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Alberto Bradanini
LIBRI E SAGGI
di Alberto Bradanini Anteo (Cavriago), 2023
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Cina. L'irresistibile ascesa di Alberto Bradanini Sandro Teti Editore, 2022
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Cina. Lo sguardo di Nenni e le sfide di oggi di Alberto Bradanini Anteo (Cavriago), 2021
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Oltre la Grande Muraglia. Uno sguardo sulla Cina che non ti aspetti di Alberto Bradanini Università Bocconi Editore, 2018
RECENSIONI
Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare. Alberto Bradanini
di Giulio Chinappi
da https://www.lacittafutura.it
In Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare l’ex diplomatico Alberto Bradanini analizza il ruolo della Cina nel mondo contemporaneo, spaziando su tutti i principali temi dell’attualità geopolitica.
L’ex diplomatico Alberto Bradanini, già ambasciatore italiano in Iran e in Cina e attuale presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea, è uno dei massimi esperti italiani della Repubblica Popolare. Nella sua ultima opera, Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare (Anteo Edizioni, 2023), Bradanini analizza il ruolo di Pechino nel mondo contemporaneo, spaziando su tutti i principali temi dell’attualità geopolitica.
La prima parte del libro è dedicata ai due viaggi che il leader socialista Pietro Nenni intraprese in Cina nel 1955 e nel 1971, ponendo le solide basi per il riconoscimento della Repubblica Popolare da parte dell’Italia e per la costruzione di solidi legami tra Roma e Pechino. Secondo Nenni, scrive Bradanini, “l’esperimento cinese aveva le caratteristiche per incarnare […] un modello alternativo di genesi socialista perfettibile” (p. 12), permettendo inoltre il superamento della logica bipolare tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Costretto dalle maglie di un’Italia occupata militarmente dagli Stati Uniti e pienamente inserita nel blocco atlantico, Nenni riuscì comunque a ricamare uno spazio di iniziativa alla diplomazia italiana, offrendo il suo contributo al riconoscimento internazionale della Repubblica Popolare e all’ingresso del governo di Pechino alle Nazioni Unite.
I due viaggi di Nenni, dai quali emerge la lungimiranza del leader socialista nell’individuare il ruolo di primaria importanza che la Cina avrebbe giocato nel futuro dell’Asia e del mondo, ci portano poi alla secondo parte dell’opera, che offre ampie vedute su tutti i punti caldi dell’arena internazionale, al punto da far apparire il titolo del libro come limitato rispetto al contenuto dello stesso.
Bradanini aiuta il lettore italiano, troppo spesso condizionato dalla propaganda massmediatica occidentale, a meglio comprendere le dimensioni dello sviluppo cinese, affermando che “la Repubblica Popolare è un gigante che brucia primati in ogni campo” (p. 82), come dimostrano i suoi successi in numerosi ambiti, grazie alla promozione di un modello adatto al contesto cinese, seppur non esente da aporie. Rispetto al modello economico occidentale, incentrato sul dominio di un’élite finanziaria, “creare posti di lavoro e mantenere un elevato tasso di crescita resta per la Cina la massima priorità” (p. 86), che ha permesso al Paese di raggiungere risultati straordinari come l’eliminazione della povertà assoluta. Secondo l’autore, “uno sguardo privo di pre-giudizi il confronto d’orizzonte con Stati Uniti ed Europa in tangibile crisi di valori e identità, e alle prese con inedite sfide economiche e sociali, è dalla parte della Cina” (p. 87).
Dopo le questioni interne, il testo analizza invece i rapporti della Cina con il resto del mondo, e le posizioni cinesi sulle principali questioni internazionali, posizioni che fanno della Cina il rivale più temuto dall’impero statunitense, in quanto rischiano di mettere fine al progetto egemonico perseguito da Washington: “Sulla scena mondiale, la dirigenza cinese punta a costruire un multipolarismo anti-egemonico che sia insieme fondato su equilibrio e inclusione, una strategia questa che accresce le ansie dell’impero unipolare” (p. 98). Bradanini ricorda giustamente che Pechino non può rappresentare una minaccia militare per Washington, ma che a infastidire i fautori dell’egemonismo statunitense è l’esistenza stessa della Repubblica Popolare, che propone modelli alternativi in ambito economico, politico, sociale e delle relazioni internazionali, dimostrando che “un altro mondo è possibile”.
Se la Cina non ha nessuna intenzione di dare vita a un conflitto diretto con gli Stati Uniti, promuovendo un modello multipolare nel quale anche Washington potrebbe avere il suo ruolo, è proprio la prima potenza imperialista a promuovere una nuova guerra fredda in funzione anticinese e antirussa. In quest’ambito si inserisce anche l’analisi delle relazioni sino-russe, con Pechino che oggi vede Mosca come il proprio partner complementare anche grazie al colpo di Stato ucraino del 2014: “Nelle parole dell’ex Consigliere di Stato per la Politica Estera, Yang Jiechi, la profondità e la portata dell’intesa tra Cina e Russia hanno raggiunto livelli senza precedenti. Attraverso l’istituzione di un partenariato strategico globale, i due paesi puntano a un’alleanza basata su interessi reciproci forti e genuini” (p. 120). In effetti, come sottolinea Bradanini, è l’atteggiamento degli Stati Uniti a rinsaldare l’alleanza sino-russa, dal momento in cui Mosca e Pechino percepiscono Washington come una minaccia comune.
Proseguendo con l’analisi delle questioni relative alla crisi ucraina, a Taiwan, al Mar Cinese Meridionale e ad altri punti caldi dello scacchiere internazionale, nonché delle possibili relazioni positive che l’Italia e l’Unione Europea potrebbero intrattenere con la Cina, se non ci fosse di mezzo il veto statunitense, Bradanini offre al lettore uno sguardo a 360 gradi su quelle che sono le posizioni cinesi, ricacciando la propaganda mediatica che vorrebbe Pechino come principale fattore di destabilizzazione in Oriente, dimostrando che “la dirigenza cinese ha sempre lavorato a favore del mantenimento dello status quo” (p. 176). Al contrario, sono gli Stati Uniti a fomentare la destabilizzazione, in Europa come in Asia, rischiando di causare uno scontro diretto con Russia e Cina.
Di fronte all’imperialismo statunitense, al capitalismo sfrenato e alla distruzione dell’ambiente, il modello del multilateralismo proposto dalla Cina appare come la soluzione migliore ai problemi del nostro secolo, in quanto solo la costruzione di una comunità internazionale pacifica e composta da pari può portare alla risoluzione dei problemi comuni, posizione che rispecchia pienamente l’impostazione cinese nelle relazioni internazionali.
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Recensione – “Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare” di Alberto Bradanini
In Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare l’ex diplomatico Alberto Bradanini analizza il ruolo della Cina nel mondo contemporaneo, spaziando su tutti i principali temi dell’attualità geopolitica.
Oltre la Grande Muraglia. Uno sguardo sulla Cina che non ti aspetti
Alberto Bradanini - La trilogia distopica: estremisti e razionali dei nostri tempi
di Alberto Bradanini*
La trilogia distopica di G. Orwell (1984: la pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza) è divenuta realtà, sebbene con qualche decennio in ritardo rispetto alle previsioni del grande scrittore britannico.
L’impalcatura plutocratica che domina il pianeta accredita la menzogna strutturale del nostro tempo, secondo la quale il cosiddetto Regno del Bene (l’Occidente) combatte quotidianamente per difendere la libertà e democrazia, e non si occupa affatto degli interessi di chi siede in cima alla piramide.
In Italia, il Partito Unico finge di operare come se il Paese fosse davvero sovrano (se invece fosse vero il contrario, gli esponenti del Partito Unico avrebbero gravi deficit cognitivi, e non osiamo crederlo), mentre si occupa sovranamente solo di temi che l’impero egemone reputa di poter lasciare alla sua cura. Gli esponenti di tale Partito (governo e opposizione ne fanno parte a pari merito) mostrano volti arcigni e pensierosi, curvi sotto il peso delle responsabilità di chi deve soddisfare i bisogni del popolo, come se fossero costoro a prendere le decisioni.
Il duplice livello di subordinazione (politico-militare alla Nato-Usa ed economico-monetario all’Ue-Germania-oligarchie nordeuropee) ha da tempo sottratto all’Italia gli strumenti essenziali della sua sovranità.
L’Italia è un protettorato americano (come l’Europa tutta, invero), un paese gregario e ricattato/saccheggiato (in complicità con il nostro ceto dirigente, economico, politico, mediatico e accademico). Non è un segreto che l’Europa non sia più, da decenni, protagonista della scena internazionale.
Davanti a una scena di tale distopia, fabbricata e controllata dall’alto, solo gli individui che chiameremo estremisti fuori dalla realtà si ostinano a respingere le quotidiane menzogne del Pensiero Unico, mentre le persone razionali e realistiche credono che gli ingenti ritorni a favore dei ricchi e dei potenti siano l’esito di una fortuita coincidenza.
Per gli estremisti fuori dalla realtà, i media – lautamente retribuiti insieme agli altri ceti di servizio, politici, burocrati e accademici - alimentano un’insensata narrazione per sorvegliare le inquietudini del popolo sofferente e generare consenso verso il ceto dominante contro gli interessi della collettività. Le persone razionali e realistiche credono invece che i media dicano la verità, che il popolo non debba avere pretese eccessive e che occorra sostenere i giustificati conflitti armati in tante parti del mondo insieme alle politiche che li rendono possibili, anche se la povertà aumenta e i servizi sociali degradano.
Per gli estremisti fuori dalla realtà sono necessari cambiamenti radicali per riattivare la speranza di poter creare una società giusta per tutti. Per le persone razionali e realistiche, invece, la società funziona sufficientemente bene (e anzi le cose potrebbero andare molto peggio) e dunque occorre continuare a sostenere quei partiti anche se danno talvolta l’impressione di impedire che una società giusta e pacificata possa realizzarsi.
Per gli estremisti fuori dalla realtà è necessaria una palingenesi totale della società, riducendo altresì l’abnorme concentrazione di ricchezza in mani private, se si vuole evitare un collasso sociale e ambientale, o l’olocausto nucleare. Per le persone razionali e realistiche, invece, il collasso ambientale e nucleare può essere facilmente evitato, apportando qualche cambiamento, perché la perfezione non è di questo mondo.
Per gli estremisti fuori dalla realtà, l’impatto dei cambiamenti del Partito Unico è solo cosmetico e richiederà secoli prima di essere avvertito, mentre la minaccia nucleare non è un’invenzione e la concentrazione illimitata di ricchezze, essenza del capitalismo neoliberista, è alla base della distruzione dell’ambiente di vita.
Per gli estremisti fuori dalla realtà, l’impero americano mente sistematicamente su tutto e da decenni, e le tante guerre da esso scatenate non hanno nulla a che vedere con la libertà, la democrazia o la sicurezza degli Stati Uniti (il paese più sicuro da quando esiste il mondo). Per gli estremisti fuori dalla realtà l’impero Usa mente senza pudore anche sulla guerra in Ucraina, mentre sorvola sovranamente sulle sue 800 basi militari in 80 paesi al mondo (oltre alle 145 del Regno Unito, suo fedele vassallo) e i 900 miliardi di dollari del suo bilancio militare (2023).
Per le persone razionali e realistiche, sebbene in passato gli Stati Uniti possano aver mentito su qualche guerra, questa volta però (la guerra in Ucraina) stanno dicendo la verità.
Per gli estremisti fuori dalla realtà l’accumulo di macchinari da guerra da parte dell’impero statunitense ai confini dei suoi principali rivali geopolitici (Russia e Cina) è un gesto d’aggressione, una provocazione che persegue obiettivi imperiali geostrategici. Per le persone razionali e realistiche, invece, l’accumulo di armamenti da parte degli Stati Uniti ai confini di quei due rivali non è altro che un’innocente decisione di legittima difesa.
Per gli estremisti fuori dalla realtà le agenzie governative e quelle dello stato nascosto sorvegliano tutti coloro che esprimono dissenso e stanno progettando di censurare anche Internet. Le persone razionali e realistiche ne sono anch’esse al corrente, ma pensano che sia una buona cosa.
Per gli estremisti fuori dalla realtà le guerre infinite, il militarismo, la politica del rischio nucleare calcolato, la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento, l’oppressione e l’autoritarismo sono insostenibili e si deve voltare pagina facendo ricorso a ogni mezzo. Le persone razionali e realistiche credono invece che per veder scomparire tali problemi basti semplicemente ignorarli, pensando a cose più piacevoli.
Gli estremisti fuori dalla realtà credono che per ottenere il cambiamento necessario in una società i cui termini di funzionamento sono truccati dalle oligarchie di ricchi e potenti sia necessario acquisire coscienza e poi agire, perché i numeri e la ragione sono dalla nostra parte.
Per le persone razionali e realistiche è possibile ottenere i cambiamenti desiderati sostenendo con forza maggiore i soliti partiti alle prossime elezioni. Per gli estremisti fuori dalla realtà la definizione di follia consiste nel fare sempre la medesima cosa aspettandosi risultati diversi.
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POSTFAZIONE
di Alberto Bradanini
È pericoloso aver ragione,
quando il potere ha torto.
Voltaire, Il secolo di Luigi XIV
Giocando a rimbalzo con una pretestuosa strumentalità, molti abusano del principio di complessità quale forma giustificativa della difficoltà a comprendere gli eventi, anche quando questi s’impongono per lucida evidenza. Se tuttavia si prende distanza dal pre - giudizio e si presta attenzione al rigore del ragionare più che alla musica delle parole, la logica aristotelica torna ad affiorare e la nebbia inizia a diradarsi.
A compensare l’umiliante destrezza di intellettuali all - season che per pavidità o convenienza vibrano all’unisono con gli orchestranti di turno, soccorre il pensiero inequivoco di Antonio Gramsci («Odio gli indifferenti!»), che in aggiunta compensava l’ontologica impossibilità di sconfiggere il profilo apodittico di ogni argomentare con la limpidezza del posizionamento.
Elena Basile, fuggendo dall’elusione, si lascia avvolgere nell’abbraccio della passione (un pregio incommensurabile!), scegliendo di posizionarsi dalla parte giusta della storia , incurante dell’abisso valoriale nel quale l’ingiustizia e la violenza trascinano il nostro tempo.
Fin dalle prime righe, si è catturati da un intreccio di rigore, passione e indignazione, una dimensione estranea al mondo che ci circonda, amalgama melanconico, eppur vivificante di ogni percorso di palingenesi. L’indignazione, in specie, raro e sconsolato appannaggio di anime nobili, riempie ogni spazio del libro, guidando chi legge verso un ideale punto di fusione, dove la meditazione sulla tragedia del mondo riflette i labirinti dell’umana sofferenza.
Il disvelarsi di una coscienza critica davanti all’oppressione e ai massacri teleguidati da cinici commedianti costituisce un azzardo per i freddi difensori di privilegi, onori e denari, residue illusioni del vacuum valoriale di una società mercificata. Su un palcoscenico in crisi di legittimazione l’impalcatura politica, mediatica e accademico - amministrativa (fatta salva qualche nobile, ininfluente eccezione) ha la consegna di tollerare solo distanziamenti di margine, sorvegliando da vicino quegli spiriti che si ostinano a combattere ingiustizia, oppressione e violenza.
Davanti a una demonizzazione del dissenso decisamente fuori misura, che riflette un’inedita fragilità di sistema, l’autrice propone un’esegesi degli accadimenti che l’umiliante asservimento dei maggiordomi del potere giudica un attentato. La sua acquisizione ha tuttavia il pregio di scuotere il torpore di chi guarda senza vedere o di chi pur vede, ma poi volge lo sguardo altrove.
In un celebre passaggio dell’ Ideologia tedesca Marx osserva: «Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti. La classe che dispone dei mezzi di produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa, in complesso, sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi di produzione intellettuale».
Il grande intellettuale americano, Noam Chomsky, afferma che «la propaganda sta alle democrazie come il bastone alle dittature». Nelle cosiddette autocrazie o dittature, il popolo sa bene che alcune cose sono consentite, altre no, e che i media obbediscono al potere, e dunque mantiene un naturale scetticismo verso ciò che sente o legge. Per insondabili ragioni, invece, nelle cosiddette democrazie la popolazione ritiene che la verità scaturisca in automatico dalla libertà d’espressione, quale filiazione di un sistema d’informazione oggettivamente attendibile , salvo eccezioni: un mistero insondabile! Quando invece nelle democrazie la macchina della propaganda ha bisogno di una sorveglianza ancor più sofisticata, perché i meccanismi di controllo sociale tendono a sfuggire più facilmente rispetto a quelli delle dittature .
In verità, il primo obiettivo di ogni potere è ovunque lo stesso: controllare il disagio del popolo, sempre inquieto per definizione. E dunque, il cittadino che voglia preservare la propria integrità prenda distanza da tv e giornali, con modiche eccezioni, attingendo a informazioni e conoscenza attraverso i libri e la rete. Certo, anche libri e rete sono territori percorsi dai modellatori della coscienza pubblica a libro paga, ma in essi la libera espressione è ancora possibile.
Con una freschezza d’intelletto che ha smesso di dissetarsi alla fonte della Grande Menzogna , l’autrice riflette sui conflitti in Ucraina e Gaza, su alcuni profili della riemersione cinese , sull’ascesa dei Brics, sulla macchina della propaganda, sulla patologia della potenza egemone e sui pericoli di un’escalation distruttiva della civiltà. La circostanza che i padroni del mondo – privi ormai di egemonia (quella gramsciana ), ma non della forza! – esibiscano consapevolezza minima di tale azzardo costituisce funesta evidenza della degenerazione morale dell’io narrante .
Il filo rosso che lega la struttura dei conflitti in atto (e potenziali) è costituito dal capitalismo estrattivo che, in linea con i processi di asfissiante globalizzazione impostasi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, ha assunto le forme strutturali di un feroce imperialismo. Da allora, il culto del dio profitto si è radicato nella grammatica della vita umana, soffocando ogni altra valorazione dell’esistenza sociale.
Su tale binario esegetico, il conflitto in Ucraina, come anche le pietre hanno ormai compreso, è ben decifrato se si assume che gli obiettivi del conduttore atlantico siano un cambio di regime e l’implosione di una Russia ricca di territori e risorse, sebbene i soli ritorni laterali fossero già considerati un ottimo affare: la Nato viene riportata in vita, il guinzaglio che stringe l’Europa si accorcia, i venditori di armi sono al settimo cielo, il dollaro riprende ossigeno, i corsi di gas/petrolio tornano a salire e via dissanguando. Il conflitto in Palestina, che finirebbe d’incanto se il grande fratello americano cessasse di fornire a Israele armi e denari, ha le sue radici nel dominio mediatico e finanziario dei circoli pro - israeliani degli Stati Uniti (l’Aipac e i cristiano - evangelici pro - sionisti). Le tensioni intorno alla Cina, infine – che puntano a demolire il capitalismo pubblico cinese, una sfida di struttura, finanziaria e ideologica al corporativismo americano – riflettono anch’esse le priorità della plutocrazia globalista.
Quanto sopra premesso, vale la pena riflettere sui due termini del titolo Occidente e nemico permanente , senza ambizioni di completarne lo spazio ermeneutico. Con Occidente s’identifica usualmente quel recinto politico, culturale, economico e militare (non geografico) che dal secondo dopoguerra vive sotto l’ombrello egemonico degli Stati Uniti. Di tale termine, va detto, la narrativa occidentale ha imposto un uso ambivalente , con l’intento surrettizio di farlo coincidere con l’intera comunità internazionale , non solo una parte, per di più demograficamente minoritaria. Ora, persino negli anni divisivi della guerra fredda ai Paesi satelliti della costellazione Usa era riconosciuta qualche libertà d’escursione (non su questioni essenziali , però). In ogni caso, quel tempo è trascorso. Oggi quei vagoni sono saldamente ancorati alla locomotiva dei padroni del mondo , con un aggravio ulteriore, poiché alla luce del declino in atto minore è la presa politica/economica/militare della locomotiva americana sul mondo, maggiore la saldatura dei vagoni con quest’ultima.
In tutta apparenza, i Paesi europei hanno assorbito con gratitudine lo status di vassallaggio ereditato dalla sconfitta militare nel secolo scorso. Sulla carta, è vero, essi potrebbero sfidare la sorte e avventurarsi su un difficile percorso di recupero della sovranità. Ciò richiederebbe tuttavia la disponibilità di classi dirigenti dignitose, di cui in Europa non si scorge l’ombra.
Quanto al bisogno di un nemico permanente , come rileva l’autrice, l’Occidente s’ingegna quotidianamente a dipingere un’inesistente minaccia alla sua sicurezza e democrazia (una costruzione fantasmagorica che da sola meriterebbe un trattato) per neutralizzare ogni libertà di scelta di nazioni ormai riluttanti ad accettare la sola posizione consentita dal sovrano, quella del missionario.
Secondo il politologo americano d’origine giapponese F. Fukuyama 1 , tutti i Paesi sono destinati a precipitare nell’imbuto di democrazia liberale ed economia di mercato , è solo questione di tempo. Sinora, per la verità, tale divinazione si è rivelata fallace. La creatività dei popoli del mondo non può essere limitata da stravaganti profezie al servizio dell’impero, secondo cui le nazioni resistenti sarebbero strutturalmente ostili al Regno del Bene, a sua volta basato sulle regole ( rules - based order ), beninteso mobili e sempre scelte dal medesimo sovrano, le quali garantirebbero pace, stabilità e progresso; del resto, basta guardarsi intorno per sciogliere ogni dubbio.
Quale logica derivazione, poi, l’espressione nemico permanente nasconde un fatale destino: la condizione di inimicizia è infatti destinata a convertirsi, prima o poi, in conflitto armato. E il titolare del potere di conversione , come rilevava il politologo nazionalsocialista Carl Schmitt, è colui che siede sullo scranno più alto, il vero sovrano . È così che l’oligarchia malata di una nazione di 335 milioni di abitanti – che, per difendere interessi illegittimi e ipertrofici, pretende di dominare su otto miliardi di individui – genera tensioni che rendono rovente la temperatura del pianeta.
La tragedia del conflitto permanente tra grandi potenze – che la teoria realista delle relazioni internazionali 2 giudica un destino ineludibile – è invero tutt’altro che una necessità. Per chi crede che gli esseri umani siano dotati di ragione, non solo di pulsioni, non si tratta di una strada obbligata. Le nazioni possono convivere nell’armonia della diversità, lavorando a un’agenda comune, come suggerisce il leader cinese Xi Jinping, centrata su sviluppo (cui tutti popoli hanno diritto), sicurezza (che va garantita anche agli altri) e valori (alla libertà formale , fondamento della civiltà occidentale, va associata quella sostanziale , vale a dire la libertà dal bisogno , insieme a giustizia ed eguaglianza).
Quando nel 2001 Jim O’Neil (Goldman Sachs) coniò con malcelata apprensione l’acronimo Brics (il Sud Africa si sarebbe aggiunto più avanti) pochi credevano che quell’insieme disomogeneo di Paesi fosse l’apripista del Sud globale verso l’emancipazione. Dal 1° gennaio 2024, altre cinque nazioni sono entrate nei Brics e altre ancora lo faranno in avvenire, tutte desiderose di liberarsi dal giogo di un Occidente predatore, in una costellazione che include la Sco, l’Unione Economica Euroasiatica e altre aggregazioni continentali .
Al 31 dicembre 2023, secondo il Fmi, il Pil dei Paesi G7 è stato di 52.151 mld di dollari in parità di potere d’acquisto (PPP) 3 . Quello dei Brics - plus ha superato 63.157 miliardi. Se poi si sommano i Paesi che hanno già chiesto di aderire 4 (e la lista è destinata a crescere), il Pil complessivo sfiora i 78.000 mld: una ricchezza enorme. Resta vero che se al G7 si sommano le economie dell’Occidente che non ne fanno parte, quest’ultimo è tuttora più ricco. Le distanze, tuttavia, si accorciano ogni giorno, poiché i Paesi emergenti crescono a tassi più elevati.
In ogni caso, il G7 non è più il faro del mondo. Ormai le discussioni che vi hanno luogo appassionano soprattutto i cultori di storia medievale. Chi intendesse raccogliere qualche segnale sul futuro, farebbe bene a non ignorare il polso del Resto del Mondo. Gli ex padroni del pianeta (Nato - Usa, Unione europea e via colonizzando) sono oggi relegati al ruolo di anticipatori del prossimo conflitto, non molto altro.
Va rimarcato che il cemento unificante tra i Brics – con inevitabili, ma risolvibili problemi al loro interno (ad es. il contenzioso territoriale sino - indiano alle pendici dell’Himalaya) – non è quello di dominare il mondo o di sfidare l’Occidente - Usa, poiché molti hanno interessi sui due fronti, ma il principio di sovranità , vale a dire il desiderio di sottrarsi al neocolonialismo dell’egemone unipolare, camuffato da diritti umani e altre fabbricazioni. La sovranità, essenza di ogni statualità, è un tema di valenza esistenziale , sul quale anche la cosiddetta Unione europea farebbe bene ad aprire una storica riflessione.
Nella sua opera magistrale ( 1984 ), George Orwell sostiene che la guerra non ha il fine di sconfiggere il nemico, ma di preservare la medesima struttura all’interno della società, proteggere i privilegi dei ricchi e mantenere i poveri nella loro condizione. Pace e guerra, nell’analisi di Orwell, tendono a sovrapporsi, perdendo la caratteristica di contesti contrapposti, e diventano profili di un medesimo destino, inquadrati nell’ontologia dell’immutabilità: il ministero della Pace è incaricato di preparare la guerra, quello della Verità di fabbricare menzogne, quello dell’Amore di praticare la tortura, quello dell’Abbondanza di rendere scarsi beni e servizi, in una distopia senza fine, dove la democrazia non è che forma estetica , funzionante sulla delega , non sulla partecipazione , e dove si materializza la nota trilogia ossimorica: la Pace è Guerra, la Libertà è Schiavitù, l’Ignoranza è Forza . Divenendo perenne, il conflitto cessa di essere tale e sfuma in un impasto di guerra - pace i cui contorni si perdono nella bruma.
Uno sguardo alla natura dei conflitti mostra che ad arricchirsi sono sempre gli stessi, sia nei Paesi che li hanno iniziati che in quelli che li hanno subiti. E dal secondo dopoguerra, come rileva una schiera di analisti (su tutti Lindsay O’Rourke, Covert Regime Change , Cornell University, 2018) i primi beneficiari sono gli Stati Uniti.
Questi sono oggi il supremo garante strategico - militare dell’egemonismo estrattivo, dominato da una cinica plutocrazia che promuove diritti umani e democrazia con ordigni al napalm, diffondendo un occulto complesso di colpa olocaustico scontabile solo nell’eternità , imponendo la mistica di una cultura superiore, la patologia di una nazione voluta da Dio per governare un mondo irrequieto – al cui fine si renderebbero necessarie le 800 basi militari disseminate nel mondo – , più altre perle di mitologica preminenza. Tali riflessioni non sono figlie di pregiudizi antiamericani, poiché l’ avversario ,è utile ripeterlo, non è il popolo statunitense, politicamente ahimè tra i più analfabeti del pianeta, ma la sua oligarchia plutocratica, predatoria e bellicista.
Un filosofo del secolo scorso affermava che i conflitti armati finirebbero tutti e per sempre se venisse adottata la seguente norma universale: «Coloro che dichiarano una guerra devono essi stessi recarsi al fronte, insieme a figli e parenti», poiché i potenti decretano le guerre, ma a morire è sempre la povera gente.
La piccola politica (quella dei nostri governi) si occupa di cose piccole, di una finta dialettica tra partiti distinguibili solo per la diversa capacità d’intrattenimento. Al contrario, la grande politica vuol cambiare la società, si batte per la giustizia, il lavoro, la libertà dal bisogno, i servizi pubblici, l’emancipazione culturale, e sulla scena internazionale si oppone ai conflitti, ai massacri, al colonialismo/neocolonialismo, lotta per l’emancipazione dei popoli, di cui rispetta diritti, valori e diversità.
Oggi, il pianeta è esposto a tre rischi esiziali: 1) un conflitto atomico che porrebbe fine al genere umano. Secondo il Doomsday Clock – l’orologio dell’apocalisse – la distanza dalla mezzanotte è misurata in novanta secondi. Per di più, quel pulsante è consegnato alle macchine, che obbediscono a principi di automatismo; 2) un capitalismo senza restrizioni che concentra la ricchezza nelle mani di pochi; 3) la distruzione dell’equilibrio ecologico, che annega nella logica del profitto delle corporazioni private, sostenute dai rispettivi governi.
«Paura, dubbio e cautele di tipo ipocondriaco ci stanno chiudendo in una gabbia. Abbiamo invece bisogno del respiro della vita. Non v’è nulla di cui aver paura. Al contrario, il futuro ci riserva più ricchezza, libertà economica e opportunità di vita di quante non ne abbiamo mai godute in passato. Non v’è ragione alcuna per non sentirci audaci, aperti all’avventura, attivi e alla ricerca di tante possibilità. Là di fronte a noi, a bloccare la via, vi sono solo alcuni anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli». Questi pensieri non sono scaturiti dalla mente di Marx o Lenin, ma da quella di J. M. Keynes, il più grande economista liberale del XX secolo, difensore però di un’economia etica e di un benessere condiviso, e insieme sensibile ai bisogni essenziali degli uomini – il primo dei quali, per lui come per noi, resta la pace.
Per concludere, poiché la desolante scena del mondo non induce certo all’ottimismo, le chances che in un tempo ravvicinato possa prodursi un vero cambiamento sfiorano drammaticamente lo zero. In Italia, poi, il decadimento etico delle sfere dominanti – i cui esponenti sono attori di un copione scritto altrove – rende i cittadini inerti, abbagliati dal cupio dissolvi di una società rassegnata all’ontologia dell’immodificabilità.
La prospettiva cambia però radicalmente se si guarda al cammino dell’uomo nella storia, dove il sogno di una società diversa resta insopprimibile. E su queste note, ci attentiamo a proporre al lettore i versi che seguono: «Diletti figli di un dio minore, umani sventurati oppressi e umiliati, non siete abbandonati; volgiamo insieme lo sguardo alle praterie della speranza, dove un giorno potremo assaporare la gloria del riscatto, dove i carnefici sconteranno le loro infamie, dove sfruttamento e alienazione saranno banditi, e la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, sarà vissuta nella dignità di uomini liberi e uguali».
1 La fine della storia e l’ultimo uomo, Ed. Utet, 2020.
2 John J. Mearsheimer, The tragedy of Great Powers Politics, W. W. Norton & Company, Updated edition, 2014.
3 https://www.imf.org/external/datamapper/PPPG - DP@WEO/OEMDC/ADVEC/WEOWORLD
4 Algeria, Bangladesh, Bahrein, Belarus, Bolivia, Vietnam, Honduras, Indonesia, Cuba, Kazakistan, Kuwait, Marocco, Nigeria, Palestina, Senegal e Thailandia.
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