorico centrale sarebbe quindi formulabile così:

quali istituzioni permettono di trasformare la sovranità formale dello Stato in effettiva capacità democratica di controllo sull'economia?

Questa domanda è più precisa della semplice opposizione "sovranismo sì/sovranismo no".


24. La tesi più interessante che si può ricavare dal saggio

Il contributo più significativo di Cabras, a mio avviso, non consiste nel difendere la parola "sovranismo".

È nell'idea che:

la critica del capitalismo contemporaneo deve evitare tanto il riduzionismo economico quanto il riduzionismo culturale.

Il capitalismo è contemporaneamente:

  • struttura economica;

  • sistema finanziario;

  • istituzione;

  • rapporto di potere;

  • forma geopolitica;

  • dispositivo culturale;

  • produttore di soggettività.

Questa impostazione è molto vicina, per certi aspetti, a una lettura gramsciana e marxista non economicista del capitalismo.


25. Conclusione critica

Il saggio di Pino Cabras è più interessante di quanto suggerisca il titolo polemico.

La "guerra del termine" sul sovranismo costituisce soltanto la superficie di un conflitto teorico più ampio: quale marxismo e quale critica del capitalismo sono oggi adeguati alla struttura del capitalismo contemporaneo?

Cabras riconosce a Brancaccio un merito fondamentale: aver riportato al centro della discussione la struttura materiale del potere capitalistico, la centralizzazione del capitale, la finanza, i vincoli internazionali e la necessità di una competenza economica concreta. In questo senso, la sua critica non è una contestazione dell'economia politica di Brancaccio, ma della sua possibile pretesa di sufficienza.

Il punto decisivo del saggio è infatti questo:

sapere come funziona il capitale non significa automaticamente sapere come costruire il soggetto politico capace di contrastarlo.

Qui entra Zhok, reinterpretato da Cabras come portatore di una critica della soggettività, dell'identità, della cultura e della mercificazione. Ma anche questa componente non può essere assunta acriticamente: la denuncia della "dissoluzione antropologica" rischia facilmente di trasformarsi in una critica conservatrice della modernità se non viene ricondotta a una rigorosa analisi dei rapporti di potere e di classe.

La posizione più produttiva sarebbe quindi quella che Cabras stesso sembra proporre implicitamente:

Marx + Gramsci + economia politica + teoria dell'egemonia + geopolitica.

In questa prospettiva, la sovranità non dovrebbe essere concepita come semplice indipendenza nazionale, né come sovranità monetaria, né come identità nazionale. Dovrebbe essere definita come capacità democratica effettiva di una collettività di intervenire sulle condizioni materiali della propria riproduzione.

Questo permette di comprendere anche la contraddizione individuata in Brancaccio: se per recuperare democrazia è necessario controllare i movimenti di capitale, allora il problema della sovranità non è affatto estraneo alla critica di Brancaccio; è, piuttosto, interno alla sua stessa teoria, anche se egli preferisce non chiamarlo "sovranismo".

La vera questione, quindi, non è:

"sovranismo sì o no?"

ma:

chi esercita il potere, su quali processi economici, attraverso quali istituzioni, a quale scala e sotto quale controllo democratico?

Ed è proprio qui che il saggio raggiunge il suo punto teoricamente più forte.

Allo stesso tempo, però, Cabras non risolve completamente il problema che individua. La sua proposta di una sintesi fra competenza economica e critica culturale resta in parte programmatica. Le sezioni dedicate a woke, identità, pandemia e grandi fondazioni tendono inoltre a scivolare dalla critica dell'ideologia alla polemica politica, senza fornire sempre il necessario supporto empirico.

Perciò la valutazione complessiva che darei è:

saggio politicamente stimolante e concettualmente fertile, soprattutto nella critica al riduzionismo economico e nella distinzione fra sovranismo identitario e sovranità democratica; meno convincente quando trasforma alcune intuizioni legittime – soprattutto sulla cultura progressista, sulle fondazioni e sulla pandemia – in conclusioni più ampie di quanto l'argomentazione dimostri.

In una formula

Il vero tema del saggio non è il sovranismo. È la ricerca di una teoria della trasformazione anticapitalistica capace di tenere insieme struttura economica, sovranità, egemonia culturale e soggettività politica.

Ed è proprio questo che rende la polemica Brancaccio-Zhok interessante anche al di là dei due protagonisti.

Fonte primaria: Pino Cabras, “La guerra del termine”

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