La moneta come questione sociale: quale futuro con l’euro digitale?

 

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La moneta come questione sociale: quale futuro con l’euro digitale?


L'analisi di Luigi Capoani, presidente dell'European Youth Think Tank e docente di Economia Internazionale, e di Elisa Maria Restani, analista dell'European Youth Think Tank.

La moneta viene normalmente considerata uno strumento economico: permette di acquistare beni, pagare salari, risparmiare e investire. Ma è anche un’istituzione profondamente sociale. Il modo in cui viene creata e distribuita influenza l’accesso al credito, la possibilità di acquistare un’abitazione, avviare un’impresa, investire nell’istruzione o affrontare un periodo di difficoltà.

Per questo l’arrivo dell’euro digitale non dovrebbe essere discusso soltanto come un’innovazione tecnologica. Dietro la digitalizzazione dei pagamenti riemerge infatti una questione molto più antica: quale equilibrio dovrebbe esistere tra moneta pubblica e moneta creata dal sistema bancario e attraverso quali meccanismi entrambe vengono messe a disposizione della società?

È una domanda che attraversa la storia economica del Novecento e che fu al centro del dibattito sul Chicago Plan negli anni Trenta.

La creazione della moneta ha conseguenze sociali

Nelle economie contemporanee, la maggior parte della moneta utilizzata quotidianamente non è costituita dalle banconote emesse dalla banca centrale, ma dai depositi presenti nei conti bancari.

Le banche svolgono in questo sistema una funzione particolare. Quando concedono un finanziamento, generalmente creano contemporaneamente un nuovo deposito sul conto del cliente. In questo modo il credito bancario contribuisce direttamente alla creazione di nuova moneta.

Il credito ha enormi vantaggi sociali. Permette di anticipare risorse che saranno prodotte soltanto in futuro. Senza accesso al credito, una famiglia potrebbe dover accumulare per molti anni il capitale necessario per acquistare una casa e un’impresa potrebbe dover attendere di avere accumulato sufficienti profitti prima di poter investire.

Il credito consente invece di finanziare spese e investimenti senza dover disporre dell’intero ammontare delle risorse necessarie nel presente.

Ma questo significa anche che le condizioni di accesso al credito possono incidere sulle possibilità economiche di famiglie e imprese e non sono necessariamente uniformi tra i diversi soggetti economici. Secondo la BCE, nel Survey on the Access to Finance of Enterprises (SAFE), nel secondo trimestre del 2026 le PMI dell’area euro hanno segnalato un calo netto del 4% nella disponibilità di prestiti bancari, mentre le grandi imprese hanno registrato un aumento netto del 4%.

Il Chicago Plan

Durante la Grande Depressione, proprio questo rapporto tra banche, credito e creazione monetaria divenne oggetto di un intenso dibattito.

Il Chicago Plan, sviluppato negli anni Trenta e successivamente sostenuto anche da Irving Fisher, proponeva di imporre una copertura del 100% sui depositi utilizzabili come mezzo di pagamento.

Uno degli obiettivi della proposta era separare due funzioni che il sistema bancario svolge contemporaneamente: creare moneta e concedere credito.

Le banche avrebbero continuato a finanziare famiglie e imprese, ma i depositi utilizzabili come mezzi di pagamento sarebbero stati interamente coperti da riserve. In questa configurazione, la concessione di un nuovo prestito non avrebbe automaticamente determinato la creazione di nuovi mezzi di pagamento.

La proposta maturò nel contesto delle profonde crisi bancarie dei primi anni Trenta. Tra il 1930 e il 1933 negli Stati Uniti si verificarono oltre 9.000 sospensioni bancarie, secondo i dati della Federal Reserve. La portata della crisi contribuì a rendere centrali nel dibattito temi come la stabilità del sistema bancario e la protezione dei depositanti.

Dietro il Chicago Plan esisteva quindi una domanda ancora rilevante nel dibattito monetario contemporaneo: quale equilibrio dovrebbe esistere tra creazione della moneta, attività creditizia e ruolo delle istituzioni pubbliche e private?

L’euro digitale riapre una possibilità

È qui che l’euro digitale diventa particolarmente interessante.

Oggi esistono sostanzialmente due forme di moneta accessibili ai cittadini: il contante, che rappresenta moneta della banca centrale, e i depositi bancari, che rappresentano moneta delle banche commerciali.

La progressiva digitalizzazione dei pagamenti si accompagna però a una riduzione dell’uso del contante nelle transazioni quotidiane.  Secondo la BCE, nello Study on the Payment Attitudes of Consumers in the Euro Area (SPACE), nei punti vendita dell’area euro la quota di transazioni effettuate in contanti è scesa dal 79% nel 2016 al 52% nel 2024, pur rimanendo il mezzo di pagamento più utilizzato in termini di numero di transazioni.

L’euro digitale permetterebbe invece ai cittadini di utilizzare direttamente moneta della banca centrale anche in formato elettronico, affiancandola al contante e alle forme private di moneta già esistenti.

Ma da questo punto si possono delineare due strade profondamente differenti.

La prima strada: il contante diventa digitale

Nella configurazione attualmente prevista, l’euro digitale avrebbe un ruolo volutamente circoscritto.

Continuerebbero a esistere conti correnti e depositi bancari; le banche continuerebbero svolgere la propria funzione di intermediazione e concessione del credito. L’euro digitale affiancherebbe il contante fornendone, in sostanza, un equivalente nell’economia digitale.

Il cittadino avrebbe quindi la possibilità di utilizzare moneta pubblica sia attraverso una banconota sia attraverso uno strumento digitale,

Il progetto prevede limiti alla quantità di euro digitali detenibile e l’assenza di remunerazione, con l’obiettivo di contenere eventuali deflussi eccessivi di depositi bancari. Secondo le simulazioni della BCE su massimali ipotetici fino a 3.000 euro per persona, l’utilizzo dell’euro digitale per i pagamenti quotidiani non minerebbe la stabilità finanziaria dell’area euro, neppure nello scenario di crisi altamente improbabile ed estremamente prudente considerato. Il limite definitivo non è tuttavia ancora stato stabilito.

La seconda strada: ripensare la creazione monetaria

Uno scenario diverso, e non previsto dall’attuale progetto europeo, potrebbe emergere se in futuro alla moneta digitale della banca centrale fosse attribuito un ruolo molto più ampio. Se una quota significativa dei depositi bancari fosse sostituita da moneta pubblica digitale, potrebbero cambiare le fonti di finanziamento delle banche e, di conseguenza, alcune caratteristiche dell’intermediazione creditizia.

La stessa BCE considera questo possibile effetto nelle proprie analisi sulla stabilità finanziaria, sottolineando però che le conseguenze dipenderebbero dall’entità della sostituzione dei depositi e dalle caratteristiche con cui una CBDC viene progettata. È sotto questo profilo che alcune delle questioni poste dal Chicago Plan possono offrire un termine di confronto, pur trattandosi di un modello storico profondamente diverso e non di una proposta incorporata nell’attuale euro digitale.

Due prospettive sul ruolo della moneta pubblica

L’euro digitale non riguarda quindi soltanto la tecnologia dei pagamenti.

Nella configurazione attualmente prevista, cambierebbe il supporto della moneta pubblica, ma non cambia sostanzialmente il sistema esistente: l’euro digitale affiancherebbe il contante fisico, e le banche continuerebbero a svolgere il proprio ruolo nell’intermediazione e nell’erogazione del credito.

Nella seconda prospettiva, in uno scenario diverso dall’attuale progetto europeo, l’euro digitale potrebbe assumere nel lungo periodo un ruolo più ampio e contribuire a modificare il rapporto tra moneta e credito, richiamando in forme nuove alcune delle domande poste dal Chicago Plan quasi un secolo fa.La questione riguarda quindi non soltanto come pagheremo domani, ma anche quale ruolo la moneta pubblica potrà assumere nella società digitale.

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