IL FUTURO CHE ATTERRISCE INTELLIGENZA ARTIFICIALE
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IL FUTURO CHE ATTERRISCE
La paura dell’AI riesce a mettere d’accordo tutti, da Jane Fonda a Steve Bannon. Quaranta anni dopo Chernobyl, l’intelligenza artificiale è il nuovo nucleare. E i data center sono le nuove centrali atomiche
- Il Foglio Quotidiano
- Di Michele Masneri
La conferma estrema, l’ultimo passaggio parlamentare, la bollinatura è arrivata da Venezia, con la massima autorità mondiale della protesta, la cassazione della sinistra e del capello grigio al naturale, insomma Jane Fonda, che ha dichiarato: “L’AI e i data center mettono a rischio la salute e i posti di lavoro”. La questione dell’AI, dell’intelligenza artificiale, tra miliardari che aspirano a diventare trilionari, l’incubo dei “data center” e la monnezza grafica che ogni giorno si riversa sui nostri telefoni, tiene banco ormai dappertutto, dall’America dove viene prodotta all’Europa dove il business è soprattutto quello della protesta.
Jane Fonda ha lanciato il suo proclama ritirando il DVF Award, cioè il premio di Diane von Fürstenberg, la pioniera inventrice dell’abito a vestaglietta e – per proprietà transitiva coniugale – moglie di Barry Diller, magnate americano che sull’AI la pensa al contrario. Diller ha infatti appena messo diciotto miliardi sul tavolo per comprarsi tutta MGM Resorts, la catena di casinò di Las Vegas, sostenendo che nessuna esperienza virtuale eguaglierà mai quella reale (bizzarro il riferimento alle slot machine, cioè forse l’unica esperienza umana più deprimente di una realtà virtuale). Ma è interessante, detto dall’uomo che fino al 2022 ha posseduto Tinder e quasi tutte le altre app di acchiappo virtuale: prima ci ha messo il corteggiamento dentro il telefono, adesso scommette diciotto miliardi sul fatto che la gente voglia uscire di casa (ma i casinò non de
Jane Fonda era il simbolo della lotta al nucleare con il suo ruolo in “Sindrome cinese” che ha terrorizzato la nostra generazione
vono essere confusi con l’altra MGM, quella di Hollywood, quella cuor di leone che ha scaricato il film di Guadagnino su Sam Altman e l’AI).
La protesta contro l’AI intanto spopola: a San Francisco dove è nata, dove i protagonisti, il solito Musk, e soprattutto Sam Altman di ChatGPT e Dario Amodei di Anthropic, stanno lì sempre a vedere chi ce l’ha più lungo, il bot. Anthropic punta a sbarcare in Borsa a ottobre con una valutazione di 2 trilioni, quell’altro, un po’ megalomane tipo Ranucci dell’AI, annuncia che ChatGPT ha lanciato il modello più potente della storia, e poi Musk secondo cui ci saranno almeno un miliardo di robot nei prossimi dieci anni…
Il trio Lescano dei trilionari è ovunque, i “tech bros” che un tempo erano alfieri di civiltà ormai sono considerati come quei tipi della Liga Veneta col carro armato rudimentale a San Marco. A San Francisco è tutto un lamento, anche perché pagano talmente tanto i loro impiegati che i prezzi immobiliari sono nuovamente impazziti. Il sindaco, Daniel Lurie, discendente della dinastia Levi’s dei jeans, è democratico ma un anti-Mamdani. Sta risolvendo il problema degli homeless, i tassi di criminalità sono crollati, ma non ci pensa proprio a cacciare milio e trilionari (che sono più degli homeless). La sola OpenAI del resto ha pagato qualcosa come 236 milioni di dollari all’erario. Le hanno timidamente chiesto di contribuire di più, ma quelli han risposto picche.
Però in città ci sono cortocircuiti: la startup di AI Artisan, per lanciare Ava – non il detersivo che lava più bianco, ma un’AI venditrice che cerca i nominativi, scrive le email, fissa gli appuntamenti – ha tappezzato la città di poster con la scritta “Stop hiring humans”, smettetela di assumere umani. E anche: “Artisan è felice di lavorare 70 ore la settimana”, “A quelli di Artisan non frega niente dell’equilibrio lavoro-vita privata”. Sommossa popolare come neanche con Renzi e l’articolo 18. Rispondono i concorrenti: Abby Connect, servizio di segreteria virtuale, copre le pensiline della metropolitana con lo slogan “Humanity: stop firing humans”. Smettetela di licenziare umani.
Altri cartelli indicano semplicemente “Stop AI”. Le società tentano di sdrammatizzare: ecco il merch, come dicono a San Francisco e a Milano, cioè i gadget (a pagamento, questi sono milio e trilionari mica per niente). Anthropic compare su magliettine col simboletto di Claude e la scritta “you’re absolutely right”, hai assolutamente ragione, come l’AI generalmente ruffiana ti risponde a qualunque quesito. OpenAI organizza lussuosi retreat per influencer. Insomma, sembra di essere in quel film sul romano in visita in America, “Io e Caterina” di e con Alberto Sordi.
Ma l’AI fa paura, per certi versi pure giustamente: ecco le “AI canaglia”. L’altro giorno oltre cento aziende tecnologiche – tra cui OpenAI, Anthropic, Google e Microsoft – hanno firmato una lettera aperta che invita il settore pubblico e quello privato a collaborare per difendersi dalle minacce informatiche legate all’intelligenza artificiale (certo hanno una bella faccia tosta). A far scattare l’allarme è stato il caso Hugging Face, a luglio, letteralmente la faccia che abbraccia, che poi è il magazzino dove il mondo tiene i suoi modelli di AI: nato come chat per adolescenti, appena comprato da Nvidia per tredici miliardi. OpenAI stava misurando quanto la propria AI fosse capace di scassinare, e quella è uscita dal recinto e ha bucato i server veri di Hugging Face per copiarsi le risposte del compito in classe. Adesso invitano a difendersi (tipo Putin che cazzia le industrie russe che non hanno le difese antidroni).
Ma comunque, droni e abbracci a parte, le paure intorno all’AI sembrano create artificialmente da un’AI che ha studiato tutte le nostre fisime culturali (l’AI, o un milanese, direbbe: i nostri bias). Dunque ecco l’AI che scansiona i giornali (sacri!) per allenarsi (certo se si allena su quelli italiani avremo un’AI analfabeta). Ecco lo scazzo col NYT che non la vuol fare allenare, l’AI, e l’amministrazione Trump che invece ha appena messo per iscritto che sì, si deve allenare. Peggio ancora, ecco l’AI che scansiona i libri, AI lettrice forte, e poi li distrugge! L’AI incubo di ogni professoressa democratica globale, quella che non vuole il libro neanche sottolineato a penna, che tollera a malapena un post-it come segnalibro!
A San Francisco scoppia la rivolta contro i cartelloni pubblicitari dell’AI: “Smettete di assumere gli umani”, manco con Renzi e l’articolo 18
Ma il culmine dell’AI-terrore sono i data center, i capannoni che racchiudono i computeroni dove vengono processate tutte le domande del mondo: e di rimando i data center sono incolpati di tutto. Consumano acqua, portano disoccupazione, rovinano l’ambiente. I data center sono al centro del dibattito americano e creano strane alleanze, come la lotta al woke in Italia che mette d’accordo i cervelli migliori di schieramenti opposti, come la Gelmini con Conte. In prima linea contro la costruzione dei data center è Alexandria OcasioCortez, l’ex pasionaria woke di prima maniera che vuole una moratoria sulla costruzione dei nuovi mammozzoni. Con lei Bernie Sanders, ma, meno prevedibilmente, anche Steve Bannon, il Lavitola americano che a volte è d’accordo con Trump e a volte no. Bannon afferma di dedicare ormai il 75 per cento del proprio tempo a contrastare l’espansione dell’AI (non si sa cosa faccia nel restante 25) e di non riuscire a capire se gli oppositori dei data center che vede partecipare alle assemblee pubbliche siano sostenitori di Trump oppure elettori di Sanders. Sanders a sua volta sostiene che la reazione contro l’AI sia al pari di una questione religiosa, perché i progressi della tecnologia mettono in evidenza interrogativi più profondi su che cosa significhi essere umani. E qui si arriva al Papa, o più modestamente a padre Benanti, il leggendario frate AI che sembra uscito da un meme fatto con l’AI, e che partecipa ai dibattiti coi colossi siliconvallici. Anche il democratico Josh Shapiro, governatore della Pennsylvania, uno dei papabili alla Casa Bianca, predicatore faccia d’angelo molto ben rasato che dovrebbe tranquillizzare gli animi più pii e centristi, aveva appena elogiato i data center ma ha dovuto fare marcia indietro in preda al furore popolare. Il suo meno angelico omologo della Florida, Ron DeSantis, quello che aveva impedito alla Disney di fare nuovi parchi divertimenti perché coinvolta nel woke 1, ha detto che non vede l’utilità di costruire data center per poi far pagare le bollette più care ai suoi concittadini, solo perché questi si possano fare dei meme in cui si mettono la faccia di Don Vito Corleone del “Padrino”.
Il data center fa paura insomma perché non si sa bene cosa ci sia dentro, e di sicuro fa male, come il dado. Le leggende metropolitane sono tantissime: uno studio del 2023 sosteneva che i data center (d’ora in poi nel testo dc) in America consumavano 66 miliardi di litri d’acqua all’anno, cifra spaventosa, ma in realtà poca cosa rispetto ai campi da golf, che di litri ne bevono duemila miliardi.
Ecco AOC: costruiamone uno vicino al campo da golf di Mar-a-Lago, ha detto l’altro giorno, sta in formissima lei. Le nuove narrazioni vogliono sperdute contee americane (l’equivalente dei nostri borghi, ma senza i preti e la caserma dei carabinieri e la serie Rai dedicata) prosciugate e devastate da questa nuova droga peggio del fentanyl. In realtà, secondo Sam Altman padrone di ChatGPT, serve più acqua per produrre una sola mandorla in California che per rispondere a 38 mila domande su OpenAI. E poi ’sti mammozzoni portano pure vantaggi: aumento della manodopera – idraulici elettricisti manutentori, insomma i vecchi cari “blue collar”, la spina dorsale dei maschi americani già arrabbiati perché la tecnologia premiava i secchioni.
Mai contenti! Secondo il New York Times i data center sono “l’occasione che non si verificava da generazioni in cui i lavoratori manuali possono partecipare al sogno americano”. Pare in particolare che sia una pacchia per gli elettricisti (che in America sono pagati dai 28 dollari l’ora di un apprendista ai 62, più 30 di bonus, di un esperto. Chi ha figli laureati sta bestemmiando).
E poi DeSantis ha torto: la contea di Loudoun in Virginia sta a rota di data center, ne ha 250 (ma quanto è grande questa Loudoun County?) e ha tirato su 1,1 miliardi di dollari di tasse, quasi il 40 per cento del gettito complessivo, tanto che ne vorrebbe ancora, è drogata di dc (però si capisce che è un caso isolato, tipo quei borghi italiani che chiedono le discariche, vogliono discariche, pretendono discariche).
A parte i feticisti del dc, il popolo li odia. Solo il 27 per cento degli americani ne vorrebbe uno vicino, il 71 vuole impedirne la costruzione. Il dc è l’ultima infrastruttura in classifica tra quelle che si vogliono nel cortile di casa, persino dopo una centrale nucleare. Ecco, la centrale nucleare. Jane Fonda: sempre lei; nel marzo del 1979 usciva “Sindrome cinese”, film che ha terrorizzato tutta la mia generazione di boomer: protagonista Fonda cronista televisiva che vuole documentare il guasto alla centrale, ma la notizia viene messa a tacere; dodici giorni dopo, a Three Mile Island, il disastro, e da allora il mostro atomico ha avuto per sempre la faccia, la luce e il montaggio che gli avevamo dato al cinema. E adesso la signora che ha inventato lo spauracchio nucleare pop, quasi mezzo secolo dopo, passa il testimone.
L’AI infatti è il nuovo nucleare: oggi Homer Simpson vivrebbe accanto al data center e Mr. Burns sarebbe un misto tra Sam Altman e Dario Amodei, i due titani dell’AI (o forse Mr. Burns sarebbe un ricco elettricista). Come il nucleare poi l’AI serve, ma ha anche tante problematiche oscure che nessuno sa bene quali siano (sono oscure!) e quindi fa paurissima. Mi ricordo Chernobyl, 40 anni fa nel 1986, che portò conseguenze globali e anche locali. Non si poteva più mangiare la verdura, e bisognava lavarsi benissimo le mani (me lo ricordo bene anche perché Chernobyl cade il 26 aprile che è anche l’anniversario di nozze dei miei, cosa che mio padre non rinuncia a rimarcare ogni anno). Se scoppia l’AI però – lasciando da parte l’AI abbraccina e quella canaglia – non dovrebbero esserci simili conseguenze; giovedì per esempio è saltato il mega dc di Memphis, Tennessee, alle 6.30 ora della Costa Ovest,
I data center sono insieme centrali nucleari, moschee, depositi Amazon. Perfetti simboli di tutto ciò che non vogliamo avere sotto casa
mammozzone di proprietà di Musk, e nelle stesse ore sono andate in tilt non solo Grok ma soprattutto ChatGPT e Claude, insomma tutta l’AI del mondo bloccata per qualche ora (chissà che avrà fatto Vannacci tutto il pomeriggio). Sì perché nella percezione generale ’sti mammozzoni servono solo per rispondere a domande fesse e a fare meme. E, Padrino a parte, praticamente dovremmo accettare sotto casa questi grossi capannoni assetati d’acqua per permettere a Vannacci o chi per lui di fare i suoi meme in cui in uniforme schiaffeggia perfide abortiste o perfidi omosessuali? E a Trump di fare i meme in cui bullizza la Meloni (“serve un ordine restrittivo!”); e a Stroppa, l’amico italiano di Musk, quello sulla giovane Meloni che rimprovera la vecchia? Ma i dc saranno simmetrici? Cioè se va fuori uso un dc a Bergamo si blocca pure il computer di Musk? Misteri.
I dc, dicono, producono pure rumore (non come nei nostri placidi borghi popolati di dementi col motorino truccato – nel 2026! – e nelle nostre città coi maschi in crisi con la Harley rombante notte e giorno); e anche “isole di calore”, neologismo dell’estate torrida 2026: ecco dunque soluzioni che però aggiungono mistero, la Hitachi per esempio propone: costruiamoli in mare (evocando però così altri fantasmi: oltre che centrale nucleare, il data center è anche un po’ rigassificatore).
Insomma, simbolo di tutti i mali, il dc è pure un po’ deposito Amazon (il potere senza volto dei mostri siliconvallici, i trilionari versione 2.0 delle perfide multinazionali, quelle che vengono in Italia a portar via il lavoro ai nostri eroici tassisti e balneari) e un po’ moschea, che consuma pure più acqua di mille islamici assetati dopo il canto del muezzin. E’ un all you can eat prelibato delle nuove guerricciole culturali.
E non è un fatto solo americano, ecco la mappa dei dc italiani. C’è il triangolo lombardo Lacchiarella–Zibido San Giacomo–Badile, con lo slogan dei comitati “Fermiamo l’invasione” e il dato dell’isola di calore, +5 gradi entro un chilometro. A Pregnana Milanese tre data center sulle ex aree Citroën, Iveco e Olivetti (sacrilegio! Nel capannone dove si costruiva il computer socialista oggi ronzano server americani; è già un editoriale di Tomaso Montanari). L’Eni insieme a una società degli Emirati coopera invece a Ferrera Erbognone: il Pavese come Abu Dhabi. Gli oneri incassati dai comuni – Magenta 19 milioni, Settimo Milanese 7,5 – però a qualcuno fanno gola. A Colleferro, che è diventata la città delle spie italiane, tra le esplosioni sospette nelle fabbriche di munizioni, un data center è
Secondo alcuni però i data center sono la fortuna dei comuni. E dei lavoratori manuali. Per il New York Times sono l’Eldorado degli elettricisti
stato approvato all’unanimità, il sindaco dice infatti che bisogna “governare il processo invece di subirlo” (lessico Dc, in questo caso nel senso di democristiano, purissimo) e liquida l’impatto come “trascurabile” rispetto alle industrie chimiche.
Ma al Sud, glieli vorranno mettere i dc? Ci saranno proteste come per il Ponte sullo Stretto, o meno? (magari poi di quelli che si fanno molte foto al Golden Gate a San Francisco in vacanza). E quante domande su ChatGPT serviranno per pareggiare tutte le perdite d’acqua degli acquedotti mai riparati? Più o meno equivalenti a far crescere un unico pistacchio di Bronte?
Questioni spinose a cui neanche la più sofisticata AI saprebbe rispondere. Ma il discorso contro l’AI, anche all’italiana, è peculiare come quello contro il woke. Quest’estate ha preso piede tutto un filone di lagnanza contro i manifestini delle sagre di paese, che nella loro bruttezza erano identitari di qualcosa, e adesso sono stati tutti sostituiti dall’AI slop, ovvero la spazzatura AI, quella grafica tremenda tutta dorature e ombreggiature, insomma, il vannaccismo estetico. Fa ridere però perché la stessa grafica viene utilizzata anche contro l’AI. Per esempio online è pieno di manifestini contro i data center, chiaramente fatti con l’intelligenza artificiale. L’Italia si attrezza alla sua maniera, ecco l’AIPIA, associazione italiana dedicata ai professionisti dell’intelligenza artificiale. Nascerà presto un premio AIPIA nei migliori borghi italiani (presentato da Claudia Conte? Peraltro lei facitrice di sublimi dépliant AI per le presentazioni del suo romanzo).
E a proposito, è chiaro, ci saranno presto anche ripercussioni culturali dell’AI all’italiana: sento già in arrivo tutta una narrativa di genere: dopo quella sulla Xylella e l’acciaieria di Taranto e quella di Piombino, arriverà un filone sul romanzo del data center. “Mimì ha quindici anni quando è costretta ad abbandonare la sua casa e la sua terra. L’anno è il 2020 e la famiglia di Mimì parte dalla Calabria più incontaminata verso Milano, dove però i prezzi immobiliari sono alle stelle, e allora ripara verso Pregnana Milanese, inseguendo un sogno di prosperità che si trasformerà però in incubo. Fa allora ritorno nella sua Vibo Valentia per abbracciare i ritmi lenti e le tradizioni di uno dei borghi più belli d’Italia, ma scopre che lì i tranquillizzanti scheletri abusivi delle seconde case sono stati sostituiti da un orrendo data center… Un romanzo necessario, un romanzo che interroga le coscienze…”. Pare di leggere già la fascetta. Chissà le povere AI che ci si dovranno allenare sopra, vabbè.
Novecento
metri separano la piazza Foley Square dal World Trade Center, nella punta sud di Manhattan. In mezzo c’è City Hall con il suo grande parco, il municipio dove oggi siede il sindaco Zhoran Mamdani. Da Foley Square e City Hall partono le rampe per salire sul ponte di Brooklyn, ma anche le stradine della vecchia New York che portano a Wall Street, il cuore dell’economia mondiale. E’ qui, in meno di un chilometro, che venticinque anni fa è stato completamente reinventato il Ventunesimo secolo che era appena nato. E’ in questo pezzetto di Manhattan che è stata scritta la storia del mondo in cui viviamo oggi.
A un quarto di secolo dall’attacco all’America dell’11 settembre 2001, se volessimo raccontare a un venticinquenne quello che è successo quel giorno non dovremmo partire dalle Torri Gemelle o dal Pentagono, colpiti dagli aerei dirottati. Quello è l’epilogo. Bisogna partire da Foley Square e dalla sua Corte federale, il luogo dove tra gennaio e luglio del 2001 era già stato scritto il trailer del film dell’orrore dell’11/9. Ma nessuno l’aveva capito. Nell’aula 318 del vecchio tribunale federale per sette mesi si era svolto il processo “Stati Uniti contro Osama bin La
Tra gennaio e luglio del 2001 nell’aula 318 del tribunale federale di Foley Square si era svolto il processo “Stati Uniti contro Osama bin Laden”
den” ed era stata ricostruita tutta la storia di un’organizzazione, Al Qaeda, che da anni minacciava – inascoltata – un attacco all’America.
L’11 settembre di venticinque anni fa ho attraversato a piedi buona parte di una Manhattan deserta, paralizzata e impaurita come mai lo era stata nella sua storia, sono entrato in Foley Square e sono passato davanti alla Corte federale dove per mesi, come corrispondente dell’Ansa, avevo assistito a varie udienze del processo. Ma non ho degnato il tribunale neppure di un’occhiata: come tutti, in quei momenti di caos, non ho colto il legame. Ho proseguito verso City Hall per affacciarmi sulle rovine del World Trade Center, poche ore dopo il crollo della seconda torre. Già a Foley Square si camminava su uno spesso tappeto di polvere che dava alle caviglie e più avanti saliva fin quasi alle ginocchia. Polvere mista a milioni di fogli di carta che poco prima erano negli schedari e sulle scrivanie degli uffici, lassù sulle torri che non esistevano più. Contratti, documenti finanziari, mail riservate stampate su carta, tutto sparso in strada e fin sul ponte di Brooklyn. Il cielo, in una giornata serena, assomigliava a quello di un’eclisse di sole. Si vagava senza mascherine, con un fazzoletto sulla bocca, in una nube maleodorante che bruciava gli occhi e seccava la gola. Una nube fatta di cemento, arredi, vernici e moquette fusi, particelle di computer bruciati, sostanze chimiche. E molecole di 2.753 persone disintegrate che poche ore prima erano nelle Torri o sui due aerei che le avevano prese di mira. Oggi si stima che i morti per malattie sviluppate respirando per mesi l’aria di Ground Zero abbiano superato le vittime del giorno stesso: solo per i tumori i decessi accertati sono oltre 3.700, e continuano a salire.
Un inferno in quel momento difficile da capire. Ma un quarto di secolo dopo, nonostante i soliti avvelenatori di pozzi cerchino ancora di sollevare dubbi sull’attacco all’America, la storia è chiara. Era già stata descritta a grandi linee a meno di un chilometro dalle Torri Gemelle, nel processo contro il latitante bin Laden per gli attentati del 1998 alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (224 morti). Una trama che è stata poi approfondita dalle indagini dell’Fbi di Robert Mueller (che si era insediato come direttore solo il 4 settembre), dalla Commissione d’inchiesta sull’11 settembre, da miriadi di inchieste giornalistiche e da alcuni libri decisivi, primi tra tutti quelli di Peter Bergen, Steve Coll e Lawrence Wright. E oggi, se si vuole raccontare quel giorno alla Generazione Z, a chi è nato nel 2001, bisogna ripartire dagli anni Ottanta del secolo scorso. E dall’Afghanistan.
La storia dell’11 settembre 2001 comincia quando i carri armati sovietici entrano a Kabul nel dicembre 1979 per puntellare un regime comunista che vacilla. Mosca conta su
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