TEORIA DELLA CRISI E LA GRANDE RECESSIONE: UN PERCORSO PERSONALE, DA MARX A MINSKY
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Estratto / Sintesi (Abstract)
- Una rassegna personale delle teorie della crisi di Marx, spesso presentate come contrapposte tra loro.
- L'integrazione di queste diverse posizioni in un discorso unitario, all'interno di una lettura non meccanica della caduta del saggio di profitto.
Teoria della Crisi e la Grande Recessione
- Prima posizione ("Temporalisti"): Proposta da autori che danno un'interpretazione "temporalista" e non "simultaneista" della "trasformazione" del valore in prezzi di produzione, opponendosi alla confutazione di Okishio della tendenza del saggio di profitto a cadere. Questa posizione intende la "finanziarizzazione" come una conseguenza della caduta tendenziale del saggio di profitto e individua una lunga tendenza alla stagnazione iniziata negli anni '60 e '70.
- Seconda posizione ("Sotto-consumista / Crisi di Realizzazione"): Prevalente tra i marxisti influenzati dal keynesianesimo e dal neoricardismo, fa riferimento alla tendenza verso la crisi di realizzazione o di insufficienza della domanda. Dimostra come, dopo la controrivoluzione monetarista degli anni '80, vi siano stati profondi cambiamenti nella distribuzione del reddito con la caduta del monte salari. Sostiene che in un "mondo a bassi salari" la ragione fondamentale della crisi sia l'insufficienza della domanda dei consumatori.
Le Teorie della Crisi di Marx
1. La Crisi Ciclica dall'Esaurimento dell'Esercito Industriale di Riserva
2. La Legge della Caduta Tendenziale del Saggio di Profitto
3. La Crisi di Realizzazione
- Sproporzioni (Hilferding): Squilibri settoriali tra domanda e offerta che si propagano a tutto il sistema.
- Sottoconsumo (Rosa Luxemburg): Una domanda crescente di investimenti netti non può compensare all'infinito una domanda di consumo in calo, poiché la redditività dei nuovi macchinari nel lungo periodo dipende dalle vendite future.
Verso una Lettura Unitaria e Diacronica della Teoria della Crisi di Marx
- Dalla Grande Depressione (fine XIX secolo) al Grande Crollo del 1930: Il capitale ha reagito alla caduta del saggio di profitto con il Taylorismo e il Fordismo, aumentando il saggio di plusvalore sia tramite l'aumento della produttività sia con una maggiore intensità del lavoro. Questo ha sventato la caduta del saggio di profitto, ma ha spalancato le porte alle crisi di realizzazione (sovrapproduzione di merci), culminate nel Grande Crollo degli anni '30.
- La Crisi Sociale nella Valorizzazione (Anni '60 e '70): L'era Fordista-Keynesiana ha retto finché la pressione sui lavoratori produttivi ha garantito elevati saggi di plusvalore. La crisi degli anni '70 ha avuto una matrice fondamentalmente "sociale": un'antagonismo diretto sul terreno del rapporto capitale-lavoro nella produzione, dove i lavoratori sono riusciti a conquistare un'autonomia temporanea sul controllo dell'erogazione del "lavoro vivo".
- Il Neoliberismo e la "Sussunzione Reale del Lavoro alla Finanza": La risposta capitalistica alla crisi degli anni '70 si è basata su due pilastri principali:
- La decostruzione/frammentazione del lavoro: Fenomeno di "centralizzazione senza concentrazione", precarizzazione e nascita del lavoratore "traumatizzato".
- La sussunzione reale del lavoro alla finanza: L'inclusione subordinata delle famiglie e dei risparmiatori ("risparmiatore maniacale" e "consumatore indebitato") nel mercato azionario e nel debito bancario (mutui subprime), dando vita a un "Keynesianismo privatizzato" guidato dall'inflazione degli asset finanziari.
Conclusione
Ecco la traduzione in italiano scorrevole e fedele al senso accademico del testo che hai incollato. Ho mantenuto il tono originale, ma rendendolo leggibile e coerente.
TRADUZIONE
Teoria della crisi e Grande Recessione: un percorso personale, da Marx a Minsky
Riccardo Bellofiore
ABSTRACT (Riassunto)
Nel dibattito attuale sulla crisi, tra gli studiosi marxisti emergono due posizioni interpretative influenti. La prima considera la finanziarizzazione come una conseguenza della tendenza alla caduta del saggio di profitto. La seconda, prevalente tra coloro che sono influenzati dal keynesismo e dal neoricardianesimo, fa riferimento alla tendenza verso la crisi di realizzazione, dovuta alla compressione del monte salari e all’insufficienza della domanda dei consumatori.
In entrambi i casi, l’attuale crisi è interpretata come la crisi di un capitalismo debole, permanentemente stagnante.
Quello che segue è un percorso idiosincratico attraverso la teoria marxiana della crisi, di cui propongo una ricostruzione e uno sviluppo dopo – o meglio, durante – la nuova “grande crisi” contemporanea. In un certo senso, il testo rivede e aggiorna molto di ciò che ho imparato da maestri come Claudio Napoleoni, Augusto Graziani e Hyman Minsky – veri maestri che ho avuto la fortuna di incontrare. È inutile dirlo: probabilmente non sarebbero d’accordo con alcune delle torsioni che do ai miei argomenti.
La mia prospettiva ha chiaramente una dimensione storica, persino personale, legata alla mia esperienza nella Torino della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, il “autunno caldo” italiano. Per questa ragione ho ritenuto che il formato usuale delle citazioni bibliografiche (autore-data) non funzionasse, e nel manoscritto ho optato per una nota bibliografica. I referee e gli editor della rivista mi hanno sollecitato a offrire una modalità più tradizionale di citazione, ma il lettore è avvertito dei limiti di questo modo di procedere in questo caso.
Testo principale
Esistono due posizioni interpretative influenti nel dibattito attuale sulla crisi tra coloro che si richiamano a Marx e ne dichiarano la rinnovata attualità.
La prima è proposta da autori che offrono una lettura “temporalista” – e non “simultaneista” – della trasformazione del valore in prezzi di produzione, e che intendono opporsi alla confutazione della tendenza alla caduta del saggio di profitto formulata da Okishio. Questa posizione interpreta la “finanziarizzazione” come conseguenza della tendenziale caduta del saggio di profitto. In tale prospettiva, si individua una lunga tendenza alla stagnazione iniziata negli anni Sessanta e Settanta.
La seconda interpretazione, prevalente tra i marxisti influenzati dal keynesismo e dal neoricardianesimo, fa riferimento alla tendenza verso la crisi di realizzazione, o insufficienza della domanda. Questa posizione mostra come, dopo la controrivoluzione monetarista degli anni Ottanta, vi siano stati profondi cambiamenti nella distribuzione del reddito con la caduta del monte salari. Sostiene che in un “mondo di bassi salari” la ragione fondamentale della crisi sia l’insufficienza della domanda dei consumatori: una prospettiva più o meno esplicitamente sotto-consumista.
In entrambi i casi, si ritiene che l’attuale crisi sia stata incubata per lungo tempo: sarebbe la crisi di un capitalismo che può essere definito sinteticamente come debole e stagnante.
Io sostengo che un’interpretazione marxiana della crisi non possa essere separata dalla tendenziale caduta del saggio di profitto, ma non secondo la consueta interpretazione di questa caduta (cioè come conseguenza dell’aumento della composizione organica del capitale). La “legge” tendenziale deve essere interpretata come una sorta di meta-teoria della crisi, che include al suo interno le altre e diverse teorie della crisi che si possono trovare o derivare dal Capitale.
Questo capitolo inizia dunque con una ricognizione molto personale delle varie teorie della crisi attribuibili a Marx, spesso presentate come incompatibili tra loro. In secondo luogo, cerca di integrare i diversi elementi presenti nelle opere di Marx in un discorso unitario, all’interno di una lettura non meccanicistica della caduta del saggio di profitto.
Questo discorso si sviluppa poi in uno schizzo storico della lunga dinamica del capitale:
dalla Grande Depressione della fine del XIX secolo,
al Grande Crollo degli anni Trenta,
alla crisi sociale nei processi immediati di valorizzazione degli anni Sessanta–Settanta (gli anni della Stagflazione).
Infine, su questa base, il capitolo interpreta la fase dinamica del capitalismo della fine del XX secolo (la Grande Moderazione e la “nuova economia”) e la sua crisi a partire dalla metà del 2007, enfatizzando il legame tra “finanziarizzazione” (etichetta impropria per la sussunzione reale del lavoro alla finanza) e la frammentazione/precarizzazione del lavoro.
Questa ultima parte offre la mia interpretazione dell’ultima fase del capitalismo e del suo collasso, integrando temi minskiani e marxiani.
Se vuoi, posso tradurre anche le sezioni successive del PDF, oppure riassumerle, oppure commentarle in chiave teorica.
Ecco la traduzione in italiano, chiara e scorrevole, della parte che hai allegato. Ho mantenuto il tono accademico, ma rendendolo leggibile. (Le citazioni richieste dalle regole sono tratte dal documento che hai fornito.)
TRADUZIONE – MARX’S CRISIS THEORIES
La teoria marxiana della crisi è sempre stata un campo controverso di dibattito. L’accumulazione – la conversione del plusvalore in capitale costante e variabile aggiuntivo, allo scopo di produrre nuovo plusvalore – è un processo contraddittorio. Le crisi sono l’espressione necessaria di tali contraddizioni e, allo stesso tempo, la loro soluzione temporanea.
La tendenza del capitalismo verso l’instabilità deriva soprattutto dal fatto che esso è un’economia monetaria di mercato. La divisione sociale del lavoro sul mercato è non pianificata, e questa “anarchia” può condurre a una realizzazione incompleta del plusvalore prodotto nel processo immediato di valorizzazione. Come scrive il testo: “La presenza di denaro dissocia la vendita dal successivo acquisto, e l’accumulazione può interrompere la sequenza in cui l’offerta trova il suo sbocco quando il reddito pagato agli ‘agenti’ della produzione viene speso.”
Nonostante ciò, gran parte dell’indagine di Marx nei tre volumi del Capitale è condotta assumendo che le merci siano vendute al loro valore (o al loro prezzo di produzione). È un presupposto simile a quello di Keynes, secondo cui le aspettative di breve periodo delle imprese risultano pienamente confermate.
Sviluppando un’intuizione preziosa di Quesnay, dimenticata dalla economia politica classica, il secondo volume del Capitale presenta gli “schemi di riproduzione”, sia semplice sia ampliata, nei quali Marx dimostra che un percorso di crescita equilibrata dell’economia capitalistica “pura” è una possibilità.
Marx divide il prodotto sociale in due settori:
il primo produce beni capitali;
il secondo produce beni di consumo.
(Volendo, si potrebbe arrivare a tre settori, distinguendo i beni di consumo in beni salario e beni di lusso.)
Il valore prodotto da entrambi i settori si scompone in tre parti: capitale costante, capitale variabile, plusvalore.
Nella riproduzione “semplice”, completamente astratta e irrealistica, i capitalisti consumano improduttivamente tutto il plusvalore, così che il sistema si riproduce su scala invariata. Nella riproduzione “ampliata”, invece, essi investono una parte o tutto il plusvalore in nuovo capitale costante e variabile, permettendo l’accumulazione.
L’acquisizione teorica fondamentale degli schemi è che ogni componente del valore della produzione – e dunque ogni componente dell’offerta – è anche una componente della domanda. Per questo motivo esiste sempre la possibilità di equilibrio, se certe relazioni intersettoriali vengono rispettate.
Contro Malthus e Sismondi, Marx afferma dunque che il capitale può crescere nel tempo senza incontrare necessariamente un limite nella domanda effettiva, perché tale domanda effettiva scaturisce in ultima analisi dal capitale stesso. Allo stesso tempo, contro Ricardo e Say, Marx mostra che un percorso di accumulazione “bilanciato” nel lungo periodo non è affatto garantito: l’equilibrio richiede che gli scambi avvengano rispettando proporzioni definite non solo in valore, ma anche in valore d’uso e in denaro.
L’equilibrio è quindi una possibilità, ma anche un “incidente”. Questo punto sarà ripreso molti decenni dopo nei modelli keynesiani di crescita di Harrod e Domar.
La probabilità che l’equilibrio venga interrotto dall’assenza di un piano apre solo la “possibilità” della crisi, ma non ne dimostra la “necessità”. Marx cerca un’interpretazione della crisi che scaturisca dall’interno del capitale: come scrive, “il limite del capitale è il capitale stesso”.
In effetti, Marx sostiene che le crisi iniziano da una caduta degli investimenti, derivante da una crisi di redditività. La questione diventa dunque comprendere la caduta effettiva del saggio di profitto e spiegarne le cause.
Nei suoi manoscritti, Marx propone una serie di prospettive diverse su questo tema, che hanno alimentato dibattiti sulla possibilità di ricondurle a un quadro unitario e coerente. Ora consideriamo quelle che ritengo più rilevanti, sia teoricamente sia storicamente.
La crisi ciclica dovuta all’esaurimento dell’esercito industriale di riserva
Un primo argomento è presentato nella “Legge generale dell’accumulazione capitalistica”, alla fine del Volume I del Capitale.
Se si assume una composizione costante del capitale, allora una crescita sufficientemente rapida del valore investito finirà per incidere sull’offerta di forza-lavoro, rendendo il mercato del lavoro più favorevole ai lavoratori e permettendo un aumento dei salari. I salari crescono fino a superare la crescita della produttività del lavoro. A parità di altre condizioni, il saggio di profitto cade, l’accumulazione rallenta e la domanda di forza-lavoro si riduce.
Una risposta a questa difficoltà consiste nell’introduzione di tecniche che risparmiano lavoro: una risposta che incide sulla distribuzione del nuovo valore prodotto. A parità di capitale investito, la meccanizzazione riduce la quantità di capitale variabile.
Nel ciclo, ritmo e struttura dell’accumulazione – variabile indipendente – cambiano continuamente per riprodurre un “esercito industriale di riserva”. Vi è dunque una pressione verso la compressione dei salari, variabile dipendente.
La riduzione del salario reale può portare a un impoverimento “assoluto”, ma l’esito “normale” per Marx è diverso: l’accumulazione capitalistica è trainata dal plusvalore relativo, fondato su una dinamica positiva della produttività del lavoro, compatibile con un aumento del salario reale. In queste condizioni, un aumento del salario reale non contraddice l’espansione della quota di nuovo valore che va alla classe capitalista.
Si tratta di ciò che Rosa Luxemburg chiamava “legge della caduta tendenziale del salario relativo”: impoverimento “relativo”, non assoluto.
Tuttavia, vi possono essere situazioni in cui le lotte salariali diventano relativamente indipendenti dal mercato del lavoro, rompendo la tendenza alla compressione del salario relativo. In questo caso, il conflitto salariale si trasforma in antagonismo contro il modo di produzione presente, e può diventare una causa indipendente della crisi capitalistica.
Meccanizzazione, controllo del lavoro e nuova contraddizione
La meccanizzazione non deve essere vista solo come risposta alla caduta dei profitti o all’esaurimento dell’esercito industriale di riserva. È soprattutto la materializzazione della spinta autonoma del capitale a controllare i lavoratori nel processo produttivo, garantendo che il lavoro vivo superi il lavoro necessario.
La conseguenza è un aumento del saggio di plusvalore, accompagnato dalla potenziale espulsione di forza-lavoro dal processo immediato di valorizzazione.
Marx chiarisce che l’estrazione di plusvalore relativo non si basa solo sull’aumento della produttività, ma anche su una maggiore intensità del lavoro e persino su una maggiore estrazione di plusvalore assoluto, tramite l’allungamento della giornata lavorativa.
Ciò avviene perché i nuovi metodi sono introdotti nella “lotta della concorrenza”, che garantisce temporaneamente ai produttori innovatori un extra-plusvalore. Gli altri produttori devono quindi sfruttare maggiormente la loro forza-lavoro, e gli innovatori stessi cercano di massimizzare i vantaggi delle nuove tecniche, che spesso rendono necessario un lavoro più lungo.
La meccanizzazione diventa così una leva potente nella regolazione del valore di scambio e del valore d’uso della forza-lavoro, con l’obiettivo di massimizzare l’estrazione di lavoro vivo.
La contraddizione finale: più capitale morto, meno lavoro vivo
Qui emerge una nuova difficoltà.
Una composizione tecnica più avanzata del capitale – il rapporto fisico tra mezzi di produzione e lavoratori – spinge verso l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo. Ma il lavoro vivo è l’unica “fonte” di valore e plusvalore.
La forza-lavoro è inseparabile dagli esseri umani:
da un lato è “attaccata” ai loro corpi,
dall’altro deve essere “incorporata” nel capitale, diventando parte del corpo materiale della fabbrica capitalistica.
Nel lungo periodo, l’espansione del lavoro morto corrisponde a una progressiva scarsità di lavoro vivo, anche se compensata da un maggiore sfruttamento della forza-lavoro.
Quando la crescita della composizione tecnica si traduce in un aumento della composizione “valoriale” del capitale – cioè della composizione organica – emerge una tendenza genuina alla caduta del saggio di profitto.
La crisi si manifesta perché la composizione del capitale in termini di valore cresce più rapidamente del saggio di plusvalore. Come afferma il testo: “La crisi si verifica perché la composizione del capitale in termini di valore cresce più rapidamente del tasso di plusvalore.”
Se vuoi, posso continuare la traduzione della parte successiva del documento, oppure riassumerla, oppure commentarla teoricamente.
Ecco la traduzione completa e scorrevole della nuova sezione che hai allegato. Ho mantenuto il tono accademico, ma rendendolo leggibile e coerente. (Le citazioni sono tratte dal documento che hai fornito, come richiesto: “The crisis occurs because the composition of capital in value terms grows more quickly than the rate of surplus-value.”)
TRADUZIONE – The Law of the Tendential Fall of the Rate of Profit
La tendenza alla caduta del saggio di profitto è stata interpretata da alcuni autori non solo come una causa della crisi ciclica del capitale, ma anche come origine di una caduta “secolare” della redditività, spesso all’interno di una visione del capitalismo caratterizzata da “lunghe onde”. Una tesi di questo tipo è controversa dal punto di vista dell’esegesi testuale: tuttavia, bisogna ricordare che il discorso di Marx sulla crisi è rimasto quasi sempre allo stadio di bozza, ed è attraversato da tensioni contraddittorie anche all’interno dello stesso manoscritto. Perciò gli argomenti puramente filologici non sono mai decisivi.
Ciò che è più importante è che una lettura di lungo periodo della tendenza alla caduta del saggio di profitto non sembra del tutto priva di fondamento.
Perché la caduta del saggio di profitto può essere “secolare”
La ragione può essere espressa brevemente.
L’applicazione di dosi crescenti di capitale costante – soprattutto quando questo è costituito da capitale fisso – è, per Marx, un mezzo particolarmente efficace per accelerare l’estrazione di lavoro surplus e di plusvalore. Tuttavia, è vero che in alcune parti dell’opera di Marx l’aumento conseguente del saggio di plusvalore non riesce a compensare l’effetto depressivo della composizione del capitale sul saggio di profitto, almeno nel lungo periodo. In questi casi, l’aumento del plusvalore è degradato a semplice “contro-tendenza”.
L’argomento più forte a favore di una tendenza di lungo periodo alla caduta del saggio di profitto è la tesi secondo cui esiste un limite assoluto al lavoro surplus che può essere estratto da una data popolazione lavorativa.
Per comprenderne il motivo, è utile pensare alla composizione del capitale come a un indice del rapporto tra:
da un lato, il lavoro morto contenuto nei mezzi di produzione;
dall’altro, il lavoro vivo speso nel periodo di produzione.
Questo rapporto è approssimato dal rapporto tra capitale costante (numeratore) e la somma di capitale variabile e plusvalore (denominatore).
Se si fa l’assunzione eroica che il capitale variabile tenda a zero, e che quindi l’intera giornata lavorativa si traduca in lavoro surplus oggettivato nel plusvalore, allora la composizione “valoriale” del capitale diventa l’inverso del saggio massimo di profitto.
L’intuizione di Marx è che il numeratore del saggio massimo di profitto – il tempo totale di lavoro vivo – ha un limite superiore naturale, una sorta di soffitto per il saggio effettivo di profitto. Il denominatore, il capitale costante, può invece crescere senza limiti con l’accumulazione del lavoro morto.
La fondazione microeconomica della tendenza
Marx propone una fondazione microeconomica – nel comportamento degli agenti individuali – per questo risultato macroeconomico, che altrimenti apparirebbe contraddittorio.
I capitalisti introducono, o sono costretti a introdurre, metodi con maggiore intensità di capitale per ridurre i costi unitari di produzione. In questo modo ottengono un extra-plusvalore e un extra-profitto, evitando di essere espulsi dal mercato. Questa è una concezione “dinamica” della concorrenza, che differenzia il saggio di profitto all’interno del settore.
Questa visione, ripresa da Schumpeter, rompe radicalmente con la concezione classica-ricardiana e neoclassica-walrasiana della concorrenza, e apre una problematica che pone denaro e disequilibrio come fondamenti del discorso economico.
Perché la legge non può essere “meccanica”
Non è però sensato dedurre da questa concezione della concorrenza una legge della caduta del saggio di profitto secondo cui le contro-tendenze sarebbero sistematicamente sconfitte dalla tendenza, come Marx talvolta sembra pensare.
Infatti, l’accelerazione della produttività dovuta alla meccanizzazione spinge verso una “devalorizzazione” (e quindi una caduta dei prezzi) di ogni tipo di merce, inclusi gli elementi del capitale costante. Non si può escludere a priori che questa devalorizzazione sia così forte da spingere verso l’alto il saggio massimo di profitto, rimuovendo il limite presunto da Marx.
Il saggio effettivo di profitto dipende positivamente dal saggio di plusvalore e negativamente dalla composizione “valoriale” del capitale. La devalorizzazione degli elementi del capitale variabile contribuisce all’aumento del saggio di plusvalore; quella degli elementi del capitale costante può invertire la tendenza alla crescita della composizione “valoriale”.
La critica all’argomento marxiano può dunque essere riformulata sostenendo che non vi è alcuna ragione per negare che la crescita del saggio di plusvalore possa più che compensare la (possibile, non necessaria) crescita della composizione “valoriale”.
Composizione organica vs composizione valoriale
Marx non formula la sua legge riferendosi alla composizione “valoriale”, ma a ciò che definisce composizione “organica” del capitale.
La composizione valoriale riflette pienamente le rivoluzioni di valore e di prezzo che possono continuamente sconfiggere l’espressione in valore degli elementi del capitale costante e variabile. La composizione organica, invece, misura gli input ai loro valori prima dell’innovazione, neutralizzando la contro-tendenza della devalorizzazione.
Essa esprime la crescita della composizione “tecnica” del capitale – il rapporto tra mezzi di produzione (soprattutto capitale fisso) e lavoro – nel mondo del valore.
Data l’importanza crescente del capitale fisso nell’accumulazione, la distanza tra le due valutazioni della composizione del capitale segnala una divergenza crescente tra:
il saggio di profitto in termini di flusso,
e il saggio di profitto in termini di stock.
Questa divergenza può aumentare nel tempo e impone, prima o poi, un drammatico e improvviso aggiustamento tramite la crisi periodica.
La crisi di realizzazione
È interessante osservare che più il saggio di plusvalore aumenta, più si rafforza la tendenza che contrasta la caduta del saggio di profitto; ma proprio questa forza spinge il sistema verso un terzo tipo di crisi: la crisi di realizzazione.
Alcuni marxisti sostengono che la crisi di redditività origini da un’insufficienza della domanda effettiva (attuale o attesa), scesa al di sotto del livello necessario per vendere le merci a prezzi che coprano i costi e il profitto normale.
Due posizioni possono essere ricordate:
1. La crisi da sproporzioni (Hilferding)
Questa posizione enfatizza le “sproporzioni”, cioè i disequilibri settoriali tra domanda e offerta. Se si verifica un eccesso di offerta in settori importanti, il disequilibrio può diffondersi e degenerare in un blocco delle vendite a livello globale.
La gravità della crisi dipende dalla velocità e flessibilità con cui il sistema dei prezzi e delle quantità reagisce ai disequilibri settoriali.
Hilferding arrivò a sostenere che le crisi da sproporzioni sarebbero destinate a scomparire in forme più “organizzate” di capitalismo.
2. La posizione di Rosa Luxemburg (non sotto-consumista)
Spesso etichettata erroneamente come “sotto-consumista”, la posizione di Luxemburg sostiene che una domanda netta di investimento crescente non può compensare per sempre una domanda di consumo decrescente.
La redditività delle nuove macchine dipende dalle vendite future, che diventano sempre meno prevedibili se la quota del consumo nel nuovo valore prodotto diminuisce.
Questa posizione ha punti di forza, ma sembra contraddire gli schemi di riproduzione di Marx, che mostrano come la domanda al capitale provenga dal capitale stesso.
Tuttavia, non si può tornare alla legge di Say: gli schemi mostrano che le proporzioni intersettoriali devono raggiungere l’equilibrio, e che la riproduzione ampliata è instabile.
Quando l’estrazione di plusvalore relativo si approfondisce, portando a saggio di plusvalore sempre più elevati, ciò può temporaneamente sconfiggere la caduta del saggio di profitto, ma intensifica la caduta del salario relativo, rivoluzionando continuamente i rapporti di scambio necessari per una riproduzione stabile.
Combinando i due temi di Luxemburg, la crisi di realizzazione diventa non solo possibile, ma sempre più probabile.
Il limite finale del capitale
Per alcuni autori, la crisi di realizzazione dovuta a insufficienza sistematica della domanda effettiva diventa sempre più grave fino a condurre a un collasso finale.
Luxemburg sostiene che l’accumulazione dipenda dalle esportazioni verso aree non capitalistiche. Quando la tendenza alla globalizzazione del capitale è completata, il meccanismo economico si blocca.
Altri autori sostengono che i mercati “esterni” possano essere sostituiti da esportazioni “interne”, come i deficit pubblici finanziati dalla banca centrale (Kalecki).
Un ruolo simile può essere svolto dal consumo improduttivo del plusvalore da parte di terzi: rendite, sprechi del capitalismo monopolistico, ampliamento del lavoro improduttivo.
Tutte queste soluzioni richiedono però che lo sfruttamento del lavoro produttivo non solo continui, ma si intensifichi.
La variabile centrale del discorso di Marx è il saggio di plusvalore. I cambiamenti e gli antagonismi nel processo lavorativo – la “lotta di classe nella produzione” – sono il determinante cruciale della dinamica capitalistica.
Considerata in profondità, l’unico limite finale all’espansione del capitale è l’opposizione della classe lavoratrice nel processo immediato di valorizzazione.
Se vuoi, posso proseguire con la traduzione della sezione successiva, oppure riassumerla, oppure commentarla teoricamente.
Ecco la traduzione completa e scorrevole della sezione che hai allegato, Towards a Unitary and Diachronic Reading of Marx’s Theory of Crisis. Ho mantenuto il tono accademico, ma rendendolo leggibile e coerente. (Le citazioni sono tratte dal documento che hai fornito, come richiesto: “Perhaps it is possible, today, to propose a unitary vision of Marx’s theories of crisis…” )
TRADUZIONE – Verso una lettura unitaria e diacronica della teoria marxiana della crisi
Forse oggi è possibile proporre una visione unitaria delle teorie marxiane della crisi, in linea con un intento non puramente filologico, ma ricostruttivo. Il compito consiste nel leggere la caduta tendenziale del saggio di profitto come una sorta di meta‑teoria della crisi, che include al suo interno non solo le linee cosiddette dell’“underconsumption” e della “disproporzionalità” riguardo alla crisi di realizzazione, ma anche la tendenza alla crisi capitalistica che origina direttamente dai rapporti sociali di produzione nel processo immediato di valorizzazione.
Da qui si può procedere verso un’analisi delle novità della dinamica capitalistica della fine del XX secolo e delle nuove forme di crisi che stiamo vivendo oggi. Vedremo come questa linea interpretativa possa essere estesa in una ricostruzione dell’evoluzione del capitale in “lunghe onde”, che seguono i movimenti “secolari” delle forme di accumulazione e di antagonismo.
La caduta tendenziale come fondamento delle diverse crisi
Partiamo dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, intesa come fondamento per comprendere l’intera totalità delle crisi capitalistiche nelle loro diverse modalità.
Se il discorso critico che abbiamo intrapreso nega una caduta “meccanica” e “necessaria” del saggio di profitto, non nega però che sia possibile che la crescita del saggio di plusvalore sia empiricamente inferiore alla crescita della composizione “valoriale” del capitale. In tal caso, vi sarebbe effettivamente una caduta del saggio di profitto.
Secondo alcuni interpreti, ciò sembra essere accaduto storicamente nella Grande Depressione della fine del XIX secolo.
La risposta del capitale: Taylorismo, Fordismo, Sloanismo
Il capitalismo reagì – secondo una lettura divenuta ormai un luogo comune, forse troppo facilmente – con il Taylorismo, poi prolungato nel Fordismo.
Tuttavia, questa lettura come sequenza storica precisa, che vede una continuità lineare tra l’organizzazione scientifica del lavoro e la catena di montaggio, è una semplificazione discutibile. Il Taylorismo fu solo una delle molte innovazioni organizzative negli Stati Uniti nei decenni successivi alla Prima guerra mondiale. Come aumento dell’intensità del lavoro su una base tecnica data, fu, nella sua forma pura, un fallimento. Funzionò efficacemente solo quando la guerra permise una sorta di repressiva “solidarietà nazionale”.
Fu allora che il Fordismo si affermò, incorporando molte innovazioni precedenti, inclusi aspetti del Taylorismo. Vinse perché ritmi e modalità del lavoro apparivano – e in parte erano – dettati da una base tecnica diversa, frutto delle devastazioni dell’ultima ondata di innovazione.
Il Fordismo si trasformò rapidamente in Sloanismo, combinando le economie della produzione di massa con la differenziazione del prodotto, anticipando molti aspetti che oggi vengono erroneamente considerati novità del cosiddetto post‑Fordismo.
La ristrutturazione della classe operaia e la crisi di realizzazione
All’inizio del XX secolo, la composizione di classe degli operai qualificati fu attaccata e destrutturata tramite l’introduzione della catena di montaggio e delle nuove modalità di organizzazione del lavoro.
In questo modo fu possibile aumentare il saggio di plusvalore, sia tramite l’aumento della produttività, sia tramite una maggiore intensità del lavoro. Parallelamente, la ricerca di extra‑plusvalore portò a una simultanea estrazione di plusvalore assoluto.
La pressione verso il basso sul saggio di profitto dovuta alla maggiore composizione “valoriale” del capitale fu contrastata.
Se il capitale sconfisse così la caduta tendenziale del saggio di profitto, le crisi di realizzazione si materializzarono al suo posto.
L’estrazione accelerata di plusvalore relativo comporta:
la caduta della quota di consumo dei lavoratori,
il cambiamento continuo dei rapporti di equilibrio intersettoriali.
Ciò rende sempre più probabili le disproporzioni che, raggiunta una massa critica, danno luogo a una caduta della produzione e dell’occupazione nei settori con eccesso di offerta, poi generalizzata all’intero sistema.
Il ruolo del credito e della finanza
L’iperproduzione di merci può essere prolungata nel tempo tramite credito e finanza, che stimolano sia l’investimento sia il consumo.
In una prima fase:
il capitale portatore di interesse,
e il capitale fittizio
accelerano la riproduzione capitalistica. Liberano l’accumulazione dalla necessità immediata della validazione del valore sul mercato finale delle merci. Possono inoltre stimolare bolle speculative che si autoalimentano e producono effetti reali di stimolo all’economia.
Ma prima o poi emerge un’insufficienza della domanda effettiva. L’investimento non riesce più a compensare il divario tra produzione e domanda.
La crisi si annuncia sempre prima come crisi finanziaria, e si manifesta solo dopo come crisi reale.
È ciò che accadde con il Grande Crollo degli anni Trenta.
Una teoria della crisi che deve confrontarsi con Keynes e Schumpeter
La crisi di realizzazione deve essere analizzata non solo collegando disproporzioni e caduta del salario relativo, ma anche all’interno di una visione del processo capitalistico che è monetario e finanziario fin dall’inizio, come Marx fa nel Volume III del Capitale.
Per comprendere i cambiamenti tra fine XIX secolo e metà XX secolo, la teoria marxiana del valore e della crisi deve confrontarsi non solo con la metamorfosi del capitalismo, ma anche con l’evoluzione del pensiero economico.
La “economia politica” da criticare non è più principalmente quella di Ricardo, ma deve includere la eterodossia monetaria di Schumpeter e Keynes.
La crisi sociale della valorizzazione
Non fu tanto il New Deal – che non fu realmente “keynesiano”, contrariamente alla vulgata – a portare fuori dalla Grande Crisi, quanto una nuova guerra mondiale, ancora più devastante della prima.
Successivamente, in un mondo diviso dalla “cortina di ferro”, vi fu una gestione apertamente politica della domanda effettiva: un “keynesismo bastardo”, trainato dalla spesa militare e da un sostegno generico alla domanda aggregata.
In un contesto di piena occupazione, ciò portò:
a aumenti salariali,
a maggior consumo da reddito (effetto moltiplicatore),
a una forte espansione del welfare.
Fu una situazione eccezionale nella storia del capitalismo, tanto da essere definita talvolta “età dell’oro”.
Ma questa età dell’oro fu anche un’età di ferro per i lavoratori: sostenibile solo tramite una crescente pressione sui lavoratori produttivi e un continuo aumento del saggio di plusvalore.
La crisi degli anni ’60–’70: una crisi sociale, non solo economica
La crisi del capitalismo fordista‑keynesiano, maturata dalla seconda metà degli anni Sessanta ed esplosa negli anni Settanta, ebbe molte cause:
conflitti interimperialistici,
guerra del Vietnam,
aumento dei prezzi delle materie prime, ecc.
Ma al centro vi fu soprattutto una ragione sociale, non riducibile né alla caduta del saggio di profitto né alla crisi di realizzazione.
Fu l’emergere di un antagonismo sulla estrazione del plusvalore, originato direttamente nel rapporto capitale‑lavoro nella produzione, capace di rompere le compatibilità capitalistiche.
Non nel senso neoricardiano o operaista di un salario divenuto variabile indipendente, ma nel senso del controllo temporaneo dei lavoratori sulla prestazione lavorativa, cioè sull’esborso di “lavoro vivo”.
Per capire Marx, bisogna capire che la teoria del valore è teoria della crisi
Possiamo comprendere pienamente questa realtà solo se consideriamo la teoria del valore di Marx da una prospettiva diversa da quella consueta.
Capire Marx significa capire in che senso la teoria del valore è teoria della crisi.
Fu una rilettura storicamente situata, nata proprio in quegli anni, che permise di tornare al nucleo della “critica dell’economia politica”.
Prima di considerare la crisi contemporanea, è necessario affrontare questo tema.
Se vuoi, posso proseguire la traduzione della sezione successiva, oppure riassumerla, oppure commentarla teoricamente.
Ecco la traduzione completa, scorrevole e fedele al tono teorico‑accademico della sezione A New Reading of the Value Theory of (Abstract) Labor. (Le citazioni sono tratte dal documento che hai fornito, come richiesto: “In Marx, abstract labor finds its result in value.”)
TRADUZIONE – Una nuova lettura della teoria del valore del lavoro (astratto)
In Marx, il lavoro astratto trova il suo risultato nel valore. È essenziale comprendere che il lavoro astratto non è un lavoro immediatamente sociale. È piuttosto un lavoro immediatamente privato che deve diventare sociale.
Il valore della merce deve essere attualizzato nello scambio contro denaro; e il denaro, a sua volta, è il prodotto dell’unico lavoro immediatamente sociale: il lavoro che produce oro come denaro.
Dunque, il valore in sé non è altro che un cristallo di lavoro oggettivato contenuto nella merce, che deve diventare autonomo e assumere necessariamente una forma monetaria. La “sostanza” e la “forma” del valore sono quindi inseparabili.
Il valore si costituisce all’incrocio tra produzione e circolazione (finale) delle merci: più precisamente, si costituisce nel movimento che va dalla produzione immediata allo scambio universale e monetario, dove l’astrazione del lavoro – già latente nei processi capitalistici di lavoro – viene perfezionata.
È un errore appiattire il valore (e il lavoro astratto) solo sulla produzione, così come è un errore confinarlo solo alla circolazione. Ugualmente, è un errore non vedere in quell’incontro il movimento che va dall’“interno” verso l’“esterno”, così come è un errore separare “analisi reale” e “analisi monetaria”.
Queste categorie hanno una dimensione essenziale che è “in processo”, all’interno di un’analisi della totalità capitalistica che è tuttavia centrata sul momento della produzione.
Entrare nella “dimora nascosta” della produzione
Entrando nella dimora nascosta della produzione, vediamo quanto venga distorto e soppresso nella circolazione (ciò che Marx definisce “feticismo”), ma anche quanto sia nascosto e opaco nello stato reificato, al punto da far scomparire completamente le tracce del processo di reificazione (il “carattere di feticcio”).
A questo punto possiamo entrare nel processo di costituzione dell’oggettività astratta e alienata del capitale, mediante il quale il capitale trova la sua origine nel “lavoro”: una categoria altamente articolata.
Più precisamente, l’indagine della produzione mostra che il lavoro vivo, fonte del valore, è estratto dalla forza‑lavoro dei lavoratori salariati. I rapporti entro cui questo processo avviene sono sempre potenzialmente conflittuali e talvolta antagonisti.
La forza‑lavoro deve essere acquistata con denaro sul mercato del lavoro, e gli esseri umani che ne sono i portatori devono essere introdotti nei processi capitalistici di lavoro, nel corpo della fabbrica capitalistica: quel mostro meccanico che, scrive Marx, può cominciare a funzionare “come se fosse posseduto dall’amore” solo dopo aver incorporato questa alterità.
La doppia validazione monetaria del valore
La generazione del valore non si limita a trovare una validazione finale nella vendita delle merci per denaro; deve anche partire da una ante‑validazione monetaria, cioè dal denaro come finanziamento della produzione (riducibile, in un’analisi macro-sociale, al monte salari che acquista la capacità di lavorare dei salariati).
La valorizzazione come produzione di (plus)denaro mediante denaro è incorporata in questa natura “circolare” del ciclo del capitale; ed è qui che la possibilità stessa di una “finanziarizzazione” dell’economia trova la sua origine remota.
Il capitale come totalità “aperta”, non chiusa
Se la nostra prospettiva non comprende il processo di costituzione del “feticcio” capitale, quest’ultimo – valore, denaro, che dà origine al plusvalore e quindi al plusdenaro – si presenta come una totalità chiusa in sé, che “automaticamente” pone i propri presupposti, in un movimento circolare, ciclo dopo ciclo.
È qui che Marx può sembrare nient’altro che l’applicazione del cerchio epistemologico e ontologico hegeliano alla realtà capitalistica.
Ma dove la vicinanza di Marx a Hegel è maggiore, è anche dove la sua divergenza è più profonda.
Valore e denaro non crescono per partenogenesi ideale, ma solo perché, in quanto lavoro morto e nelle strutture produttive che creano, riescono a comandare il loro radicale Altro: il lavoro vivo degli esseri umani, e ad assorbirlo materialmente in sé.
Il capitale comanda una forma particolare di messa al lavoro degli esseri umani, incorporando la forza‑lavoro – “attaccata” ai lavoratori in carne e ossa – come parte variabile del capitale.
Il “vampiro” e la dipendenza del capitale dal lavoro
Qui si trova il vero “scandalo” del capitale: uno scandalo che sfugge a chi ragiona in termini di diritto, etica o giustizia; e che sfugge, ovviamente, anche alla Caritas in veritate di Benedetto XVI.
La merce è inseparabile dal denaro, e il denaro dal capitale. Ma c’è di più: il capitale si fonda su quella perversione in cui il lavoratore vivente è diventato un appendice della propria forza‑lavoro, e conta solo come erogatore di lavoro vivo.
La totalità del capitale esiste nella misura in cui costituisce un rapporto sociale specifico di produzione, che non può essere riprodotto meccanicamente dalla totalità stessa.
La valorizzazione è spiegata da Marx grazie alla comprensione della totalità capitalistica come totalità aperta, rompendo con gli interpreti hegeliani che vedono la circolarità del capitale come chiusa e autosufficiente.
La metafora del vampiro deve essere presa estremamente sul serio: dal punto di vista del capitale, non c’è ricchezza se la forza‑lavoro non viene messa al lavoro, perché essa è l’unico fattore esterno al capitale (insieme alla natura).
Per mettere al lavoro i lavoratori, il capitale deve fornire loro i mezzi di produzione. Ma c’è una differenza sostanziale tra forza‑lavoro e mezzi di produzione:
la tecnica fissa i metodi di produzione e la produttività del lavoro;
il salario reale è fissato dal conflitto;
la quantità di lavoro estratta dipende dai rapporti sociali conflittuali, non dalla tecnica.
La ipostasi reale e la subordinazione del lavoro al capitale
Il capitale esiste grazie a ciò che i filosofi chiamano ipostasi reale, una sostanzializzazione dell’astratto e un’inversione tra soggetto e predicato.
La forza‑lavoro, incorporata come parte del capitale, e il lavoro vivo, come attività che produce tutto il capitale, sono il soggetto di cui i lavoratori sono solo il predicato, un appendice di un meccanismo senza vita.
Il capitale ha acquistato la forza‑lavoro e ha pieno diritto di usarla; ma la forza‑lavoro e il suo uso appartengono, allo stesso tempo, ai lavoratori.
Non si può dare per scontato che il lavoro ottenuto in produzione corrisponda a quello atteso dal capitale quando acquista forza‑lavoro sul mercato.
Il capitale deve vincere la lotta di classe nella produzione: deve contenere l’antagonismo, conquistare egemonia, cooperazione, consenso. Lo fa controllando i lavoratori e pervertendo la natura stessa del lavoro.
Da questo punto di vista, è impossibile separare plusvalore assoluto e relativo: i tempi dello sfruttamento sono simultanei.
La sussunzione reale del lavoro e la crisi sistemica
Partendo dal lavoro vivo come fonte del nuovo valore, questa lettura radicalizza lo scandalo dell’ipostasi reale nella sussunzione del lavoro al capitale: da formale diventa reale quando l’esborso di lavoro non solo “conta”, ma “è” propriamente “senza proprietà”, cioè con proprietà determinate dal capitale.
Questa prospettiva sulla teoria del valore e sul lavoro astratto mi ha permesso di formulare un approccio alla crisi sistemica che va oltre una visione puramente oggettivista, conducendo a una teoria del collasso.
Ed è questa prospettiva che mi ha permesso anche di andare oltre la caduta tendenziale del saggio di profitto (nella sua versione tradizionale) e oltre la crisi di realizzazione (nelle versioni ricevute), per indicare i contorni più generali della vera crisi sociale che segnò la fine dell’Età dell’Oro.
In realtà, fu un’età di ferro per i lavoratori. Non costruita su un compromesso, come vuole la Scuola della Regolazione, ma costruita sul confronto di classe, e sovvertita dal conflitto.
L’uso‑valore della forza‑lavoro, la crisi capitalistica e nuove problematiche
Quella crisi sociale ebbe uno dei suoi punti più alti nel lungo “autunno caldo” italiano, in cui culminarono le lotte operaie degli anni Sessanta, congiunte alla rivolta studentesca del 1968, e sviluppatesi tra il 1969 e il 1973.
Le radici della mia prospettiva sulla teoria del valore di Marx sono illustrate in due dichiarazioni dell’epoca: una di un operaio Fiat, l’altra dell’economista Claudio Napoleoni.
1. Sergio Gaudenti, operaio Fiat (1969)
Il lavoratore spiega che il padrone pensa di comprare il lavoratore come si compra un chilo di mele: lo paga e poi lo consuma come vuole. Ma il lavoratore è una merce “speciale”: non vuole lasciarsi consumare come piace al padrone. Vuole avere potere sul modo in cui viene consumato ogni giorno. Da qui le lotte interne per il controllo operaio sul lavoro.
2. Claudio Napoleoni (1973)
Napoleoni sostiene che la lotta operaia divenne politica nel senso più stretto, indebolendo una delle condizioni necessarie della relazione capitalistica: la subordinazione della classe lavoratrice nel processo produttivo. La crisi economica e sociale derivò essenzialmente da questa spinta dei lavoratori, che limitò la possibilità del capitale di rispondere aumentando il tasso di sfruttamento.
Tre nuove problematiche aperte dalle lotte degli anni ’60–’70
La dipendenza del capitale da un elemento “naturale” con un corpo Il capitale dipende dalla differenza tra lavoro vivo e lavoro oggettivato nei mezzi di sussistenza. Da qui la radice materialista della questione ecologica: sfruttamento dell’uomo e distruzione della natura sono inseparabili nel capitalismo.
La rottura con l’industrialismo e il produttivismo Le lotte sulla forza‑lavoro rompevano con la centralità della produzione e con il “marxismo delle forze produttive”.
La liberazione “dal” lavoro e “del” lavoro Le lotte ponevano dal basso la questione del cosa e come produrre, contestando forma e natura dell’attività, della scienza e della tecnologia.
La critica dell’economia politica diventava così critica della società, critica del dominio sulla natura e critica del produttivismo.
La risposta capitalistica fu un lungo processo di de‑costruzione del mondo del lavoro, che ora verrà analizzato.
Se vuoi, posso tradurre la sezione successiva, oppure riassumerla, oppure commentarla teoricamente.
Ecco la traduzione completa, scorrevole e fedele al tono teorico‑accademico della sezione THE MANY FACES OF NEOLIBERALISM. (Le citazioni sono tratte dal documento che hai fornito: “The contemporary crisis is understandable only if we analyze the capitalism of the last thirty years…”)
TRADUZIONE – Le molte facce del neoliberismo
La crisi contemporanea è comprensibile solo se analizziamo il capitalismo degli ultimi trent’anni in modo più accurato rispetto a quanto avviene sotto l’etichetta molto vaga e inappropriata di “neoliberismo”.
Accanto alle innovazioni tecniche e organizzative che rientrano in questa categoria, vi furono anche innovazioni finanziarie e profondi cambiamenti nella politica economica. Si costituì così, negli anni Novanta, un “nuovo” capitalismo, la cui ascesa dobbiamo comprendere se vogliamo comprendere la sua caduta.
Le due gambe su cui camminò la reazione del capitale alle lotte operaie e alla crisi degli anni Settanta furono:
la de-costruzione del lavoro,
la sussunzione reale del lavoro alla finanza.
Entrambe furono novità sostanziali nella dinamica capitalistica di lungo periodo, tali da rendere fuorviante classificare questa realtà sotto il termine troppo generico di “finanziarizzazione”, che non riesce a coglierle pienamente.
La frammentazione del lavoro fu, in modo significativo, l’altra faccia di una “centralizzazione senza concentrazione” senza precedenti. L’inclusione subordinata delle famiglie e dei consumatori nella Borsa e nel debito bancario provocò cambiamenti reali in investimento, produzione, sfruttamento e anche nella determinazione della domanda effettiva.
Nel capitalismo anglosassone, la domanda autonoma fu centrata su un consumo alimentato da bolle speculative, guidato dall’“inflazione degli asset finanziari”. I deficit del capitalismo anglosassone permisero la crescita dei paesi neomercantilisti in Europa e Asia.
In questa costellazione, lavoratori traumatizzati convivevano con risparmiatori maniaco‑depressivi e consumatori indebitati. Il capitale fittizio ebbe effetti decisamente non fittizi, dando luogo a un’ulteriore stretta nello sfruttamento del lavoro.
Sweezy, Minsky e il ruolo dell’indebitamento privato
La sussunzione formale del lavoro alla finanza iniziò alla fine del XIX secolo, se non prima. L’esplosione del debito delle famiglie negli anni Venti fu già responsabile dello scoppio del Grande Crollo.
Negli anni Ottanta, tuttavia, assistiamo alla maturazione di una nuova forma di primato della finanza, che aveva iniziato a mettere radici nei vent’anni precedenti.
Per comprendere questo processo, sono essenziali i contributi di:
Hyman P. Minsky, economista keynesiano eretico;
Paul M. Sweezy, economista marxista (con Harry Magdoff), altrettanto eretico nel suo campo.
Sweezy
Sweezy sostiene che il capitalismo monopolistico alimenta una tendenza strutturale alla stagnazione, mai pienamente realizzata grazie a contro‑tendenze politiche. Dalla fine degli anni Settanta, comprese che quando il saggio di profitto e il saggio di investimento crollano, la principale contro‑tendenza non è più lo Stato keynesiano interventista, ma l’indebitamento, soprattutto quello privato e delle famiglie.
Minsky
Minsky, invece, sostiene che l’indebitamento privato cresce non tanto per la stagnazione, quanto per la spinta all’accumulazione reale. Instabilità verso l’alto (Minsky) contro tendenza alla stagnazione (Sweezy).
I protagonisti del modello di Minsky sono le imprese non finanziarie e gli investimenti in beni capitali.
La dinamica dell’instabilità finanziaria secondo Minsky
Un capitalismo finanziariamente sofisticato è soggetto a un’alternanza necessaria di euforia e panico.
Dopo una grande crisi, le imprese mantengono posizioni “hedge”: i flussi di cassa netti bastano a ripagare capitale e interessi. Se le cose vanno bene, banche e imprese diventano più ottimiste: non per illusione, ma perché i risultati economici lo permettono.
Le posizioni diventano speculative: i flussi di cassa bastano a pagare gli interessi, ma non a rimborsare il capitale. La crescita accelera, ma aumenta anche la fragilità finanziaria.
Poi emergono posizioni ultra‑speculative (Ponzi): i flussi di cassa non bastano nemmeno a pagare gli interessi. Gli agenti si indebitano sperando in grandi plusvalenze.
A un certo punto, “qualcosa accade”, e il castello dell’indebitamento crolla.
Una causa possibile è un aumento improvviso del tasso d’interesse di riferimento da parte della banca centrale.
La risposta keynesiana alla crisi
Per Minsky, la risposta alla Grande Crisi degli anni Trenta fu:
la banca centrale come prestatore di ultima istanza,
lo Stato che spende in deficit.
Ciò non solo stimola la domanda, ma migliora i flussi di cassa delle imprese e delle banche, stabilizzando il sistema.
Negli anni Sessanta, la stabilità sembrava tornata. Minsky intuì che l’instabilità non era scomparsa, ma sarebbe tornata in nuove forme.
La stagflazione e la svolta monetarista
La risposta iniziale alla crisi sociale degli anni Sessanta fu un mix di inflazione e deflazione:
inflazione per erodere i salari monetari,
stagnazione reale per attaccare l’occupazione.
Negli anni Settanta, molti paesi adottarono deficit pubblici e espansione monetaria: nacque la Grande Stagflazione.
Il Grande Crollo non si ripeté: “It” non sarebbe accaduto di nuovo, grazie a:
Grande Governo,
Grande Banca Centrale,
Grande Sindacato.
Ma la crescita fu molto più lenta rispetto al dopoguerra.
La contro‑rivoluzione monetarista degli anni ’80
Negli anni Ottanta, la politica economica fece una vera inversione a U:
controllo della moneta,
attacco alla spesa pubblica,
tagli fiscali per i ricchi,
attacco ai sindacati e al lavoro.
Da questo punto in avanti, la dinamica capitalistica non può più essere compresa solo con il modello originario di Minsky.
Minsky stesso suggerì una nuova interpretazione: il capitalismo dei money managers, o “capitalismo patrimoniale”, che Bellofiore chiama sussunzione reale del lavoro alla finanza.
Prima fase del neoliberismo: monetarismo e la crisi mancata degli anni ’80
Il colpo di Stato monetarista di Volcker, Reagan e Thatcher avrebbe dovuto aprire la strada a una nuova Grande Crisi, per insufficienza della domanda effettiva.
La contrazione della moneta fece esplodere i tassi d’interesse e crollare gli investimenti. La quota salari diminuì drasticamente. La spesa pubblica fu tagliata, ma il deficit aumentò per via dei tagli fiscali e degli interessi sul debito.
Come evitò il capitalismo neoliberale una crisi della domanda?
Con una contro‑tendenza politica enorme: i twin deficits di Reagan:
deficit pubblico (trainato anche dalla spesa militare),
deficit commerciale (che rese gli USA la locomotiva del mondo).
Perché la narrativa stagnazionista non funziona più dagli anni ’90
La visione del capitalismo neoliberale come “debole” non spiega:
la dinamica del “nuova economia” (1995–2007),
la crescita di Cina e altri paesi emergenti,
la vivacità del capitalismo globale (eccetto Giappone ed Europa).
Serve una visione che spieghi insieme:
l’ascesa del nuovo capitalismo,
la sua crisi endogena.
La sussunzione reale del lavoro alla finanza: il risparmiatore maniaco e il consumatore indebitato
Una caratteristica centrale del capitalismo recente è il primato dei piccoli risparmiatori, organizzati in fondi istituzionali (soprattutto fondi pensione), amministrati da money managers orientati al valore per gli azionisti.
È una situazione storicamente nuova: i piccoli investitori dominano i manager, ma in forma alienata.
La privatizzazione di imprese e beni pubblici ha contribuito a questa nuova forma di dominio della finanza.
Ciò ha portato a:
inflazione degli asset,
imprese non finanziarie che si finanziano con capitale proprio a basso costo,
stabilità apparente del sistema.
Le condizioni internazionali della nuova finanziarizzazione
Due condizioni facilitarono l’esplosione della nuova finanziarizzazione:
i twin deficits degli USA negli anni ’80,
la lunga deflazione giapponese negli anni ’90.
A ciò si aggiunse il “Greenspan put”: la Fed pronta a salvare i mercati.
La liquidità abbondante e il carry trade dal Giappone alimentarono squilibri crescenti.
La fase maniacale dei risparmiatori e l’ascesa del consumatore indebitato
L’aumento dei prezzi degli asset generò una fase “maniacale” dei risparmiatori. Con la ricchezza fittizia in aumento, il risparmio da reddito diminuì, e nacque la figura del consumatore indebitato, che trainò la crescita degli USA.
Gli USA divennero i compratori finali dei modelli neomercantilisti globali.
Il lavoratore traumatizzato e la “centralizzazione senza concentrazione”
Il risparmiatore maniacale e il consumatore indebitato sono complementi del lavoratore traumatizzato degli ultimi decenni.
Greenspan usò questa espressione per descrivere la trasformazione del mercato del lavoro:
frammentazione del lavoro,
raddoppio dell’esercito industriale di riserva globale,
appiattimento della curva di Phillips,
possibilità di aumentare occupazione senza aumentare salari.
La “centralizzazione senza concentrazione” trasformò la produzione:
unità produttive più piccole,
reti transnazionali,
concorrenza aggressiva,
precarizzazione globale.
La metamorfosi del lavoro
La volatilità dei mercati e la centralità della qualità del lavoro portarono a:
maggiore autonomia apparente,
outsourcing e “in-house outsourcing”,
governance aziendale basata su centri di profitto,
lavoro salariato simile al lavoro autonomo,
auto‑controllo del lavoratore come forma di comando del capitale.
Il comando sul lavoro fu ridefinito:
“dal basso”, tramite la mercatizzazione delle organizzazioni,
“dall’alto”, tramite vincoli macroeconomici (debito pubblico, mobilità dei capitali).
La frammentazione del lavoro è inseparabile dalla sussunzione reale del lavoro alla finanza.
Seconda fase del neoliberismo: un “Keynesismo privatizzato”
Il risparmiatore maniacale e il consumatore indebitato spiegano come, in un mondo di bassi salari, si sia potuta avere una dinamica capitalistica accelerata senza crisi della domanda.
L’inflazione degli asset generò un “effetto ricchezza” che stimolò il consumo e, in parte, l’investimento.
L’indebitamento crebbe soprattutto nel settore privato: sotto Clinton, il debito pubblico USA diminuì.
La crescita fu trainata:
non dalla spesa pubblica,
non dalle esportazioni,
non dai salari,
ma dal consumo indebitato delle famiglie.
Le innovazioni finanziarie permisero un indebitamento a tassi relativamente bassi.
La politica monetaria di Greenspan spinse nella stessa direzione.
Se vuoi, posso proseguire la traduzione della parte successiva, oppure riassumerla, oppure commentarla teoricamente.
Ecco la traduzione completa, scorrevole e fedele al tono teorico‑accademico dell’ultima sezione che hai allegato: From the Dotcom Crisis to the Subprime Crisis: The Return of a “Systemic” Great Crisis. (Le citazioni sono tratte dal documento che hai fornito: “the bursting of the dotcom bubble… had been overcome without great damage”.)
TRADUZIONE – Dalla crisi delle dotcom alla crisi dei subprime: il ritorno di una Grande Crisi “sistemica”
In realtà, ciò che contribuì alla hybris del “nuovo” capitalismo e dell’era Greenspan – cioè all’illusione che il ciclo economico fosse finalmente eliminato e che si fosse raggiunto il nirvana – fu il fatto che lo scoppio della bolla delle dotcom (ben prima dell’11 settembre) era stato superato senza grandi danni.
La crisi economica era iniziata anche (ma non solo) in Borsa a causa dell’improvviso aumento del tasso d’interesse deciso dalla Federal Reserve nel 1999. La bolla tecnologica si era sgonfiata, e a ciò si aggiunse, a partire dal caso Enron, quella che venne definita la crisi etica del capitalismo.
Gli eventi dell’11 settembre permisero provvidenzialmente di adottare una classica risposta di Keynesismo di guerra: immettere liquidità nel sistema a un tasso d’interesse quasi zero, e allo stesso tempo aumentare la spesa militare e il deficit pubblico, fino alla guerra in Iraq e oltre.
Ma ciò non produsse una ripresa: diede solo un “pavimento” all’economia.
Grazie anche ai tassi d’interesse mantenuti molto bassi da Greenspan per molti anni, il “nuovo” capitalismo fu resuscitato: il meccanismo della crescita reale fu alimentato da bolle speculative, sostenute dalla politica monetaria. La differenza principale era che, mentre fino al 2000 la speculazione era stata prevalentemente sui mercati azionari, ora si trasferiva soprattutto sul mercato immobiliare.
Dal 2007: dalla euforia al panico
Quando le cose iniziarono ad andare male nel 2007, con il consueto e razionale passaggio endogeno dall’euforia al panico, i risparmiatori nella loro fase “maniacale” precipitarono in quella “depressiva”.
Furono costretti a:
ridurre il debito,
aumentare rapidamente il risparmio da reddito.
Cioè a fare ciò che la teoria economica considera una virtù. Ma proprio in quei momenti, le autorità di politica economica e la maggior parte degli economisti – anche ortodossi – volevano che continuassero a spendere.
È esattamente allora che le imprese non finanziarie sono costrette a indebitarsi. La deflazione da debito torna a essere il gioco più potente in città.
Innovazioni finanziarie e destabilizzazione bancaria
Le notevoli innovazioni finanziarie degli ultimi due decenni furono accompagnate da una radicale destabilizzazione del sistema bancario.
Sebbene chi originava il debito potesse “cartolarizzarlo” trasformandolo in un titolo da vendere ad altri, liberandosi del rischio, la generalizzazione di queste pratiche aumentò solo il rischio sistemico.
Si credeva che i vari rischi fossero assunti volontariamente dai soggetti più capaci di valutarli. In realtà, il meccanismo era diventato così complesso e opaco che si finì per affidarsi al giudizio delle agenzie di rating, che spesso non capivano esse stesse cosa coprissero i nuovi strumenti finanziari, quando non colludevano con chi li emetteva.
L’intera impalcatura della nuova finanza dipendeva, al di là delle apparenze, dalle banche.
Dalla banca schumpeteriana alla banca “originate and distribute”
Il sistema bancario non corrispondeva più al modello schumpeteriano del banchiere che “seleziona” i debitori e ne “monitora” il comportamento, mantenendo le loro passività nei propri bilanci.
Le banche ora:
originavano titoli,
li distribuivano altrove,
li disperdevano nell’ambiente finanziario come rifiuti tossici.
Ciò che immaginavano di esternalizzare rimaneva in realtà nei loro bilanci, e l’escamotage durava poco.
Questo processo, centrato sui derivati, accelerò enormemente l’esplosione della cartolarizzazione.
Sotto l’apparenza di una maggiore resilienza del sistema, vi era solo una crescente fragilità:
per l’aumento della leva finanziaria,
perché il sistema dipendeva da debitori finali non più solidi (grandi imprese o Stato), ma famiglie costrette a indebitarsi.
La leva e il debito potevano essere coperti ex post solo grazie a ulteriori aumenti dei prezzi degli asset, capaci di compensare eventuali aumenti dei tassi d’interesse: una tipica posizione ultra‑speculativa o Ponzi.
L’esplosione dei subprime (2004–2005)
Ciò che permise alla corsa di continuare dopo il 2004–2005, quando i tassi d’interesse iniziarono a salire, fu l’esplosione dei mutui subprime.
Questi segnarono una nuova fase della sussunzione reale del lavoro alla finanza: l’inclusione nel mercato finanziario delle famiglie più povere.
L’opacità del nuovo sistema finanziario nascondeva il fatto che la solvibilità dell’intero sistema monetario e finanziario finiva per poggiare sulla capacità di pagamento di settori sociali in condizione di massima debolezza.
La fragilità delle banche e quella dei debitori finali potevano essere contrastate solo a condizione che i prezzi delle azioni e delle case continuassero a salire.
Un aumento dei tassi d’interesse poteva essere considerato irrilevante solo se i guadagni in conto capitale si materializzavano.
A un certo punto, però, i prezzi delle case iniziarono a scendere, e ciò mandò in crisi prima il mercato subprime, poi l’intero sistema finanziario, a causa della mancanza di fiducia reciproca tra banche e operatori finanziari.
In un anno, la crisi finanziaria divenne una crisi reale, prima negli USA, poi nel resto del pianeta.
CONCLUSIONI
Le cause fondamentali della Grande Recessione non sono solo finanziarie, né solo reali. Non consistono né in bassi salari, né in una finanza perversa.
Consistono molto di più nell’interazione tra:
la ristrutturazione dei processi di estrazione del plusvalore,
e l’inclusione subalterna del lavoro nel capitale finanziario.
La casualizzazione dei lavoratori e la sussunzione reale del lavoro alla finanza, le due braccia gemelle che risposero alla crisi sociale degli anni Sessanta e Settanta, hanno prodotto:
una centralizzazione senza concentrazione,
una inflazione degli asset finanziari,
un Keynesismo privatizzato.
Questi elementi hanno prima sostenuto una crescita reale drogata dalla finanza, e poi determinato il ritorno dell’instabilità e il collasso di quel modello.
Non possiamo dire che questa crisi sia finita, né possiamo delineare i contorni del nuovo modello.
La fine del neoliberismo, così come lo conoscevamo, è stata gestita dagli stessi neoliberisti.
La dinamica dell’accumulazione e della crisi ha segnato una nuova fase dell’inclusione nel capitale (soprattutto finanziario) delle condizioni della riproduzione sociale: non solo consumo e risparmio, ma anche casa, salute, istruzione e risorse naturali.
Le domande e le lotte su un modo diverso di lavorare e di organizzare la riproduzione diventano più rilevanti che mai.
La sfida resta quella di riattivare un conflitto di classe che si estenda a un intervento di politica economica – ma in realtà politica tout court – che metta al centro la questione di una ridefinizione strutturale dell’offerta, oltre che della domanda, e del modo stesso in cui si svolge l’attività umana.
Con sorpresa di tutti – anche della sinistra che fugge dal lavoro o lo riduce a una dimensione redistributiva – una Grande Crisi, una dura “oggettività” sociale, ha rimesso all’ordine del giorno, oltre ogni visione meccanicistica del crollo, l’alternativa di Rosa Luxemburg: “socialismo o barbarie.”
Se vuoi, posso:
riassumere l’intero saggio,
estrarre le tesi principali,
commentarlo criticamente,
oppure preparare una versione sintetica per studio o presentazione.
Dimmi tu come procedere.
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