Il mercante Trump: «O i dazi o la vita!» di Luca Serafini

 

Il mercante Trump: «O i dazi o la vita!»

di Luca Serafini

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«Gli economisti non condividono l’entusiasmo di Trump per i dazi. Sono una tassa sulle importazioni che di solito viene scaricata sui consumatori» scrive Associated Press.

«Trump sta facendo un’azione incostituzionale usando la dichiarazione di emergenza nazionale per concedersi un’autorità che non ha. Il Congresso, di cui Trump ha usurpato i poteri costituzionali di regolamentazione del commercio, dovrebbe agire rapidamente per mantenere la sua autorità e riportare la stabilità nella politica commerciale degli Stati Uniti» aggiunge il Council on Foreign Relations.

Questi commenti ne riassumono decine di altri simili, di economisti e osservatori politici di tutto il mondo, che pongono dubbi e contestano la politica sui dazi che sta intraprendendo il neopresidente USA, Donald Trump.

Però, sarebbe troppo semplice imputare questa deriva apparentemente antieconomica alla follia o bizzarria di un singolo personaggio, anche se indubbiamente connotato da comportamenti da operetta. Sappiamo, invece, che dietro un presidente USA si muovono circoli di potere e think tank di cui si può dire tutto, ma non che siano pazzi o sprovveduti.

 

Il ricatto di Trump

Apre uno spiraglio di comprensione su questa politica economica dai contorni molto ambigui un articolo di Federico Fubini, pubblicato sul Corriere della Sera del 17 febbraio scorso.

Secondo Fubini, il tallone d’Achille dell’America di Trump è l’enorme deficit pubblico federale ed è questa la ragione di fondo che spinge il presidente a cercare di intimidire gli altri Paesi con la minaccia dei dazi.

Il deficit crescente obbliga gli Stati Uniti a trovare ogni anno compratori di titoli di Stato per almeno 2mila miliardi di dollari in più dell’anno precedente, cercando al contempo di non dover aumentare gli interessi offerti per attrarre investimenti.

Ma nessuna delle grandi banche centrali è spontaneamente disposta a incrementare la propria esposizione verso il debito degli Stati Uniti. Di qui la strategia di Trump e dei suoi consiglieri economici per imporlo con un ricatto.

Trump sta cercando di mettere l’Europa davanti a una brutale alternativa: comprare più debito americano, a scadenza un secolo e con rendimenti contenuti, oppure perdere l’ombrello di sicurezza del Pentagono.

Una volta introdotti i dazi, l’America avrà infatti un’arma di pressione per ottenere qualcosa in cambio, contando sul fatto che, pur nel reciproco danno economico, avversari e alleati sono più deboli e dovranno concedere qualcosa all’America per farle revocare i dazi.

 

Un ricatto scritto nero su bianco

La prova che questo piano non sia una fantasia complottista è scritta nero su bianco in un saggio di economia, pubblicato nel novembre 2024 da Hudson Bay Capital Management, una società americana di gestione degli investimenti multistrategia con sede a Greenwich, nel Connecticut. Come quasi sempre avviene, le strategie economico-politiche anglosassoni poggiano, infatti, le loro radici su solide basi accademiche.

Il saggio in questione si intitola A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System (Manuale d’uso per la ristrutturazione del sistema commerciale globale), scritto da Stephen Miran, nuovo presidente del Council of Economic Advisors della Casa Bianca, uno degli uomini più vicini al presidente e più influenti nella strategia dei dazi: dottorato a Harvard, una carriera da grande investitore a Hudson Bay Capital, vicino al segretario al Tesoro USA, Scott Bessent.

Ne riportiamo solo un passaggio significativo, dove Miram fa sue le parole di Zoltan Pozsar, economista ungherese-americano noto per la sua analisi del sistema bancario ombra, fondatore e CEO della Ex Uno Plures (società di consulenza macroeconomica), già membro dell’Investment Committee del Credit Suisse, con sede a New York, consulente senior presso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e visiting scholar presso il Fondo Monetario Internazionale.

Nel suo saggio, Miram cita Poszar:

«L’interpretazione che dà Poszar sulle intenzioni dei probabili leader della politica economica di una seconda amministrazione Trump (Miram scriveva a fine 2024, NdR) collega esplicitamente la fornitura di un ombrello di sicurezza da parte degli Stati Uniti con il sistema finanziario internazionale e deduce che gli sforzi per ridurre i tassi di interesse possono contribuire a finanziare la zona di sicurezza.

Egli sintetizza così il Mar-a-Lago Accord, il progetto per ristrutturare il sistema finanziario internazionale, redatto da economisti di area trumpiana e consulenti esterni come Zoltan Pozsar:

1) le zone di sicurezza sono un bene pubblico e i Paesi all’interno di essa devono finanziarle acquistando titoli di Stato USA;

2) le zone di sicurezza sono un bene capitale, quindi vanno finanziate con obbligazioni della durata di un secolo (century bonds), non con denaro a breve termine;

3) le zone di sicurezza hanno fili spinati: se non scambiate le vostre banconote con obbligazioni, i dazi vi terranno fuori dalla protezione del recinto».

 

Pagare (due volte) l’ombrello militare americano

Le minacce dei dazi è solo una delle due morse della tenaglia che Trump sta stringendo sull’Europa. L’altro è il diktat che sia l’Europa a occuparsi della sicurezza dell’Ucraina.

Quindi, da un lato dovremo finanziare il debito americano a tassi irrisori e con durata secolare, per continuare a usufruire dell’ombrello del Pentagono; dall’altra dovremmo sborsare 800 miliardi (per ora…) del piano di ReArme Europe della Von der Leyen: a chi, se non all’industria bellica americana?

Come scrive New Lines Magazine:

«Il mercato e l’influente lobby del complesso militare-industriale statunitense possono avere la meglio, per così dire, su qualsiasi tendenza ideologica della Casa Bianca. Vendere armi all’Europa, anche se l’Europa ha intenzione di donarle o venderle all’Ucraina, è una prospettiva allettante per qualsiasi amministrazione statunitense, tanto più per un’amministrazione che si vanta di gestire l’America come un’azienda affamata di entrate».

 

Il Club of Gold-Abstainers

Mettere sullo stesso tavolo la gestione della liquidità mondiale e la difesa militare non è un’idea originale di Trump.

È già successo con Lyndon Johnson (36º Presidente USA, 1963-1969) e ha funzionato. Attorno alla metà degli anni Sessanta, una soluzione per contenere il crescente deficit USA e far fronte ai costi del mantenimento delle truppe americane (e inglesi) della NATO in Germania arrivò con il cosiddetto club of gold-abstainers (il club dei Paesi che si astengono dal chiedere la conversione dei dollari in oro, un’anticipazione del dollar standard che sarebbe arrivato solo nel 1971 con Nixon).

Così descrive l’iniziativa Timothy Andrews Sayle, nel suo saggio Enduring Alliance, A History of NATO post War global order, Cornell University Press, 2019:

«I tedeschi accettarono che la Bundesbank acquistasse abbastanza titoli di Stato USA per coprire almeno la metà delle eccedenze estere sostenute dagli americani per mantenere le proprie truppe in Germania. Significativamente, essi promettevano di non chiedere la conversione in oro dei dollari. Questo poneva i tedeschi in un “dollar standard”. A Washington le ricadute non solo per la difesa, ma anche per le spese governative furono enormi. Bator1 disse al presidente Johnson che ora “Non dobbiamo più preoccuparci troppo del nostro deficit”».


Note
1 Bator, Francis M., Senior Economic Adviser alla Agency for International Development fino all’aprile 1964; Senior Member del National Security Council Staff, da april 1964 a settembre 1967; Deputy Special Assistant del Presidente per i National Security Affairs da ottobre 1965 fino a settembre 1967. []

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