La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico Francesco Sylos Labini
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La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico
- Francesco Sylos Labini
- La posta in gioco
Il National Security Strategy (NSS) è il principale documento strategico con cui il Presidente degli Stati Uniti definisce la propria visione della sicurezza nazionale, della politica estera e delle priorità geopolitiche del paese. In esso vengono individuati: gli interessi nazionali fondamentali degli Stati Uniti; le principali minacce e opportunità; le priorità diplomatiche, militari, economiche e tecnologiche; il ruolo degli alleati e dei rivali strategici; gli orientamenti per i successivi documenti di difesa e sicurezza.
La strategia USA, fossile ed energy dominance
Il NSS 2025 dell’amministrazione Trump segna una netta riaffermazione della dottrina America First, fondata sulla sovranità nazionale, sulla sicurezza delle frontiere, sulla reindustrializzazione del paese, sulla supremazia energetica e tecnologica e sulla competizione strategica con la Cina. Il documento attribuisce un ruolo centrale al rafforzamento della capacità produttiva interna, all’indipendenza energetica, all’intelligenza artificiale, alle tecnologie avanzate e alla ricostruzione della base industriale americana.
Questa impostazione riflette alcuni vincoli strutturali con cui gli Stati Uniti devono confrontarsi. Il debito federale ha ormai raggiunto i 40 trilioni di dollari e il costo annuale degli interessi supera il trilione di dollari ed è la maggiore spesa federale. Allo stesso tempo, il peso dell’industria manifatturiera nell’economia americana è in declino da oltre trent’anni. In questo contesto, qualsiasi amministrazione è chiamata a preservare e rafforzare quelli che restano i principali pilastri della potenza economica statunitense: il predominio finanziario internazionale, la leadership energetica basata sul petrolio e sul gas e il vantaggio tecnologico nei settori più avanzati dell’economia, quelli legati alle grandi corporation della Silicon Valley. La strategia delineata nel NSS 2025 può essere letta proprio come l’unica possibilità di consolidare questi punti di forza.
Tuttavia, questa strategia presenta costi e contraddizioni crescenti. Da un lato, tende a rafforzare una visione della sicurezza nazionale fortemente legata al controllo delle risorse energetiche e delle principali rotte commerciali globali, alimentando una crescente militarizzazione delle relazioni internazionali. Dall’altro, sottovaluta drammaticamente la più grande sfida collettiva del XXI secolo: la crisi climatica. Non sorprende quindi che uno degli aspetti più controversi del NSS 2025 sia il rifiuto esplicito delle politiche di Net Zero, considerate dall’amministrazione Trump un fattore di indebolimento economico e strategico dell’Occidente. In questo quadro si inserisce il concetto di Energy Dominance, nel quale petrolio, gas, carbone e nucleare non vengono presentati soltanto come fonti energetiche, ma come strumenti fondamentali di potenza economica, politica e geopolitica.
In particolare, nel NSS si legge: “Dominio energetico – Ripristinare il primato energetico degli Stati Uniti (nel petrolio, nel gas, nel carbone e nel nucleare) e rilocalizzare sul territorio nazionale le componenti chiave necessarie per il sistema energetico rappresenta una priorità strategica assoluta. Energia abbondante e a basso costo consentirà di creare posti di lavoro ben retribuiti negli Stati Uniti, ridurre i costi per consumatori e imprese americane, favorire la reindustrializzazione e mantenere il vantaggio competitivo nelle tecnologie di frontiera, come l’intelligenza artificiale. L’espansione delle esportazioni nette di energia rafforzerà inoltre i rapporti con gli alleati, limitando al contempo l’influenza degli avversari, tutelando la capacità degli Stati Uniti di difendere il proprio territorio e, quando e dove necessario, di proiettare il proprio potere. Respingiamo le disastrose ideologie del “cambiamento climatico” e dello “Zero Netto” (Net Zero), che hanno arrecato gravi danni all’Europa, minacciano gli Stati Uniti e finiscono per sovvenzionare i nostri avversari.”
La strategia cinese, rinnovabili e autonomia industriale
Dunque, non si fa cenno alle energie rinnovabili come il solare e l’eolico e alle tecnologie ad esse collegate. Inoltre, si nega che i combustibili fossili causino il cambiamento climatico. Di tutto altro tenore è il XV Piano Quinquennale cinese (2026–2030), ovvero il principale documento di programmazione economica e strategica della Cina per i prossimi cinque anni. Non è solo un piano economico, ma una vera e propria guida per l’industria, la ricerca, la tecnologia, l’energia, la sicurezza nazionale e lo sviluppo sociale. I suoi obiettivi principali possono essere riassunti in quattro punti.
Il primo consiste nella autosufficienza tecnologica, cioè lo sviluppo di semiconduttori, intelligenza artificiale, robotica, biotecnologie e tecnologie quantistiche con riduzione della dipendenza dalle tecnologie occidentali, soprattutto statunitensi. Il secondo è il rafforzamento della manifattura avanzata con la trasformazione della Cina da “fabbrica del mondo” a leader nelle produzioni ad alto valore aggiunto ed il sostegno a settori strategici come batterie, veicoli elettrici, aerospazio e automazione industriale. Il terzo riguarda la crescita guidata dall’innovazione: aumento della spesa in ricerca e sviluppo (R&S) di oltre il 7% annuo per arrivare al 3% di spesa in R&S rispetto al PIL nel 2030 e un rafforzamento della ricerca di base e delle università.
Infine, il quarto pilastro riguarda la sicurezza economica ed energetica: resilienza delle catene di approvvigionamento; sicurezza alimentare ed energetica; riduzione delle vulnerabilità strategiche nei confronti dell’estero. Dal punto di vista politico, il XV Piano è lo strumento fondamentale della strategia cinese per raggiungere entro il 2035 una “modernizzazione socialista” basata su innovazione tecnologica, autonomia industriale e rafforzamento della potenza nazionale. In particolare, vi sono due punti qualificanti. Il primo punto del piano è lo Sviluppo di alta qualità, che punta a sostenere la crescita economica attraverso le cosiddette nuove forze produttive di qualità. Tra queste rientrano settori strategici come il fotovoltaico, i veicoli elettrici e i sistemi di accumulo energetico basati su batterie. Parallelamente, il piano mira a rafforzare il mercato interno, favorendo una più stretta integrazione tra l’espansione della domanda domestica e le riforme strutturali dal lato dell’offerta.
Il secondo punto del piano riguarda lo Sviluppo verde. L’obiettivo è raggiungere il picco delle emissioni di carbonio e accelerare la riduzione sia delle emissioni sia della dipendenza dal carbone. Entro il 2030 la Cina prevede di ridurre del 17% l’intensità delle emissioni di CO₂, aumentare al 30% la quota delle energie rinnovabili nel mix energetico e realizzare 100 parchi industriali a emissioni nette zero. Il piano prevede inoltre il rafforzamento dei sistemi di gestione del carbonio, con una riduzione del 10% dell’intensità energetica per unità di PIL, il consolidamento del mercato nazionale delle emissioni e l’introduzione di standard sempre più rigorosi per le quote di carbonio. Un ruolo importante è attribuito anche all’elettrificazione dei trasporti e alla diffusione di veicoli e navi alimentati con combustibili a basse emissioni. Sul piano internazionale, la Cina ribadisce il proprio impegno nell’ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e dell’Accordo di Parigi, rafforzando al tempo stesso la cooperazione climatica con i paesi del Sud globale. I capitoli finali dedicati all’ambiente affrontano inoltre la riduzione dell’inquinamento, la tutela delle risorse naturali, la promozione di stili di vita sostenibili e la costruzione di una rete idrica nazionale finalizzata a migliorare la resilienza del paese ai cambiamenti climatici.
Dal piano quinquennale emerge con chiarezza il legame tra transizione energetica, sviluppo tecnologico e riduzione delle emissioni di CO₂: sono tre aspetti collegati in maniera inscindibile. L’energia è da sempre uno dei principali fondamenti della potenza internazionale, e non è un caso che molte delle più importanti crisi geopolitiche degli ultimi decenni abbiano riguardato aree strategiche per la produzione e il transito di petrolio e gas. Dal Medio Oriente allo spazio euroasiatico, fino allo stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale — il controllo delle risorse e delle rotte energetiche continua a svolgere un ruolo decisivo negli equilibri globali.
La crisi climatica rimossa dagli USA
Grazie alla rivoluzione dello shale oil e dello shale gas — idrocarburi non convenzionali estratti da rocce argillose a bassa permeabilità mediante tecniche come la fratturazione idraulica — gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale e uno dei principali esportatori di energia fossile. Il petrolio occupa infatti una posizione centrale anche nel capitalismo finanziario statunitense attraverso il meccanismo del petrodollaro il cui funzionamento è, in breve, il seguente. I paesi del Golfo Persico, che detengono circa la metà delle riserve mondiali accertate di petrolio, commercializzano il greggio in dollari in virtù degli accordi siglati con Washington, in particolare con l’Arabia Saudita negli anni Settanta. Questo sistema alimenta una domanda strutturale di valuta americana, consolidando il ruolo del dollaro come moneta dominante negli scambi internazionali. In cambio, gli Stati Uniti garantiscono protezione militare e stabilità ai regimi della regione. Una parte significativa dei proventi petroliferi viene poi reinvestita nel sistema finanziario globale, dominato da Wall Street e dal Tesoro statunitense. I fondi sovrani dei paesi del Golfo amministrano complessivamente oltre 10 trilioni di dollari, una somma enorme se confrontata con il PIL italiano (circa 2,2 trilioni) o con quello statunitense (circa 30 trilioni). La quota prevalente di questi capitali è investita negli Stati Uniti, attraverso titoli del Tesoro, mercati azionari, investimenti immobiliari e strumenti finanziari più sofisticati come fondi di private equity e hedge fund. L’attuale crisi mediorientale e il coinvolgimento diretto dei paesi del Golfo rischiano di mettere sotto pressione proprio questo delicato equilibrio geopolitico e finanziario.
Alla luce del duplice ruolo del petrolio — risorsa energetica fondamentale per gli Stati Uniti e pilastro del sistema del petrodollaro — non sorprende che una parte della classe dirigente americana guardi con avversione alle politiche climatiche, come scritto nero su bianco nel NSS del 2025, in quanto percepite come minaccia strategica economica e geopolitica. Non sorprende, dunque, che l’amministrazione Trump abbia assunto una posizione fortemente critica nei confronti della crisi climatica, considerata come un problema enfatizzato per finalità politiche. Da questa impostazione è derivata una netta opposizione alle politiche climatiche internazionali, giudicate dannose per la competitività economica degli Stati Uniti. Tale orientamento si è tradotto in scelte concrete, come il ritiro dall’Accordo di Parigi nel 2017, e nella promozione di una strategia energetica fondata sull’espansione della produzione nazionale di petrolio e gas e sul sostegno all’industria dei combustibili fossili.
La competizione tra grandi potenze
Questa situazione mostra che la transizione energetica non riguarda soltanto la riduzione delle emissioni, ma anche il controllo delle tecnologie che produrranno l’energia del futuro: pannelli solari, batterie, veicoli elettrici, sistemi di accumulo e reti intelligenti. È su questo terreno che si gioca una parte fondamentale della rivalità tra Stati Uniti e Cina, in cui i cinesi sembrano aver acquisito un vantaggio in termini di ricerca e innovazioni (brevetti) che diventa ogni giorno più grande.
Negli ultimi quindici anni il fotovoltaico ha conosciuto una crescita straordinaria a livello globale, ma nessun paese ha registrato un’espansione paragonabile a quella cinese. Da una capacità quasi irrilevante all’inizio degli anni 2010, la Cina è arrivata oggi a circa 1.000 gigawatt installati, oltre tre volte la capacità dell’Unione Europea e quasi cinque volte quella degli Stati Uniti. La capacità solare installata in Cina produce una quantità di elettricità pari a circa il 15–17% della generazione nazionale. Per avere un termine di paragone, si tratta di un volume energetico equivalente a circa cinque volte l’intera produzione elettrica annuale italiana. Se questa elettricità sostituisce la produzione da carbone, le emissioni evitate possono raggiungere 1,2–1,5 gigatonnellate di CO₂ all’anno, un valore comparabile alle emissioni complessive di un grande paese industrializzato. Lo sviluppo del solare non è dunque soltanto una questione climatica o tecnologica ma geopolitica.
La divergenza tra Stati Uniti e Cina riflette dunque due strategie profondamente diverse. Washington ha costruito la propria potenza energetica sul controllo delle risorse fossili, sul sistema del petrodollaro e, più recentemente, sulla crescita della produzione interna di petrolio e gas. Pechino ha invece puntato sulla costruzione di filiere industriali integrate nelle tecnologie della transizione energetica, sostenute da una pianificazione di lungo periodo e da investimenti su larga scala. Oggi la Cina non è soltanto il maggiore installatore di capacità solare, ma il principale artefice della transizione energetica globale. D’altra parte, la strategia statunitense degli ultimi decenni, culminata nelle tensioni che attraversano oggi il Medio Oriente, si inserisce anche nel tentativo di preservare un ordine internazionale centrato sulla potenza americana e di contenere l’ascesa della Cina. Il controllo delle principali rotte commerciali e delle aree energetiche strategiche continua a rappresentare un elemento centrale di questa competizione. Anche la guerra in Ucraina si colloca all’interno di una più ampia ridefinizione degli equilibri energetici globali dato il ruolo della Russia come produttore di petrolio e gas.
La diffusione delle energie rinnovabili introduce dunque una novità storica. A differenza dei combustibili fossili, concentrati in poche regioni del pianeta, l’energia solare può essere prodotta praticamente ovunque. Per molti decenni il sogno degli scienziati nucleari era quello di rendere disponibile un’energia abbondante e accessibile a tutta l’umanità. Paradossalmente, quella promessa sembra oggi avvicinarsi non attraverso il nucleare, ma grazie al fotovoltaico, una tecnologia installabile rapidamente, su vasta scala e con costi in continua diminuzione. Nel nuovo sistema energetico il fattore decisivo non sarà più il controllo dei giacimenti di petrolio e gas, ma delle filiere industriali che rendono possibile la produzione di energia: pannelli, batterie, sistemi di accumulo, reti elettriche e materiali critici. È in questo contesto che la posizione della Cina appare particolarmente significativa. Pechino controlla gran parte della filiera del fotovoltaico, dalla raffinazione del polisilicio alla produzione di wafer, celle e moduli. Circa l’80% dei pannelli installati nel mondo è oggi prodotto in Cina. La Cina non sta semplicemente costruendo più impianti degli altri paesi: sta costruendo l’infrastruttura industriale globale della transizione energetica.
L’Europa si trova invece in una posizione particolarmente difficile. Nonostante una forte retorica climatica e la scarsità di risorse fossili, ha progressivamente indebolito la propria base industriale nei settori strategici, aumentando la dipendenza tecnologica ed energetica dall’esterno. Mentre la Cina ha perseguito una politica industriale coerente e di lungo periodo, fondata su pianificazione, credito pubblico e integrazione delle filiere produttive, l’Unione Europea ha affrontato la transizione prevalentemente come un problema regolatorio.
La lezione è chiara: la transizione energetica non è soltanto una questione ambientale. È una politica industriale, tecnologica e di autonomia strategica. Chi non la affronta come tale non solo rischia di rallentare la decarbonizzazione, ma perde competitività economica e influenza geopolitica. La transizione ecologica rappresenta dunque uno dei principali terreni su cui si ridefiniranno i rapporti di potere del XXI secolo. Per oltre un secolo l’economia mondiale è stata organizzata attorno alla geografia del petrolio e del gas; il nuovo sistema energetico sarà sempre più definito dal controllo delle tecnologie che producono e gestiscono l’energia. In questo senso, crisi climatica e competizione tra grandi potenze non sono fenomeni separati, ma due aspetti dello stesso processo storico. Lo snodo che stiamo attraversando è carico di rischi ma anche di opportunità. La transizione energetica non è soltanto una sfida ambientale: è il terreno sul quale verranno ridefiniti gli equilibri economici e geopolitici globali. Per questo è necessario guardare al futuro con realismo, ma anche con la consapevolezza che le scelte compiute oggi determineranno il posto che paesi e continenti occuperanno nel mondo di domani.
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CLAUDE 12-8-26
Scheda bibliografica
Autore: Francesco Sylos Labini Titolo: La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico Fonte: fuoricollana.it Data pubblicazione: 29 giugno 2026 URL: https://fuoricollana.it/la-nuova-guerra-fredda-tra-stato-fossile-e-stato-elettrico/ Tipo testo: Saggio analitico-documentale di geopolitica dell'energia, con impianto comparativo e dati quantitativi
Occhiello / Parole chiave
Energy dominance vs. pianificazione verde; National Security Strategy USA 2025; XV Piano Quinquennale cinese; petrodollaro; fotovoltaico e filiere industriali; competizione USA-Cina sulla transizione energetica
Abstract
Sylos Labini confronta le strategie energetiche di Stati Uniti e Cina come due modelli contrapposti di potenza nel XXI secolo. Gli USA, attraverso il National Security Strategy 2025, puntano su "energy dominance" fossile, rifiuto delle politiche Net Zero e centralità del sistema del petrodollaro, in un quadro segnato da vincoli strutturali interni (debito federale, declino manifatturiero). La Cina, con il XV Piano Quinquennale 2026-2030, punta invece su autosufficienza tecnologica, manifattura avanzata, crescita guidata dall'innovazione e sicurezza energetica, con obiettivi quantitativi precisi su rinnovabili ed emissioni. L'autore documenta con dati il vantaggio cinese nella filiera del fotovoltaico (circa 1.000 GW installati, 80% della produzione mondiale di pannelli) e sostiene che la transizione energetica non sia solo questione ambientale ma il principale terreno di ridefinizione degli equilibri di potere globali, con l'Europa in posizione di debolezza per aver trattato la transizione come problema regolatorio anziché industriale.
Analisi per punti
- Cornice comparativa iniziale — due modelli contrapposti: strategia USA centrata su fonti fossili/petrodollaro/energy dominance vs. strategia cinese fondata su pianificazione industriale e tecnologie verdi.
- Analisi del NSS 2025 — riafferma la dottrina America First (sovranità, sicurezza delle frontiere, reindustrializzazione, supremazia energetico-tecnologica); citazione diretta del testo ufficiale sul "Dominio energetico" e il rigetto delle "ideologie" di cambiamento climatico e Net Zero.
- Vincoli strutturali USA — debito federale a 40 trilioni di dollari, interessi annuali oltre il trilione (maggiore voce di spesa federale), declino trentennale della manifattura: la strategia fossile viene letta come tentativo di consolidare i pilastri residui di potenza (finanza, energia, tecnologia).
- XV Piano Quinquennale cinese (2026-2030) — quattro pilastri: autosufficienza tecnologica (semiconduttori, IA, robotica), manifattura avanzata ad alto valore aggiunto, crescita guidata dall'innovazione (R&S al 3% del PIL entro il 2030), sicurezza economica ed energetica.
- Obiettivi verdi cinesi quantificati — riduzione del 17% dell'intensità di CO₂ entro il 2030, quota rinnovabili al 30% del mix energetico, 100 parchi industriali a zero emissioni nette, impegno confermato nell'Accordo di Parigi e nell'UNFCCC.
- Il sistema del petrodollaro — meccanismo storico (accordi con l'Arabia Saudita anni '70): commercio del greggio in dollari, protezione militare USA in cambio, reinvestimento dei proventi petroliferi (oltre 10 trilioni di dollari nei fondi sovrani del Golfo) nel sistema finanziario americano.
- Rivoluzione dello shale e centralità del petrolio nel capitalismo finanziario USA — gli Stati Uniti come primo produttore mondiale di fossili, con il petrolio come pilastro sia energetico sia finanziario (petrodollaro), spiegazione dell'avversione strutturale della classe dirigente americana alle politiche climatiche.
- Dati sul vantaggio industriale cinese nel fotovoltaico — Cina a circa 1.000 GW installati (oltre tre volte l'UE, quasi cinque volte gli USA), 15-17% della generazione elettrica nazionale da solare, emissioni evitate stimate in 1,2-1,5 gigatonnellate di CO₂/anno, controllo dell'80% della produzione mondiale di pannelli.
- Spostamento del fattore di potenza geopolitica — dal controllo dei giacimenti fossili al controllo delle filiere industriali (pannelli, batterie, accumulo, reti, materiali critici); la Cina non solo installa più capacità ma costruisce l'infrastruttura industriale globale della transizione.
- Posizione debole dell'Europa — forte retorica climatica ma indebolimento della base industriale propria, trattamento della transizione come problema regolatorio anziché di politica industriale, con conseguente aumento della dipendenza tecnologica ed energetica esterna.
- Tesi conclusiva — crisi climatica e competizione tra grandi potenze non sono fenomeni separati ma due aspetti dello stesso processo storico; la transizione energetica ridefinirà gli equilibri economici e geopolitici del XXI secolo.
Elenco concetti-soggetti chiave
- Energy dominance / Stato fossile (dottrina USA)
- National Security Strategy 2025 (USA)
- XV Piano Quinquennale (Cina, 2026-2030)
- Sistema del petrodollaro
- Filiere industriali della transizione energetica (fotovoltaico, batterie, reti)
- Autonomia tecnologica e sicurezza economica cinese
- Debolezza industriale europea nella transizione
Conclusione critica
Rispetto ai testi già schedati del medesimo corpus fuoricollana/Sinistrainrete (Cantaro, Occidente. Entropia e Persistenza, che del resto cita esplicitamente questo stesso saggio in bibliografia come fonte sulla "teologia del petrolio"), il testo di Sylos Labini si distingue nettamente per rigore documentale: l'argomentazione poggia su dati quantitativi verificabili (capacità installata, quote di mercato, cifre di bilancio, obiettivi di piano) e sul confronto diretto di due documenti strategici ufficiali (NSS USA 2025 e XV Piano cinese), piuttosto che su categorie speculative o teologico-simboliche. In questo senso rappresenta, all'interno del corpus, il polo più vicino a un'analisi strutturale in senso classico — riconducendo la postura energetica statunitense a vincoli materiali precisi (debito, petrodollaro, declino manifatturiero) piuttosto che a scelte ideologiche autonome. Il limite principale è che l'analisi resta sostanzialmente descrittivo-comparativa: i due modelli (Stato fossile/Stato elettrico) sono esposti e documentati con efficacia, ma l'autore non affonda granché nei rapporti di classe interni a ciascun paese né nelle contraddizioni sociali della transizione cinese (condizioni di lavoro nelle filiere, land grabbing per i materiali critici, ecc.), limitandosi a una lettura di competizione inter-statale. Anche il giudizio sull'Europa, pur condivisibile, resta un'affermazione rapida più che un'analisi delle cause politiche di quella debolezza industriale. Nel complesso, tuttavia, è il testo più solido sul piano empirico tra quelli finora schedati su questo tema.
Soggettazione a faccette
| Faccetta | Valore |
|---|---|
| Subject / ambito tematico-concettuale-disciplinare | Geopolitica dell'energia; economia politica internazionale; politica industriale comparata; transizione energetica |
| Ambito geografico | Stati Uniti; Cina; Unione Europea; Medio Oriente/Golfo Persico (in prospettiva comparata) |
| Ambito temporale (periodo storico trattato, non la data di pubblicazione) | Presente e prossimo futuro (2025-2030 e orizzonte 2035), con richiami storici al sistema del petrodollaro dagli anni '70 e alla rivoluzione dello shale degli anni 2010 |
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