Facendo i conti con Marx tra economia e politica Le relazioni di Norberto Bobbio e di Mario Tronti

 

Ecco il testo completo ricomposto in un unico formato continuo e strutturato, includendo i titoli, i sommari e l'articolo integrale.



Il convegno dell’Istituto Gramsci



L'UNITA' SABATO
19 NOVEMBRE 1983

Facendo i conti con Marx tra economia e politica



Le relazioni di Norberto Bobbio e di Mario Tronti


Interrogativi sulla società contemporanea e lo Stato


Un fitto dibattito sulla attualità delle teorie economiche marxiane dinanzi alla crisi del marginalismo


ROMA — «Un classico è un autore la cui autorevolezza è sempre attuale», così dice Norberto Bobbio. Marx è tra questi classici del pensiero politico ed economico ai quali si deve guardare con distacco per vedere «che cosa se ne può ricavare oggi». Marx si proietta così sugli interrogativi del presente e in primo luogo sul rapporto tra democrazia e socialismo, tra democrazia e trasformazione sociale. Parlando su «La teoria marxiana dello Stato e i classici», al convegno promosso dall'Istituto Gramsci, Bobbio non è stato mosso dall'assillo di estrarre il «vero» Marx da successive letture del suo pensiero, quanto dall'intenzione di dare al discorso una propria prospettiva.

Il suo dunque è stato il tentativo, con una relazione analitica, di fare un confronto fra la concezione dello Stato in Marx e le teorie classiche dello Stato, in un arco che può andare da Platone a Hegel.

Come si colloca Marx rispetto ad alcune grandi classificazioni del pensiero politico? Se distinguiamo tra teorie «realistiche» e teorie dell'«ottimo Stato», Marx è un «realista», nel senso che lo Stato è visto come espressione di rapporti sociali e politici, di determinati rapporti di forza delle classi in conflitto. Un realista-storicista, poiché non è interessato alle definizioni «razionali» dello Stato, bensì a coglierne il processo di formazione. Tra coloro che hanno fornito una valutazione, diciamo sommariamente, positiva dello Stato o addirittura apologetica (per Hegel era il dio terreno) e quelli che lo hanno posto sotto un segno negativo, Marx è tra questi ultimi: lo Stato è visto come concentrazione di potere, come potere coattivo. Un tale segno «negativo» non era certo una novità. Basta pensare che, in un famoso dialogo di Platone, Trasimaco definisce la «giustizia» come «ciò che conviene al più forte». In questa visione Bobbio vede già implicite le teorie che spiegano e giustificano il ricorso alla forza: se lo Stato è forza, ne consegue che sulla forza si faccia leva per mantenere il potere. Naturalmente è decisivo se ci si colloca dalla parte dei governati o dei governanti. Se c'è lo Stato come «rimedio del peccato», appartenente alla concezione cristiana, o strumento per dominare la «bestia selvaggia», per Marx la bestia selvaggia sono proprio i dominatori che non possono non fare ricorso alla forza per preservare il proprio dominio.

Ma allora uno Stato è uguale all'altro? Qui nasce la classica questione delle «forme di governo» sulla quale Bobbio fa infine cadere l'accento. Marx, pur non avendo approfondito il tema, secondo Bobbio non era indifferente a tale questione, anche se può sembrare di no quando parla di «dittatura della borghesia» e di «dittatura del proletariato», come transizione verso un nuovo assetto della società nel quale lo Stato sarebbe destinato ad estinguersi. Egli non è certo indifferente nelle sue concrete analisi: dello stato borghese tra democrazia rappresentativa e «bonapartismo». Se è così, perché allora non ci dovrebbero essere più «forme di governo» della stessa «dittatura del proletariato»?

Questa, in estrema sintesi, la relazione di Bobbio. Dove Marx sembra ricomparire, secondo canoni interpretativi che — per alcuni protagonisti del convegno — velano, se non deformano la complessità del pensiero marxiano. Dove la politica è ancora tutta chiusa dentro l'orizzonte dello Stato e nelle sue tecniche.

Un'immagine che, in questo anno centenario, imporrebbe una sorta di verifica delle fonti, una lettura di Marx «separata» dai «marxismi», considerata l'approccio oggi più promettente. Quello che Étienne Balibar ha definito come un «effetto di ritorno di Marx sul marxismo», avvertendo però che Marx non può essere letto fuori del contesto della «crisi attuale del movimento operaio» e della sua «ideologia», perché anzi proprio da qui è utile partire.

Se Bobbio ha messo Marx a confronto con i classici del pensiero politico, Mario Tronti nella sua relazione («Per la critica dello Stato moderno») ha offerto un altro taglio: quel «classico», che è Marx, misurato sulla politica contemporanea.

Che cosa significa pensare «politicamente con Marx e dopo Marx»? Per Tronti significa tra l'altro «operare uno spostamento del "che fare" verso quel grande soggetto della società moderna che si chiama Stato». Marx — che pure ha occupato il centro della scena nel pensiero e nella prassi politica di un secolo — non ha dato una «teoria» dello Stato. D'altronde, soprattutto sul marxismo e sul socialismo, si è appiccicata una ideologia statalista che ha fatto smarrire la complessità del Marx politico. Ciò, nonostante che la prima critica marxiana si rivolga proprio alla filosofia hegeliana del diritto statuale. La critica della politica, infatti, non solo precede cronologicamente la critica dell'economia politica, ma — secondo Tronti — essa è «qualitativamente diversa». Alle sue spalle non c'è «lo statuto scientifico di una nuova scienza», ma ci sono «passaggi di grande storia e di grande politica» (rivoluzione e restaurazione, Napoleone e sovranità nazionale).

In Marx troviamo così «il problema della trasformazione delle classi». Problemi, dunque, del nostro tempo, di «crisi generale», di «crisi del concetto di Stato», ma anche di «crisi del concetto di classe». Cosicché oggi «critica dello Stato moderno vuol dire anche critica, in senso marxiano, della classe operaia» e ancora significa «critica contestuale del capitalismo politico e del socialismo reale».

Se i teorici della «politica» auspicano — sia pure con intenti diversi o opposti — un «effetto di ritorno» di Marx, per i teorici dell'economia questo effetto di ritorno è in atto di fronte alla crisi delle teorie marginalistiche che hanno dominato per decenni la scena. Il dibattito, che ha occupato un'intera giornata del convegno, si è svolto sulle relazioni di Pierangelo Garegnani, Jim O'Connor, Augusto Graziani, Joseph Steindl, Immanuel Wallerstein e Fernando Vianello, studiosi di formazione profondamente diversa, che in vario modo si richiamano a Marx o si servono di Marx.

Le loro analisi hanno lasciato in disparte le questioni metodologiche per misurarsi direttamente con i risultati e i dilemmi della teoria economica contemporanea.

Se è impossibile dare conto di un tale dibattito, che ha avuto serrati passaggi specialistici — qualcuno ha avuto bisogno della lavagna, seguito con la massima attenzione da un folto pubblico di giovani studiosi —, è più utile riferire qualche giudizio generale.

Per Garegnani è «paradossale che si parli proprio oggi di crisi del marxismo», mentre la impostazione di Marx si presenta in effetti come la «più promettente alternativa teorica» dinanzi alle contraddizioni insolubili delle teorie marginalistiche. Questa rivalsa del marxismo Garegnani la vede collegata al recupero della teoria classica di cui Marx può essere considerato il momento più alto.

Per Graziani la teoria monetaria che Marx ci ha lasciato costituisce «una base estremamente solida e attuale»: giudizio pieno di implicazioni se si pensa che questa teoria fa corpo con la visione complessiva che Marx ebbe del modo di produzione capitalistico, che — si potrebbe dire — parte dal denaro per arrivare al denaro.

L'errore di molti economisti marxisti — si è detto — è stato quello di essersi asserragliati in una difesa della teoria del valore-lavoro caricandola di implicazioni che non sono presenti in Marx (la questione dei prezzi). D'altra parte la critica di Sraffa non può essere considerata né un colpo alle fondamenta della teoria di Marx, né una semplice caccia all'errore in campo marginalista, bensì — così ha sostenuto Vianello — la dimostrazione che il marginalismo è privo di «basi fattuali», è un pensiero «deduttivo» che non regge alla prova delle verifiche reali.

Questi naturalmente sono alcuni spunti generalissimi, che non devono dare la sensazione di un conciliante ottimismo. Se in questo campo non si rifiuta l'appellativo di marxisti, le suscettibilità scattano se, per esempio, piove quello di «ricardiani», cioè l'accusa di appiattire sulla scuola economica classica l'analisi di Marx, che pure dedicò un intero capitolo alla «dissoluzione» delle teorie di Ricardo.

Fausto Ibba


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