IL FUTURO DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE
Ecco la trascrizione integrale e fedele del post e di tutti i commenti allegati:
Pierluigi Fagan
11 ore fa ·
IL FUTURO DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE. La società occidentale, da qualche decennio, è entrata in una transizione di fase che modifica nel profondo tutto quello che ha animato il ciclo storico della modernità. A livello di tendenze di medio periodo (decenni), la società occidentale mostra i seguenti caratteri:
Come società che hanno raggiunto alti livelli di benessere, si fanno meno figli, sotto l’indice di sostituzione, per cui nel tempo, i morti superano i vivi e il totale di massa demografica si contrae e invecchia. Da quando è apparso questo fenomeno inedito nella storia umana, Scandinavia anni ’70, si è diffuso e rinforzato in tutto l’Occidente ed oggi coglie la Cina e molti altri stati di diversa civiltà.
Sempre a partire dalle società occidentali, è aumentato l’invecchiamento medio della popolazione.
Ciò porta almeno tre conseguenze: a) aumento dei bisogni di cura generale (sanità, assistenza generale, case geriatriche, pensioni) che chiama spesa pubblica; b) diminuzione della produttività e della forza lavoro, specie per i lavori materiali a basso valore aggiunto; c) perdita a livello di energia sociale e intellettuale dell’apporto dei giovani, storicamente i soggetti ancora non conformati in grado di indignarsi per il presente e richiedere con forza un altro futuro.
Per via della geostoria ovvero dell’insieme combinato di geografia e storia, l’occidente europeo funge da magnete per la giovane civiltà africana che, al contrario, è in pieno boom anagrafico. Non solo i primi sono i più ricchi e i secondi sono i più poveri, i primi sono anche in contrazione e i secondi in crescita demografica, i primi hanno circa 45 anni di età media e sono i più anziani e i secondi 19 anni, i più giovani.
L’Europa era tre volte le popolazioni africane ai primi del Novecento, quando le ha colonizzate, oggi ne è a sua volta meno di un terzo, ma nel 2050 ne sarà meno di un quinto. L’Europa occidentale funge anche da magnete per l’Europa orientale (la comunità non indigena più massiva in Italia è quella rumena). Gli Stati Uniti, altresì, fungono da magnete per le popolazioni centroamericane e in parte, asiatiche e UK per le sue precedenti colonie.
L’economia occidentale a livello produttivo è in progressiva contrazione di crescita da almeno cinquanta anni. Peggio ancora dai primi anni Novanta quando si è prima teorizzata e poi praticata una “globalizzazione” senza alcuna intelligenza geoeconomica. Di contro, l’economia finanziaria storicamente funzione interna del finanziamento della produzione nazionale si è autonomizzata diventando finanziamento del mercato mondiale. Da ciò, inediti indici di diseguaglianza di reddito e ricchezza tra chi lavora e chi manipola denaro con produzione di una nuova forma di aristocrazia che nel tempo ha preso il potere politico diventando qualcosa a metà tra una oligarchia e una plutocrazia. Questa forma di potere è particolarmente potente e contraria a qualsiasi cambiamento del sistema.
Tuttavia, anche l’intelligenza critica affilata su globalizzazione e finanziarizzazione ha sottovalutato un processo storico. Dopo due secoli di modernità produttiva, le società occidentali hanno molta, ma molta meno domanda di possesso e consumo. Non a caso, negli anni ’50 iniziò la stagione dell’obsolescenza programmata, della pubblicità ossessiva, delle mode consumistiche, semplicemente l’offerta superava la domanda ed oggi la forbice si è ulteriormente allargata. Viepiù con l’introduzione dell’info-digitale che per la gran parte non produce nulla di ontologicamente nuovo, ma sostituisce vecchio materiale non nuovo immateriale distruggendo lavoro umano e distribuzione.
Quindi, società in contrazione ed anziane mentre l’ordinatore economico non ordina più ma disordina. Tutto ciò avviene in un contesto segnato da almeno altri due potenti movimenti della realtà storica.
Da una parte, le condizioni ambientali e climatiche si sono disordinate. Passare dai 2,5 miliardi di umani di cui solo un 5% prosperava nei cicli intensi dell’economia moderna degli anni ’50 agli attuali 8,3 miliardi in cui almeno un 60% è dentro quella macchina di produzione-lavoro-reddito-consumo, è ovvio abbia creato un impatto forte e concentrato nel tempo nei confronti del contesto naturale da cui dipende ogni forma di vita.
Dall’altra, è altrettanto ovvio che una civiltà passata dal 33% del mondo ai primi del Novecento all’attuale 16% che diverrà 11% o poco più al 2050, contrazione demografica che porta con sé contrazione di peso economico e di potenza relativa, si trova sconcertata dal notare il fatto che non domina più il mondo e che molta parte del mondo la ignora e tende a propri percorsi di sviluppo autonomo e spesso, concorrente.
Dall’insieme di questa appena accennata descrizione poggiata su dati oggettivi (numero-peso-misura ovvero la prima essenza della logica moderna), consegue il declino pauroso della funzione politica e la parvente “democrazia” che s’era provato a impiantare a governo delle comunità negli speranzosi anni ’50. Parallelamente, un lento e inesorabile declino culturale multidimensionale.
Quantificare la cultura è impossibile, occorrerebbe molto spazio di descrizione qualitativa, tuttavia la ricchezza culturale, alta e bassa, dei tre decenni post-bellici (1945-1975) comparata a quella degli ultimi trenta anni, tra Europa e anglosfera, segna un bilancio pesantemente negativo senza ombra di dubbio.
Tutto ciò, in sintesi, disegna una condizione nota nei registri storici delle civiltà: la decadenza. La fine di un ciclo che non si può emendare con qualche rifinitura, va assecondato (tanto è più forte di ogni nostra volontà), di cui andrà controllata la pulsione a usare la forza contro la logica del mondo che trasformerebbe un declino in una tragedia di proporzioni incontrollabili, a cui va fatto seguire uno sforzo di analisi e progettazione di un proprio futuro adatto alle condizioni date.
Si possono fare molte cose relative al complesso delle questioni che organizzano un modo di stare al mondo. Ma per meglio individuarle, proporle, formare masse critiche (termine tratto dalla fisica dove “critiche” significano non che “criticano” ma che hanno massa sufficiente ad operare cambiamenti di stato) e provarle a metterle in atto, per tentativi ed errori, c’è da inondare di progresso culturale l’informe e confusa massa sociale stritolata da queste tendenze che vengono scaricate tutte sulle fasce più arretrate delle varie popolazioni.
La civiltà occidentale ha una sola chance di potersi dare altri secoli di vita positiva, trasformarsi in una società della conoscenza in grado di modificarsi e modificare il proprio contesto in permanenza, progressivamente e non a strappi, con una società più corta (molto meno diseguale), amalgamata e di plurali saperi condivisi.
Per farlo occorreranno molte cose, ma visto che c’è meno lavoro necessario, meno lavoro dato che tanto viene prodotto da altri ormai meglio di quanto faremo noi, meno lavoro visto che verremmo sostituiti da macchine con proprie forme di funzionalità (detta impropriamente “intelligenza”), meno produzione che impatti ambiente e clima e visto che la precondizione per avere conoscenza è avere tempo da investire nel processo, la conclusione logica è una sola: ridurre progressivamente la giornata di lavoro sostenendo in altro modo le forme di vita.
Dall’essenza moderna di conoscere per produrre all’essenza della nuova fase storica in cui il lavoro sarà solo un residuo necessario di una nuova convenzione sociale basata sulla conoscenza ben distribuita necessaria ad una società adattativa ad un mondo nuovo.
Una civiltà così complessa non può riadattarsi al mondo nuovo senza una molto più diffusa conoscenza delle cause dei fenomeni, del loro intreccio complesso, dei possibili interventi attentamente valutati nelle catene delle conseguenze. Non c’è nulla di semplice e immediato nel complesso processo necessario a riformulare l’intera postura occidentale e senza una base ampia e cosciente delle questioni in ballo, senza una capacità distribuita di proporre cambiamenti ed assorbire contraddizioni di processo, la civiltà potrebbe prendere forme catastrofiche di involuzione.
La vasta ignoranza di massa dei profondi problemi e del loro intreccio non settoriale è il problema. Creare condizioni e processi di diffusione della conoscenza l’unica via per governare il presente e darsi un futuro, adattandosi ad un reale in profonda trasformazione.
Commenti al post:
Nadia Peruzzi
Analisi di grande respiro.
Condivido tutto.
Il problema che è grosso come una casa è la soggettività in grado di dar sostanza a tutto questo.
Nel crollo verticale del sapere diffuso,e nella diffusione a piena tv e giornali di semplificazioni,menzogne,omissioni da usare come "antidoto" ad una realtà di declino dell'Impero (che rischia di avvitarsi in precipizio in tempi ravvicinati),nella "nostra" parte di mondo mancano forze che sappiano almeno porsi domande giuste e analisi all'altezza.
Siamo circondati da leader infimi.
Pensiero lungo assente.
I popoli da soli non ce la fanno a organizzare il cambiamento radicale che serve.
Addirittura siam messi così male che nel precedente summit dei Brics a Brasilia loro si son posti il problema di creare una stampella per un atterraggio di sistema che hanno già previsto e temono si trasformi in tsunami.
"L'arco dell'impero" felice titolo di un libro scritto da un gen.cinese nel 2015 e tradotto in italiano un anno fa per impegno del gen Fabio Mini, la parabola si stava già delineando pesantemente decrescente.Adesso è conclamata dal fatto che l'Occidente risponde alla sfida del tempo presente con l'unica ricetta che usa quando sa che la crisi galoppa.Il riarmo e il bellicismo.
Una rete dal basso che faccia contrasto ha bisogno di tessitori coraggiosi e coerenti.Difficili da trovare al momento.
Paolo Butturini
Analisi stimolante. Visto che sto approfondendo il pensiero di Erik Olin Wright, questo mi stimola a fare quattro obiezioni. Giusto per confrontarsi.
Primo, il soggetto. Non declina "la civiltà occidentale": dagli anni '70 la quota di reddito del vertice è risalita. Per qualcuno è stata un'ascesa. Senza classi, "decadenza" è una parola che copre un conflitto.
Secondo, il meccanismo. La democrazia del dopoguerra non si è spenta per vecchiaia. Reggeva su un compromesso garantito dalla forza organizzata del lavoro: nei paesi OCSE i sindacalizzati erano il 33% nel 1975, il 16% nel 2018. Il varco si è aperto lì, non nelle culle vuote.
Terzo, il consumo. Non è la domanda a essersi saturata: è il sistema che converte ogni guadagno di produttività in più merci anziché in più tempo libero. Perciò la riduzione d'orario non arriva "per logica": va conquistata.
Quarto, il progetto. Wright chiede a ogni alternativa tre prove: desiderabile, praticabile, raggiungibile. Questa supera la prima. Sulla seconda tace: chi paga il reddito che sostituisce il lavoro? Sulla terza affida tutto alla diffusione della conoscenza. Ma il consenso non poggia sull'ignoranza: poggia su interessi materiali, regole, rapporti di forza. E il sapere stesso è una rendita che il ceto istruito difende.
"Non a strappi": Wright sarebbe d'accordo. Ma ridurre l'orario per legge richiede potere politico, cioè organizzazione. "Masse critiche" è una metafora, non un soggetto. E nel disegno si redistribuiscono tempo e sapere, mai il controllo sugli investimenti.
Una decadenza "più forte di ogni volontà" e un progetto che presuppone volontà non stanno insieme. Cercherei le crepe, non il destino.
Marco Allegritti
Sará la guerra a ridisegnare il mondo.
Lo è sempre stato e sempre lo sarà.
Roberto Di Palma
L'idea di una transizione unilaterale verso una società della conoscenza in un contesto di contrazione produttiva presuppone un mondo disposto a fare da sfondo passivo. Se l'Occidente riduce l'apporto di lavoro e la capacità manifatturiera mentre le potenze emergenti consolidano il monopolio sulla produzione materiale e sulle catene di fornitura, la presunta superiorità cognitiva si trasforma istantaneamente in subordinazione strategica. Non si dà società della conoscenza senza il controllo sovrano delle infrastrutture fisiche, energetiche e materiali che la rendono possibile.
Francesco Falzarano
Le oligarchie occidentali che dominano il mondo preferiscono la guerra mondiale nucleare al declino del loro potere
Carlo Andrea Pattacini
Eh noi decadenti e perversi occidentali siamo spacciati!
Godiamoci questi ultimi anni di benessere sorseggiando champagne e ascoltando un po’ di degenerata musica occidentale in attesa che arrivi il Nuovo Ordine Mondiale di russi, cinesi, arabi etc. che ristabilirà ordine e pulizia.
Andrea Mereu
E' curiosa la teoria che attesti come masse di allogeni massimamente decerebrati possano impossessarsi praticamente dell'Occidente traendone da esso i vantaggi creati dagli stessi occidentali in estinzione. Vorrei vederla Roma in mano ai bengalesi quanto durerebbe. O l'inghilterra in mano ai musulmani. Parliamo di masse tribali in cui il pre ordine naturale è l'analfabetismo
Rosario Peluso (Modificato)
Ottima analisi come sempre e critiche stimolanti. Concordo sul fatto che alla fine ( anzi già da ieri) dovremmo puntare sulla nostra cultura ed eredità, per passarle a chi sta arrivando, ma non accade, e i risultati si vedono. Dubito che le masse vogliano istruirsi oltre lo stretto necessario per mangiare, in Italia più che altrove. Forse più che salvare l' Occidente dovremmo salvare chi vuole essere salvato. L'idea di società corta e compatta va a braccetto con l'idea di conoscenza diffusa, e quindi è purtroppo molto lontana dal realizzarsi. Però è vero che senza obiettivi e senza utopie non si va da nessuna parte.
Persio Flacco
Riconosco di essere un depravato riduzionista affetto da pragmatismo cronico, ma a fronte di un fascio di processi convergenti di così vasta portata e gravidi di conseguenze mi sorge spontanea la domanda: chi sono e quali obiettivi perseguono i decisori cogitanti che li stanno determinando e guidando, o che almeno sono i più influenti nel farlo?
E poi: in che modo costoro hanno acquisito e detengono il potere reale che dimostrano di avere?
Alberto Rizzi
Oh, finalmente si parla di "masse critiche" e not di "maggioranze", per cambiare le cose.
Però, a questo punto e in base all'eccellente descrizione di cui sopra, qualcuno mi spiega come usare una massa critica di decerebrati, per modificare in positivo lo stato di fatto? Sono curioso, perché tecnicamente parlando (e a prescindere dal tempo occorrente per riuscirci), l'unico modo per farlo è la manipolazione: scelta che ci metterebbe sullo stesso livello del "nemico", ovvero fuori Etica.
Ricordiamoci che (con buona pace di Machiavelli), non è il fine che giustifica i mezzi, ma che i mezzi usati si riverberano sul fine ottenuto.
Francesco Gelmini
Condivido, metto una linea di ricerca. Visto che Nello Cristianini dice che Anthropic ha una filosofia scozzese Amanda per scrivere le lettere al programma di intelligenza artificiale e formare la sua anima - io penso bisogna mettere insieme conoscenza della psicoanalisi infantile e conoscenza delle reti neuronali. Così capiremo similarità e differenze. Gli esseri umani hanno una madre e le intelligenze artificiali hanno degli addestratori. Così riscopriamo l umiltà di essere esseri viventi che non si sono messi al mondo da soli e che hanno bisogno dell assistenza di un altra mente per diventare capaci di avere una mente propria. La madre sufficientemente buona di Winnicott ma anche la madre che prende elementi caotici del bambino e li restituisce digeriti e metabolizzati
Disma Lamon
Analisi asettica e inutile.Manca il contesto per interpretare le forze che governano i cambiamenti.E qui bisogna riscoprire l incipit che abbiamo dimenticato:"La storia dell umanità è storia di Lotte di Classe".Sono interessi di oligarchie che guidano le scelte.Senza scardinare la loro egemonia la catastrofe sarà inevitabile.E il peggio è che sopravviveranno proprio gli eredi di quel criminale disegno
Fabio Noto
Ma la ‘ricetta’ che proponi (società della conoscenza) è davvero estensibile a tutta la ‘civiltà occidentale’, più o meno individuata nella mappa? o le differenze che emergono all’interno di essa (in termini di rapporti di forza), e che sempre più emergeranno, spezzetteranno quella apparente unità in piccoli elementi “l’un contro l’altro armato” (salvo accettare che, ad esempio, il ‘blocco europeo’ rimanga suddito e quindi solo parzialmente ‘conoscente’)?
Ardo Errico
Simpatico, il Fagan. Nei suoi post la parola POTERE non compare mai. Tutto avviene come un "naturale" svolgersi degli eventi e dei fenomeni , a prescindere da chi può imprimere l'una o l'altra direzione almeno all'agire umano. Poi se se la prende con la "vasta ignoranza di massa". Ma santoddio !!!
Francesco Ceserani
Ottima analisi. Dubito che la soluzione proposta di trasformazione di una società della conoscenza ben distribuita abbia concrete possibilità di realizzarsi, richiedendo un immane sforzo di cambiamento della mentalità imperante nelle società del c. d. Occidente collettivo
Francesco Losciale
Condivido in pieno.
Andrea Marzioni
Che il benessere faccia fare meno figli è un'emerita cazzata che inficia tutto quanto scritto sotto.
Rigel Polani
Analisi condivisibile ma la soluzione, che sarebbe ideale, si scontra con la volontà dei poteri di diffondere e incrementare ignoranza.
Francesco Grillo
Analisi eccellente! La soluzione proposta la vedo molto difficile ad ottenersi perché non mi pare che la cultura occidentale vada verso una maggiore capacità di complessità. Critico invece la mappa, che spacca l'Europa in 2 e americanizza troppo il Giappone.
Roberto Bianchini
Mi chiedo se siamo ancora in grado di costruire un'idea di futuro visto che non sappiamo nemmeno più riconoscere le porte che sono state aperte dalle parole.
Grazie Fagan.
Biagio Liberti
Pierluigi Fagan Eccellente! Ma la domanda è!: cosa può fare il singolo individuo nella vita quotidiana?
Fulvio Argonauta (Modificato)
Interessante analisi come sempre ma, visto che "sul lungo periodo siamo tutti morti", come diceva Keynes, sul breve - che dovrebbe riguardare, io credo, almeno quello di una generazione o, forse, una porzione di tale tempo: quella della vita attiva di questa - soluzioni collettive francamente non ne vedo. Mi pare che la realtà corrente dimostri che la possibilità di una coordinazione degli individui al fine di perseguire un fine "storico" individuato e condiviso sia ben al di là da venire. Quantomeno, fino ad oggi non mi pare si sia mai vista nella storia dell'umanità e, poiché dubito fortemente che la capacità di consapevolezza dell'individuo si sia evoluta negli ultimi millenni in modo tale da rendere almeno immaginabile un coordinamento di questo genere (basta guardare alla frammentazione politica che "affligge" tutte le democrazie e che d'altronde ne è un'inevitabile caratteristica), ognuno dovrà pensare a "salvarsi da sé". E mi pare che, almeno in questo, noi italiani abbiamo una certa esperienza: pensiamo a quanti discendenti di immigrati italiani ci sono nel mondo e, d'altronde, pienamente assimilati fin dalla seconda generazione: mi viene in mente, solo per fare un esempio, Jordan Bardella. Certo, non conosceremo una diaspora massiva e concentrata nel tempo come quella che osserviamo dai paesi afroasiatici verso l'Europa, ma quella nostra lenta e diffusa non è mai cessata: basta pensare a quanti giovani formati cercano alternative all'estero. Ma non solo loro, anche pensionati e, talora, gruppi famigliari. Quantopiù la qualità di vita in Italia - ma in verità, ovunque nei paesi "del primo mondo"- si deteriorerà (e succederà sicuramente), tanto più aumenteranno i flussi migratori nelle direzioni pià disparate. Almeno questo è ciò che la storia finora ci ha mostrato e che a mio avviso, tenuto anche conto dell'evoluzione delle capacità di spostamento da un luogo all'altro, fino ad alcuni secoli fa assolutamente inimagginabili, continuerà a mostrarci. Da un paio di secoli vediamo l'emergere degli italo-americani, degli italo-brasiliani, degli italo-australiani; un giorno vedremo gli italo-nigeriani, tanto per fare un esempio, ma anche molti afro-italiani. Non vedo alternative possibili a questa evoluzione della realtà. Certo, gli individui di altre nazioni europee emigrano molto meno, ma in realtà soltanto oggi, perché in passato lo facevano eccome: basta pensare al fenomeno coloniale, che ha visto soprattutto lo spostamento di europei verso le rispettive colonie mentre, al tempo, l'inverso era piuttosto improbabile.
Marco Ajello
Manca Israele
Susanna Carpi
grazie molto interessante! Sono d'accordo!
Enrico Cerni
Meraviglioso
Franco Bertacchi
[Nessun testo nel commento]
GEMINI
Ecco una presentazione sintetica e strutturata del saggio di Pierluigi Fagan e del dibattito emerso nei commenti.
1. La Tesi Principale (Pierluigi Fagan)
Pierluigi Fagan sostiene che la società occidentale sia entrata in una fase ineluttabile di decadenza strutturale (fine di un ciclo storico di modernità). L'analisi si articola su alcuni assi principali:
- Inverno Demografico ed Invecchiamento: La contrazione delle nascite porta a un'età media elevata (~45 anni in Europa vs 19 in Africa), con conseguente aumento della spesa per la cura, calo della produttività e perdita dell'energia dinamica/critica dei giovani.
- Squilibri Geopolitici e Migratori: L'Occidente (che passerà dal 33% della popolazione mondiale all'11% nel 2050) funge da magnete per popolazioni più giovani ed emergenti, perdendo l'egemonia politica ed economica globale.
- Finanziarizzazione e Saturazione dei Consumi: L'economia produttiva è in contrazione da decenni; la finanza si è autonoma creando un'oligarchia/plutocrazia. Il modello consumistico è saturo e l'info-digitale distrugge lavoro umano.
- La Proposta (Società della Conoscenza): L'unica via per evitare una tragedia catastrofica è assecondare il declino riducendo l'orario di lavoro per redistribuire tempo, cultura e sapere condiviso, trasformando l'Occidente in una società adattativa della conoscenza.
2. Mappa dei Commenti e Principali Obiezioni
Il dibattito nei commenti arricchisce la discussione con diverse prospettive critiche:
A. Critica Politica e di Classe (Il "Nodo del Potere")
- Paolo Butturini (richiamando Erik Olin Wright) muove le obiezioni più strutturate:
- Non è "la civiltà" a declinare in modo astratto, ma sono aumentate le disuguaglianze di classe.
- Il declino della democrazia deriva dall'indebolimento della forza organizzata del lavoro (sindacati), non dalle "culle vuote".
- La riduzione dell'orario di lavoro non arriva per automatismo logico, ma richiede potere politico e controllo sugli investimenti.
- Disma Lamon e Ardo Errico contestano l'assenza della parola "POTERE" nell'analisi di Fagan: il declino non è un processo "naturale", ma il risultato di precisi interessi oligarchici.
B. Geopolitica Reale e Rischio Bellico
- Roberto Di Palma: Sottolinea che una "società della conoscenza" priva di capacità manifatturiera e controllo delle risorse materiali diventa subalterna alle potenze emergenti che controllano le catene di fornitura.
- Nadia Peruzzi, Francesco Falzarano e Marco Allegritti: Evidenziano come le oligarchie occidentali rischino di rispondere al declino con il riarmo e la guerra (fino all'opzione nucleare) pur di non cedere la propria egemonia.
C. Scetticismo sulle "Masse" e Fattibilità Pratica
- Rosario Peluso, Alberto Rizzi e Francesco Ceserani: Esprimono dubbi sulla possibilità di formare una "massa critica" consapevole in un contesto di diffusa ignoranza di massa e semplificazione mediatica.
- Fulvio Argonauta: Ritiene irrealistica una soluzione collettiva e coordinata; immagina piuttosto un adattamento individuale ("salvarsi da sé") e nuove dinamiche di migrazione/assimilazione su scala generazionale.
Desideri che converta questa sintesi in una presentazione visiva a diapositive (slide deck)?
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