Il piano strampalato di Trump, sui dazi la Cina era preparata ABSTRACT
Il piano strampalato di Trump, sui dazi la Cina era preparata
Francesco Saraceno economista
DOMANI 19 aprile 2025 • 19:40
La guerra commerciale del presidente Usa procede a strappi senza che la strategia alle sue spalle sia chiara. Autolesionismo, improvvisazione e caos: ma Pechino e altre economie emergenti hanno carte da giocare
La guerra commerciale di Trump procede a strappi senza che il passare del tempo chiarisca quale sia la strategia del presidente americano. I dazi «reciproci» imposti a tutti i partner commerciali il 2 aprile sono stati sospesi dopo qualche ora, mentre Trump concentrava le sue attenzioni sulla Cina, che nel frattempo non è stata a guardare.
Per entrambi i paesi i dazi superano ormai di molto il 100%, mentre il paese asiatico inizia a colpire dove per l’economia statunitense è più difficile resistere, ad esempio con il blocco dell’esportazione di terre rare, input fondamentali nella produzione di numerosi beni e infrastrutture tecnologiche.
Cerchiamo di fare ordine in questa intricata contesa, e di capire dove potremmo andare a finire. Iniziamo da Trump. Nel caos totale di annunci, decisioni e marce indietro, che inevitabilmente porta con sé un’altrettanto caotica comunicazione, sembrano emergere alcuni obiettivi, non necessariamente coerenti tra loro.
In primo luogo, ridurre i disavanzi commerciali che Trump interpreta come un sussidio agli altri paesi, che profitterebbero della ricchezza degli Stati Uniti per arricchirsi a loro spese.
Un corollario di questo riequilibrio sarebbe ovviamente la rilocalizzazione negli Stati Uniti della produzione industriale; la delocalizzazione in Cina e negli altri paesi dell’attività produttiva sarebbe l’effetto di una liberalizzazione degli scambi sviluppatasi a svantaggio degli Usa.
Veniamo con questo al secondo obiettivo della guerra commerciale, vale a dire cercare di ostacolare l’ascesa della Cina come potenza economica e geopolitica, ribadendo la supremazia americana. Infine, ma non da ultimo, Trump sembra con la sua guerra commerciale perseguire l’obiettivo di indebolire il dollaro per facilitare le esportazioni senza però, non si capisce bene come, rimetterne in questione il ruolo di valuta di riserva internazionale.
L’impatto sul sistema monetario internazionale delle azioni dell’amministrazione Trump è probabilmente l’aspetto più significativo di questa fase turbolenta, e occorrerà tornarci in un futuro Diario europeo. Ma hanno senso questi obiettivi? E le scelte di Trump consentiranno di raggiungerli?
Delle scelte masochiste
Iniziamo dal primo, il mercantilismo in salsa trumpiana per cui non è solo il disavanzo commerciale globale a dover essere eliminato, ma anche quelli bilaterali con ogni partner commerciale: anche il Lesotho che esporta diamanti negli Stati Uniti (che anche volendo non possono produrli) ed è troppo povero per comprare beni americani starebbe «rubando» e andrebbe punito con misure protezionistiche.
Si tratta di una teoria che non ha nessun fondamento, e mostra una scarsa comprensione dei benefici del commercio internazionale. Il premio Nobel Paul Krugman nota come lo scopo del commercio internazionale dovrebbe essere di consentirci di procurarci beni che non possiamo produrre in casa (o possiamo, ma a prezzi proibitivi); le esportazioni, quindi, non sono un fine in sé, ma ciò che ci consente di accumulare valuta per importare e così migliorare il benessere collettivo.
In questa ottica, se, come è il caso per gli Stati Uniti, un paese ha il privilegio di emettere la valuta di riserva internazionale la cui domanda è virtualmente infinita, dovrebbe essere ben felice di poter importare senza preoccuparsi di esportare.
Come rimarca l’ex ministro dell’economia di Clinton Larry Summers, se si ottengono beni e servizi a prezzi convenienti in cambio di pezzi di carta, chi è che fa l’affare migliore? È lo stesso argomento per cui, per anni, il Diario europeo ha fustigato l’ossessione della Germania per gli avanzi commerciali e per la compressione della domanda domestica.
L’autolesionismo
Insomma, l’idea che tutti i disavanzi sarebbero intrinsecamente «cattivi» e andrebbero eliminati non ha alcun senso. Ma, se proprio si vuole provare a trovare una logica nelle azioni del presidente americano, si potrebbe affermare che la riduzione dei disavanzi in realtà non è che un mezzo: il fine ultimo sarebbe quello di riportare la produzione industriale e l’occupazione negli Stati Uniti.
Ma anche in questo caso il presidente degli Stati Uniti sembra vivere in un mondo parallelo che non corrisponde alla realtà. Nella divisione internazionale del lavoro, è normale che lo sviluppo di un paese porti con sé la riduzione progressiva del peso dell’industria nell’economia, a favore dei servizi.
Questo processo negli Stati Uniti è iniziato nei primi anni Ottanta (ben prima che la Cina irrompesse sulla scena), e oggi il peso dell’industria nella produzione nazionale è intorno al 10%. Anche nel fortemente improbabile caso in cui le politiche di Trump fossero coronate da successo, sarebbe difficile che risalisse oltre il 12-13%; tra l’altro, con scarsi risultati occupazionali, visto l’elevato grado di automazione.
Proprio la predominanza dei servizi nell’economia e nelle esportazioni degli Stati Uniti evidenzia un’altra contraddizione. Un’illuminante intervista di Joe Stiglitz qualche giorno fa mostrava come, tra ricatti alle università, difficoltà alla frontiera per turisti lavoratori e immigrati legali e attacchi alla sanità, Trump sta picconando proprio quelle esportazioni di servizi (turismo, istruzione, salute) che sono il punto di forza dell’economia americana e che potrebbero aiutare a ridurre i disavanzi commerciali.
Tuttavia, di per sé, il fatto che la crociata protezionista di Trump non abbia nessun fondamento teorico non significa che non possa avere successo. C’è stata un’altra volta in cui gli Stati Uniti cambiarono in modo unilaterale le regole del gioco: nell’agosto del 1971 Richard Nixon annunciò la non convertibilità del dollaro e l’imposizione unilaterale di dazi del 10%, che sarebbero stati rimossi solo quando si fosse trovato un nuovo accordo sull’organizzazione del sistema monetario internazionale (cosa che poi avvenne).
Ma le condizioni erano diverse da quelle di oggi: intanto il commercio rappresentava una parte meno importante dell’economia americana (un terzo di oggi); poi, e soprattutto, nessun altro paese era in grado di opporsi all’egemonia americana (la competizione con l’Unione Sovietica non avveniva sul piano economico, ma su quello militare). Oggi è diverso, perché c’è un gruppo di economie emergenti (e, volendo, anche l’Ue, se solo decidesse cosa vuole fare da grande) che hanno un peso economico rilevante e sono in grado di rispondere all’aggressione commerciale degli Stati Uniti.
Le carte della Cina
Questo ci porta al secondo obiettivo di Trump, quello di combattere l’ascesa della Cina. E anche qui la prospettiva per gli Stati Uniti non è rosea come pretende il presidente. Qualche giorno fa un interessante articolo del Financial Times evidenziava alcuni fatti importanti: è sicuramente vero che la guerra commerciale farà male alla Cina, per cui gli Stati Uniti sono un mercato fondamentale.
Ma è anche vero che a Pechino si preparano da anni, e hanno già ridotto (da più del 20% al 13%) la quota di esportazioni verso gli USA. Inoltre, la composizione degli scambi tra i due paesi evidenzia una maggiore fragilità dal lato degli USA, che esportano verso la Cina principalmente prodotti agricoli, più facilmente sostituibili.
La soia americana potrà essere rapidamente sostituita da Pechino aumentando le importazioni dal Brasile. Sarà molto più difficile fare lo stesso per gli USA; intanto, perché importano beni ad alto valore aggiunto, con catene del valore complesse.
E poi perché molte delle importazioni dalla Cina non sono beni di consumo, ma beni intermedi da utilizzare per la produzione domestica, che la guerra commerciale rende più difficoltosa e costosa. Per riorientare le catene del valore e ridurre la dipendenza dalla Cina occorreranno anni; contrariamente a quanto avvenuto a Pechino, nessuno a Washington si è preparato a tempo, certamente non l’amministrazione Trump che fa dell’improvvisazione il proprio marchio di fabbrica.
Insomma, Trump è partito in guerra con una visione del mondo confusa e sottovalutando le carte che partner e (soprattutto) avversari hanno in mano. Alla fine l’unico risultato di questa crociata azzardata e improvvisata rischia di essere la perdita di fiducia nell’economia americana e nel dollaro (la Cina ha parecchie carte in mano). Sarebbe un cambiamento di regime epocale, su cui torneremo presto.
Francesco Saraceno
economista
Professore di macroeconomia internazionale ed europea a Sciences Po e alla Luiss. È vicedirettore dell’OFCE, l’osservatorio francese di congiunture economiche, e membro del comitato scientifico della Luiss Institute for European Policy and Analysis. Ha pubblicato Oltre le banche centrali, Inflazione, disuguaglianza e Politica economica (Luiss University Press, 2023) La scienza inutile. Tutto quello che non abbiamo voluto imparare dall’economia (Luiss University Press, 2018) e La Riconquista. Perché abbiamo perso l’Europa e come possiamo riprendercela (Luiss University Press, 2020). Twitter: @fsaraceno
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ChatGPT
Eccoti una presentazione sintetica e una scheda analitica-sintetica del saggio di Francesco Saraceno, pubblicato su Domani il 19 aprile 2025 :il 19 aprile 2025:
📘 Presentazione del saggio
Il saggio di Francesco Saraceno analizza la strategia commerciale dell'amministrazione Trump in un contesto globale sempre più frammentato. Dietro i dazi e le dichiarazioni aggressive, l'economista individua una visione del mondo confusa, tra improvvisazione e obiettivi contraddittori. Saraceno smonta il protezionismo trumpiano mostrando come le misure adottate, lungi dall'essere efficaci, rischiando di indebolire gli Stati Uniti stessi, sia sul piano industriale che geopolitico. Centrale è il confronto con la Cina, potenza emergente più preparata di quanto la Casa Bianca sembri riconoscere. In chiusura, l'autore solleva interrogativi sul possibile indebolimento strutturale del dollaro e sulla tenuta dell'egemonia americana.
📊 Scheda analitico-sintetica
Titolo:La guerra commerciale di Trump : caos , protezione
La guerra commerciale di Trump: caos, protezionismo e sfida alla Cina
( titolo redazionale )
Autore: Francesco Saraceno , economista
Francesco Saraceno, economista
Dati di pubblicazione: 19 aprile 2025
19 aprile 2025
Fonte:Dom
Domani
Tesi centrale:
La guerra commerciale lanciata da Trump è priva di una strategia coerente e rischia di indebolire gli stessi Stati Uniti. Le misure adottate non rispondono a solide basi economiche, e l'amministrazione sottovaluta la capacità di risposta della Cina e di altri attori emergenti.
🧩Struttura e contenuti principali
1. Caos strategico e comunicativo:
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I dazi imposti e poi sospesi dimostrano un'agenda confusa.
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Nessuna visione chiara, solo obiettivi eterogenei: riduzione disavanzi, rilocalizzazione industriale, contenimento della Cina, indebolimento del dollaro.
2. Mercantilismo e protezionismo d'accatto:
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Trump interpreta i deficit commerciali come “furti” da parte di altri paesi.
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Ignora i benefici del commercio internazionale (Krugman) e il privilegio derivante dall'emissione del dollaro come valuta di riserva (Summers).
3. L'illusione della reindustrializzazione:
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Il declino industriale USA è strutturale e iniziò ben prima della Cina.
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Anche una “vittoria” sui dazi non riporterebbe l'industria ai livelli sperati, anche per l'automazione.
4. Autolesionismo economico:
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Le politiche migratorie e sanitarie danneggiano le esportazioni di servizi, settore chiave per gli USA.
5. Confronto storico con Nixon (1971):
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Differenze con l'epoca post-Bretton Woods: allora l'egemonia americana era incontestata, oggi Cina e altri attori possono rispondere.
6. Il fattore Cina:
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Pechino ha già ridotto la dipendenza dagli USA.
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Gli USA importano beni intermedi difficili da sostituire; la Cina può trovare alternative (es. soia brasiliana).
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Washington impreparata alla guerra commerciale, al contrario di Pechino.
7. Rischio sistemico:
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Possibile perdita di fiducia nel dollaro e nell'economia americana.
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Verso un possibile cambiamento del regime monetario globale?
📎 Temi chiave
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Protezionismo e mercantilismo
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Strategia commerciale USA
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Sistema monetario internazionale
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Conflitto USA-Cina
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Dollaro e ruolo di valuta di riserva
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Industria e servizi
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Globalizzazione e catene del valore
🧠 Osservazioni critiche
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Saraceno adotta un punto di vista chiaramente critico verso il trumpismo, legandosi alle analisi di economisti liberali come Krugman, Summers, Stiglitz.
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Interessante il richiamo storico al 1971 ea Nixon, che mostra come l'unilateralismo americano non sia nuovo, ma oggi operi in un contesto più multipolare.
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L'analisi non si limita agli effetti economici ma apre a riflessioni geopolitiche e sistemiche (dollaro, fiducia, Cina).
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Il tono è ironico e divulgativo, ma solido dal punto di vista teorico.
Box cronologico: guerre commerciali e crisi del dollaro
| Anno | Evento | Descrizione / Rilevanza |
|---|---|---|
| 1971 | Chiusura del gold standard (Nixon Shock) | Gli USA escono unilateralmente da |
| 1985 | Accordo del Plaza | Gli USA costringono alleati (Giappone, Germania, ecc.) ad apprezzare le loro valute per riequilibrare |
| anni '90 | Globalizzazione e delocalizzazione | Le imprese americane si spostano |
| 2001 | Ingresso della Cina nel WTO | La Cina entra nell’economia globale |
| 2018 | Trump impone dazi su acciaio, alluminio | Inizio della guerra commerciale con la Cina. |
| 2020 | Pandemia e shock delle catene di approvvigionamento | La fragilità della dipendenza |
| 2024-25 | Nuova offensiva protezionista USA | Sotto Trump, tornano i dazi e |
🧾 Citazioni chiave dal saggio di Saraceno
“Più che una strategia, la guerra commerciale di Trump è un guazzabuglio di obiettivi incoerenti.”
“Per Trump ei suoi consiglieri, il deficit commerciale è un furto perpetrato da paesi sleali come la Cina.”
"La narrativa protezionista ignora due punti fondamentali: primo, che l'economia USA ha tratto grandi benefici dalla globalizzazione; secondo, che il dollaro forte è parte del privilegio imperiale americano."
"Negli anni Settanta, Nixon poteva permettersi di strappare i patti di Bretton Woods perché nessuno poteva contestare la supremazia americana. Oggi, con la Cina che ha preparato per anni il terreno della sfida, la situazione è molto diversa."
"La Cina ha ridotto la propria debolezza, mentre gli Stati Uniti sono ancora dipendenti da beni intermedi cinesi. Il bluff trumpiano rischia di ritorcersi contro."
"Il rischio più grande? Che la fiducia nel dollaro venga meno. E con essa, l'intero ordine economico che gli USA hanno costruito a propria immagine."
| Anno | Evento | Descrizione / Rilevanza |
|---|---|---|
| 1971 | Chiusura del gold standard (Nixon Shock) | Gli USA escono unilateralmente da |
| 1985 | Accordo del Plaza | Gli USA costringono alleati (Giappone, Germania, ecc.) ad apprezzare le loro valute per riequilibrare |
| anni '90 | Globalizzazione e delocalizzazione | Le imprese americane si spostano |
| 2001 | Ingresso della Cina nel WTO | La Cina entra nell’economia globale |
| 2018 | Trump impone dazi su acciaio, alluminio | Inizio della guerra commerciale con la Cina. |
| 2020 | Pandemia e shock delle catene di approvvigionamento | La fragilità della dipendenza |
| 2024-25 | Nuova offensiva protezionista USA | Sotto Trump, tornano i dazi e |
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