Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti. Alessandro Volpi
Alessandro Volpi
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Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti.
In questi giorni i media italiani discutono animatamente delle dichiarazioni dei padroni dell'intelligenza Artificiale che gridano alla fine del mondo.
Qualcuno li prende anche sul serio, trascurando i giganteschi debiti che tali padroni hanno contratto e che sono quasi sicuri di non ripagare perché, è abbastanza evidente, l'impossibilità di realizzare profitti così alti da ripagare quella montagna di debiti e da mantenere alle stelle i prezzi delle loro azioni.
Qualcuno scrive anche dell'invasività dei sistemi di pagamento monopolizzati dagli Stati Uniti che tolgono pezzi di libertà importante alla popolazione del mondo occidentale.
In realtà, tuttavia, ben pochi di questi media si sono occupati di cosa è accaduto a New Delhi dove si è tenuto il vertice dei paesi Brics, una realtà che ormai comprende circa la metà degli abitanti del pianeta e del Pil globale e che ha affrontato in maniera molto concreta proprio simili temi.
Il summit indiano ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall'oggi al domani, ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.
È questa la chiave per leggere la dichiarazione di New Delhi. Il documento approvato dai Paesi BRICS mette insieme temi che a prima vista sembrano appartenere a mondi diversi: commercio, valute locali, pagamenti transfrontalieri, infrastrutture digitali, catene globali del valore, intelligenza artificiale e cooperazione tecnologica.
Il passaggio più significativo riguarda i pagamenti. La BRICS Payment Task Force ha studiato l'interoperabilità dei sistemi di pagamento e dei canali di messaggistica finanziaria dei diversi Paesi. L'obiettivo è arrivare a transazioni transfrontaliere più rapide, economiche, accessibili e sicure e, soprattutto, favorire il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute nazionali.
Il residuo dominio del dollaro, infatti, non dipende soltanto dal fatto che la valuta americana sia la principale moneta di riserva internazionale. Dipende dall'intera infrastruttura che la circonda: banche corrispondenti, mercati finanziari, sistemi di messaggistica e regolamento, liquidità internazionale. Ridurre il ricorso al dollaro significa quindi iniziare a ridurre la dipendenza da questa infrastruttura.
È una differenza fondamentale rispetto alla semplice retorica sulla "moneta BRICS". Una valuta comune richiederebbe un livello di integrazione politica, monetaria e finanziaria che oggi non esiste. Collegare invece sistemi di pagamento già esistenti è molto più realistico. India, Cina, Brasile, Russia e gli altri membri dispongono di infrastrutture nazionali che possono essere rese progressivamente interoperabili.
Il successo di sistemi come l'indiano UPI e il brasiliano Pix dimostra che il problema non è più soltanto teorico: esistono già piattaforme di pagamento digitale di dimensioni enormi che possono essere collegate oltre i confini nazionali.
La questione monetaria si intreccia così direttamente con quella commerciale. Se il commercio tra i Paesi BRICS può essere regolato in rupie, yuan, rubli, real o nelle altre valute nazionali, diminuisce la necessità di acquistare dollari per effettuare gli scambi.
E se contemporaneamente il Nuovo Banco di Sviluppo, creato dai Brics, aumenta il finanziamento in valute locali, anche la fase successiva della transazione — quella dell'investimento e del finanziamento — può essere sottratta, almeno in parte, alla centralità della valuta americana.
La dichiarazione di New Delhi chiede infatti di rafforzare il finanziamento in valute locali e di diversificare le fonti finanziarie.
Il salto di qualità sta però nel fatto che questa strategia non riguarda soltanto la finanza. I BRICS hanno messo al centro anche la trasformazione delle catene globali del valore, la digitalizzazione del commercio e l'accesso alle tecnologie avanzate. Il documento di New Delhi invita a rafforzare la cooperazione tecnologica e industriale e a facilitare l'accesso a tecnologie sicure e accessibili per consentire ai Paesi emergenti di risalire le catene del valore.
Ed è qui che entra in gioco l'intelligenza artificiale.
I BRICS hanno sottolineato la necessità di rendere più accessibili le risorse AI, sviluppare capacità scientifiche e tecnologiche nei Paesi del Global South e favorire una cooperazione internazionale sull'intelligenza artificiale.
La proposta cinese di una BRICS AI Open Source Zone aggiunge un elemento ancora più interessante. L'idea è quella di sviluppare uno spazio di cooperazione sull'intelligenza artificiale basato sull'apertura e sulla condivisione tecnologica, in alternativa a un mercato dell'AI dominato da pochi grandi operatori occidentali, che ora forse anche per questo gridano all'Apocalisse chiedendo regole severe e "morali" proprio per bloccare la concorrenza emergente.
Non significa che Pechino e gli altri BRICS vogliano rinunciare alla proprietà intellettuale o che tutto ciò che viene sviluppato debba essere gratuitamente disponibile. Significa piuttosto cercare di costruire un ecosistema tecnologico nel quale i Paesi emergenti possano avere accesso a modelli, strumenti, competenze e infrastrutture senza dipendere integralmente dalle piattaforme occidentali.
Il parallelo con i pagamenti è evidente. Nel primo caso si cerca di ridurre la dipendenza da un'infrastruttura finanziaria dominata dal dollaro; nel secondo, quella da un'infrastruttura tecnologica sempre più concentrata nelle mani degli Stati Uniti e delle loro grandi aziende. In entrambi i casi il principio è lo stesso: creare alternative interoperabili e accessibili che permettano ai Paesi BRICS di conservare maggiore sovranità economica e tecnologica.
Per Washington è una sfida molto più importante di quanto suggerisca l'assenza di una moneta BRICS. Una nuova valuta avrebbe avuto un valore soprattutto simbolico e avrebbe incontrato enormi ostacoli tecnici. Migliaia di imprese che cominciano invece a commerciare nelle valute locali, banche che imparano a regolare direttamente i pagamenti, sistemi digitali che si collegano tra loro e Paesi che sviluppano proprie capacità nell'intelligenza artificiale producono un cambiamento molto più graduale, ma anche più difficile da invertire.
È per questo che il tema delle sanzioni assume un'importanza centrale. La dichiarazione di New Delhi esprime preoccupazione per le misure coercitive unilaterali e per il loro impatto sul commercio internazionale. Il messaggio è chiaro: quanto più un Paese dipende dal dollaro e dalle infrastrutture finanziarie occidentali, tanto maggiore è la sua esposizione alle decisioni politiche di Washington. Creare canali alternativi significa quindi ridurre anche questa vulnerabilità.
Naturalmente, il percorso è tutt'altro che concluso. I BRICS non sono un blocco economico omogeneo. India e Cina sono concorrenti strategici; le loro valute non hanno lo stesso peso; persistono controlli sui capitali, squilibri commerciali e problemi di convertibilità. E nessun sistema di pagamento alternativo può diventare realmente globale senza una grande quantità di liquidità, fiducia e infrastrutture finanziarie.
Ma proprio qui sta la novità di New Delhi. La sfida al dollaro non viene più presentata soltanto come il progetto di inventare una moneta alternativa. Sta diventando un progetto molto più vasto: ridurre progressivamente il numero di funzioni per le quali il dollaro e le infrastrutture finanziarie occidentali rappresentano un passaggio obbligato.
Pagamenti in valute locali, sistemi digitali interoperabili, finanziamenti del Nuovo Banco di Sviluppo, nuove catene del valore, cooperazione industriale e un ecosistema AI più aperto sono pezzi dello stesso mosaico.
La questione decisiva, allora, è rappresentata dal fatto che tra dieci o quindici anni una parte crescente del commercio, degli investimenti, dei pagamenti e delle tecnologie del Global South potrà funzionare senza passare necessariamente da New York, dal dollaro o dalle piattaforme occidentali.
Una piccola chiosa. L'Unione europea, e i suoi singoli membri, erano praticamente assenti a New Delhi. E il prossimo anno il vertice si terrà a Pechino.
CLAUDE 20-9-26
Ciao, ho recuperato l'articolo di Alessandro Volpi ("La sfida al dollaro non passa più soltanto dal progetto di inventare una moneta alternativa", Altreconomia, 15 settembre 2026, a commento della dichiarazione finale del vertice Brics di New Delhi del 12-13 settembre). Ecco un confronto con il sistema euro e una riflessione sulla sua eventuale sostituibilità (teorica) con un impianto analogo a quello Brics.
Cosa propone realmente il sistema Brics (secondo Volpi)
Il punto di forza dell'analisi di Volpi è mostrare che il vertice di New Delhi non punta a sostituire il dollaro con una nuova moneta comune, ma a costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico in cui il dollaro diventi sempre meno necessario. Il perno operativo è l'interoperabilità: la Brics Payment Task Force lavora per collegare tra loro i sistemi di pagamento e i canali di messaggistica finanziaria nazionali già esistenti, non per crearne uno unico dall'alto — un approccio reso concreto dal fatto che piattaforme come l'indiano UPI o il brasiliano Pix sono già infrastrutture di scala enorme, semplicemente non ancora interconnesse oltre confine. Sul piano del finanziamento, la dichiarazione di New Delhi chiede di rafforzare il finanziamento in valute locali attraverso il Nuovo Banco di Sviluppo e di diversificare le fonti finanziarie, mentre sul piano tecnologico compare la proposta cinese di una "Brics AI open source zone" come alternativa a un mercato dell'IA dominato da pochi operatori occidentali.
Volpi è però esplicito su un punto decisivo: una valuta comune Brics richiederebbe un grado di integrazione politica, monetaria e finanziaria che oggi non esiste, e i Brics restano tutt'altro che un blocco omogeneo — India e Cina sono concorrenti strategici, le loro valute non hanno lo stesso peso, persistono controlli sui capitali e squilibri commerciali.
Il confronto con l'euro
Qui sta la differenza strutturale che vale la pena mettere a fuoco, perché euro e "sistema Brics" non sono due varianti dello stesso modello, ma due logiche istituzionali opposte:
1. Unione monetaria vs. interoperabilità tra sovranità monetarie distinte. L'euro è una moneta unica: gli stati membri hanno ceduto integralmente la sovranità monetaria a un'istituzione sovranazionale (la Bce), rinunciando sia al tasso di cambio sia al tasso di interesse come strumenti di politica economica nazionale. Il sistema Brics descritto da Volpi fa l'esatto contrario: ogni paese mantiene piena sovranità sulla propria moneta e sulla propria banca centrale; ciò che si integra non è la moneta ma l'infrastruttura di pagamento che permette a rupie, yuan, real e rubli di scambiarsi direttamente, aggirando il dollaro come valuta-veicolo. È la differenza, nel linguaggio della teoria delle aree valutarie ottimali, tra unificazione monetaria e semplice riduzione dei costi di transazione tra monete che restano distinte.
2. Convergenza istituzionale vs. cooperazione tra asimmetrie irrisolte. L'euro presuppone (teoricamente) una convergenza di lungo periodo tra le economie membri, sorvegliata da regole comuni (Patto di stabilità, semestre europeo) che nella pratica hanno funzionato da vincolo esterno soprattutto per le economie periferiche — è il nodo che il corpus di schede già affrontato su 42rosso (Balbo sulla financializzazione, Bonciani-Bazzichi sul moltiplicatore) ha più volte messo a fuoco. Il sistema Brics, al contrario, non nasconde le proprie asimmetrie — Cina come potenza commerciale in surplus strutturale, indiscutibile squilibrio di peso tra le monete — ma non le sottopone a un processo di correzione istituzionale: le lascia coesistere, scommettendo sul fatto che l'interoperabilità funzioni comunque anche tra economie profondamente diseguali.
3. Un'unica banca centrale vs. nessuna banca centrale comune. La Bce esercita un potere monetario centralizzato, indipendente dai governi nazionali (il tema di cui abbiamo parlato a proposito dell'articolo di Saraceno). Nel sistema Brics non esiste alcun equivalente: il Nuovo Banco di Sviluppo finanzia in valute locali, ma non è una banca centrale sovranazionale e non fissa alcuna politica monetaria comune. Il potere resta frammentato tra le banche centrali nazionali — con Pechino, per peso economico, in posizione di fatto più influente delle altre, pur senza alcuna investitura formale paragonabile a quella della Bce.
4. Simmetria dichiarata vs. asimmetria di fatto. Sul piano ideologico l'euro si presenta come progetto di eguaglianza tra stati membri (una moneta, pari voce nei consessi europei); il sistema Brics si presenta esplicitamente come cooperazione tra pari sovrani, senza pretesa di eguaglianza economica. Paradossalmente, proprio perché non nasconde le proprie asimmetrie, il modello Brics evita uno dei nodi strutturali dell'eurozona: l'impossibilità, per un singolo stato membro, di correggere uno squilibrio commerciale attraverso una svalutazione — impossibilità che nell'ultimo quindicennio ha scaricato l'aggiustamento sui salari e sull'occupazione delle economie periferiche dell'area euro (Italia in testa).
La sostituzione (teorica) dell'euro con un sistema "alla Brics"
Qui la domanda va scomposta in due piani distinti, perché la risposta cambia radicalmente a seconda di quale si intenda.
a) Sostituire l'euro come moneta unica con un sistema di monete nazionali interconnesse (un "euro-pagamenti" senza euro). Teoricamente possibile, e non privo di logica: significherebbe che ogni stato dell'attuale eurozona riacquisisce la propria moneta e la propria banca centrale, mentre un sistema di pagamento interoperabile (una sorta di "SEPA rafforzato" tra lira, franco, marco, peseta ecc.) garantisce comunque scambi rapidi e a basso costo. Questo scenario restituirebbe agli stati membri lo strumento del cambio e del tasso di interesse nazionale — riaprendo lo spazio per politiche macroeconomiche anticicliche oggi precluse — ma comporterebbe la rinuncia ai benefici di rete dell'euro come valuta di riserva regionale e ai bassi costi di transazione garantiti dalla moneta unica per il commercio intra-europeo. È lo scenario, in sostanza, di un "ritorno allo SME" tecnologicamente aggiornato: più sovranità nazionale, meno integrazione. Politicamente resta un'ipotesi minoritaria nel dibattito europeo, ma non è irricevibile sul piano tecnico — ed è coerente con le posizioni di quella parte della sinistra critica (da Bagnai a economisti post-keynesiani) che da anni sostiene l'incompatibilità tra unione monetaria asimmetrica e piena occupazione nelle economie periferiche.
b) Sostituire l'euro con un ruolo europeo dentro un sistema "alla Brics" globale, cioè un mondo multipolare di monete nazionali interconnesse. È lo scenario implicito nella chiosa finale di Volpi, quando nota che l'Unione europea e i suoi stati membri erano praticamente assenti al summit di New Delhi, mentre il prossimo vertice si terrà a Pechino. In questo caso la domanda non è più "euro sì o no" ma "l'Europa costruisce una propria infrastruttura di pagamento sovrana (come sta in parte facendo con l'euro digitale) o resta ai margini di un ecosistema di interoperabilità costruito da altri, subendone le regole senza contribuire a definirle?". Qui il vero rischio, letto in controluce rispetto a Volpi, non è tanto la fine dell'euro quanto l'irrilevanza geopolitica dell'Europa in un mondo in cui il dollaro perde centralità non per collasso ma per progressiva sostituzione funzionale — e l'eurozona, priva di una strategia comparabile a quella Brics, rischia di restare comunque dipendente dall'infrastruttura finanziaria occidentale (Swift, banche corrispondenti in dollari) anche quando quell'infrastruttura perde peso relativo a livello globale.
In sintesi: l'euro e il sistema Brics non sono alternative dello stesso tipo di progetto — uno è integrazione monetaria verticale, l'altro è cooperazione infrastrutturale orizzontale tra sovranità distinte. Una "sostituzione" vera e propria richiederebbe di scegliere tra due strade opposte: più sovranità nazionale frammentata (modello Brics) o più integrazione politica europea che renda l'euro finalmente compatibile con politiche macroeconomiche simmetriche (l'opzione, storicamente elusa da Maastricht in poi, di un vero governo economico europeo). Il modello Brics, in questo senso, non è tanto un'alternativa tecnica all'euro quanto la dimostrazione che un'altra architettura — meno centralizzata, più rispettosa delle sovranità nazionali — è politicamente ed economicamente possibile, il che rende ancora più stridente l'assenza di un dibattito equivalente in sede europea.
Se vuoi, posso strutturare anche questo confronto come scheda formale (con la sezione fonti su Volpi/New Delhi) oppure lasciarlo come post per 42rosso — fammi sapere il formato che preferisci.
PER PRIMA COSA : il modello Europa federale da molte parti auspicato quale sistema avrebbe più razionale ?
POI procedi scheda formale (con la sezione fonti su Volpi/New Delhi)
Il modello di "Europa federale": quale sistema sarebbe più razionale
Sul piano della pura razionalità economica — cioè della teoria delle aree valutarie ottimali applicata all'eurozona — la risposta della letteratura, anche quella non radicale (da Mundell in poi, passando per De Grauwe e Stiglitz), è abbastanza convergente: una moneta unica senza uno stato federale alle spalle è un'anomalia strutturalmente instabile. Il modello "razionale" di Europa federale dovrebbe replicare, grosso modo, l'architettura di uno stato federale già esistente (Stati Uniti, ma anche — con più cautela — la Germania stessa su scala nazionale), con quattro pilastri che oggi mancano all'eurozona:
- Un tesoro federale con potere di tassazione e spesa autonomo, capace di finanziare un bilancio comune significativo (non l'attuale ~1% del Pil Ue) e di condurre una politica fiscale anticiclica a livello continentale — non delegata al coordinamento volontario tra governi nazionali sorvegliati dal Patto di stabilità.
- Debito comune strutturale (eurobond), non emergenziale: il precedente del Next Generation EU ha mostrato che l'emissione comune è tecnicamente possibile, ma è rimasta un'eccezione pandemica, non uno strumento permanente di condivisione del rischio.
- Un meccanismo di trasferimenti automatici anti-shock asimmetrico (sul modello dell'assicurazione contro la disoccupazione federale Usa, che trasferisce risorse dagli stati in espansione a quelli in recessione senza bisogno di un accordo politico ogni volta): oggi, in assenza di questo, l'aggiustamento a uno shock asimmetrico nell'eurozona ricade quasi interamente su salari e occupazione del paese colpito, perché mancano sia la leva del cambio sia trasferimenti fiscali automatici.
- Una Bce con mandato esteso a prestatore di ultima istanza pieno (non surrogato dalle operazioni straordinarie post-2012) e responsabilità democratica reale di fronte a un Parlamento europeo con effettivo potere di bilancio, non solo consultivo.
Detto questo — ed è il punto che una lettura da economia politica critica aggiunge alla diagnosi tecnica — la "razionalità" di questo modello resta interna alla logica di integrazione capitalistica sovranazionale: risolverebbe l'incoerenza tecnica di una moneta senza stato (il problema individuato da economisti come Padoa-Schioppa già negli anni Ottanta), ma non risponde da sé alla domanda su chi controlli democraticamente quel tesoro federale e a vantaggio di quali interessi sociali venga usato il potere fiscale centralizzato — esattamente lo stesso nodo, spostato di scala, già emerso a proposito dell'indipendenza della Bce nella scheda su Saraceno. Un'Europa federale "razionale" sul piano macroeconomico potrebbe benissimo restare, sul piano politico, altrettanto insulata dal conflitto sociale quanto lo è oggi l'attuale assetto — a meno che il potere fiscale federale non sia accompagnato da un pari trasferimento di sovranità democratica, e non solo tecnica, ai cittadini europei.
Vale la pena notare, tornando al confronto con Volpi: è proprio l'assenza di un simile impianto federale a rendere l'Unione europea strutturalmente incapace di presentarsi a un tavolo come quello di New Delhi con una strategia comparabile a quella Brics — un'unione monetaria senza tesoro comune non può negoziare come blocco su pagamenti, riserve e infrastrutture finanziarie con la stessa coerenza di un insieme di stati sovrani coordinati (come nel modello Brics) né con quella di un vero stato federale.
Scheda descrittiva
Autore: Alessandro Volpi (docente di Storia contemporanea, Università di Pisa) Titolo: La sfida al dollaro non passa più soltanto dal progetto di inventare una moneta alternativa (versione articolo); Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti (versione post Facebook, sintesi divulgativa dello stesso pezzo) Fonte: Altreconomia (articolo); Facebook, pagina personale dell'autore (post); ripreso anche da Contropiano il 17 settembre 2026 con il titolo "Autoreferenti e autolesionisti" Data: 15 settembre 2026 (Altreconomia) / post Facebook datato "5 giorni fa" rispetto alla lettura, quindi collocabile intorno al 15-17 settembre 2026 URL: https://altreconomia.it/la-sfida-al-dollaro-non-passa-piu-soltanto-dal-progetto-di-inventare-una-moneta-alternativa/ Tipo testo: articolo di analisi economico-politica (opinione), con relativa sintesi social a diffusione più ampia
Premessa
Questa scheda nasce a partire dal testo di Alessandro Volpi letto dall'utente nella sua versione Facebook ("Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti"), che riprende quasi integralmente l'articolo pubblicato su Altreconomia il 15 settembre 2026 a commento della dichiarazione finale del vertice dei paesi Brics riunito a New Delhi il 12-13 settembre 2026. Volpi usa l'assenza di attenzione dei media italiani verso il summit — concentrati piuttosto sugli allarmi dei "padroni dell'intelligenza artificiale" sui rischi esistenziali dell'AI — come cornice polemica per introdurre l'analisi: da qui il titolo "autoreferenti e autolesionisti", riferito a un dibattito pubblico italiano/occidentale percepito come miope rispetto ai processi in corso nel resto del mondo. La scheda ricostruisce l'argomento di Volpi, lo confronta con l'architettura del sistema euro e affronta, in premessa a una conclusione critica, l'ipotesi teorica di un'Europa federale come modello alternativo sia all'attuale unione monetaria incompiuta sia al modello di cooperazione infrastrutturale Brics.
Occhiello / parole chiave
Brics; vertice di New Delhi; dedollarizzazione; Brics Payment Task Force; interoperabilità dei pagamenti; Nuovo Banco di Sviluppo; Brics AI Open Source Zone; sanzioni unilaterali; sovranità monetaria; euro; unione monetaria incompiuta; Europa federale; eurobond.
Abstract
Il testo di Volpi legge la dichiarazione finale del vertice Brics di New Delhi (12-13 settembre 2026) come il segnale di una strategia di progressiva "dedollarizzazione funzionale": non la creazione di una moneta comune alternativa al dollaro — resa impraticabile dal livello di integrazione politico-finanziaria che richiederebbe tra economie fortemente asimmetriche come Cina e India — ma la costruzione di un'infrastruttura interoperabile tra sistemi di pagamento nazionali già esistenti (UPI indiano, Pix brasiliano), affiancata dal finanziamento in valute locali tramite il Nuovo Banco di Sviluppo e da un progetto di cooperazione tecnologica sull'intelligenza artificiale (la "Brics AI Open Source Zone" proposta dalla Cina) in alternativa al mercato AI dominato dagli operatori occidentali. Volpi nota la sostanziale assenza dell'Unione europea dal vertice, elemento che la scheda usa come punto di partenza per il confronto con l'architettura del sistema euro e per una riflessione sull'ipotesi, teorica, di un'Europa federale come modello alternativo.
Analisi per punti
1. La cornice polemica del pezzo. Volpi apre criticando l'attenzione mediatica italiana riservata agli allarmi sui rischi esistenziali dell'intelligenza artificiale lanciati dai grandi operatori del settore, letti come funzionali a occultare sia l'insostenibilità finanziaria dei debiti contratti da quegli stessi operatori sia — punto più rilevante per la scheda — la sostanziale disattenzione verso il vertice Brics di New Delhi, un'aggregazione che rappresenta ormai circa metà della popolazione e del Pil mondiali.
2. La strategia Brics: dedollarizzazione funzionale, non simbolica. Il nucleo dell'argomento è che il summit non punta a una moneta comune Brics, ma a ridurre progressivamente il numero di funzioni per cui dollaro e infrastrutture finanziarie occidentali restano un passaggio obbligato. Lo strumento principale è l'interoperabilità: la Brics Payment Task Force lavora per collegare sistemi di pagamento nazionali di scala già enorme (UPI, Pix) oltre i confini, permettendo il regolamento di scambi e investimenti in valute nazionali (rupie, yuan, rubli, real) invece che in dollari.
3. La dimensione finanziaria: Nuovo Banco di Sviluppo e finanziamento in valute locali. La dichiarazione di New Delhi chiede di rafforzare il finanziamento in valute locali e diversificare le fonti finanziarie, spostando anche la fase dell'investimento — non solo quella dello scambio commerciale — fuori dalla centralità del dollaro.
4. La dimensione tecnologica: la Brics AI Open Source Zone. Volpi individua un parallelismo esplicito tra la strategia sui pagamenti e quella sull'intelligenza artificiale: in entrambi i casi l'obiettivo è costruire alternative interoperabili e accessibili che riducano la dipendenza da un'infrastruttura (finanziaria nel primo caso, tecnologica nel secondo) concentrata nelle mani di Stati Uniti e grandi aziende occidentali, senza per questo rinunciare alla proprietà intellettuale.
5. I limiti riconosciuti dall'autore. Volpi non minimizza le difficoltà: i Brics non sono un blocco economico omogeneo, India e Cina sono concorrenti strategici, le valute hanno pesi diversi, persistono controlli sui capitali e squilibri commerciali. Nessun sistema di pagamento alternativo, osserva, può diventare realmente globale senza liquidità, fiducia e infrastrutture finanziarie adeguate.
6. La chiosa sull'assenza europea. Il pezzo si chiude notando che l'Unione europea e i suoi stati membri erano praticamente assenti a New Delhi, e che il prossimo summit si terrà a Pechino — un'osservazione che Volpi lascia volutamente aperta, ma che costituisce il punto di aggancio più diretto con il tema dell'architettura istituzionale europea.
Note comparative: sistema Brics vs. sistema euro
Il confronto mostra due logiche istituzionali opposte, non due varianti dello stesso modello:
- Unione monetaria vs. interoperabilità tra sovranità distinte. L'euro comporta la cessione integrale della sovranità monetaria a un'istituzione sovranazionale (la Bce); il sistema descritto da Volpi lascia intatta la sovranità monetaria di ciascun paese Brics, limitandosi a collegare le infrastrutture di pagamento.
- Convergenza istituzionale vs. cooperazione tra asimmetrie dichiarate. L'eurozona presuppone (teoricamente) una convergenza economica tra i membri sorvegliata da regole comuni, che nei fatti ha funzionato da vincolo esterno soprattutto per le economie periferiche; il sistema Brics non nasconde le proprie asimmetrie (surplus commerciale cinese, peso ineguale delle valute) ma non le sottopone ad alcun processo correttivo comune.
- Banca centrale unica vs. nessun equivalente sovranazionale. La Bce esercita un potere monetario centralizzato e indipendente; nel sistema Brics il potere resta frammentato tra banche centrali nazionali, senza un'istituzione monetaria comune paragonabile.
- Assenza di leva di cambio interna vs. flessibilità valutaria mantenuta. Uno stato dell'eurozona non può correggere uno squilibrio commerciale con una svalutazione; ogni paese Brics conserva questa leva, pur scambiando in valute nazionali con gli altri membri.
Excursus: il modello di "Europa federale"
Una possibile via d'uscita dall'incoerenza strutturale dell'euro — una moneta unica senza uno stato federale alle spalle, il problema già individuato da economisti come Padoa-Schioppa — sarebbe un'architettura federale piena, con quattro elementi oggi assenti: un tesoro federale con potere fiscale autonomo; debito comune strutturale (eurobond permanenti, non emergenziali come il Next Generation EU); un meccanismo di trasferimenti automatici anti-shock asimmetrico, sul modello dell'assicurazione contro la disoccupazione federale statunitense; una Bce con pieno mandato di prestatore di ultima istanza e responsabilità reale di fronte a un Parlamento europeo dotato di potere di bilancio. Un simile assetto risolverebbe l'incoerenza tecnica segnalata dalla teoria delle aree valutarie ottimali, ma — ed è il punto che una lettura di economia politica critica aggiunge — non risponde da sé alla domanda su chi controlli democraticamente quel potere fiscale centralizzato: un'Europa federale "razionale" sul piano macroeconomico potrebbe restare, sul piano politico, altrettanto insulata dal conflitto sociale quanto l'attuale assetto, se il trasferimento di sovranità fiscale non fosse accompagnato da un pari trasferimento di sovranità democratica. È anche l'assenza di questo impianto federale a spiegare, sul piano strutturale, l'incapacità dell'Unione europea di presentarsi a un tavolo come quello di New Delhi con una strategia coerente paragonabile a quella Brics.
Fonti (sezione dedicata Volpi / New Delhi)
- Alessandro Volpi, La sfida al dollaro non passa più soltanto dal progetto di inventare una moneta alternativa, Altreconomia, 15 settembre 2026 — https://altreconomia.it/la-sfida-al-dollaro-non-passa-piu-soltanto-dal-progetto-di-inventare-una-moneta-alternativa/
- Alessandro Volpi, Cosa significa essere autoreferenti e autolesionisti, post Facebook dell'autore, settembre 2026 (versione divulgativa dello stesso testo, fornita direttamente dall'utente)
- Ripresa dello stesso pezzo su Contropiano, Autoreferenti e autolesionisti, 17 settembre 2026 — https://contropiano.org/interventi/2026/09/17/autoreferenti-e-autolesionisti-0198622
- BRICS New Delhi Declaration: Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability, documento ufficiale del vertice Brics, 12 settembre 2026 — https://www.mea.gov.in/bilateral-documents?dtl/41776/BRICS_New_Delhi_Declaration_Building_for_Resilience_Innovation_Cooperation_and_Sustainability_September_12_2026
- Per contesto comparativo sull'architettura BRICS Pay/BRICS Bridge: Come i BRICS stanno costruendo un ordine economico parallelo, L'Eurispes, marzo 2026 — https://www.leurispes.it/come-i-brics-stanno-costruendo-un-ordine-economico-parallelo/
Elenco concetti-soggetti chiave
Alessandro Volpi; vertice Brics New Delhi; dichiarazione di New Delhi; Brics Payment Task Force; UPI; Pix; Nuovo Banco di Sviluppo; Brics AI Open Source Zone; dedollarizzazione; sanzioni unilaterali; Swift; eurozona; Bce; eurobond; Next Generation EU; Europa federale; Padoa-Schioppa; teoria delle aree valutarie ottimali.
Conclusione critica
Il testo di Volpi si segnala, nel panorama del commento economico italiano, per un'operazione utile: spostare l'attenzione dalla retorica sulla "moneta Brics" — bersaglio facile e in parte fuorviante — alla dimensione più concreta e più difficile da invertire dell'interoperabilità infrastrutturale tra sistemi di pagamento e, in prospettiva, tra ecosistemi tecnologici. In questo si avvicina, come già notato per l'articolo di Saraceno sull'indipendenza delle banche centrali, a una lettura che mette al centro l'infrastruttura materiale del potere economico (chi controlla i canali di pagamento, chi controlla i modelli AI) più che le sue rappresentazioni simboliche (la moneta, il tasso di cambio).
Il limite del pezzo, quando letto in una prospettiva di economia politica critica, è che resta descrittivo più che analitico sul piano delle contraddizioni interne al blocco Brics: la concorrenza strategica tra Cina e India, richiamata ma non approfondita, non è un dettaglio marginale ma un vincolo strutturale che può bloccare proprio quell'interoperabilità di cui Volpi parla, dato che un sistema di pagamento realmente funzionante richiede fiducia reciproca tra le banche centrali coinvolte — fiducia che tra le due maggiori economie del gruppo è tutt'altro che scontata. Resta inoltre implicita, nel testo, la domanda su quale classe sociale benefici della dedollarizzazione all'interno di ciascun paese Brics: un sistema di pagamento più sovrano rispetto a Washington non equivale automaticamente a un sistema più equo internamente, e la scheda su questo aspetto apre più che chiudere una traiettoria di analisi da proseguire con il corpus già trattato su 42rosso in tema di financializzazione e conflitto distributivo.
Il confronto con l'euro, infine, mostra che l'alternativa non è tra "euro" e "modello Brics" in astratto, ma tra due direzioni di riforma opposte per l'Europa: più sovranità nazionale frammentata (uno scenario "alla Brics" su scala europea, con monete nazionali reintrodotte ma interconnesse) oppure più integrazione politica attraverso un'Europa realmente federale, capace di risolvere l'incoerenza strutturale di una moneta senza stato. L'assenza dell'Unione europea al tavolo di New Delhi, notata da Volpi quasi en passant, è forse il sintomo più eloquente del fatto che l'Europa non ha ancora scelto nessuna delle due strade.
La sfida al dollaro non passa più soltanto dal progetto di inventare una moneta alternativa

La dichiarazione finale del summit dei Paesi Brics riuniti a New Delhi a metà settembre chiede di rafforzare il finanziamento in valute locali e di diversificare le fonti finanziarie. Il salto di qualità sta però nel fatto che questa strategia non riguarda soltanto la finanza ma anche la trasformazione delle catene globali del valore, la digitalizzazione del commercio e l’accesso alle tecnologie avanzate. L’analisi di Alessandro Volpi
Il summit dei Paesi Brics a New Delhi del 12-13 settembre ha mostrato una strategia più concreta: non sostituire il dollaro con una nuova moneta dall’oggi al domani ma costruire progressivamente un ecosistema commerciale, finanziario e tecnologico nel quale il dollaro sia sempre meno necessario.
È questa la chiave per leggere la dichiarazione di New Delhi. Il documento approvato dai Paesi membri del gruppo mette insieme temi che a prima vista sembrano appartenere a mondi diversi: commercio, valute locali, pagamenti transfrontalieri, infrastrutture digitali, catene globali del valore, intelligenza artificiale e cooperazione tecnologica. Il passaggio più significativo riguarda i pagamenti. La Brics payment task force ha studiato l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e dei canali di messaggistica finanziaria dei diversi Paesi. L’obiettivo è arrivare a transazioni transfrontaliere più rapide, economiche, accessibili e sicure e, soprattutto, favorire il regolamento degli scambi e degli investimenti nelle valute nazionali.
Il residuo dominio del dollaro, infatti, non dipende soltanto dal fatto che la valuta americana sia la principale moneta di riserva internazionale. Dipende dall’intera infrastruttura che la circonda: banche corrispondenti, mercati finanziari, sistemi di messaggistica e regolamento, liquidità internazionale. Ridurre il ricorso al dollaro significa quindi iniziare a ridurre la dipendenza da questa infrastruttura.
È una differenza fondamentale rispetto alla semplice retorica sulla “moneta Brics”. Una valuta comune richiederebbe un livello di integrazione politica, monetaria e finanziaria che oggi non esiste. Collegare invece sistemi di pagamento già esistenti è molto più realistico. India, Cina, Brasile, Russia e gli altri membri dispongono di infrastrutture nazionali che possono essere rese progressivamente interoperabili. Il successo di sistemi come l’indiano Upi e il brasiliano Pix dimostra che il problema non è più soltanto teorico: esistono già piattaforme di pagamento digitale di dimensioni enormi che possono essere collegate oltre i confini nazionali.
La questione monetaria si intreccia così direttamente con quella commerciale. Se il commercio tra i Paesi Brics può essere regolato in rupie, yuan, rubli, real o nelle altre valute nazionali, diminuisce la necessità di acquistare dollari per effettuare gli scambi. E se contemporaneamente il Nuovo banco di sviluppo, creato dai Brics, aumenta il finanziamento in valute locali, anche la fase successiva della transazione -quella dell’investimento e del finanziamento- può essere sottratta, almeno in parte, alla centralità della valuta americana. La dichiarazione di New Delhi chiede infatti di rafforzare il finanziamento in valute locali e di diversificare le fonti finanziarie. Il salto di qualità sta però nel fatto che questa strategia non riguarda soltanto la finanza. I Brics hanno messo al centro anche la trasformazione delle catene globali del valore, la digitalizzazione del commercio e l’accesso alle tecnologie avanzate. Il documento di New Delhi invita a rafforzare la cooperazione tecnologica e industriale e a facilitare l’accesso a tecnologie sicure e accessibili per consentire ai Paesi emergenti di risalire le catene del valore.
Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. I Brics hanno sottolineato la necessità di rendere più accessibili le risorse Ai, sviluppare capacità scientifiche e tecnologiche nei Paesi “del Sud” e favorire una cooperazione internazionale sull’intelligenza artificiale. La proposta cinese di una Brics Ai open source zone aggiunge un elemento ancora più interessante. L’idea è quella di sviluppare uno spazio di cooperazione sull’intelligenza artificiale basato sull’apertura e sulla condivisione tecnologica, in alternativa a un mercato dell’Ai dominato da pochi grandi operatori occidentali, che ora forse anche per questo gridano all’Apocalisse chiedendo regole severe e “morali” proprio per bloccare la concorrenza emergente.
Non significa che Pechino e gli altri Brics vogliano rinunciare alla proprietà intellettuale o che tutto ciò che viene sviluppato debba essere gratuitamente disponibile. Significa piuttosto cercare di costruire un ecosistema tecnologico nel quale i Paesi emergenti possano avere accesso a modelli, strumenti, competenze e infrastrutture senza dipendere integralmente dalle piattaforme occidentali.
Il parallelo con i pagamenti è evidente. Nel primo caso si cerca di ridurre la dipendenza da un’infrastruttura finanziaria dominata dal dollaro; nel secondo, quella da un’infrastruttura tecnologica sempre più concentrata nelle mani degli Stati Uniti e delle loro grandi aziende. In entrambi i casi il principio è lo stesso: creare alternative interoperabili e accessibili che permettano ai Paesi Brics di conservare maggiore sovranità economica e tecnologica. Per Washington è una sfida molto più importante di quanto suggerisca l’assenza di una moneta Brics. Una nuova valuta avrebbe avuto un valore soprattutto simbolico e avrebbe incontrato enormi ostacoli tecnici. Migliaia di imprese che cominciano invece a commerciare nelle valute locali, banche che imparano a regolare direttamente i pagamenti, sistemi digitali che si collegano tra loro e Paesi che sviluppano proprie capacità nell’intelligenza artificiale producono un cambiamento molto più graduale, ma anche più difficile da invertire.
È per questo che il tema delle sanzioni assume un’importanza centrale. La dichiarazione di New Delhi esprime preoccupazione per le misure coercitive unilaterali e per il loro impatto sul commercio internazionale. Il messaggio è chiaro: quanto più un Paese dipende dal dollaro e dalle infrastrutture finanziarie occidentali, tanto maggiore è la sua esposizione alle decisioni politiche di Washington. Creare canali alternativi significa quindi ridurre anche questa vulnerabilità. Naturalmente, il percorso è tutt’altro che concluso. I Brics non sono un blocco economico omogeneo. India e Cina sono concorrenti strategici; le loro valute non hanno lo stesso peso; persistono controlli sui capitali, squilibri commerciali e problemi di convertibilità. E nessun sistema di pagamento alternativo può diventare realmente globale senza una grande quantità di liquidità, fiducia e infrastrutture finanziarie.
Ma proprio qui sta la novità di New Delhi. La sfida al dollaro non viene più presentata soltanto come il progetto di inventare una moneta alternativa. Sta diventando un progetto molto più vasto: ridurre progressivamente il numero di funzioni per le quali il dollaro e le infrastrutture finanziarie occidentali rappresentano un passaggio obbligato. Pagamenti in valute locali, sistemi digitali interoperabili, finanziamenti del Nuovo banco di sviluppo, nuove catene del valore, cooperazione industriale e un ecosistema Ai più aperto sono pezzi dello stesso mosaico.
La questione decisiva, allora, è rappresentata dal fatto che tra dieci o quindici anni una parte crescente del commercio, degli investimenti, dei pagamenti e delle tecnologie “del Sud” potrà funzionare senza passare necessariamente da New York, dal dollaro o dalle piattaforme occidentali.Una piccola chiosa. L’Unione europea, e i suoi singoli membri, erano praticamente assenti a New Delhi. E il prossimo anno il vertice si terrà a Pechino.
Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro con noi è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024)
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