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Wok

 internazionale 28 agosto 2026 • Numero 1680

La cicatrice inesistente del woke


 
Un comizio per il candidato sindaco Zohran Mamdani a New York, Stati Uniti, 26 ottobre 2025 (Andres Kudacki, Getty Images)

Il 14 agosto 2026 la stampa ha dato notizia della morte di Jason Arday, il professore di sociologia che si era dimesso da Cambridge una settimana prima a causa dell’accusa di aver gonfiato il suo curriculum per ottenere un posto illustre nel mondo accademico britannico.

Arday è stato il professore nero più giovane nella storia dell’ateneo, un risultato opportunamente celebrato all’epoca della sua nomina nel 2023, enfatizzando le sue doti straordinarie.

A insistere ossessivamente sulle incongruenze del suo profilo, pure a dimissioni avvenute, non è stata solo la stampa conservatrice o scandalistica, ma anche quella progressista, come dimostrano gli articoli del Guardian e di Novara Media, uno dei pochi protagonisti di questa vicenda a essersi scusato dopo la morte di Arday: nel giro di 22 giorni sono stati pubblicati 249 articoli, in un’escalation morbosa e sensazionalistica senza precedenti. Casi di plagio o di falsificazione del curriculum da parte di persone bianche nel mondo accademico anglosassone non hanno prodotto lo stesso risultato, e la vicenda di Arday, che soffriva di neurodivergenza, aveva allarmato molte colleghe e colleghi per le sue condizioni di salute mentale.

La sua storia mi ha riportato alla memoria una morte molto diversa di un altro cittadino nero britannico nell’estate del 2011, quella di Mark Duggan, ucciso durante un’operazione di polizia destinata a creare disordini civili che qualche anno dopo avremmo fatto rientrare tra quelli del movimento Black lives matter, diffusasi anche nel Regno Unito a partire dal 2013. (Per la cronaca, malgrado la sentenza abbia assolto i poliziotti coinvolti, Forensic Architecture continua a occuparsi del caso).

Se la morte di Mark Duggan può essere considerata una morte pre-movimento woke (vigile, attento alle ingiustizie sociali), quella di Jason Arday è una morte post-movimento woke. Da un lato si tratta di un esercizio della forza da parte della polizia di stato, dall’altro di un esercizio della forza da parte della polizia morale.

Ma la polizia morale non è l’anima né il fine ultimo del movimento woke: è una delle sue possibili emanazioni. È il suo apparato di sicurezza, il servizio d’ordine. Il suo corpo di buttafuori, se vogliamo, che poco ha a che fare con l’estensione dei diritti civili in sé e con l’attivismo intento a rappresentare le istanze delle minoranze.

La morte di Jason Arday non parla del fallimento degli attivisti woke, che hanno fatto pressione sul sistema affinché gli atenei diventassero luoghi meno privilegiati e più accessibili, anche economicamente, ma quello dell’establishment che ha finto di aderire al movimento woke per darsi una rispolverata e ripulirsi la coscienza: non è la fine del woke, ma la fine della cooptazione del woke.

E sarà difficile sentire la mancanza di un woke diretto dall’alto: come dimostrano tristemente le morti di Duggan e Arday, si può essere schiacciati dallo stato che dovrebbe farti vivere in sicurezza ma anche dal giornalismo e dal mondo accademico, che si occupano di rappresentazione della realtà e contribuiscono a dare a un cittadino la sensazione di esistere, di contare qualcosa. Bisogna vigilare sugli uni quanto sugli altri. Nella loro radicale differenza, sono due morti che spiegano cosa è successo in quasi 15 anni di battaglie civili e guerre culturali.

Momenti di pausa

Dieci giorni prima che Jason Arday fosse trovato senza vita nella sua casa di Battersea a Londra, negli Stati Uniti usciva uno dei libri più attesi di questa stagione letteraria, Triage di Claudia Rankine, voce critica e poeta, tra le più stimate e riconoscibili intellettuali statunitensi oggi.

Rankine è nota al pubblico italiano soprattutto per il suo libro manifesto Citizen. Una lirica americana (2014), tradotto da Silvia Bre e Isabella Ferretti per 66thand2nd. Parte di una trilogia di cui è l’episodio più riuscito, Citizen è un saggio lirico che ha definito un’epoca, una lunga ballata sconcertante sul razzismo quotidiano, la violenza dello sguardo e del linguaggio dei bianchi, la messa in scena delle morti e dei corpi neri.

Citizen usciva dopo la morte di Trayvon Martin e contestualmente a quella di Eric Garner, i due casi tra tanti che hanno fatto erompere il movimento Black lives matter prima della sua seconda ondata, seguita all’omicidio di George Floyd nel 2020.

Una veglia per Jason Arday a Trafalgar square. Londra, Regno Unito, 17 agosto 2026 - Lab Mo/SOPA Images/LightRocket/Getty Images
Una veglia per Jason Arday a Trafalgar square. Londra, Regno Unito, 17 agosto 2026 (Lab Mo/SOPA Images/LightRocket/Getty Images)

Nella bibliografia del movimento woke, Rankine è un nome che sta lì con bell hooks e Angela Davis, pur avendo un approccio molto concettuale e sperimentale. Più di altri, Rankine è stata una tenace avversaria dell’opportunismo woke e metteva in guardia dai bianchi che usavano il termine con troppa disinvoltura. La disillusione, la disgregazione del tessuto civile e la cultura del nemico negli Stati Uniti del secondo mandato Trump e lo stato di trauma della nazione sono gli elementi che caratterizzano Triage. Che sia un libro abbastanza diverso da Citizen lo si evince già dal titolo: il triage in un pronto soccorso è il processo di valutazione delle condizioni dei pazienti, e la loro gestione in base alla priorità. È un modo per stabilire una gerarchia tra gli stati di crisi, ed è interessante la frizione fra triage e il pensiero intersezionale.

Se una persona, se una comunità, ha bisogno di più diritti e ascolto per condizioni ed eventi che la identificano e la preoccupano allo stesso tempo, come si fa a scegliere e a dare la precedenza? Può tale persona, comunità, o cultura, essere ridotta solo a una cosa o all’altra?

Ma Claudia Rankine non parla di intersezionalità o del divario tra diritti civili e sociali in Triage, parla del diritto a sottrarsi all’attivismo – performativo o meno – quando nulla sta funzionando. La narratrice nel libro si contrappone a una sua amica storica, modellata sulla teorica Lauren Berlant, l’autrice di Ottimismo crudele (Timeo 2024, traduzione di Chiara Reali e Giorgia Demuro), nel sostenere che non abbiamo strumenti, metodi e quasi un linguaggio per dipanare l’ammasso di crisi del presente, da Trump a Gaza.

È un libro che chiede un momento di pausa, di morte apparente, ed è lontano anni luce dalla poesia fulminante di Citizen. Anche la differenza tra i due libri di Rankine dice qualcosa su cos’è cambiato nell’attivismo woke negli anni. La narratrice di Triage si occupa di arte, a differenza della teorica che parla di attivismo e di intervento sulla realtà, e rivendica il diritto di non dire.

Come dimostra il caso di Arday, per le minoranze costringersi a esporsi e a essere brillanti e a fare del proprio corpo una causa e una battaglia sempre e comunque, può avere un costo altissimo, che non sempre si vuole ragionevolmente pagare. Ma affinché sia possibile sottrarsi, dev’essere possibile esistere. Per sparire, bisogna essere stati visibili anche solo per un breve istante, anche solo per qualcuno. Per scendere dal palco o non salirci per scelta, è necessaria comunque una condizione di accessibilità: e chi ha fatto questo lavoro, chi si è occupato di chiedere e negoziare le condizioni di una cittadinanza, se non gli attivisti per i diritti civili? E dunque anche gli attivisti woke, che fossero alleati o meno della polizia morale che spesso li ha affiancati nelle loro battaglie.

Chi ha fatto il lavoro necessario? È una domanda che varrebbe la pena fare alla deputata socialista democratica Alexandria Ocasio-Cortez, ma che allo stesso tempo non avrebbe senso, perché per capire il suo intervento del 9 agosto in cui dice “woke 1 was crazy”, indicando anche lo stato di rabbia generalizzata che voleva fare tabula rasa di tutto dopo la morte di George Floyd, basta guardarla in faccia.

Ocasio-Cortez dice “folle” ridendo, con autoironia, come se quel momento storico fosse stato un po’ crudo ed esagerato, ma è la faccia di chi sorride di un eccesso, non di chi ha rinnegato l’esistenza del socialismo. Parlare di “woke 1” e della polizia morale che ne ha fatto parte significa alludere alla presenza di un “woke 2”, più materialista e meno evangelico.

La bandiera del movimento Black lives matter a Brooklyn Center, nel Minnesota. Stati Uniti, 16 aprile 2021 - Chandan Khanna, Afp
La bandiera del movimento Black lives matter a Brooklyn Center, nel Minnesota. Stati Uniti, 16 aprile 2021 (Chandan Khanna, Afp)

Anche in questo caso si possono citare due momenti distinti per provare a spiegare cos’è cambiato con il movimento woke negli Stati Uniti. Sono due momenti identificabili con le due campagne di Bernie Sanders durante le primarie del Partito democratico per la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Nel 2016 Sanders optò per una piattaforma tradizionale, da working class bianca alleata con giovani, i cosiddetti Bernie bro, infarciti di socialismo e simpatetici delle cause femministe, climatiche e antirazziste, a patto che fossero tutte questioni subordinate alla lotta di classe. Era il candidato dei diritti sociali.

L’avversaria, Hillary Clinton, era la candidata dei diritti civili: dei campus, delle donne nere, delle femministe, e di quella che in Italia è definita “sinistra Ztl”. Andò a finire male per entrambi: Sanders perse le primarie e Clinton le elezioni. Ma è negli anni che vanno da quella sconfitta al 2020 che si prepara il woke 2 di Sanders, da cui discendono sia Alexandria Ocasio-Cortez sia Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York.

La seconda campagna per le primarie di Sanders parlava di un movimento multigenerazionale e multietnico dal basso ed era fatta anche visivamente da persone che riflettevano l’istanza intersezionale della piattaforma, legata soprattutto alla lotta per i diritti sociali e alle questioni economiche e sanitarie, ma attraverso una fotografia precisa di come si era trasformata davvero la classe lavoratrice, da un punto di vista culturale.

Colmando il divario tra diritti sociali e civili, superando una falsa coscienza che miete vittime anche tra gli interpreti più acuti del pensiero di sinistra, parte della sinistra democratica americana ha dimostrato che gli Stati Uniti consumano tanto, bruciano troppo ma assimilano meglio. E gli elettori che hanno dato fiducia a Ocasio-Cortez e a Mamdani sanno che fare domanda per ottenere un congedo parentale, un posto di lavoro o una prestazione sanitaria, oppure cercare una casa in affitto, non è uguale per tutti: l’essere donna, musulmana o omosessuale, oppure avere delle disabilità, per fare alcuni esempi, influenza costantemente il modo in cui il diritto universale si traduce nell’esperienza quotidiana delle persone, e sull’esito di una richiesta rivolta allo stato.

Ignorare questo dato di realtà, questo dato materiale aggredito dalla discriminazione, indebolisce qualsiasi lotta di classe, non la rafforza. La gratitudine verso la prima stagione del movimento woke – di cui la polizia morale e l’attivismo performativo sono solo una parte inutilmente magnificata dalla destra e dai liberal a loro uso e consumo – di Ocasio-Cortez, Mamdani e dello stesso Sanders è evidente: i primi due non esisterebbero senza, il terzo ha ritrovato una forza politica inattesa e una nuova linfa. Se questi politici ora guardano oltre, non significa che guardino altrove.

Tre scenari

Un caso di cronaca, dei testi letterari e una dichiarazione politica: i tre esempi che ho riportato fin qui possono essere i presupposti per un’indagine su cos’è successo dentro al movimento woke e fuori. La storia di Arday parla dell’establishment che scarica il movimento woke perché non ne ha più bisogno.

Qualcosa di simile, anche se meno tragico, è avvenuto nelle principali case editrici degli Stati Uniti, dove c’era stata una corsa ad assegnare direzioni di collana e di marchi a editor neri e nel segno della diversità, solo per essere fatti fuori dopo i primi risultati poco brillanti: lo ha spiegato chiaramente Lisa Lucas sul New York Times in un pezzo intitolato “A lot of us are gone: how the push to diversify publishing fell short”. Il reflusso woke, in questo caso, è una chiara tendenza legata al cinismo del mercato e al suo andamento ondivago.

Ma non è di per sé una cattiva notizia: un movimento woke scaricato dall’establishment ha forse l’occasione di ricentrarsi sull’obiettivo, di essere meno performativo. La sua scarsa avvenenza per il sistema potrebbe essere un vantaggio e riportarlo a condizioni di lotta più vigili, appunto. Magari dal be woke suggerito da Netflix o dalle catene di abbigliamento per fare tendenza, si può tornare allo stay woke: non più una sensibilità, né tantomeno un’estetica, ma una prassi. Non più una suscettibilità legata alla rappresentazione di sé stessi, ma una pratica orientata al cambiamento per sé e per la propria comunità.

La storia di Claudia Rankine, invece, parla di un sentimento diffuso, una paralisi esausta dinanzi all’orrore del presente e alla rifrazione della violenza e della crudeltà che porta a scoraggiare anche l’attivismo più convinto. È la nausea, il malessere che ha spinto alcuni a non marciare, a non intervenire, e non solo per viltà. Ma per paura di perdere la testa, per un vuoto dell’esercizio critico che sa anch’esso di morte. E infatti la narratrice del romanzo dice di essere come morta.

La vicenda di Alexandria Ocasio-Cortez, infine, è quella più ottimista, perché non decreta la fine del movimento woke ma la sua trasformazione, o il suo perfezionamento, con la saldatura tra diritti sociali e civili. Ma questa è una storia degli Stati Uniti, e in parte del Regno Unito, che ha strutture sociali e culturali simili. Non è una storia italiana.

In Italia una persona nera non muore perché insegna alla Normale di Pisa, ma perché è abbandonata stremata nei campi. Cos’avevano in mente il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, gli esponenti della sinistra parlamentare e i vari intellettuali intervenuti in questo dibattito degli ultimi giorni? Quale delle tre possibilità ha animato il loro bisogno di segnalare una discontinuità con il movimento woke? Il cinismo, la stanchezza o lo slancio ottimista verso un nuovo modo di fare politica?

In ogni caso, l’effetto è stato simile alla visione di After the hunt di Luca Guadagnino (2025), un campus drama legato alle politiche identitarie arrivato fuori tempo massimo, un film distraente che parla di profilassi antimalarica in un paese in cui la malaria è stata debellata da anni. O, nel caso dell’Italia, in cui non c’è proprio stata.

Non che si tratti di un dibattito inutile, anzi: serve a capire a quale elettorato puntano il Partito democratico e i cinquestelle. E anche qui si individuano tre scenari possibili.

Uno scenario cinico in cui le parole di Conte potrebbero aver fatto tirare un sospiro di sollievo agli elettori che non votano i partiti dichiaratamente liberal perché si sentono troppo intelligenti per farlo, ma che non hanno simpatia per la Sirenetta nera e la statua imbrattata di Indro Montanelli, e sono segretamente convinti che non si possa dire più niente e che l’uso dello schwa (ə) sia una fesseria. Anche se è un elettorato già rappresentato dai partiti di Renzi e di Calenda, e con le proprie testate di riferimento, potrebbe indurre in tentazione anche il Partito democratico.

Oppure potrebbero essere state delle dichiarazioni più malinconiche, per non dire rassegnate, che come nel triage evocato da Rankine cercano di capire a cosa e a chi dare la priorità. Stabilendo gerarchie tra bisogni e desideri, e facendo inevitabilmente delle preferenze, anche nell’ottica dei marxisti di vecchia scuola.

Il pensiero potrebbe allora andare in direzione di una classe operaia bianca e un po’ anziana o verso le famiglie mononucleari della classe media che hanno subìto un impoverimento radicale e vogliono sentire parlare solo di servizi e sanità e si sentono sempre più espulse dai centri urbani.

Una direzione comprensibile, che magari fatica a tener conto della trasformazione della classe lavoratrice e ad appiattirne le istanze e l’aspetto, ma spingerebbe verso delle proposte politiche orientate all’aumento dei salari e alla tutela dei contratti di lavoro. È una strada che implica un’altissima responsabilità: dire di dare centralità al reddito dei cittadini, al lavoro e ai salari implica delle scelte costose, che non possono essere sbandierate a vanvera, neanche nascondendosi dietro al paravento del woke.

Oppure la discontinuità con il movimento woke denunciata dalla classe politica e culturale vuole essere un rilancio ottimista verso il futuro, nella progressiva interiorizzazione del principio che spesso le persone che hanno più bisogno di diritti sociali hanno anche un grande bisogno di diritti civili.

Un modo per chiedere anche scusa se ci si è concentrati troppo sui dibattiti sulle parole, le questioni simboliche e i manifesti elettorali inclusivi invece di creare istanze concrete come il ddl Zan e sostenere il referendum sulla cittadinanza e lo ius soli.

Potrebbe essere un modo, per quanto contorto, di dire ai vari componenti delle minoranze che non erano solo una spilletta da appuntare alla giacca, o un modo per sfogare la propria sindrome del salvatore bianco. Per rassicurare e dire loro che erano cittadini, non mode e pretesti. In attesa di capire la direzione segnata dal dibattito, stay woke: verso una destra che ti ammazza e cancella, ma pure verso una sinistra che ti ha desiderato per le ragioni sbagliate e rischia di non difenderti per quelle giuste.

Claudia Durastanti è una scrittrice e traduttrice italiana. Il suo nuovo libro è Falsi amici (La nave di Teseo), una raccolta di saggi su “amore, violenza e altre sfumature del potere”.

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Colonialismo

Giovanni De Mauro

 Internazionale Numero 1680 del 28 agosto 2026 

Un centro di formazione professionale a Thika, Kenya. 31 maggio 2024 (Godong/Universal Images Group/Getty Images)

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Un altro problema delle intelligenze artificiali è che non sappiamo cosa c’è al loro interno e quali regole seguono, su quali testi sono state addestrate o con che criteri rispondono alle nostre domande. In alcune parti del mondo questo è un grosso problema.

“Immaginiamo un abitante di Harare, nello Zimbabwe, che si rivolge a un’intelligenza artificiale per avere consigli di vita, come fanno ovunque sempre più persone”, scrive su Aeon Fainos Mangena, professore di filosofia ed etica all’università dello Zimbabwe. “La risposta che questa persona riceverà dipende, in una certa misura, da una serie di valori che determinano il funzionamento dell’intelligenza artificiale. E dato che è stata inventata in occidente, questi valori riflettono quelli dei suoi creatori e c’è il rischio che siano in conflitto con la cultura di chi ha fatto la domanda. A lungo andare il comportamento di questo abitante di Harare potrebbe essere influenzato dai valori dell’intelligenza artificiale, dunque valori che non necessariamente condivide”.

Ma le difficoltà nell’uso dell’intelligenza artificiale in Africa sono anche linguistiche. “Su più di duemila lingue parlate in Africa solo 42 sono supportate: se non si parla una di queste lingue, tutte le opportunità offerte dalle intelligenze artificiali sono negate”. L’esclusione linguistica e culturale plasma il rapporto dell’Africa con la tecnologia, continua Mangena. “Non c’è nulla di eticamente neutro o oggettivo in questi strumenti. Nonostante le pretese di universalità, il quadro etico delle intelligenze artificiali riflette presupposti e pregiudizi occidentali, perché i valori dei suoi creatori sono radicati nella tecnologia stessa. La crescita dell’intelligenza artificiale comporta quindi l’imposizione di valori occidentali, a scapito dei sistemi di riferimento indigeni”.

La scienziata cognitiva di origine etiope Abeba Birhane lo definisce un “colonialismo algoritmico”. Il compito di costruire un’intelligenza artificiale che operi per il bene di tutta l’umanità, conclude Mangena, è un compito collettivo. ◆

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Commenti

Passare dalla fase 1 alla fase 2, la morte del woke è molto esagerata

Nessuna persona con qualche responsabilità pubblica può non dirsi woke oggi. La consapevolezza che segna il passaggio da woke 1 e woke 2 è che nessuno può permettersi di ignorare la minoranza più grossa, quella che non ha colore ma spesso vince alle urne. Se non ci si vuole limitare a un semplice “rebranding”, bisognerà pensare un’inclusività non escludente

Negli anni tra il 2015 e il 2023, la Walt Disney Company è stata la punta di diamante del cosiddetto “corporate activism”, l’attivismo delle multinazionali, con i famigerati disclaimer sui vecchi cartoni (Il libro della giungla), i casting multietnici (La Sirenetta) e la rappresentazione di famiglie arcobaleno (Lightyear). È bastato il cambio di regime alla presidenza degli Usa, assieme ad alcuni flop rumorosi, per segnare un drastico cambio di passo.

Come Disney, tante altre multinazionali americane hanno rivisto la loro strategia di comunicazione e ridimensionato le loro politiche d’inclusione. Nelle ultime settimane, persino alcuni esponenti del mondo progressista americano hanno alzato la voce per prendere le distanze dal modo in cui sono stati affrontati nell’ultimo decennio questi temi. E poiché la storia si ripete due volte, prima in tragedia e poi in Italia, a queste voci si è aggiunta anche una piena pagina di Giuseppe Conte su Repubblica a proposito degli «eccessi della cultura woke».

Ora l’atmosfera è quella lugubre dopo una festa. Mestamente si ripongono i cordini arcobaleno nei cassetti degli uffici delle risorse umane, assieme ai glossari di parole appena coniate e già scadute, e con un clic discreto si cancellano i pronomi nelle firme delle email. Possibile che sia davvero tutto finito?

What is woke

Woke è un termine dibattuto, tanto che in certi ambienti progressisti viene considerato alla stregua di una teoria del complotto. Come definirlo? Ho chiesto un parere a Davide Piacenza, giornalista che a questi temi ha dedicato un libro nel 2023 (La correzione del mondo) e cura la newsletter Culture Wars. «La prima difficoltà», secondo lui, «consiste nel definire un termine ostaggio di propagande, overload informativi e idiosincrasie. Io direi che è stato un complesso sistema di movimenti, correzioni, lotte, burocrazie e conformismi».

Se dovessimo sussumere questo marasma entro una categoria generalissima, potremmo dire che l’elemento ricorrente di questa sensibilità contemporanea è l’attenzione rivolta a forme di attrito sociale diffuse e pulviscolari, che sebbene invisibili e talvolta non-intenzionali producono effetti a livello sistemico.

Così nel calderone del woke sono finite tante cose diverse, buone o cattive a secondo dei gusti, dalle politiche di Diversity, Equity and Inclusion (Dei) delle multinazionali alle “cancellazioni” di artisti controversi. «Prendiamo le proteste seguite all’assassinio di George Floyd del 2020, che hanno fatto saltare il tappo di società che ormai da tempo chiedevano un momento di confronto simbolico e materiale sulle loro storture costitutive. Questo è stato per me il buono del woke, il bambino da non gettare via con l’acqua sporca».

Ma qual è allora l'acqua sporca? Secondo Piacenza, il lato oscuro del woke è indubbiamente incarnato dalle varie forme di recuperazione di quelle lotte da parte di realtà istituzionali o uffici marketing troppo zelanti, e cita il caso recente di Jason Arday, il professore assunto da Cambridge per fare bella figura e subito scaricato, con tragiche conseguenze. Morale? «Questi guasti, diffusi capillarmente nelle più alte sfere economiche del mondo globalizzato, hanno dato infinito carburante a movimenti politici che fanno del no alla diversità – quindi, di fatto, della xenofobia più e meno aperta – la loro bandiera».

Woke è anche, in un certo senso, la lingua franca di una nuova generazione di élite postcoloniali, capaci di dialogare con le minoranze di tutto il mondo. Gli Stati Uniti, che già godevano del cosiddetto “privilegio esorbitante” dell'emissione della moneta di riserva mondiale, attraverso la cultura woke hanno conquistato il privilegio esorbitante dell’emissione del codice egemone. Ma quest’arma del soft power americano non è facile da maneggiare.

La crisi del woke

«Woke 1 was crazy». E se a dirlo è Alexandria Ocasio-Cortez, uno dei volti più celebri del Partito democratico americano, suona davvero come un’autocritica. Ovviamente il senso della sua riflessione non è rinnegare gli obiettivi di fondo di giustizia sociale, ma prendere le distanze dagli eccessi performativi di quella stagione, per approdare a un “Woke 2” consapevole, capace di parlare a un elettorato più ampio.

Ma in che momento è entrato in crisi il woke? Secondo Piacenza, «la prima fase è finita con la vittoria di Trump del 2024 e da allora i problemi che tengono banco negli Stati Uniti sono un po’ diversi: l’Ice ha sparato agli attivisti per strada, le università sono state di fatto taglieggiate dal governo federale e il presidente si fa apertamente beffe di ogni regola democratica». Le vecchie élite contro le nuove.

Se davvero la fase Woke 1 è conclusa, allora è possibile fare un primo bilancio. La prima cosa da dire è che quella «follia collettiva» ha comunque accompagnato dei progressi visibili, come la fine della normalizzazione delle molestie sessiste nei luoghi di lavoro o un maggiore pluralismo della rappresentazione della diversità.

D’altra parte, alcune contraddizioni non sono ancora state risolte. Ad esempio, nessuno ha la minima idea di come si possano garantire integralmente i diritti delle persone trans senza incentivare la medicalizzazione dei minorenni, entrare in competizione con le donne cisgender, limitare la libertà religiosa o d’opinione, e in generale senza viaggiare nel tempo per alterare il passato; ma è giusto continuare a provarci.

Cosa resterà del woke

Quindi è finito tutto? Ovviamente no. Per quanto forte possa essere il backlash contro l’inclusione, restano sul tavolo tutte le ragioni che l’hanno resa necessaria.

Resta il multiculturalismo, dal momento che le agenzie assimilatrici otto-novecentesche, a partire dalla scuola, non reggono il carico che viene loro imposto. Addirittura si consolidano le comunità, in risposta a una domanda di protezione dal disfacimento del welfare, dalla polarizzazione del mercato del lavoro, dalla ghettizzazione urbana. È dietro queste domande materiali c'è una potente domanda simbolica di riconoscimento.

Restano le ineguaglianze in una società che aveva promesso l'eguaglianza, e che su quella promessa aveva costruito l'intero ordine sociale. Innumerevoli statistiche ci inchiodano ai nostri fallimenti: gap salariale, sottorappresentazione, segregazione abitativa eccetera.

Resta il rischio comunicativo, perché la molteplicità di codici culturali e le caratteristiche tecniche dei media digitali portano ad alimentare tensioni e conflitti permanenti. Addirittura aumentano il razzismo, il sessismo e ogni forma di bullismo, come reazione all'erosione di quegli spazi di autonomia che erano l'ultimo privilegio per alcuni segmenti di popolazione.

Resta la necessità, infine, di selezionare i quadri di questa società frammentata assicurandosi che abbiano sensibilità e competenze all'altezza di queste sfide. Devono saper ascoltare le voci dei soggetti marginalizzati e saper formulare delle risposte, invece di rifugiarsi nella difesa a oltranza di valori liberali spesso obsoleti.

Dal woke 1 al woke 2

Per tutte queste ragioni, e pur con tutta la diffidenza per il conformismo degli intellettuali e l’attivismo performativo, nessuna persona con qualche responsabilità pubblica può non dirsi woke oggi. La consapevolezza che segna il passaggio da woke 1 e woke 2 è che nessuno può permettersi di ignorare la minoranza più grossa, quella che non ha colore ma spesso vince alle urne. Se non ci si vuole limitare a un semplice “rebranding”, bisognerà pensare un’inclusività non escludente.

Ne è convinto anche Davide Piacenza: «Degli eccessi di questi anni resterà anzitutto la necessità di trovare i contorni di un nuovo patto sociale, che permetta anche a chi prima non si sentiva riconosciuto di esserlo a pieno titolo: non possiamo da una parte lamentarci della scarsa integrazione – ah, questi maranza, signora mia! – e dall’altra stringere la collana di perle quando le minoranze chiedono di diventare parte attiva del processo di elaborazione simbolica e culturale dei luoghi che abitano. È un processo irresistibile, nel senso che accadrà – anzi, continua ad accadere – a prescindere da quel che ci piace raccontarci».

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istanze civili vs sociali

Il demenziale dibattito sul woke: perché sui diritti Conte è ambiguo

Chi parla di estremismo woke, o mette in una demenziale contrapposizione diritti civili e diritti sociali, evidentemente non si rende conto della svolta illiberale che stiamo attraversando. Non è solo il vento neofascista che soffia da qualunque direzione a aver prodotto questa aria impestata, ma anche le deboli o finte resistenze a un radicalismo di destra

Èdavvero avvilente che un intervento così grezzo come quello del leader del M5s, Giuseppe Conte, Alla sinistra non serve il woke, il nemico da combattere è questa società di disuguali, generi un dibattito politico dentro il cosiddetto campo largo che poi occupi le prime pagine dei giornali e le feste di partito estive.

Pochi giorni fa su Repubblica e poi sui suoi social Conte partiva dai miti variamente ripetuti dai giornali di destra (la censura di scrittori classici nelle università americane) e da un aneddoto privato («Qualche anno fa un mio amico arrivato da Boston...») per metterci su due, tre livelli di fallacie argomentative e posizionarsi in modo grossolano in una fantomatica corsa alle primarie. Incredibilmente veniva ritenuto credibile.

Nell’anno delle morti di Abderrahim Mansouri – a Rogoredo – a Abderrahim Fakir – a Bologna, quanto mai simili a quella di George Floyd, nell’estate in cui nelle campagne del Sud i lavoratori stranieri come Sadam Houssain si ammazzano come capretti, in cui ogni giorno contiamo i femminicidi e dobbiamo discutere di «patriarcato mediterraneo», sembra di essere tornati invece nel 2018 se non negli anni Cinquanta, eppure sembra che Repubblica e gli altri media non aspettassero altro.

Qualche giorno prima di Conte i politologi Carlo Galli e poi Giancarlo Bosetti rilanciavano la cattiva lettura che sempre Repubblica forniva dell’intervista di Alexandra Ocasio-Cortez a The Week il 9 agosto. Nell’articolo – Repubblica, poi ripreso dagli altri giornali – AOC viene raccontata come una radicale pentita. Pentimento che nell’intervista non esiste, anzi lei rivendica che anche le proposte più forti di quella stagione politica (dall’abolizione delle carceri al definanziamento della polizia) siano servite a spostare molto a sinistra il baricentro delle istanze politiche (una bella finestra di Overton la definisce). Mentre gli altri le danno della comunista, lei si dichiara fieramente democratica.

Sarebbe quindi un allucinato dibattito giornalistico e culturale basato su un fraintendimento o su una manipolazione che genera a sua volta una strumentalizzazione, e si potrebbe quindi finirla qui, senza doversi leggere pure gli interventi di Matteo Renzi («Quando lavoravo con Obama»).

La svolta illiberale

Ma non finiamola qui, come hanno giustamente scritto Mario Del Pero e Massimo Prearo su Domani. Chi parla di estremismo woke, o mette in una demenziale contrapposizione diritti civili e diritti sociali, evidentemente non si rende conto della svolta illiberale che stiamo attraversando.

Non è solo il vento neofascista che soffia da qualunque direzione a aver prodotto questa aria impestata, ma anche le deboli o finte resistenze a un radicalismo di destra, capace di aprire finestre di Overton di continuo, in un’escalation di razzismo, nazismo, disumanità. Da Salvini e i suoi «ruspa sui campi rom» fino alla remigrazione di Vannacci.

In questo chi dovrebbe fare un minimo mea culpa è forse proprio Giuseppe Conte e mutare sul serio la linea del Movimento 5 stelle.

In Italia non esiste nessun eccesso di woke e soprattutto non esiste nessuna contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali. A partire dal tema che sembra stare più a cuore a Conte e ai pentastellati: il lavoro. In Italia una quota consistente del Pil e delle ore di lavoro prodotte è realizzato da persone che non sono italiane. La loro condizione di sfruttamento, di bassi salari, di lavoro nero, di schiavismo (nelle campagne, nella logistica...) è molto favorita dal fatto che non hanno la cittadinanza.

Il referendum sulla cittadinanza

Forse ce lo ricordiamo, giusto un anno fa, come boicottò il referendum sulla cittadinanza. Conte disse: «Dimezzare quelli che sono gli anni necessari per acquistare la cittadinanza per me non è la soluzione». La cittadinanza, è abbastanza evidente (e molti studi suffragano quest’evidenza), permetterebbe di eliminare molte barriere per chi lavora: impiego pubblico, professioni a alta qualifica, lavoro autonomo, lavoro che richiede mobilità senza ostacoli burocratici, imprenditoria, regolarizzazione dei contributi. Pensiamo soltanto al lavoro domestico e al lavoro di cura. Stiamo parlando di un diritto civile o di un diritto sociale?

Conte e i Cinque stelle su questo sono stati sempre ambigui. Forse ci ricordiamo la posizione pilatesca, autocontraddittoria del 2023, quando venne battezzata proprio da Conte una fantomatica «terza via» sull’immigrazione che doveva distinguersi dalla propaganda razzista del governo Meloni, che già aveva messo in campo i centri di detenzione in Albania, ma anche da una qualunque forma di allargamento dei diritti per l’accoglienza e la regolarizzazione.

O forse, per meglio dire, non sono mai stati ambigui, ma decisamente schierati.

Non voglio nemmeno citare i decreti Sicurezza firmati con il governo gialloverde, quelle immagini raccapriccianti con Salvini. Ma per fare un esempio chiaro: dov’erano quando c’era da abolire l’infamissima legge Bossi-Fini?

La Bossi-Fini

Dopo la strage di Cutro del 2023 il Partito democratico con Alleanza verdi sinistra, e anche il terzo polo, firmarono un progetto di legge di Riccardo Magi per superare la Bossi-Fini e aprire a ingressi legali con permessi di soggiorno temporanei. Il M5s non lo firmò.

La vicepresidente Baldino disse: «Io la sottoscriverei anche adesso, ma stiamo valutando perché si sta lavorando anche a una nostra proposta organica», che sarebbe stata affidata a Alfonso Colucci, deputato M5s e notaio vicinissimo a Conte. Che fine ha fatto la proposta organica di Colucci? Non è mai stata discussa né depositata. Colucci stesso le uniche critiche che fa al governo Meloni sono sullo spreco di soldi delle carceri albanesi, come se fosse una questione di razionalizzazione dei costi, e non di diritti negati.

Ma anche negli anni precedenti il M5s, quando ha avuto la forza parlamentare per portare al voto l’abolizione della Bossi-Fini ha lasciato cadere. E nel 2024 quando attraverso il convegno di rifondazione di Nova ha ripensato sé stesso, ha chiesto agli iscritti di pronunciarsi su tutto tranne su un tema: l’immigrazione e la cittadinanza. Chissà cosa sarebbe venuto fuori.

Contrapporsi alla Bossi-Fini non sarebbe woke ma semplicemente democratico, anzi sarebbe il minimo della democrazia per come è stata inventata a fine Settecento, quei principi di uguaglianza, quel caposaldo del “no taxation without representation” che generò la Guerra d’indipendenza americana. In Italia chi è senza cittadinanza – e quindi non può votare né essere eletto – nonostante abbia stipendi in media molto più bassi o lavori in nero, produce un bel pezzo di Pil e paga un bel po’ delle tasse, Irpef, contributi previdenziali, Iva, tasse locali, che consentono di sostenere il welfare, la sanità, le pensioni e tutto il resto. E lo fa pesando meno su sanità e pensioni (gli stranieri in genere sono molto più giovane della popolazione italiana)

Allargare il diritto di cittadinanza sarebbe un diritto civile o un diritto sociale? Forse non era una domanda che si facevano Thomas Jefferson o John Adams e nemmeno sua moglie Abigail, che su certe cose sembra più avanzata delle proposte del Movimento 5 stelle, che non riesce nemmeno a contrapporre una proposta per gli studenti non italiani che lo distingua da quelle del ministro Valditara.

Per il resto, per una discussione sul woke che non parta da bias e miti importati, c’è una bibliografia ormai vasta. Nel 2020 il presidente del consiglio Giuseppe Conte disse che era «furia da condannare» la contestazione alla statua di Indro Montanelli. Oggi sarebbe d’accordo con sé stesso? Per fortuna da qualche anno in Italia, grazie alle lotte antirazziste e femministe – vogliamo chiamarle woke? – si discute diversamente di eredità del colonialismo, di patriarcato, e di cancel culture, e basterebbe aver dato un’occhiata a The Cancel Culture Panic di Andrian Daub (2024) per farla finita con queste stupidaggini estive.


diritti e identità

La destra illiberale di Vannacci è il trionfo dell’aberrazione “woke”

Il leader di Futuro nazionale dice di odiare il wokismo, ma lo incarna. Perché, rappresentando l’idea che i diritti “appartengano” a chi li gode, ha sbrandellato il loro universalismo e regalato alla destra un’arma micidiale: la nazione etnica che decide su ciò che le persone sono e possono essere

Ipasdaran della sovranità si sono mobilitati: «O con noi, guardiani della sovranità e garanti della cittadinanza, o con Von der Leyen, Draghi, le multinazionali e il globalismo». Rossobruni che parlano agli underdog più underdog, la “feccia della società”, come ha detto Roberto Vannacci al primo raduno di Futuro nazionale. Neri a tutti gli effetti. MAGA made in Italy. Giorgia Meloni ha detto in Parlamento, pochi giorni fa, che la destra diventa funzionale alla sinistra se le sue parti si lanciano in una competizione identitaria su chi siano i pasdaran più coerenti.

La competizione a destra si gioca su miti nazionalistici e illiberali, ereditati dal lungo corso della cultura reazionaria anti-illuminista poi coagulata dal fascismo. La moderazione non ha mai attecchito a destra. Ci ha provato Gianfranco Fini e subito sono nati Fratelli d’Italia, nel nome della destra “vera”. La Lega di Matteo Salvini ha provato a scavalcarla senza successo, e dalla sua costola nasce Vannacci, che sfida la destra “a doppio petto” o governativa, secondo i canoni di questo tempo di polarizzazione e di manicheismo. Parole incendiarie e propaganda spinta.

Antiliberale 

Il canovaccio è antiliberale e antidemocratico. Ha un grumo di pregiudizi che non si discute. Ecco i dogmi del vannaccismo: gli esseri umani non sono uguali, né nelle condizioni di partenza né nei diritti; solo coloro che fanno parte della maggioranza etnica lo sono: la maggioranza, quindi, non è politica ma identitaria. Definisce gli amici e i nemici esistenziali. Se chiedete a Vannacci di parlarci dell’italiano “vero”, vi risponderà appellandosi a un “noi” quasi darwiniano, fantasioso.

Usa l’identità nazionale come un mito mobilitante, vuoto di concetti e definito attraverso i “contro” e gli “anti”, che si adattano bene al “sentire” irriflessivo. Chi “odia” gli immigrati ci metterà il colore della pelle. Chi “odia” i musulmani ci metterà l’identità religiosa. Chi “odia” le relazioni sessuali “non normali” ci metterà il maschio “vero”. Chi “odia” le donne “indipendenti” ci metterà la famiglia patriarcale. I migranti sono il collante di tutti i “contro” e gli “anti”: accusati di rubare lo stato sociale ai cittadini. La colpa delle lunghe file per ottenere un appuntamento medico è dei migranti, non degli imprenditori che traggono profitto dalle assicurazioni e dagli ambulatori convenzionati. Non del governo che non fa nulla per la sanità pubblica.

Insomma, il “vero” italiano sta per tutto ciò che non piace: il pluralismo delle culture, delle lingue, delle razze, delle scelte sessuali, ecc. Il pluralismo è il male. L’intolleranza è giusta. La gerarchia è naturale, e chi la sovverte coi diritti è un nemico. L’unico pluralismo che accetta Vannacci è quello che può sciogliersi nella “vera” italianità. L’assimilazione è la parola chiave: o diventi un italiano “vero”, o devi andartene (remigrazione), o devi diventare invisibile (se sei un italiano “diverso”). Tutto questo fa a pugni con il cristianesimo, il liberalismo e la democrazia. È razzismo. Una dichiarazione di guerra alla libertà, all’uguaglianza, al pluralismo, alla tolleranza.

Un leader “woke”

Roberto Vannacci dice di odiare il wokismo. Ma lui lo incarna alla perfezione. Il wokismo è stato un’aberrazione della politica identitaria, nata come politica dei diritti e approdata all’idea malsana che i diritti “appartengano” a chi li gode: diritti “dei” gay, “delle” donne, “dei” neri, e così via. Con l’esito di aver sbrandellato l’universalismo dei diritti, dato ossigeno all’intolleranza e regalato alla destra un’arma micidiale: la nazione etnica che decide su ciò che le persone sono e possono essere. E chi non vi rientra o non può essere assimilato viene espulso o relegato ai margini.

Vannacci è il più grande wokista italiano. È sublime come abbia preso per sé tutte le banalità e tutti i pregiudizi del wokismo che attacca.

Mi si obietterà che la destra wokista è diversa dalla sinistra wokista. Al che rispondo che il rovescio dei calzini non cambia l’dentità dei calzini. Calzini sono e calzini restano, a diritto e a rovescio. Il fatto è che la postura che Vannacci rivendica è coerente con ciò che la destra ha sempre proposto. C’è da scommettere che Meloni non accetterà di perdere consensi a destra e che userà Vannacci per catturare i voti degli scontenti del suo governo (che, fatalmente, ce ne sono). E questo sarà un problema per la democrazia costituzionale. La battaglia contro i pasdaran sovranisti dovrà essere culturale e politica. Senza divisioni, senza tentennamenti.

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La sinistra “anti woke”. Perché l’universalismo deve essere ripensato

La destra difende l’ordine fondato sulle differenze che sarebbero date in natura e vede la “mescolanza” come una forma di “degenerazione”. Invece la sinistra teme di produrre divisioni insormontabili e di trasformare l’inclusione in discriminazione al contrario. Storia di un malinteso

Negli ultimi quindici anni il termine “woke” è diventato uno dei concetti preferiti dell’ultradestra per stigmatizzare avversari politici, movimenti transfemministi, Lgbtqia+ e antirazzisti, pratiche inclusive e più in generale le rivendicazioni egualitarie provenienti da questi gruppi. Nato nel contesto delle lotte dei movimenti afroamericani come invito alla vigilanza contro il razzismo, la parola entra poi nella grammatica politica contemporanea con il movimento Black Lives Matter.

Ma come spesso avviene ai concetti che incarnano il conflitto politico, il termine “woke”, come anche il concetto di genere, è stato oggetto di appropriazioni, manipolazioni, strumentalizzazioni e mistificazioni che lo hanno progressivamente trasformato in un’etichetta polemica. Denunciare le “aberrazioni woke” (così titolava l’articolo apparso il 15 giugno su Domani firmato da Nadia Urbinati) o esultare per aver approvato una legge contro la “propaganda gender” nelle scuole, come rivendicava il 6 giugno scorso il ministro Valditara, dopo essere stato il tratto distintivo di un patriottismo nazionalista, nativista e familista, sembra essere diventato anche quello di voci che si vogliono progressiste.

Questa convergenza è il risultato del lungo lavoro culturale delle grandi potenze del conservatorismo sociale. Dall’invenzione vaticana dell’“ideologia gender” allo spettro del “marxismo culturale” denunciato dagli evangelici statunitensi fino alla “grande sostituzione” sbandierata dalla Nouvelle Droite, si tratta di strumenti concepiti come armi politiche contro l’uguaglianza e la democrazia.

Nella prima versione dell’antiwokismo, tipica della destra e dell’estrema destra, si tratta di difendere le “differenze” tra i popoli, tra le culture, tra le identità nazionali e “naturalmente” tra i sessi. Realtà che sarebbero originarie e immutabili, eppure, ben che naturali, minacciate da fluidità di genere, migrazioni, “meticciati”. L’idea è che la società e la politica debbano difendere l’ordine fondato sulle differenze che sarebbero date in natura e che la “mescolanza” sia invece una forma di “degenerazione” prodotta dall’estremismo ideologico del “pensiero woke” o del “gender”.

Esiste però una seconda versione dell’antiwokismo, diciamo così, di sinistra. In questo caso, i concetti di sesso, razza, sessualità o intersezionalità, in quanto categorie di analisi e di critica dell’ordine sociale in vigore vengono accusate di frammentare la società, di produrre divisioni insormontabili, di negare l’universale ontologico dell’umano, di essere all’origine di politiche dell’identità settarie e tribali, di trasformare l’inclusione in discriminazione al contrario o addirittura di «spezzare la Repubblica» in comunità rivali, come sostiene il presidente francese Macron.

Seppur in apparenza opposte, le due varianti convergono nel contestare i saperi e le lotte cosiddette minoritarie perché studiano e contrastano i processi di minorazione. I movimenti e i saperi transfemministi, antirazzisti e queer non producono nuove essenze da riconoscere, né nuove identità da sacralizzare. La loro ambizione teorica e politica è tutt’altra: denaturalizzare le differenze, mostrando che la differenza sessuale, il colore della pelle, il genere, il corpo abile e la disabilità, non sono “dati”, ma il prodotto di dinamiche storiche di potere sui cui si fondano – articolandosi con le dinamiche del capitalismo – razzismo, sessismo, omolesbobitransfobia, abilismo. E se l’ultradestra e i movimenti pro-life giustificano quell’ordine sociale differenzialista, l’antiwokismo progressista pretende di contrastarlo denunciando pratiche e politiche “troppo” inclusive che avrebbero «sbrandellato l’universalismo dei diritti, dato ossigeno all’intolleranza e regalato alla destra un’arma micidiale», come scrive Urbinati.

Denaturalizzare non significa negare le differenze, ma restituirle alla storia, alla politica, alle lotte. Significa affermare che ciò che è stato costruito può essere trasformato. È precisamente questa possibilità di trasformazione sociale, economica, politica che suscita la reazione antiwoke, sia a destra che a sinistra. Ripensare l’universalismo non significa in nulla cedere al particolarismo o alle “passioni identitarie”. Significa sottrarre l’universale alla confisca fattane da chi sta in cima alla gerarchia sociale e aprire, quindi, la strada a un universalismo ridefinito: più esigente, ampio, concreto. Non la fine dell’universale, ma la sua democratizzazione.





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